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I ritmi pacati di Daniel Kahneman

8 Gen
La lepre, Albrect Dürer, 1502.

La lepre, Albrect Dürer, 1502.

Di Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman avevo sentito molto parlare, soprattutto attraverso interviste all’autore, premio Nobel che insegna psicologia sociale a Princeton. Nonostante il titolo e il tema invitante, finora le oltre 500 pagine mi avevano spaventata. Scaricato sul Kindle, lo spessore è sparito e le prime righe mi hanno conquistata (il nostro professore emerito farebbe delle interessanti osservazioni anche su questo, immagino).

Lo leggerò tutto, non ho dubbi, ma già ora che ne ho letto nemmeno un sesto ho ricevuto tanti di quegli stimoli che ho deciso di non fare la lettrice vorace e bulimica. Ne leggerò un poco alla volta e ci rifletterò anche scrivendoci dei post, come feci già per The Sense of Style di Steven Pinker.
Il post, per me, è la forma più efficace e raffinata di appunti: sapendo che lo leggeranno anche altre persone, l’impegno nella chiarezza è massimo e questo mi auta a chiarire le idee prima di tutto a me stessa e soprattutto me ne suscita di nuove, che illuminano la mia quotidianità e il mio lavoro.

Questo primo post è dunque dedicato a smontare un’idea radicatissima, che in ogni azienda, amministrazione, aula, viene fuori più o meno sempre con le stesse parole: “Ma se scriviamo frasi più brevi, se rinunciamo a certe parole ed espressioni, finiamo con banalizzare!”. Oppure: “Ma questi sono contenuti tecnici! C’è un limite alla semplicità!”. Ancora: “Ma questo è un testo formale! Che dico… istituzionale!”

Tutte queste obiezioni arrivano da persone colte, laureate, assolutamente in buona fede, tutt’altro che pigre, convinte però che a tema complesso debba corrispondere testo complesso e, possibilmente, astratto. Leggere Kahneman dimostra il contrario: sono proprio i temi complessi che hanno bisogno di un impegno divulgativo straordinario. Non di testi sempliciotti, attenzione, ma di una forte tensione alla semplicità sì.

Il professor Kahneman si è impegnato molto ed è stato ripagato con un Nobel per l’economia, un impatto fortissimo su altre discipline (ha molto da insegnare anche a chi comunica e scrive, come vedremo), un successo di vendite spettacolare.

Come fa?

Non ha paura della concretezza e non si rifugia nell’astrazione.
Così comincia l’introduzione:

Ogni autore, immagino, ha in mente il contesto in cui i lettori possono applicare gli eventuali benefici tratti dalla lettura delle sue opere. Il mio è il tipico distributore di caffè e bevande dell’ufficio, davanti al quale si scambiano opinioni e pettegolezzi. La mia speranza è di arricchire il vocabolario che si usa quando si esprimono commenti sui giudizi e le scelte altrui, sulle nuove politiche aziendali o sulle scelte di investimento di un collega. Perché curarsi di simili pettegolezzi? Perché è molto più facile, nonché molto più divertente, riconoscere ed etichettare gli errori altrui piuttosto che i propri.

In poche righe, il professore è riuscito a collegare autore e lettore (sono citati subito, sulla stessa riga), ad annunciarci che la lettura porterà benefici nella nostra vita, a catapultarci in un luogo familiare, a rassicurarci mescolando alto e basso (pettegolezzi e investimenti), a rispondere alla prima obiezione che ci viene in mente, a farci riconoscere in una comune verità (certo che è più facile riconoscere gli errori degli altri piuttosto che i propri), a farlo con garbo e senza prosopopea (immagino, la mia speranza), ad anticiparci anche un po’ di divertimento in cambio del tempo che decideremo di dedicargli.

Fa molti esempi, e molto semplici.

Soprattutto, li fa prima di esporre l’idea, non dopo. Così ci accompagna da ciò che conosciamo e ci è familiare verso ciò che ancora non conosciamo:

Imparare l’arte medica consiste in parte nell’imparare il suo linguaggio. Non diversamente, per arrivare a una comprensione più profonda dei giudizi e delle scelte, occorre un vocabolario più ricco di quello che ci è messo a disposizione dal linguaggio quotidiano.

