Tag Archives: Maryanne Wolf

La lettura è una corsa. E un’arte divinatoria.

11 Set

Parole gemelle

Nella tag cloud che si va costruendo sotto i miei occhi man mano che taggo i post di questo blog (sono a metà dell’opera), ci sono parole che mi sorprendono per le loro dimensioni rispetto ad altre. Una è la parola “lettura”, che è sì gemella di “scrittura”, ma mai avrei pensato di averle dedicato così tanti post. Questo è un altro.

Eppure, tutti i miei libri si aprono con un capitolo sulla lettura, fin dal librino rosa di sedici anni fa. Poi ci sono stati incontri importanti a farmi appassionare al meccanismo della lettura, a partire dal fondamentale, quello con Proust e il calamaro di Maryanne Wolf, per proseguire con The Sense of Style di Steven Pinker.

Ora è arrivato un altro libro che un paio di mesi fa avevo cominciato e snobbato, anzi quasi denigrato: The Reader’s Brain. How neuroscience can make you a better writer, di Yellowlees Douglas. L’ho ripreso a mente fresca e con un atteggiamento più disponibile e confesso che mi ha aiutato a mettere a fuoco e a connettere parecchie cosette che sapevo, ma in modo disordinato. Non ha la scrittura precisa e rigorosa della Wolf, ma è più semplice e accessibile del fascinoso mattone di Pinker.

Nei meandri della mente che legge

Negli ultimi anni le cose più interessanti sulla scrittura mi sono quindi arrivate dai libri sulla lettura, e più dalle neuroscienze che dalla linguistica. Forse perché è dallo studio della mente che legge che capiamo non solo “come” scrivere in maniera più chiara, ma anche il “perché” di tante pur buone indicazioni che leggiamo da decenni in tutti i manuali di scrittura.

La lettura, infatti, è stata per millenni una misteriosa scatola nera: sapevamo cosa vi entrava, sapevamo cosa vi usciva, ma non avevamo la più pallida idea di cosa succedesse lì dentro. I neuroscienziati oggi hanno molti strumenti per darci un’occhiata: per chi scrive è utilissimo sapere come le parole e le frasi vengono “consumate”.

Una corsa continua

La mente che legge lo fa con accelerazioni e decelerazioni continue, di cui non ci rendiamo conto. Gli occhi saltano da un gruppo di parole a un altro, si fermano, riprendono. Gli occhi vedono, ma è il cervello che legge, interpreta, connette, ricorda: prima riconosce le singole parole, poi le individua alla luce delle parole che precedono e seguono (così capisce se la pesca riguarda i pesci o è un frutto), poi le connette tra loro per dare senso al messaggio, infine le connette al vissuto, alle letture, alle conoscenze della persona.

La velocità di queste operazioni – e quindi la fluidità e l’agio della lettura – dipendono in gran parte dalle scelte dell’autore. Ma c’è una cosa che le sottende tutte: la mente che legge è come un indovino al lavoro, non fa altro che fare ipotesi su quello che viene dopo, verificarle, procedere oltre, fare un’altra ipotesi, verificarla, andare avanti. Più quello che segue conferma ipotesi e aspettative, più si corre veloci, fluidi, soddisfatti. Solo che di solito non ce ne accorgiamo. Ci accorgiamo benissimo, invece, quando la lettura è faticosa.

“Mentre gli occhi scorrono sulla pagina, il cervello è tutto intento a fare previsioni sul contenuto del documento, così come sul contenuto del paragrafo, persino sulla fine della frase.”

Entrata in scena

Come si fa, in concreto, a far volare il lettore sul testo? A confermare tutte le sue ipotesi? Soprattutto due cose:

  • si usano parole specifiche e precise, così il senso di ciascuna è subito illuminato dalle altre parole che si trovano nello stesso periodo, vicinissime, prima e dopo
  • si introducono il prima possibile l’attore e l’azione, cioè il soggetto e il verbo: senza di loro non c’è messaggio, non c’è senso, la mente brancola nel buio alla loro ricerca. Ecco perché le lunghe subordinate all’inizio di un periodo non funzionano. Ecco perché il vezzo di separare il soggetto e il verbo con un inciso fiacca immediatamente il lettore più volenteroso. Ecco perché la forma attiva funziona in molti casi meglio della forma passiva. Ecco perché i periodi lunghi, con molte subordinate infliggono fatica inutile.

