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Leggere sullo smartphone: qualche sorpresa

14 Dic

Sono piuttosto sorprendenti i risultati dell’ultima ricerca di Jakob Nielsen & Co. sulla leggibilità dei testi sullo smartphone, ma ci dicono molto sulla straordinaria capacità di noi umani di adattarci al nuovo, anche se all’inizio facciamo sempre un sacco di storie.

La sorpresa, infatti, è che stiamo imparando a leggere sugli schermi piccoli. Non proprio tutto, ma quando i testi sono semplici e non trattano argomenti particolarmente complessi, la capacità di comprensione e la memorabilità del contenuto letto sullo smartphone è addirittura uno zic migliore dello stesso contenuto letto sul desktop.

Uno dei motivi potrebbe essere il minor tasso di distrazione: sullo smartphone, non abbiamo altre finestre intorno e questo aumenterebbe la concentrazione durante la lettura. Concentrazione che ci aiuterebbe a recuperare quanto perdiamo nella difficolta di ricostruire e memorizzare il contesto del pochissimo testo che vediamo nel minischermo.

Altri possibili motivi: scrollare con le dita è molto più comodo e naturale che farlo con il mouse, la definizione sugli smartphone è molto migliorata.

Quando però i testi sono particolarmente lunghi e trattano temi più complessi con un linguaggio appena più ricercato, le cose cambiano: sullo smartphone la velocità di lettura è più bassa, si torna spesso indietro a rileggere, la comprensione è decisamente migliore sullo schermo grande.

Questo per i testi cosiddetti “lineari”, come gli articoli dei giornali, da leggere e basta. Invece sullo smartphone i testi spesso ci chiedono di agire e interagire (vedi comprare), cosa che sul desktop facciamo ancora molto meglio e con più tranquillità.

Takeaway: allentiamo pure un po’ l’imperativo della brevità e concisione assolute per i testi che si rivolgono al grande pubblico, con obiettivi informativi e di intrattenimento. Per tutti gli altri, continuiamo a tenere alta la soglia di attenzione sulle difficoltà e i limiti dello schermo piccolo e a scrivere di conseguenza.

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L’usabilità delle piccole cose #2

4 Feb

Mi era stato annunciato. Ne temevo l’arrivo. E avevo ragione.
La scatola con il nuovo modem di Fastweb era lì da qualche giorno, ma solo oggi ho preso coraggio e ho deciso di affrontare il passaggio da vecchio a nuovo, senza il quale tra un po’ non avrei potuto più connettermi. L’annuncio che il nuovo modem si sarebbe praticamente installato da solo non mi rassicurava, anzi.

I passi elencati apparivano pochi e semplici, anche se l’incipit era misterioso: “scollegare gli eventuali apparati collegati al tuo impianto”. Quale impianto? Quali apparati? Perché non chiamarli con nomi precisi? E poi io diffido istintivamente dell’aggettivo “eventuale”, che ho bandito da anni da qualunque testo scriva.

Dopo non so quanti tentativi, niente da fare, le cinque lucine non diventavano mai verdi. Ho staccato, riattaccato, riprovato. Ci ho perso la mattina, finché ho deciso di telefonare a Fastweb.

La gentilissima operatrice mi ha detto cosa mancava: il punto 1, cioè staccare un filo dalla centralina attaccata al muro e collegarlo al nuovo modem. Non era detto e io non lo avevo colto, perché il vecchio filo da attaccare aveva lo stesso nome di quello nuovo di zecca che ho trovato nella scatola. E la mia mente – tutte le menti fanno così – si è concentrata sul nuovo, distogliendo l’attenzione dal vecchio.

Quando le cinque lucine verdi si sono finalmente accese, ho tirato un sospiro di sollievo e per completare l’opera volevo cambiare l’impossibile password di rete con una che mi sarei ricordata facilmente. Solo che le indicazioni sono “riportate nel Manuale d’Uso, scaricabile dal sito di Fastweb/modem o dalla tua MyFASTPage”. Di modem sul sito ce ne sono un sacco e nel manualetto veloce il nome del modello del mio modem non c’è. L’ho trovato dopo un bel po’ nel “documento di trasporto”.

Stremata, ho rinunciato e rimandato a quando recupererò le forze e un po’ di tutto il tempo sprecato.