Come il contatore dell’elettricità fuori della nostra casa o del nostro appartamento, le pupille rappresentano un indice del ritmo al quale è usata in un certo momento l’energia mentale.

Nel caso improbabile che da questo libro si traesse un film, il sistema 2 sarebbe un personaggio che si crede un protagonista.

Racconta il funzionamento della mente come una storia con due personaggi.

Se questo è il sistema 2, chi è il sistema 1? È la nostra mente intuitiva, quella dei pensieri automatici e veloci, quella che ci permette di vivere la quotidianità senza troppa fatica, ma anche quella che a volte ci inganna perché ci induce a prendere scorciatoie, che ci fa vedere la realtà e prendere decisioni sbagliate a causa dei nostri pregiudizi cognitivi. Il sistema 2, invece, è lento e capace di riflessione ma è anche pigro e molto restio a entrare in pista per darci una mano.
Tra i due, come tra protagonista e antagonista, c’è tensione continua, ma è proprio questa tensione a tenerci incollati per vedere chi ha la meglio. Il fatto che questa storia parli di noi e che si svolga silenziosamente nella nostra mente la rende irresistibile.

Dà del tu al lettore, senza insistenze, ma nei momenti chiave, quando gli chiede più attenzione.

Spero che tu abbia avuto un’esperienza analoga quando hai letto la domanda relativa a Steve il bibliotecario, la quale mirava ad aiutarti a comprendere il potere della somiglianza come indizio di probabilità e a vedere quanto sia facile ignorare dati statistici rilevanti. 

Ti ho invitato a considerare i due sistemi come agenti interni alla mente, con la loro personalità, le loro abilità e i loro limiti individuali.

Potresti chiederti che senso ha introdurre dei personaggi fittizi con dei brutti nomi in un libro serio. La risposta è che questi personaggi sono utili per via di certe peculiarità della nostra mente. La tua come la mia. 

L’uso del tu o del lei, o della forma impersonale, sono cruciali nel tono di voce di un’organizzazione, tanto da essere “disciplinate” nella guida di stile. Difficile tenerle tutte in equilibrio, perché spesso o si esagera in confidenza o si ha una paura tremenda di sconfinare dal famigerato “istituzionale”.
Kahneman ci insegna che le forme personali possono variare: sì, si può benissimo dare del tu al lettore, nominare l’azienda e usare la terza persona, passare al noi, sempre nella stessa pagina… lo facciamo anche nella vita, no?

Le forme personali sono anche il principale strumento con cui ci avviciniamo o prendiamo le distanze da chi ci legge: quando gli diamo del tu è come se lo guardassimo negli occhi, e non è che possiamo stargli addosso tutto il tempo, ma solo quando vogliamo aumentare l’intensità di quanto stiamo dicendo.

Usa una sintassi molto varia, ma sempre semplice e piana.

Ho fatto le prove: difficilmente c’è un periodo che vada oltre le 30 parole, ma spesso sono ben più brevi. Eppure parla del funzionamento della mente. Eppure ha vinto il Nobel per l’economia. Il professore è sicuro di sé e di quel che dice, soprattutto non ci tiene affatto a fare l’accademico e a darsi un tono. Ha passato una vita a studiare i nostri pensieri e diversi anni a scrivere i suoi libri. Un investimento enorme, per questo vuole che le sue parole arrivino a più persone possibili, siano utili a più persone possibili. Soprattutto, sa benissimo che la mente che legge ha bisogno di pause, del ritmo giusto, di fermarsi a riprendere fiato.

La scrittura aperta e rispettosa di Kahneman mi ha fatto tanto pensare a Tullio De Mauro, cui dedico questo primo post del 2017.

