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Le promesse di Robinson

27 Nov

Sono andata all’edicola di buon’ora, stamattina, molto curiosa di Robinson, il nuovo inserto culturale di Repubblica. Curiosa soprattutto perché ho una stima sconfinata, come giornalista e come persona, del direttore Mario Calabresi e poi volevo vedere se e come avesse mantenuto la promessa fatta ai lettori nella sua prima riunione di redazione: non fare un giornale monumentale e quindi illegibile, non inseguire tutto a tutti i costi, avere il coraggio e prendersi la responsabilità di scegliere.

Ho provato una strana sensazione quando ho avuto il giornale in mano – e non solo perché non sono ormai più abituata al giornale di carta. Avevo davanti qualcosa di molto semplice, semplicissimo, eppure di molto diverso dagli inserti “culturali” cui sono abituata. Qualcosa di molto vicino al web, ma non nel senso della frammentazione, del trionfo di boxini e infografiche.

Ho cominciato a leggere e dopo un po’ ho messo a fuoco alcune cose:

  • c’è tanto spazio bianco, ma tanto, e questo fa molto schermo e poco carta
  • ampi soprattutto i margini laterali, che danno una sensazione di ariosità, di agio e riposo
  • gli articoli principali hanno il corpo del carattere più grande di quanto ci si aspetti in un giornale, e questo li rende molto leggibili
  • non so quali siano le font usate, ma c’è un grande equilibrio tra quelle con le grazie in cui sono scritti titoli e testo degli articoli discorsivi e quelle senza grazie dei titoli delle rubrichette
  • le immagini sono belle, bellissime, capaci di arrivare davvero a tutti, come nella splendida pagina centrale, che ci mette alle spalle della poetessa.

Fin qui il primo impatto visivo, che mi ha dato un senso di familiarità e di facile leggibilità. Ho letto tutto in un’oretta, piacevolmente, senza quella sensazione di dover mettere l’inserto da parte per la lettura da scaglionare durante la settimana.

Gli articoli principali hanno un taglio diverso sia dalla precedente Domenica di Repubblica, sia dal classico inserto culturale di un quotidiano. Un taglio che accomuna tutti i pezzi – di autori decisamente diversi quali Baricco, Bartezzaghi, Saviano, Mazzucco – e che mi è parso molto ispirato allo stile piano, discreto, di racconto che è proprio di Calabresi. Nessuno fa sfoggio di supercultura, non c’è “critichese”, né si danno troppe cose per scontate quando si presenta un autore, anzi. Vi ho letto un grande rispetto per il lettore, che non è tenuto a sapere tutto; questo mi ha ricordato un tweet memorabile dei copyeditor dell’Economist: “Scrivi come se stessi parlando a un amico, curioso e intelligente. Non fare il borioso”. Nemmeno Saviano e Baricco fanno i boriosi, il primo parlando della poesia ai tempi di internet, il secondo della fascinazione di una mappa medievale conservata in una chiesa tra l’Inghilterra e il Galles.

La “storia” più lunga, quella centrale dedicata a Wisława Szymborska, ci porta a Cracovia e ci fa conoscere il lato più passionale della poetessa, tra cimiteri, minuscoli appartamenti, cartoline in cui si intrecciano versi, quotidianità e parole d’amore. Bellissima, anche se il “cambio di voce” l’ho sentito soprattutto nel ritratto di Albertine Sarrazin, scrittrice geniale e sfortunata che non conoscevo: la semplicità, la precisione e l’empatia del racconto li ho sentiti davvero “amicali”, senza traccia di spocchia intellettuale da terza pagina.

Il lavoro giornalistico di selezione, curation e tono di voce mi è sembrato accuratissimo e la promessa del direttore mantenuta. Posso solo augurare a Robinson di continuare così.

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A occhi aperti

1 Apr

Paul Fusco, RFK Funeral Train, 1968

Il nuovo libro di Mario Calabresi mi ha veramente emozionata. Il direttore della Stampa ci sorprende con un tema inaspettato che però – ce lo dice nell’ultima pagina – è una sua passione fin da ragazzino: la fotografia.

A occhi aperti è una galleria di ritratti e di storie: dieci grandi fotografi raccontano il mondo negli ultimi cinquant’anni e soprattutto la passione della loro vita. Quella passione che ti porta necessariamente vicino, a stretto contatto con le cose. “Se le tue foto non sono abbastanza buone significa che non sei abbastanza vicino” era l’imperativo di Robert Capa.
Al di là della bellezza e dell’emozione delle foto, credo che la cosa che mi ha inchiodata a questo libro sia proprio quell’andare diretto verso le cose e le persone, quell’osservarle per ore o per giorni prima di scattare e cogliere istanti che non dimenticheremo più.

