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Gianni Berengo Gardin, un italiano vero

27 Ago

Dietro ogni stampa fotografica di Gianni Berengo Gardin c’è un timbro verde con la scritta “Fotografia vera”. È anche il titolo della mostra che si chiude domani al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

E “vero” sembra proprio l’aggettivo più adatto per il fotografo e le sue foto. Vero l’uomo dietro la Leica, vero il suo racconto dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, profondamente veri e autentici la passione per la fotografia e per le persone tutte.

Il fotografo si avvicina ai novanta e ha la macchina fotografica in mano da sempre: durante la guerra i tedeschi sequestravano le macchine, ma il ragazzino incosciente se ne fregava del divieto e se ne andava in giro a fotografare. Da allora non la molla mai, per lui le vacanze non esistono perché il suo lavoro coincide con la sua passione.

Da ragazzo, la sua Venezia lo incanta e la fotografa come farebbe un pittore, liricamente. Ma è il trasferimento a Milano a metterlo a contatto diretto con il mondo della fabbrica e con le due durezze. Comincia a fotografare le persone che lavorano: gli operai alla catena di montaggio o sospesi sulle impalcature, i tramvieri nei depositi, i ferrovieri affacciati ai finestrini.

Il fotografo Gianni è discreto, rispettoso e molto paziente. Renzo Piano racconta che per scattare la foto di cantiere qui sopra rimase fermo immobile per dieci minuti. Alla fine scattò, si voltò verso di lui e disse: “Fatto!”. Fermo, ma dopo aver trovato il “suo” punto:

“Quando fotografo amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Se devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dove e come è fatto il paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è questo; si tratta di seguire un percorso logico, semplice, capace di rivelare un paese, una città, una nazione. E così conoscere l’uomo.”

Con questo muoversi, nascondersi e fermarsi riesce a cogliere istantanee compositive che ci lasciano immaginare intere storie, come nella prossima foto, colta nel gioco di aperture e di specchi di un vaporetto veneziano. Sembra un quadro di Magritte, ma nessuno è in posa, sono la mente e l’occhio del fotografo a fermare l’attimo di un possibile racconto:

“Volevo essere artista: le belle fotografie. Ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che in fondo non mi interessava più diventare artista ma giornalista. Se prima per me la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore: uno strumento per raccontare cose.”

Racconta l’Italia del boom, l’Italia contadina e anche l’Italia che non vuol vedere. Offre il suo occhio a Franco Basaglia, impegnato nella battaglia per la chiusura dei manicomi. Dietro quelle mura e quelle grate ci va in punta di piedi e ci rimane a lungo. Rivela le atrocità, le sofferenze, ma anche meravigliosi e resistenti barlumi di individualità nei volti che decidono di guardare con fiducia verso la macchina fotografica.

Gianni Berengo Gardin ha fotografato sempre e solo in bianco e nero. “L’emozione di un bianco nero così particolare che sembra trasformarsi in un colore sconosciuto.” ha scritto Carlo Verdone commentando una fotografia in mostra.

“Nasco col cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come lo scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello.”

Sebastião Salgado definisce Berengo Gardin “il fotografo dell’uomo”. Anche nel suo ultimo libro, che denuncia il passaggio delle grandi navi nella sempre più fragile Venezia, l’uomo c’è sempre. Minuscolo, o solo mentre si avvia nella calle incontro a un destino misterioso.

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Il maestro che insegnò a scrivere a un’intera nazione

31 Mag

William Zinsser, che se ne è andato il 12 maggio a 92 anni, è stato un grandissimo insegnante di scrittura, anzi negli Stati Uniti “il maestro” tout court per generazioni di giornalisti, docenti, studenti, manager, persone comuni. Il suo On Writing Well. The Classic Guide do Writing Nonfiction ha venduto un milione e mezzo di copie, compresa quella che è accanto a me mentre scrivo questo post.

Scopro ora che è stato appena tradotto in italiano da Antonio Audino Editore e ne sono contentissima perché è un classico, un libro semplice, profondo, godibilissimo e utile anche a noi che scriviamo i testi fulminei dei social e quelli ipermodulari del web. Il suo mantra: “The secret of good writing is to strip every sentence to its cleanest components.” (vi avverto solo che l’edizione italiana è di 119 pagine, quella in inglese di quasi 300, per cui forse non è completa).

A quasi novant’anni teneva con gusto un blog e memorabili lezioni alla scuola di giornalismo della Columbia. Ecco due miei post che gli dedicai con entusiasmo:

Memorie di un nonagenario
Back to basics

Altri ricordi li potete leggere sul New York Times, l’Atlantic, il Washington Post, Brain Pickings.

Qui, invece, 20 citazioni, un assaggio del taglio e dello stile del libro.