L’orizzonte della mente

A queste piccole ma continue fatiche bisogna aggiungere il fatto che la mente non è multitasking: ha una memoria di lavoro breve. Se il soggetto è molto lontano dal verbo o se entrambi arrivano dopo un bel po’, la mente è costretta a fare quello che mai vorrebbe: tornare indietro.

“Ogni volta che il tuo lettore deve tornare indietro a rileggere una o più righe, come scrittore sei morto.”

Ecco perché a volte è meglio ripetere una parola che ricorrere a un pronome: se la parola di riferimento è troppo lontana, la mente deve tornare indietro. Ecco perché non si devono usare termini come summenzionato o già citato: la mente deve tornare indietro. Ecco perché è bene sorvegliare le negazioni: la mente deve fare la doppia fatica di comprendere qualcosa e poi negarla. E intanto l’ipotesi è lì che aspetta, impazientissima.

È inutile anticipare i dettagli, il come, il dove e il quando se non ho fornito ancora il chi o il cosa.  La mente non li ricorderà, se vorrà ricordarli dovrà tornare indietro.

“Pensa: prima il soggetto, poi il verbo, poi… il diluvio di dettagli.”

“La mente che legge comincia a capire una frase solo dopo aver raggiunto il soggetto grammaticale. Poi trattiene il fiato finché non incontra il verbo. Solo allora tira un sospiro di sollievo, pronta a inspirare dettagli, precisazioni e tutte quelle belle cose con le quali gli scrittori accademici amano infarcire i loro periodi.”

Il testo è uno specchio

L’ordine delle parole e delle informazioni deve rispecchiare la mente umana, che va di ipotesi in ipotesi, ognuna una frase, un periodo. E non ama le interruzioni. Dov’è che formula le sue ipotesi su quanto sta per arrivare? Alla fine di un periodo e all’inizio di quello successivo. Ecco perché sono i punti cruciali di un testo, quelli in cui collocare le parole-snodo, i connettivi, o le parole chiave, che riprendono o annunciano la nuova frase. Ecco perché le frasette rituali iniziali sono da evitare. Ecco perché le parole collocate alla fine si imprimono all’attenzione e lasciano una scia luminosa nella memoria. Ecco perché le liste funzionano così bene: perché moltiplicano gli inizi e le fini. Ecco perché è utile ripetere una parola importante all’interno dello stesso testo, meglio se all’inizio: la mente la riconosce subito e la connette con quanto ha già letto.

Che succede dopo?

Se la mente non si ferma e non si affatica, le è più facile formulare ipotesi su quanto segue. Abbiamo tutti esperienza del pensiero che si affaccia sulla frase successiva mentre ancora non abbiamo finito quello che stiamo leggendo. Scrivere chiaro è assecondare questa corsa.

Le ipotesi che formuliamo durante la lettura sono soprattutto di un tipo: quello che segue è l’effetto di quello che ho appena letto. La mente si aspetta che scriviamo le cose nell’ordine in cui succedono nella vita reale. Ecco perché si leggono male periodi come questo: “Unitamente a una copia di un documento di identità valido, la preghiamo di firmare il modulo, previa compilazione dello stesso” (ho volutamente esagerato, ma avete capito: la mente non deve fare su e giù a rimettere insieme i pezzi e ricostruire cosa fare).

Il meccanismo causa-effetto è alla base della lettura, ma anche alla base di ogni storia. Ecco perché funzionano così bene. Ecco perché ogni frase dovrebbe essere concepita come una microstoria. Le storie hanno parole concrete, precise e vivide, escludono il passivo, si fondano sull’azione, cioè sui verbi.

“I verbi attivano i neuroni specchio” ha scritto un copyeditor su Twitter qualche giorno fa. Esagerava? In ogni caso ci aiuta a ricordare che i verbi mettono in scena il nostro teatro mentale, ci fanno vedere ed emozionare, cosa che nessuna pomposa nominalizzazione riesce a fare.

Obiezione!

Se assecondiamo in tutto le aspettative del lettore, se confermiamo ogni sua ipotesi, se gli spianiamo la strada così tanto da farlo arrivare alla fine soddisfatto della propria arte divinatoria, fin troppo sicuro di sé, senza troppi interrogativi, dove finiscono l’effetto benefico del dubbio e l’emozione della sorpresa, delle parole che non ti aspetti?