Steve McCurry si immerse per giorni interi nelle acque fetide dei fiumi indiani pur di raccontare la devastazione dei monsoni; ne usciva con le gambe piagate e con foto che coglievano l’ironia e la bellezza anche in quei disastri.
Il praghese Josef Koudelka credette a uno scherzo quando un’amica gli telefonò per dirgli che i russi stavano entrando in città, ma poi afferrò la macchina fotografica e trascorse giorni e giorni per la strada nascondendo i rullini dove poteva; passarono vent’anni di esilio prima che potessimo associare il suo nome alle più famose foto in bianco e nero della primavera di Praga.
Paul Fusco aveva il sogno di fotografare Robert Kennedy; non ci riuscì, ma riuscì a salire sul treno che trasportava il suo feretro da New York a Washington, con l’ordine di non muoversi dallo scompartimento; allora si piazzò al finestrino e in otto ore documentò in duemila foto il dolore di una nazione che si era raccolta lungo i binari per dare l’ultimo omaggio al suo “Bobby”.
Sabastião Salgado, dopo decenni di lavoro sugli ultimi della terra, stava per perdere la speranza e quasi la ragione. La pace gliela ha restituita il progetto Genesi, alla ricerca dei luoghi ancora incontaminati del pianeta.

Foto e storytelling riempiono il nostro quotidiano digitale. Nei discorsi e nelle buone intenzioni, fin troppo. La lettura di questo libro mi ha riportata a una visione quasi epica delle immagini e delle storie. Ha squarciato il velo della superficialità e approfondito la dimensione del tempo. Raccontare, in immagini o in parole, è prima di tutto una questione di studio, di attesa, di ascolto, di sguardo, di empatia e di luce.

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Per riaccendere i sogni

11 Set

Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi non ha nulla dell’intensità struggente di Spingendo la notte più in là, né della scrittura raffinata di La fortuna non esiste, ma siccome il direttore della Stampa è bravo giornalista e uomo curioso e sincero il risultato è dignitoso.
L’unica novità è che stavolta i resilienti coraggiosi e sognatori non sono il bambino afghano o la soldatessa reduce dall’Iraq, ma tutte persone più o meno normali di casa nostra. Quindi non dovrebbe essere tanto difficile prendere il medico, l’astrofisico, i gelatai, l’informatico cresciuto tra le montagne, e portarli nelle nostre scuole a raccontare le loro belle storie in un tour di incoraggiamento ed educazione al sogno.
Perché Steve Jobs con il suo “Siate affamati, siate folli” è sicuramente esaltante, ma forse un esempio troppo alto e troppo lontano.

Resilienti

19 Giu

Prima di comprare un libro, oggi faccio sempre una visita alle recensioni di IBS e di Anobii.
Su IBS il nuovo libro di Mario Calabresi, La fortuna non esiste, ha tutte recensioni al massimo, 5/5. Caso davvero raro.
Ho quindi inserito anche questo libro nel mio carrello.

Avevo già letto Spingendo la notte più in là, libro commovente e bellissimo, chiaramente un libro che Calabresi aveva dentro da tanti anni, che aveva scritto, rifinito e riletto infinite volte dentro di sé.
Difficile ripetere quel piccolo miracolo a così breve distanza, mi ero detta ed ero persino un po’ delusa che l’autore avesse ceduto così presto alle nuove lusinghe della Mondadori. Mi sbagliavo, e mi accingo a contribuire anche io alla pagina di recensioni con il mio 5/5.

La fortuna non esiste è tutta un’altra cosa, ma non è da meno. Calabresi si conferma quello che mi era parso al suo primo libro: un bravissimo giornalista e una persona curiosa e sensibile.
Il suo nuovo libro è un silenzioso reportage sugli Stati Uniti di oggi, spazzati dalla crisi economica eppure più speranzosi e vitali di noi.

L’aggettivo “silenzioso” mi è venuto spontaneo, ora che scrivevo. È silenzioso perché la penna di Calabresi non è una voce, ma uno sguardo, che fa parlare soprattutto le cose. Interi quartieri deserti, dove ogni casa è stata abbandonata da un giorno all’altro da chi non poteva più pagare il mutuo. Il contenuto degli scatoloni dei manager che abbandonano i loro uffici nei grattacieli di Manhattan. La bacheca di una biblioteca in una città fantasma. Una piscina vuota. Un aereo dell’esercito italiano, che trasporta verso un nuovo mondo un bambino afgano. Il semplice buffet di biscottini fatti in casa che accoglie Michelle Obama all’inizio della campagna elettorale. Un villaggio di camper in riva all’oceano.

Dopo le cose, anche le persone parlano. E raccontano i nuovi inizi e le nuove vite, ricostruite dopo aver perso tutto, aver subito mutilazioni nel corpo e nell’anima.
È la famosa resilienza, quel nucleo indistruttibile di forza e di energia che ci fa resistere a tutto e rialzare la testa, e che ognuno di noi ha
dentro di sé anche quando non lo sa. Un nucleo – Calabresi non lo dice ma credo lo pensi – che hanno anche i gruppi, le società, i paesi.

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