Solo alla fine mi accorgo della lettera con cui Fastweb accompagna il “dono”:

Congratulazioni!
(di cosa? non ho fatto nulla, non vi ho chiesto nulla, fosse stato per me mi tenevo tranquillamente il modem vecchio)

Stai per entrare nel mondo della FIBRA FASTWEB!
(no, sto solo per cambiare il modem)

E alla fine:

Ti auguriamo una fantastica navigazione!
(calma, siete solo una commodity)

L’enfasi, gli entusiasmi, i punti esclamativi… quanto possono essere indisponenti e controproducenti se prima non ci si è posti qualche domandina facile facile su cosa il cliente sa o non sa. O se prima non si è fatta una prova mettendo una scatola con il modem in mano a una persona normale come me.

Su questo blog leggi anche:

L’usabilità delle piccole cose #1
La legge della vicinanza

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Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

19 Nov

Nei musei di solito non patisco troppo il divieto di fotografare, ma domenica mattina alla Fondation Beleyer di Basilea avrei davvero voluto fermare qualche immagine, qualche istante. Non della pur splendida mostra di Gustave Courbet, ma del luogo straordinario in cui mi trovavo.

Eppure da fuori non vedi molto: solo un basso padiglione in pietra, con un grande vetrata, uno specchio d’acqua davanti, in un sobborgo residenziale di Basilea, ai limiti della campagna. Solo quando ci sei dentro capisci la genialità dell’architetto, che ha creato un luogo quasi trasparente, al solo servizio delle opere e dei visitatori. Grandi pareti bianche, un parquet chiaro, una luce perfetta, modulata sui cambiamenti di quella esterna attraverso tende sottilissime che si alzano e si abbassano impercettibilmente. Da ogni punto vedi almeno uno scorcio dell’esterno: una villetta adiacente, un campo coltivato, bambini che giocano. Cose che cambiano in continuazione ed entrano nel museo attraverso gli sguardi tutti diversi dei visitatori.

Alla mostra di Courbet non c’erano cartellini, né cartelloni, né “apparati didattici”. Eppure è stata un’esperienza appagante, ricca, istruttiva, riposante, di un’usabilità assoluta, in cui mi sono sentita in the flow come raramente mi è capitato.
Accanto ai quadri solo le informazioni essenziali trasferite sul bianco della parete in una leggibilissima font senza grazie. Molti avevano vicino una piccola icona, o due. Il simbolo della pagina, che rimandava alla guida gratuita che avevi ricevuto all’ingresso e che ti leggevi da sola in santa pace. O quello della cuffietta, che rimandava all’audioguida. Non una lettera o una virgola in più, ma nemmeno una in meno. Nessuna sovrapposizione, solo l’informazione che desideravi, al momento giusto, sullo strumento giusto. Nessun assembramento per leggere da testi fitti fitti appesi alle pareti ad altezze improbabili, una delle cose più inutili e faticose cui gli architetti di mostre e musei raramente riescono a fare a meno.

Quando alla fine mi sono seduta su uno dei tanti enormi divani bianchi di fronte alla parete di vetro e al paesaggio autunnale, circondata da bellissimi libri da sfogliare liberamente, ho pensato con orgoglio e amarezza insieme che chi ha progettato un luogo tanto semplice e tanto bello è un grande italiano. Noi Renzo Piano l’abbiamo fatto senatore a vita – se lo merita -, ma perché non gli abbiamo fatto costruire dieci, cento musei così a casa nostra?

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L’usabilità delle piccole cose #1

10 Set

Ho lavorato gran parte della mattina alla semplificazione di un modulo contrattuale. Due sole pagine, ma un vero campo di battaglia. Sapevo già che avrei dovuto togliere molte parole superflue (ivi comprese, la presente dichiarazione, le polizze suddette, ostativo, relativo a, pari a…) per far posto a elenchi puntati e ingrandire le terribili “small print”. Il tutto senza dilagare a pagina 3 e facendo “vedere” la trasparenza dell’azienda.

Però la cosa che mi ha dato più soddisfazione è avere dimensionato gli spazi da riempire. Vado sempre in bestia quando devo scrivere il codice fiscale in uno spaziettino e al contempo ho uno spazio enorme per il cap o per la provincia. Non parliamo poi del mio indirizzo email – mestierediscrivere.com –, che non entra mai da nessuna parte. A ogni informazione il giusto numero di battute.

L’usabilità del quotidiano è anche nelle piccole cose, che a volte hanno un impatto enorme. Mi ha molto colpito, ultimamente, l’indicazione “voi siete qui” nelle cartine che a Londra trovi a ogni angolo di strada. Non c’è il famoso pallino rosso, che non ti dà alcuna indicazione su come sei orientata, a cosa dai le spalle e cosa hai di fronte. C’è invece una lineetta con sopra una freccetta: sai subito che la lineetta è la tua schiena e la freccetta la direzione del tuo sguardo. Così non devi andare a vedere i nomi delle prime traverse per capire dove dirigerti.