Primo: se togliamo fatica alla lettura, lasciamo tante energie mentali alla comprensione dei concetti. Più i concetti sono difficili, più è importante assecondare il lettore indovino. Il decano dei nostri linguisti Tullio De Mauro lo spiega benissimo nel suo libro Guida all’uso delle parole a proposito della sintassi:

Frasi brevi e limpide si capiscono bene. La mente del lettore o dell’ascoltatore non è tutta impegnata nello sforzo, a volte disperato, di uscire dall’intrico delle subordinate. La mente del lettore può correre alla sostanza concettuale. E un maggior numero di menti può dedicarsi a questo compito.” 

Secondo: il linguaggio è davvero lo strumento più versatile che ci sia. Possiamo chiedergli e fargli fare qualsiasi cosa, dipende dai nostri obiettivi. Se il nostro obiettivo è la chiarezza – perché il testo serve a fare cose importanti e utili, come scrivere un domanda o studiare – lasciamolo scivolare felice sul testo dall’inizio alla fine, concentrato sul contenuto, confermando le sue aspettative.

Ma potremmo avere tutt’altri obiettivi, e fare tutto il contrario: mettere le parole sottosopra, accostarle nei modi più inaspettati, farle giocare, collidere ed esplodere, giocare sul non detto, opporre parole e spazio, far fermare il lettore a pensare, sorprenderlo con ritmi inconsueti, avvolgerlo in un incanto che sulle prime capisce, fargli vedere cose che non ci sono o che non si aspetta e molto altro ancora. È quello che da sempre fa la poesia.

Salva

Testi naturali e conversevoli

4 Mar

 

L’avevo promesso, ed eccomi qui con le slide del mio intervento a C-Come 2015, insieme al “discorsetto”, una formula che mi sembra sia stata molto gradita.

Il tema era la naturalezza dei testi, tema che mi ha accompagnata per tutto il 2015 e che è stato una delle scoperte più affascinanti degli ultimi tempi.

Naturalezza e felicità

La parola “naturalezza” mi accompagna da parecchio. Nei testi altrui la riconosco all’istante, qualche volta (molto raramente) anche nei miei, e quando succede provo un senso di appagamento, quasi di felicità.

Ma come molte cose che ci danno felicità è una cosa terribilmente sfuggente, per la quale non c’è una ricetta precisa – almeno io non la conosco –. La naturalezza di un testo non la aggiungi alla fine, come un ingrediente. Non la misuri, come puoi fare per esempio con la leggibilità. L’indice della naturalezza non lo ha ancora inventato nessuno.

Un testo finito è sempre un testo letto ad alta voce

La naturalezza è qualcosa che ho sempre inseguito, anche quando non ne ero affatto consapevole, e comunque non la chiamavo affatto così. Sarà che i primi testi professionali li ho scritti per la radio e per alcuni anni ho scritto solo quelli. Testi fatti non per essere letti, ma ascoltati. Dovevano essere naturali per forza. E così cose come il suono, l’armonia, il ritmo hanno fatto parte della mia scrittura fin dall’inizio. Un testo finito per me è sempre un testo ascoltato, letto ad alta voce. Lo faccio persino con i tweet.

La parola “conversazione”

Sarà stato per questo che un pomeriggio del 1999 l’incipit del Cluetrain Manifesto mi fulminò e cominciai a tradurlo come una furia, fino a notte fonda. “I mercati sono conversazioni”, vi ricordate? e giù per altre 94 folgoranti tesi che parlavano di conversazioni, voce e toni di voce. Sembravano cose lontanissime e invece oggi cosa facciamo sui social se non conversare in continuazione per iscritto? E i brand cosa fanno se non continuare a inseguire e ad affinare continuamente il loro tono di voce, per sintonizzarlo su quello delle persone?

Sta di fatto che il termine “conversazione” divenne il mio riferimento, soprattutto quando ho cominciato a scrivere sul blog.

Il blog, la mia palestra

È stato sul blog che ho cominciato a rifletterci di più e a capire cosa chiedevo a un testo naturale: chiedevo che suonasse come una voce che ci parla, che ci facesse quasi dimenticare le lettere, la pagina o lo schermo, per farci trascinare da una voce e immaginare una persona.

