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L’arte fecondata dalle parole

21 Gen

La battaglia di Roncisvalle, c. 1475-1500

[Questa settimana ho visto una mostra straordinaria, in cui le parole giocano un ruolo decisivo. Se sono riuscita a ritagliare una mattina ferrarese all’interno della mia trasferta lavorativa lo devo a mio fratello Giovanni, che me ne aveva parlato con entusiasmo. Aveva ragione, per cui questa volta lascio la parola a lui, che come ideatore e curatore di mostre vi sa raccontare meglio di me perché questa è così speciale.]

Diventare testimoni di un miracolo nella comunicazione del nostro patrimonio culturale non è difficile. Basta visitare la mostra Orlando Furioso 500 Anni a Palazzo dei Diamanti, a Ferrara.

Il miracolo consiste nel trasformare un noioso ricordo dei tempi della scuola in un’esperienza culturale straordinaria. Peccato esserci stati quando la mostra era quasi in chiusura. Ma la sua lezione sull’uso delle parole, e soprattutto per chi le usa o le dovrebbe usare per far parlare il nostro patrimonio culturale, è senza prezzo.

Anonimo portoghese Carta del Cantino, 1501-02

Prima idea geniale: anziché concentrarsi sull’opera letteraria, la mostra cerca di farci condividere l’immaginario di Ludovico Ariosto. Da qui il suo sottotitolo: “Che cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Ma come si può condividere l’immaginario di un uomo di cinquecento anni fa, che viveva in un mondo così diverso ed era immerso in una cultura così lontana?

Seconda idea geniale: facendoci vedere quello che Ariosto ha visto, con gli occhi bene aperti, e che ha nutrito il suo immaginario. Da questo punto di vista, la mostra è anzi una festa continua per gli occhi: Leonardo, Raffaello, Sebastiano del Piombo, Botticelli, Mantegna, ma anche il corno di Orlando (o almeno quello creduto tale per secoli), la spada di Francesco I, il più antico cimiero da giostra completo giunti fino a noi, prime edizioni rarissime, la prima carta geografica che rappresenta il Nuovo Mondo appena scoperto.

Ma è la terza idea la più geniale di tutte: un tessuto di parole capaci di usare quelle opere d’arte e quegli oggetti per farci entrare nel mondo di Ariosto, sotto forma della più semplice, ma più intelligente delle audioguide. Non un’audioguida fancy, come quelle delle grandi mostre inglesi, a più voci, con la musica e gli effetti, ma il racconto filato per cinquanta minuti di uno dei curatori, Guido Beltramini, che come farebbe un amico colto, in modo personale ma mai paternatistico, ci accompagna passo passo, da un exhibit all’altro della mostra, facendoli parlare uno per uno. Se volete ascoltarlo, potete scaricare l’audioguida dal sito di Palazzo dei Diamanti.

Paolo Uccello San Giorgio e il drago, c. 1440

Paolo Uccello San Giorgio e il drago, c. 1440

La piccola rivoluzione copernicana della mostra è quella di non parlare delle opere d’arte e degli oggetti, se non per dirci che cosa stiamo vedendo insieme a qualche notizia capace di esaltarne il valore, ma di usarli per raccontare qualcosa di diverso o di più grande. Dall’uso dell’arte come strumento del potere nelle corti rinascimentali al passaggio dal mondo medievale a quello moderno, dalle influenze della mitologia classica nella cultura di Ariosto alla struttura di un genere letterario la cui più recente incarnazione sono le soap opera televisive.

In altre parole, il curatore non usa le parole per cercare di farci diventare dei piccoli esperti di questa o quell’opera, ma per costruire un grande racconto nel quale le opere d’arte – con la loro bellezza e il loro carisma – sono dei punti di appoggio e di partenza per la nostra immaginazione, appunto come lo furono per Ludovico Ariosto.

Olifante detto “Corno d’Orlando”, circa XI secolo

E davvero le parole riescono a “fecondare” le opere d’arte e gli altri oggetti raccolti, per far nascere dentro di noi qualcosa di nuovo e di diverso, e che è molto più importante di loro. Il curatore infatti è riuscito a liberarsi di ogni curiosità “antiquaria” per tirare fuori da ogni opera un significato più profondo e più rilevante per lo scopo che si era dato: entrare e farci entrare nell’immaginario di Ludovico Ariosto.