Io avevo letto On Writing Well parecchio tempo fa e oggi sono andata a rispolverarlo. Uno dei libri più sottolineati che possieda, per cui volentieri aggiungo qualche altra perla:

Scrivere è riscrivere. Chi scrive per professione riscrive una frase innumerevoli volte e poi riscrive quello che ha riscritto.

Un testo migliora in proporzione al numero di cose che non ci dovrebbero stare e che si decide di lasciar fuori.

Non scrivere mai qualcosa che non diresti con tranquillità in una conversazione.

Uno scrittore di prosa deve essere in parte poeta, capace di ascoltare quello che scrive.

La frase più importante in ogni testo: la prima!

Ma subito dopo viene l’ultima frase di ogni paragrafo – il vero trampolino per saltare al prossimo.

In un periodo, ordina le parole per enfatizzare esattamente ciò che vuoi.

Sembra strano, ma spesso il miglior modo per risolvere un problema difficile in una frase è semplicemente liberarsene.

Tieni i paragrafi brevi: scrivere è un fatto visivo.

Non amo scrivere. Sono contento di aver scritto. Ma adoro riscrivere.

Scrivere è pensare su carta.

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Proprio come l’acqua che scorre

8 Ott

Le parole scritte come ponte tra due visioni, quella dell’autore e quella del lettore, scrive Pinker. Mi sono improvvisamente ricordata che la prima parte di Minuti scritti di Annamaria Testa si intitola appunto Sguardo e ho riaperto il denso libretto.
Ecco cosa mi sono trovata subito davanti:

“La cosa da ricordare è questa: ogni parola si porta dietro una o più immagini, che riassumono molto di ciò che sapete dei suoi significati. Perfino le parole astratte, quelle che non rimandano a niente che abbia consistenza fisica (per esempio ‘fiducia’ oppure ‘invecchiare’) vi fanno germogliare immagini in testa.

Ovviamente, quanto più la vostra esperienza è ricca, tanto più ricche e dettagliate sono le immagini che ne conservate. Se, scrivendo, state attenti alle vostre immagini mentali, tutto può riuscirvi più semplice.”

E un po’ più in là:

“Insomma: ricordatevene: prima di raccontare qualcosa, provate a farvene un’immagine mentale. Domandatevi chi, che cosa, quando, dove, in che maniera, e poi cercate di vederlo. Le parole seguiranno fluide e s’incanaleranno bene, proprio come l’acqua che scorre.”

Su questo blog leggi anche:

Lo scrittore e il suo terzo occhio
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Pensare e scrivere vivido
Su e giù per la scala dell’astrazione

Livraghi, un maestro

26 Feb

Giancarlo Livraghi è stato uno dei padri della pubblicità italiana, una delle prime persone in Italia a interessarsi e a scrivere di web “dalla parte delle persone” e un grandissimo signore. Ho dialogato molte volte con lui per email: era semplice e di rara generosità, proprio come il suo sito, Gandalf.
Da sabato lui non c’è più, ma abbiamo i suoi articoli e i suoi bellissimi libri, primo tra tutti L’umanità dell’internet (sottotitolo: Le vie della rete sono infinite. Come usare la rete per arricchire le proprie esperienze e relazioni personali. Ed era il 2001!).
Ha fatto bene stamattina Massimo Mantellini a raccomandare di “salvare tutte queste cose e insegnarle nelle scuole”.

Su Giancarlo Livraghi su questo blog leggi anche:

Un pomeriggio diverso dal solito

Note sul web

6 Dic

Le note sul web non si mettono!
Le note del web sono i link!
Anche in un pdf che si apre sullo schermo, meglio evitare le note in fondo!
Sì, è meglio sorvegliare al massimo le note, ma mi è piaciuta la soluzione di New Republic, che le note le mette di lato, piccole piccole ma isolate nello spazio.

Così, nell’articolo dedicato alle evoluzioni del punto nel mondo digitale The Period is Pissed non mi sono persa la bellissima citazione da Il sistema periodico di Primo Levi.
Nell’ultimo capitolo del libro il chimico scrittore racconta la storia di un singolo atomo. All’ultima riga l’atomo finisce in una cellula del cervello di Levi:

Questa cellula appartiene ad un cervello, e questo è il mio cervello, di me che scrivo, e la cellula in questione, ed in essa l’atomo in questione, è addetta al mio scrivere, in un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto. È quella che in questo istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni in queste volute che sono segni; un doppio scatto, in su e in giù, fra due livelli di energia guida questa mia mano ad imprimere sulla carta questo punto: questo.

Su Primo Levi su questo blog leggi anche:

Social reading
La chiarezza e la felicità
Quotes
I post di Primo Levi
La penna limpida di Levi

 

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