Sul blog, che è una impareggiabile palestra di scrittura, ho imparato che un testo naturale costa un sacco di fatica. Quello che si legge in tre minuti a volte si scrive in tre quarti d’ora, persino in tre ore.

Ed è sempre attraverso il blog che mi è arrivata su un piatto d’argento quella parola italiana che inseguivo da anni senza trovarla, il corrispondente dell’inglese conversational, ma molto più espressiva ed elegante.

E arrivò, inaspettata, la “conversevolezza”

Era “conversevolezza”, un regalo che mi ha fatto Silverio Novelli, curatore delle pagine dedicate alla lingua italiana sul sito Treccani. L’ho ringraziato, l’ho subito fatta mia e la semino ai quattro venti sperando che attecchisca.

La conversevolezza, dalla parte di chi scrive, di naturale ha ben poco. Alcune letture degli ultimi tempi mi hanno aiutata a capire perché. Non si tratta di scrittori, ma di scienziati.

A lezione dagli scienziati

La prima – chi mi conosce un po’ lo sa – è Maryanne Wolf, neuroscienziata studiosa della lettura. La prima frase del suo libro più famoso è “Non siamo nati per leggere.” No, non siamo nati per leggere, che rimane tra le operazioni cognitive più faticose. Siamo nati invece per guardare: abbiamo due occhi! E per parlare, o almeno per articolare dei suoni: abbiamo una bocca!

Parlare è naturale, è un istinto, perché l’uomo è un animale sociale.

La capacità di lettura la dobbiamo invece a quell’organo plastico e miracoloso che è il nostro cervello, che si è inventato la scrittura e poi ha combinato visione e linguaggio per permetterci di leggere.

Leggere non è naturale, parlare e vedere invece sì, ed ecco perché i testi naturali – i testi in cui ci sembra di ascoltare una voce che ci parla – sono altamente leggibili, anche se parlano di temi difficilissimi o dei massimi sistemi.

Cosa avrei fatto senza Pinker?

Ne è convinto anche un altro studioso, Steven Pinker, professore di psicologia del linguaggio ad Harvard. Il suo ultimo libro negli Stati Uniti ha scalato le classifiche in pochi giorni: The Sense of Style. In italiano il sottotitolo suona più o meno così: Guida alla scrittura per l’essere pensante nel XXI secolo. Essere pensante: Pinker rivede le classiche regole della scrittura efficace alla luce di tutto quello che negli ultimi decenni abbiamo imparato sulla mente che legge.

Nel libro ci sono tante interessantissime cose, ma è la chiave che mi ha colpita. Questa:

La buona scrittura rende l’azione innaturale di leggere molto simile alle due azioni più naturali che conosciamo: parlare e vedere.

E non si ferma qui:

Scrivere è combinare visione e conversazione. Scrivendo dobbiamo immaginare di vedere nel mondo qualcosa di interessante e portarvi l’attenzione del lettore attraverso le sole parole, cioè gli strumenti della conversazione.

Conversazione, ancora. E tra due interlocutori alla pari:

La chiave è dare per scontato che i tuoi lettori sono intelligenti e raffinati come te. L’unica differenza è che tu sai qualcosa che loro non sanno.

Un rapporto alla pari: è anche una delle chiavi del successo dell’Economist, il primo settimanale economico del mondo. E anche il meglio scritto. Ecco cosa raccomanda a tutti la sua redazione attraverso l’account Twitter Style Guide:

Scrivi come se stessi parlando a un amico intelligente e curioso. Non fare il sostenuto.

Ma come si conversa con chi non vediamo e possiamo forse solo immaginare?

Ecco cosa suggerisce Pinker

  • incipit forte
    l’incipit è fondamentale, sempre, e non parliamo della solita piramide rovesciata; la famosa cosa più importante che deve stare all’inizio può essere anche un dettglio, una cosa misteriosa che spiazza e incuriosisce
  • sintassi geometrica
    non basta infilare quel che abbiamo da dire in modo grammaticalmente impeccabile, ma costruire le frasi e i periodi in modo da svelare un po’ alla volta, far trattenere il fiato, confrontare attraverso le costruzioni parallele, portare il lettore per mano dove vogliamo noi. Il microcosmo del periodo può sortire effetti diversissimi a seconda del suo ordin, della sua geometria, pur dicendo le stesse cose
  • parole precise
    scegliere la parola precisa porta sempre verso un vocabolario ricco e soprattutto verso…
  • … immagini vivide
    popolare la mente di chi legge è il vero obiettivo della scrittura
  • momenti poetici
    potremmo dire l’emozione, che fa parte di ogni scrittura efficace, anche se in alcuni casi in dosi omeopatiche
  • conclusione forte
    ogni testo deve avere il suo suggello.