Nel suo racconto, Guido Beltramini vola alto, a volte altissimo, entrando a volte in questioni specifiche e sottili, ma riesce sempre a parlare a tutti, portando per mano a passeggiare nel mondo di Ariosto anche chi al liceo non è mai stato, e che forse di quel tempo e di quella storia non sa quasi nulla, dimostrando che la cultura – quella vera – può essere condivisa con tutti. Basta saperlo fare, e soprattutto volerlo fare. Ce lo rivelano le sue parole mai venate di condiscendenza o di snobismo, nelle quali cogliamo innanzitutto un grande rispetto per il visitatore.

Per una volta, possiamo davvero dire che una mostra non si è limitata a meravigliare – come le mostre blockbuster costruite esclusivamente intorno al nome di una celebrità artistica – ma ha davvero prodotto e diffuso cultura. Su un tema, per di più, contro il quale pensavamo che la scuola ci avesse vaccinato per sempre.

Giovanni Carrada

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L’uomo che fa parlare gli oggetti

Gianni Berengo Gardin, un italiano vero

27 Ago

Dietro ogni stampa fotografica di Gianni Berengo Gardin c’è un timbro verde con la scritta “Fotografia vera”. È anche il titolo della mostra che si chiude domani al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

E “vero” sembra proprio l’aggettivo più adatto per il fotografo e le sue foto. Vero l’uomo dietro la Leica, vero il suo racconto dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, profondamente veri e autentici la passione per la fotografia e per le persone tutte.

Il fotografo si avvicina ai novanta e ha la macchina fotografica in mano da sempre: durante la guerra i tedeschi sequestravano le macchine, ma il ragazzino incosciente se ne fregava del divieto e se ne andava in giro a fotografare. Da allora non la molla mai, per lui le vacanze non esistono perché il suo lavoro coincide con la sua passione.

Da ragazzo, la sua Venezia lo incanta e la fotografa come farebbe un pittore, liricamente. Ma è il trasferimento a Milano a metterlo a contatto diretto con il mondo della fabbrica e con le due durezze. Comincia a fotografare le persone che lavorano: gli operai alla catena di montaggio o sospesi sulle impalcature, i tramvieri nei depositi, i ferrovieri affacciati ai finestrini.

Il fotografo Gianni è discreto, rispettoso e molto paziente. Renzo Piano racconta che per scattare la foto di cantiere qui sopra rimase fermo immobile per dieci minuti. Alla fine scattò, si voltò verso di lui e disse: “Fatto!”. Fermo, ma dopo aver trovato il “suo” punto:

“Quando fotografo amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Se devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dove e come è fatto il paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è questo; si tratta di seguire un percorso logico, semplice, capace di rivelare un paese, una città, una nazione. E così conoscere l’uomo.”

Con questo muoversi, nascondersi e fermarsi riesce a cogliere istantanee compositive che ci lasciano immaginare intere storie, come nella prossima foto, colta nel gioco di aperture e di specchi di un vaporetto veneziano. Sembra un quadro di Magritte, ma nessuno è in posa, sono la mente e l’occhio del fotografo a fermare l’attimo di un possibile racconto:

“Volevo essere artista: le belle fotografie. Ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che in fondo non mi interessava più diventare artista ma giornalista. Se prima per me la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore: uno strumento per raccontare cose.”

Racconta l’Italia del boom, l’Italia contadina e anche l’Italia che non vuol vedere. Offre il suo occhio a Franco Basaglia, impegnato nella battaglia per la chiusura dei manicomi. Dietro quelle mura e quelle grate ci va in punta di piedi e ci rimane a lungo. Rivela le atrocità, le sofferenze, ma anche meravigliosi e resistenti barlumi di individualità nei volti che decidono di guardare con fiducia verso la macchina fotografica.

Gianni Berengo Gardin ha fotografato sempre e solo in bianco e nero. “L’emozione di un bianco nero così particolare che sembra trasformarsi in un colore sconosciuto.” ha scritto Carlo Verdone commentando una fotografia in mostra.

“Nasco col cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come lo scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello.”

Sebastião Salgado definisce Berengo Gardin “il fotografo dell’uomo”. Anche nel suo ultimo libro, che denuncia il passaggio delle grandi navi nella sempre più fragile Venezia, l’uomo c’è sempre. Minuscolo, o solo mentre si avvia nella calle incontro a un destino misterioso.