Gianni Berengo Gardin, un italiano vero

27 Ago

Dietro ogni stampa fotografica di Gianni Berengo Gardin c’è un timbro verde con la scritta “Fotografia vera”. È anche il titolo della mostra che si chiude domani al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

E “vero” sembra proprio l’aggettivo più adatto per il fotografo e le sue foto. Vero l’uomo dietro la Leica, vero il suo racconto dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, profondamente veri e autentici la passione per la fotografia e per le persone tutte.

Il fotografo si avvicina ai novanta e ha la macchina fotografica in mano da sempre: durante la guerra i tedeschi sequestravano le macchine, ma il ragazzino incosciente se ne fregava del divieto e se ne andava in giro a fotografare. Da allora non la molla mai, per lui le vacanze non esistono perché il suo lavoro coincide con la sua passione.

Da ragazzo, la sua Venezia lo incanta e la fotografa come farebbe un pittore, liricamente. Ma è il trasferimento a Milano a metterlo a contatto diretto con il mondo della fabbrica e con le due durezze. Comincia a fotografare le persone che lavorano: gli operai alla catena di montaggio o sospesi sulle impalcature, i tramvieri nei depositi, i ferrovieri affacciati ai finestrini.

Il fotografo Gianni è discreto, rispettoso e molto paziente. Renzo Piano racconta che per scattare la foto di cantiere qui sopra rimase fermo immobile per dieci minuti. Alla fine scattò, si voltò verso di lui e disse: “Fatto!”. Fermo, ma dopo aver trovato il “suo” punto:

“Quando fotografo amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Se devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dove e come è fatto il paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è questo; si tratta di seguire un percorso logico, semplice, capace di rivelare un paese, una città, una nazione. E così conoscere l’uomo.”

Con questo muoversi, nascondersi e fermarsi riesce a cogliere istantanee compositive che ci lasciano immaginare intere storie, come nella prossima foto, colta nel gioco di aperture e di specchi di un vaporetto veneziano. Sembra un quadro di Magritte, ma nessuno è in posa, sono la mente e l’occhio del fotografo a fermare l’attimo di un possibile racconto:

“Volevo essere artista: le belle fotografie. Ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che in fondo non mi interessava più diventare artista ma giornalista. Se prima per me la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore: uno strumento per raccontare cose.”

Racconta l’Italia del boom, l’Italia contadina e anche l’Italia che non vuol vedere. Offre il suo occhio a Franco Basaglia, impegnato nella battaglia per la chiusura dei manicomi. Dietro quelle mura e quelle grate ci va in punta di piedi e ci rimane a lungo. Rivela le atrocità, le sofferenze, ma anche meravigliosi e resistenti barlumi di individualità nei volti che decidono di guardare con fiducia verso la macchina fotografica.

Gianni Berengo Gardin ha fotografato sempre e solo in bianco e nero. “L’emozione di un bianco nero così particolare che sembra trasformarsi in un colore sconosciuto.” ha scritto Carlo Verdone commentando una fotografia in mostra.

“Nasco col cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come lo scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello.”

Sebastião Salgado definisce Berengo Gardin “il fotografo dell’uomo”. Anche nel suo ultimo libro, che denuncia il passaggio delle grandi navi nella sempre più fragile Venezia, l’uomo c’è sempre. Minuscolo, o solo mentre si avvia nella calle incontro a un destino misterioso.

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Il maestro che insegnò a scrivere a un’intera nazione

31 Mag

William Zinsser, che se ne è andato il 12 maggio a 92 anni, è stato un grandissimo insegnante di scrittura, anzi negli Stati Uniti “il maestro” tout court per generazioni di giornalisti, docenti, studenti, manager, persone comuni. Il suo On Writing Well. The Classic Guide do Writing Nonfiction ha venduto un milione e mezzo di copie, compresa quella che è accanto a me mentre scrivo questo post.

Scopro ora che è stato appena tradotto in italiano da Antonio Audino Editore e ne sono contentissima perché è un classico, un libro semplice, profondo, godibilissimo e utile anche a noi che scriviamo i testi fulminei dei social e quelli ipermodulari del web. Il suo mantra: “The secret of good writing is to strip every sentence to its cleanest components.” (vi avverto solo che l’edizione italiana è di 119 pagine, quella in inglese di quasi 300, per cui forse non è completa).