Il reverse-engineering dei testi

Ma davvero possiamo pianificare tutte queste cose per costruire un testo naturale, che parla a lettore e parlando va verso di lui, o di lei? Se facessimo attenzione a tutte queste cose insieme mentre scriviamo, probabilmente non scriveremmo niente o qualcosa di molto goffo.

Il metodo che ci suggerisce Pinker è un altro:

Si impara individuando, assaporando e analizzando esempi di buoni testi.

In inglese quell’analizzare è reverse-engineering, che rende ancora meglio l’idea, perché significa esaminare un prodotto, scoprirne i dettagli di materiali e costruzione per poterlo riprodurre. Io, un po’ alla buona, l’ho sempre chiamato “lo smontaggio”. Quando incontro un testo che mi sembra riuscito, cerco di capire come è fatta quella macchinetta comunicativa che mi è tanto piaciuta. Poi la metto nella mia collezione di esempi ispiratori.

È vero che leggere tanto è importante per scrivere bene, ma bisogna leggere con consapevolezza o, come raccomanda un docente di scrittura americano che amo molto, bisogna passare i testi che ci piacciono ai raggi X.

Maestri e maestre

Così ho tirato fuori un paio di esempi dalla mia collezione, per far loro una radiografia insieme a voi, un reverse-engineering.

Il primo è di una maestra di noi tutti, che trovo sempre ineguagliabile per precisione e naturalezza, Annamaria Testa (slide 23). Quando la leggo, che sia un librone o un brevissimo messaggio come questo, mi sembra sempre di sentire la sua voce. Ed è questo il segreto dei testi naturali: attraverso la voce vengono verso di noi, non ci costringono ad andare verso di loro e scavarvi dentro per estrarre con fatica le informazioni.

Un altro esempio (slide 24-25). Una newsletter di The Writer, la più famosa agenzia di language consulting al mondo. Se non scrivono bene loro…

Con questo vi faccio vedere due testi in inglese. Lo faccio per due motivi: uno è per sfatare il pregiudizio che l’inglese sia più adatto dell’italiano per scrivere testi diretti e naturali, l’altro è perché tradurre è a volte il modo migliore per smontare un testo e fare il reverse engineeering.

Facile per un’agenzia, direte voi. Bene, adesso vi propongo un testo naturalissimo di una pubblica amministrazione. Siamo di nuovo in Gran Bretagna, ma il nuovo sistema di siti della PA britannica è una vera scuola di scrittura naturale e precisa. La pagina tratta un tema molto prosaico: come risparmiare sul riscaldamento in pieno inverno. È precisissimo, ma immediato, diretto, proprio come se la persona fosse lì davanti (slide 26-27).

Infine vi propongo un esempio di un mio testo, che ho scritto per il sito di un’azienda di allestimenti fieristici che opera tra Italia e Stati Uniti. Non sarà eccellente come quelli che vi ho appena mostrato, ma è un breve testo di cui ero comunque soddisfatta quanto a naturalezza. Il Chi siamo, lo sapete, è sempre un po’ una pizza, quindi ho scelto di raccontare la storia dell’azienda dando voce ai due titolari, l’italiano Fabrizio e la coreana Susan. Il testo è la storia di Susan (slide 28).

Ho scritto questo testo molto di getto, ma l’ho limato a lungo. E qui vorrei dirvi come scrivo io un testo che desidero il più possibile naturale. Non è IL metodo, ma solo il mio. Con me funziona.

Metodo Luisa

Fase 1
Mi documento tantissimo, cerco, leggo, faccio mappe e scalette, se posso ascolto, come nel caso di Susan. Lei ha raccontato la sua storia per mezz’ora e io ne ho ricavato quelle poche righe. Ma ascoltarla a lungo mi ha permesso di catturare qualcosa di lei, lo spirito con cui lavora.