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Alphonse Mucha, generoso e fortunato bohémien

31 Lug

Alphonse Mucha, Manifesto per la tipografia Champenois, 1897.

Credevo di avere una certa confidenza con l’artista cecoslovacco Alphonse Mucha, se non altro perché ho ospitato per anni nella mia camera di bambina e di ragazza il suo manifesto che apre questo post. E invece la mostra che gli dedica il Vittoriano a Roma fino all’11 settembre mi ha rivelato un artista sfaccettatissimo ben oltre i celeberrimi manifesti, una persona di straordinaria generosità, una vita vissuta con pienezza e consapevolezza rare.

Un bambino prodigio, il piccolo Alphonse, che impara a disegnare prima ancora che a camminare e già adolescente ha ben chiaro cosa vuole fare: diventare un artista. Dopo aver studiato a Vienna, capitale dell’impero, la meta è Parigi dove i giovani come lui, poveri di mezzi e ricchi di talento, danno vita a un termine destinato a grande fortuna: bohémien, dalla loro terra d’origine.

Alphonse Mucha, Ritratto della moglie Marushka, 1905.

Povero di mezzi Alphonse lo rimane per pochissimo tempo. È baldanzoso e fortunato: dopo aver incontrato e sposato la sua giovane musa, un’altra donna incrocia la sua strada, Sarah Bernhardt, l’attrice più famosa del suo tempo. Le basterà dare un’occhiata al bozzetto che Mucha ha dedicato al suo spettacolo, Gismonda, per ingaggiarlo per ben sei anni: manifesti, scenografie, inviti… tutto il mondo teatrale parigino sarà firmato Mucha, che trasloca in uno studio più grande, arredato nello stile che furoreggia e che anche lui contribuisce a creare: l’art nouveau.

Arte nuova sì, arte che coinvolge ogni dettaglio della vita quotidiana, ma che per Mucha si nutre di una profondissima cultura figurativa. È entusiasmante scovare in ogni sua opera il riferimento, trasfigurato, a un artista del passato: Sarah campeggia sui muri di Parigi in un formato lungo e stretto e con una palma in mano, proprio come una santa martire in una sacra conversazione rinascimentale, oppure sfodera una lunghissima chioma bionda, che ha i ritmi della Venere botticelliana; suo figlio Jiri sfodera una consapevolezza e una posa da artista rinascimentale; e i suoi profili tondi… come non pensare a Piero della Francesca?

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti di Gismonda di Mucha (1894). Santa Giustina nel polittico di San Luca di Andrea Mantegna (1453-55).

 

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti della Samaritana di Mucha (1897). La Nascita di Venere di Botticelli (1482-85 circa).

 

Alphonse Mucha, Ritratto del figlio Jiri, 1925.

 

Il ritratto di Battista Sforza di Piero della Francesca (1472 circa). Zodiaco di Mucha (1896).

I passanti, gli appassionati di teatro o i visitatori del padiglione austriaco all’esposizione universale del 1900 non si accorgono di questi richiami profondi, ma sono stregati dalle sue donne avvolte di panneggi, piante, fiori e stelle. Quasi nude a volte, ma una sensualità strana, un po’ raggelata nei colori metallici, nelle geometrie bizantine.

Alphonse Mucha, La stella del mattino, 1902.

Alphonse piace, piace a tutti. Agli artisti ombrosi come Gauguin, che trovano in lui un amico generoso, ma anche ai consumatori: le sue campagne pubblicitarie per aziende di biciclette, dolci e biscotti, champagne, saponi e profumi, accompagnano l’epoca delle esposizioni universali e dei grandi magazzini. Per lo stampatore Champenois disegna anche il calendario aziendale.

Alphonse Mucha, manifesto per l’azienda britannica Cycla Perfecta (1890).

Alphonse è felice e instancabile, si dedica a tutte le tecniche: la litografia a colori dei manifesti, il disegno per i quaderni di elementi decorativi di ispirazione per gli artigiani, l’olio per i ritratti, l’acquerello e il carboncino per gli schizzi e i bozzetti di affreschi e vetrate, la fotografia che documenta la sua opera e la sua vita, ma soprattutto i magnifici gioielli. Li disegna per l’amatissima moglie, poi per il gioielliere più famoso di Parigi, Fouquet, che arriverà a commissionargli l’intero arredamento del suo negozio.