A quasi novant’anni teneva con gusto un blog e memorabili lezioni alla scuola di giornalismo della Columbia. Ecco due miei post che gli dedicai con entusiasmo:

Memorie di un nonagenario
Back to basics

Altri ricordi li potete leggere sul New York Times, l’Atlantic, il Washington Post, Brain Pickings.

Qui, invece, 20 citazioni, un assaggio del taglio e dello stile del libro.

Io avevo letto On Writing Well parecchio tempo fa e oggi sono andata a rispolverarlo. Uno dei libri più sottolineati che possieda, per cui volentieri aggiungo qualche altra perla:

Scrivere è riscrivere. Chi scrive per professione riscrive una frase innumerevoli volte e poi riscrive quello che ha riscritto.

Un testo migliora in proporzione al numero di cose che non ci dovrebbero stare e che si decide di lasciar fuori.

Non scrivere mai qualcosa che non diresti con tranquillità in una conversazione.

Uno scrittore di prosa deve essere in parte poeta, capace di ascoltare quello che scrive.

La frase più importante in ogni testo: la prima!

Ma subito dopo viene l’ultima frase di ogni paragrafo – il vero trampolino per saltare al prossimo.

In un periodo, ordina le parole per enfatizzare esattamente ciò che vuoi.

Sembra strano, ma spesso il miglior modo per risolvere un problema difficile in una frase è semplicemente liberarsene.

Tieni i paragrafi brevi: scrivere è un fatto visivo.

Non amo scrivere. Sono contento di aver scritto. Ma adoro riscrivere.

Scrivere è pensare su carta.

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Proprio come l’acqua che scorre

8 Ott

Le parole scritte come ponte tra due visioni, quella dell’autore e quella del lettore, scrive Pinker. Mi sono improvvisamente ricordata che la prima parte di Minuti scritti di Annamaria Testa si intitola appunto Sguardo e ho riaperto il denso libretto.
Ecco cosa mi sono trovata subito davanti:

“La cosa da ricordare è questa: ogni parola si porta dietro una o più immagini, che riassumono molto di ciò che sapete dei suoi significati. Perfino le parole astratte, quelle che non rimandano a niente che abbia consistenza fisica (per esempio ‘fiducia’ oppure ‘invecchiare’) vi fanno germogliare immagini in testa.

Ovviamente, quanto più la vostra esperienza è ricca, tanto più ricche e dettagliate sono le immagini che ne conservate. Se, scrivendo, state attenti alle vostre immagini mentali, tutto può riuscirvi più semplice.”

E un po’ più in là:

“Insomma: ricordatevene: prima di raccontare qualcosa, provate a farvene un’immagine mentale. Domandatevi chi, che cosa, quando, dove, in che maniera, e poi cercate di vederlo. Le parole seguiranno fluide e s’incanaleranno bene, proprio come l’acqua che scorre.”

Su questo blog leggi anche:

Lo scrittore e il suo terzo occhio
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Pensare e scrivere vivido
Su e giù per la scala dell’astrazione

Livraghi, un maestro

26 Feb

Giancarlo Livraghi è stato uno dei padri della pubblicità italiana, una delle prime persone in Italia a interessarsi e a scrivere di web “dalla parte delle persone” e un grandissimo signore. Ho dialogato molte volte con lui per email: era semplice e di rara generosità, proprio come il suo sito, Gandalf.
Da sabato lui non c’è più, ma abbiamo i suoi articoli e i suoi bellissimi libri, primo tra tutti L’umanità dell’internet (sottotitolo: Le vie della rete sono infinite. Come usare la rete per arricchire le proprie esperienze e relazioni personali. Ed era il 2001!).
Ha fatto bene stamattina Massimo Mantellini a raccomandare di “salvare tutte queste cose e insegnarle nelle scuole”.

Su Giancarlo Livraghi su questo blog leggi anche:

Un pomeriggio diverso dal solito