Fase 2
Mi lascio andare alla scrittura, corro a perdifiato. Una volta che ho trovato il ritmo e la voce, li inseguo e cerco di fermarmi a rivedere e correggere il meno possibile, non torno mai indietro. Non è sempre stato così, ma con gli anni ho imparato a fidarmi della scrittrice interiore, quella che c’è in ognuno di noi, è capace di lavorare un bel po’ per conto suo. Bisogna lasciarle briglia sciolta, aver fiducia e lasciarsi guidare. La vera autrice dei testi naturali è lei. Naturalmente lavora bene solo se l’abbiamo ben nutrita e corroborata con un’accuratissima preparazione nella fase 1.

Fase 3
Qui entra in gioco tutto il gusto e il lusso della scrittura. Scrivere ci concede infatti il lusso che manca alla conversazione: il tempo. Possiamo tornare indietro a riformulare le nostre frasi, facendo attenzione alla sintassi e alla sensualità del testo. Possiamo spostare anche minimi dettagli. Limare. Cercare una parola più appropriata. A volte possiamo farlo per giorni. Una cosa impossibile quando ci esprimiamo in maniera estemporanea – parlando o scrivendo. Paradossalmente, il testo suona naturale e armonioso, come l’eco delle nostre vere voci, proprio quando ci si è tanto lavorato. In questo caso, il testo diventa la versione migliore della nostra voce. Nessuno vedrà il nostro messy work, come scrive Pinker, e il nostro obiettivo è proprio questo. D’altra parte, anche in questo, non abbiamo inventato nulla:

Ars est celare artem, l’arte è celare l’arte.

Il futuro è dei testi naturali e conversevoli

Abbiamo infine altri due motivi per affinare le nostre arti di copy conversevoli, che riguardano il nostro futuro immediato.

Scriveremo sempre più testi da pronunciare e ascoltare: video e podcast audio. Abbiamo idea di quanta sapiente scrittura ci sia dietro un ottimo video di soli due minuti?

Il web semantico: conteranno sempre meno le singole parole, sempre più le relazioni tra le parole, cioè la tessitura che sapremo dar loro. E qui mi taccio io e lascio la parola a un esperto vero (slide 34).

Insomma, ne possiamo star certi, il futuro è dei testi naturali e conversevoli. E di chi saprà scriverli.

Il ritorno dello slow reading

9 Apr

La sera dopo il primo tentativo, ha riaperto il libro di Hesse, mettendo un po’ di distanza, sia spaziale che temporale, tra lei e lo schermo del suo computer. «Ho messo tutto da parte. Mi sono detta: “lo devo fare”. La prima sera è stato difficile e anche la seconda sera non è stato affatto facile. Ci ho messo due settimane, ma alla fine mi sono riabituata a leggere e mi sono goduta il libro fino alla fine».

E poi lo ha letto di nuovo. «Volevo apprezzare questo modo di leggere e quando ci sono riuscita è stato come guarire. Ho ritrovato la mia capacità di andare lentamente, gustare quel che leggo e pensare».

Un paio di post fa parlavo della mia rieducazione alla lettura lenta. E stamattina leggo che Maryanne Wolf ha fatto la stessa cosa. Lo racconta in un bell’articolo sul Washington Post, Serious reading takes a hit from online scanning and skimming, researchers say, tradotto oggi da Il Post con il titolo Non leggiamo più come un tempo.

Maryanne Wolf è una meravigliosa scienziata, studiosa del cervello e della lettura, capace di parlare veramente a tutti. Dall’articolo apprendo che sta scrivendo un altro libro. Ne sono felice perché Proust e il calamaro è stato una lettura decisiva per me e gli dedicai un post appena chiuso il libro: Continuare a danzare con i testi.

Troppo semplici per un mondo complesso?

26 Nov

Va assolutamente letto lo speciale di apertura della Lettura del Corriere della Sera di ieri, dedicato ai Nuovi analfabeti.
Per capire, al di là degli allarmismi e della colpevolizzazione di rete e tablet ormai di rito, in quali contesti la semplificazione del linguaggio è d’obbligo e in quali invece può essere piena di insidie.
Che siate comunicatori pubblici, editor aziendali o insegnanti, e questi temi vi interessano, vi raccomando la lettura di un libro illuminante: Proust e il calamaro, di Maryanne Wolf, di cui non dimentico mai questo brano:

Dobbiamo insegnare ai nostri bambini a essere bitestuali o multitestuali, cioè capaci di leggere e analizzare i testi in modo flessibile in modi diversi, con istruzioni più ponderate, a ogni stadio di sviluppo, sugli aspetti inferenziali, impegnativi, di ogni testo. Insegnare ai bambini a scoprire il mondo invisibile che si nasconde nelle parole scritte… Temo che molti nostri figli rischino di diventare proprio ciò da cui Socrate ci aveva messi in guardia – una società di decodificatori di informazioni, la cui falsa impressione di conoscenza li distrae dall’impegnarsi a valorizzare fino in fondo il loro potenziale intellettuale. Ma non è detto che avvenga, se li istruiremo bene.

Se li istruiremo bene, appunto.

Sul MdS leggi anche:

Alzare l’asticella dei concetti, abbassare quella del linguaggio

E su questo blog:

Non farmi rileggere!

Sintassi più semplice, lessico più ricco

Salva

Continuare a danzare con i testi

27 Set

Ieri, mentre tornavo a Roma dopo la Reunion del Mastercom di San Marino, in treno ho finito di leggere Proust e il calamaro.
Un libro strano, perché è come se ce ne fossero due dentro. Uno me lo sono divorato, l’altro l’ho praticamente saltato.
Quello che ho divorato è scritto dalla Maryanne Wolf lettrice appassionata, storica della lettura e mamma premurosa (dei figli suoi e di tutti i bambini alle prese con i libri). Quello che ho saltato è scritto dalla Maryanne Wolf neuroscienziata. Nei meandri del cervello mi sono proprio persa.

Il libro che ho letto io corre sul binario parallelo dell’apprendimento della scrittura da parte dell’umanità e dell’apprendimento della lettura da parte di ogni bambino.

“Non siamo nati per leggere” è la prima frase di questo libro, che racconta dal di dentro cosa succede quando leggiamo (e anche cosa succede quando non leggiamo).
Siamo programmati per vedere e per parlare, ma la lettura non ha niente di naturale, è una conquista. La conquista più faticosa ma anche più preziosa, perché innesca un cambiamento infinito di noi stessi: più parole conosciamo e impariamo a leggere, più concetti riusciamo a esprimere, più riusciamo a dialogare interiormente e con i più grandi autori e pensatori di ogni tempo, più raffinata si fa la nostra espressione, più… più… ma tutto comincia con un gesto semplicissimo: un adulto che si prende un bambino in braccio e comincia a leggergli una storia da un libro.

“Abbandonarci a questa danza con i testi ha, in ogni fase della nostra vita di lettori, il potenziale di trasformarci.”

Eppure Socrate, nell’Atene a cavallo tra il V e il IV secolo, questa conquista la avversò come potè: nello scambio tra la potenza della memoria individuale dell’epoca dell’oralità e quella della memoria collettiva della nuova era della scrittura pensava ci fossero troppe cose da perdere. Il valore dell’apprendimento menmonico, l’interiorizzazione individuale del sapere, il suo perfezionamento attraverso il dialogo.

Alle obiezioni di Socrate nei confronti della scrittura è dedicato uno dei capitoli più belli del libro, perché noi ci troviamo su un crinale molto simile, il passaggio dalla cultura scritta a quella digitale e visiva. La Wolf si domanda cosa dovremmo assolutamente portare con noi del “cervello che legge” perché la prossima transizione sia un arricchimento  e soprattutto conservi il “cuore del processo della lettura”: andare al di là del testo, per conoscere meglio se stessi, gli altri, il mondo nel tempo della lettura, cioè il “tempo per pensare a sé”.

“Dobbiamo insegnare ai nostri bambini a essere bitestuali o multitestuali, cioè capaci di leggere e analizzare i testi in modo flessibile in modi diversi, con istruzioni più ponderate, a ogni stadio di sviluppo, sugli aspetti inferenziali, impegnativi, di ogni testo. Insegnare ai bambini a scoprire il mondo invisibile che si nasconde nelle parole scritte… Temo che molti nostri figli rischino di diventare proprio ciò da cui Socrate ci aveva messi in guardia – una società di decodificatori di informazioni, la cui falsa impressione di conoscenza li distrae dall’impegnarsi a valorizzare fino in fondo il loro potenziale intellettuale. Ma non è detto che avvenga, se li istruiremo bene.”

Salva

Salva