Il regalo di nozze di Mucha alla moglie (1906).

Alphonse è felice, instancabile e generoso. Alla fine della prima guerra mondiale finisce l’impero austroungarico e la Cecoslovacchia diventa indipendente. Lui si mette a completa disposizione del suo paese: disegna le prime monete e i primi francobolli, realizza vetrate e affresca importanti edifici pubblici. Ma vuole fare ancora di più: realizzare l’epopea slava, venti grandi tele da regalare alla città di Praga. Ci vogliono molti soldi e lui va in America a cercarli; glieli darà il ricchissimo industriale e mecenate Charles Richard Crane.

Torna in Boemia, compra un castello e si mette all’opera: le foto ce lo mostrano con il camice bianco sotto il quale si intravedono sempre giacca e cravatta. È in questo periodo che si avvicina al sogno della pace universale della massoneria e alla filosofia mistica di August Strindberg: dalla pace per tutti i popoli slavi alla pace per tutti. Il suo ultimo grande progetto è un trittico di cui abbiamo solo i bozzetti, dedicato alle tre future età dell’amore, della  saggezza e della ragione.

L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, ma costruire, collegare. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci.

Il sogno della pace e della comprensione tra i popoli si infrange nell’aprile del 1938, quando i nazisti occupano la Cecoslovacchia. Mucha è tra i primi a essere interrogati. Sarà rilasciato, ma riuscirà a sopravvivere ai suoi sogni soltanto tre mesi. Le venti tele dell’epopea slava, invece, sopravvivono al nazismo e alla guerra, arrotolate e nascoste per quindici anni, fino al 1960.

Online, il posto più bello per scoprire Mucha: Mucha Foundation.

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Giotto e il naturalese

18 Ott

Giotto, Polittico di Badia, 1300 c.

“Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno.”

Questa famosissima frase che Cennino Cennini scrisse sul suo Libro d’arte alla fine del Trecento è riportata in tutti i libri di storia dell’arte, e con ragione. Due righe che dicono tutto sulla rivoluzione che in pochi decenni sconvolge l’arte occidentale e apre l’età moderna. È citata anche nella bellissima mostra Giotto, l’Italia ospitata al Palazzo Reale di Milano fino al 10 gennaio 2016.

Bellissima perché ci sono le opere su tavola, tra cui i grandi polittici. Alcuni, quelli che sono stati portati nelle sale di Palazzo Reale dalle chiese, di solito si possono vedere, ma lontanissimi e da un lato solo. Cogli la composizione, i bagliori dell’oro, ma non i dettagli. Invece Giotto va visto proprio così, da vicino vicino. Perché ogni personaggio è diverso dall’altro, anzi è una persona, unica e inconfonfondibile, anche se è un angelo tra decine di angeli.

Sono persone anche i santi e soprattutto le madonne con il bambino. Madonne? Prima di tutto mamme, tenerissime con i loro bambini prima di tutto bambini. E lo vedi dalle manine che si infilano nella scollatura della mamma e la tirano verso di sé. E dalle mani della mamma, che accolgono schiene e sederini veri e pesanti. Non c’è niente di più umano e più vero dei giochi degli occhi e delle mani di Giotto.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305.

Questa verità incanta noi moderni, ma per i contemporanei era qualcosa di mai visto. Su Giotto pesavano secoli di pittura bizantina, durante i quali gli artisti avevano rappresentato santi e madonne fermi e immobili, stagliati su un fondo dorato che li isolava dal mondo degli uomini. Figure dipinte sempre secondo gli stessi schemi, con piccole varianti introdotte di tanto in tanto, senza confronto con la realtà. Da questi limbi dorati la storia era esclusa, e con essa il paesaggio, i sentimenti e la quotidianità dell’uomo. Giotto riporta nella pittura umanità, storia e natura. Il cinguettìo degli uccellini, il canto a squarciagola, un bacio vero e amoroso tra coniugi.