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La legge della vicinanza

26 Ott

Be’, proprio una legge non è. Sono io che la chiamo scherzosamente così. Prima solo tra me e me, poi anche nelle aule in cui insegno la scrittura professionale.
La legge della vicinanza chiede che le cose concettualmente e funzionalmente vicine lo siano anche fisicamente. Sembra l’ovvio, ma la legge è violata di continuo e la leggibilità peggiora.

Per esempio, è bene tenere tenere insieme soggetto, verbo e complemento, senza separarli con incisi chilometrici. La povera mente che legge è messa a dura prova in attesa del verbo che tarda ad arrivare: si scorda quello che ha letto all’inizio e presta pochissima attenzione al contenuto dell’inciso. Alla fine del periodo, sente il bisogno di rileggere per mettere insieme i pezzi. Gli incisi servono, eccome, ma brevi e pertinenti.

Per la stessa legge, è bene evitare i “riferimenti all’antecedente”. Dietro questa espressione apparentemente misteriosa si nasconde uno dei peggiori vizi della scrittura di lavoro: i vari sovracitato, summenzionato, più sopra citata… Naturalmente la stessa cosa vale per i riferimenti “al seguente”: la normativa si applica alle attività in seguito elencate. E magari l’elenco è due pagine dopo.
Anche in questo caso è il lettore a dover fare su e giù nel testo per ricostruirne il senso, come spiega benissimo la professoressa Bice Mortara Garavelli in un suo libro meno noto, ma molto utile, Le parole e la giustizia. Se poi il testo viene letto attraverso la finestra dello schermo, andarsi a cercare l’antecendente o il seguente è ancora più complicato e irritante.

Parole e immagini: anche loro devono stare il più possibile vicine, senza inutili mediazioni. La mediazione più diffusa è la legenda. Un esempio: avete presente i grafici a torte con quei minuscoli quadratini che riportano il colore o il grigino delle diverse fettine? Per leggere il grafico tocca prima fare il collegamento tra il colore della fettina e quello del quadratino, poi leggere la legenda, poi tornare alla torta. Molto meglio mettere il testo attaccato alla fetta, oppure collegarlo con un filetto.
E se le fette sono troppe? Allora il grafico a torte non è il più adatto, meglio le barrette. È quanto insegna un maestro della visualizzazione dei numeri, Stephen Few.

Se sto scrivendo questo verboso post di sabato pomeriggio è perché sono appena uscita dal Museo del Cinema di Torino.
Bellissimo, niente da dire. Solo l’ora abbondante spaparanzata sulla chaise-longue a vedermi gli spezzoni di danze dai film più diversi scelti da Gianni Amelio e la lunghissima galleria di locandine e manifesti valevano il viaggio. Però, se l’allestimento dei pannelli avesse osservato la legge della vicinanza mi sarei goduta di più anche le foto.

Le foto sono infatti uno dei tesori del museo: attori, registi, scenografie, produttori… una meraviglia! Solo che tra foto e didascalia c’è una distanza abissale. Le foto sono fitte fitte, sopra corre una fascia orizzontale con lo schema delle foto (quadrati o rettangoli vuoti!), a volte anche venti, all’interno di ognuna un numerello. Poi, finalmente ma a una certa distanza, al numero corrisponde la didascalia.

Per leggere le didascalie, quindi, prima bisogna cercarle. Una piccola come me si deve sollevare sulle punte, poi deve cercare la foto tra i venti quadratini, poi deve leggere il numero, poi cercare la didascalia e infine tornare alla foto. Il tutto in un ambiente scarsamente illuminato (siamo al cinema, no?). La negazione dell’usabilità.
Mi sono guardata intorno: quasi nessuno leggeva le didascalie, limitandosi a guardare le foto dove riconosceva qualcuno. Con Fellini e Rita Hayworth era facile, ma di sicuro ti perdevi un giovanissimo Charlie Chaplin o un inedito Ingmar Bergman.

Cosa abbiano in testa gli architetti dei musei, invece del visitatore, per me resta un mistero.
Domenica scorsa ho visitato la mostra di Pollock al Palazzo Reale a Milano, dove i pannelli erano scritti in bianco, corpo minuscolo, contro un fondo grigio, e arrivavano fino a… dieci centimetri da terra!