In questo sta il suo “tradurre dal greco al latino e ridurre al moderno”. Perché, allora nell’audioguida e nei pannelli – pur ben fatti nei contenuti – ci dobbiamo sorbire un linguaggio artificiale, falsamente aulico, pomposo, così lontano dalla modernità e dalla naturalezza del linguaggio giottesco? Non solo la sintassi involuta da libro stampato, ma “dinanzi! invece di “davanti” e poi “capacità somma”, “il successo da lui ottenuto”, “l’arcadica popolazione”, la “scelta del tutto inusitata”. La mostra era piena di ragazzi, e meno male. Sarà per strizzare l’occhio ai più giovani che nei pannelli fanno capolino un anglosassone “brainstorming” con i committenti e un “vero e proprio specimen”?

Quanto sarebbe stato più bello e godibile ascoltare e leggere dell’arte di Giotto in un contemporaneo, semplice e preciso naturalese! Che ci vuole? Ci vuole coraggio, ecco che ci vuole. Distogliere lo sguardo dall’accademia e dalla tradizione e puntarlo sulle persone. Proprio come Giotto.

Giotto, Polittico Baroncelli, 1328 c.

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Leonardo, Verrocchio e i segreti delle due dame

16 Mag

La mostra Leonardo 1452-1519, che ho visitato qualche giorno fa al Palazzo Reale di Milano è grandiosa ed emozionante. Certo, la user experience  nel suo complesso non è proprio il forte delle mostre di Palazzo Reale, con fin troppi pannelli da leggere, ma le opere sono tantissime e l’audioguida è un bel racconto, preciso, concepito davvero per l’ascolto.

Anche chi conosce bene Leonardo vi scoprirà molte cose che non sapeva, ma è il taglio della mostra a essere davvero interessante: il disegno di Leonardo come lo strumento di indagine dell’uomo e della natura e Leonardo sì come genio ma un genio pienamente collocato nel suo tempo.

Se trovarsi a tu per tu con i disegni e i codici di Leonardo emoziona (mai ne ho visti così tanti, tutti insieme!), il confronto continuo con i contemporanei fa capire meglio come nascono le soluzioni geniali di Leonardo pittore, scultore, architetto, inventore e scienziato. Insieme a lui ci sono Botticelli, Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, i suoi allievi di bottega, Francesco di Giorgio Martini, Filarete e alla fine, anche Andy Wahrol, Duchamps e un meraviglioso Corot. Ma soprattutto c’è il suo maestro, Andrea Verrocchio.

Andrea Verrocchio. Donna con mazzolino di fiori.

Leonardo da Vinci. La belle Ferronière.

Andrea Verrocchio aveva una delle botteghe più fiorenti della Firenze del secondo quattrocento, piena di aiuti e allievi, tra cui il giovanissimo Leonardo. Un racconto di Giorgio Vasari, ricordato in tutti i libri di storia dell’arte, vede l’allievo superare il maestro in un dipinto che rappresenta il battesimo di Cristo: l’angelo di lato, bellissimo, spiccherebbe su tutto grazie alla mano del giovane Leonardo. “Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui.”

La mostra mette vicino due capolavori dei due artisti in un confronto che mi ha veramente stregata, talmente è fitto di rimandi, riflessi e opposizioni sottili. Entrambi sono ritratti di donna. Ignota quella di Verrocchio, incerta quella di Leonardo, che però nella tradizione prende il nome della giovane amante del re di Francia Francesco I.

I due sembrano essersi scambiate le parti. Lo scultore orafo Andrea Verrocchio tratta il marmo con una morbidezza palpitante tutta leonardesca: la tunica è leggerissima, un velo che si increspa in mille pieghe come nei disegni di Leonardo, che studiava instancabilmente i panneggi su tele di lino. Leonardo, invece, realizza il più scultoreo dei suoi dipinti: contorni netti e un vestito che sembra cesellato da un orafo.

Il fulcro della scultura sono le mani, sensibili e vibranti, che stringono al petto un mazzolino di fiori; gli occhi della dama sono due mandorle vuote, come un volto di Modigliani. Nel dipinto, invece, la bella Ferronière nasconde le mani sotto la balaustra ed è tutta occhi. Guarda intensamente, in direzione di qualcosa o qualcuno che non vediamo e invano cercheremo di incontrare i suoi occhi. Si volgono all’improvviso, volitivi e decisi, come il suo busto, aprendo uno squarcio sull’anima: per Leonardo atteggiamenti, movimenti e sguardi delle persone ritratte erano sempre “moti della mente loro”. Ma moti misteriosi, come quelli di questi occhi o del sorriso della Gioconda.

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