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Alphonse Mucha, generoso e fortunato bohémien

31 Lug

Alphonse Mucha, Manifesto per la tipografia Champenois, 1897.

Credevo di avere una certa confidenza con l’artista cecoslovacco Alphonse Mucha, se non altro perché ho ospitato per anni nella mia camera di bambina e di ragazza il suo manifesto che apre questo post. E invece la mostra che gli dedica il Vittoriano a Roma fino all’11 settembre mi ha rivelato un artista sfaccettatissimo ben oltre i celeberrimi manifesti, una persona di straordinaria generosità, una vita vissuta con pienezza e consapevolezza rare.

Un bambino prodigio, il piccolo Alphonse, che impara a disegnare prima ancora che a camminare e già adolescente ha ben chiaro cosa vuole fare: diventare un artista. Dopo aver studiato a Vienna, capitale dell’impero, la meta è Parigi dove i giovani come lui, poveri di mezzi e ricchi di talento, danno vita a un termine destinato a grande fortuna: bohémien, dalla loro terra d’origine.

Alphonse Mucha, Ritratto della moglie Marushka, 1905.

Povero di mezzi Alphonse lo rimane per pochissimo tempo. È baldanzoso e fortunato: dopo aver incontrato e sposato la sua giovane musa, un’altra donna incrocia la sua strada, Sarah Bernhardt, l’attrice più famosa del suo tempo. Le basterà dare un’occhiata al bozzetto che Mucha ha dedicato al suo spettacolo, Gismonda, per ingaggiarlo per ben sei anni: manifesti, scenografie, inviti… tutto il mondo teatrale parigino sarà firmato Mucha, che trasloca in uno studio più grande, arredato nello stile che furoreggia e che anche lui contribuisce a creare: l’art nouveau.

Arte nuova sì, arte che coinvolge ogni dettaglio della vita quotidiana, ma che per Mucha si nutre di una profondissima cultura figurativa. È entusiasmante scovare in ogni sua opera il riferimento, trasfigurato, a un artista del passato: Sarah campeggia sui muri di Parigi in un formato lungo e stretto e con una palma in mano, proprio come una santa martire in una sacra conversazione rinascimentale, oppure sfodera una lunghissima chioma bionda, che ha i ritmi della Venere botticelliana; suo figlio Jiri sfodera una consapevolezza e una posa da artista rinascimentale; e i suoi profili tondi… come non pensare a Piero della Francesca?

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti di Gismonda di Mucha (1894). Santa Giustina nel polittico di San Luca di Andrea Mantegna (1453-55).

 

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti della Samaritana di Mucha (1897). La Nascita di Venere di Botticelli (1482-85 circa).

 

Alphonse Mucha, Ritratto del figlio Jiri, 1925.

 

Il ritratto di Battista Sforza di Piero della Francesca (1472 circa). Zodiaco di Mucha (1896).

I passanti, gli appassionati di teatro o i visitatori del padiglione austriaco all’esposizione universale del 1900 non si accorgono di questi richiami profondi, ma sono stregati dalle sue donne avvolte di panneggi, piante, fiori e stelle. Quasi nude a volte, ma una sensualità strana, un po’ raggelata nei colori metallici, nelle geometrie bizantine.

Alphonse Mucha, La stella del mattino, 1902.

Alphonse piace, piace a tutti. Agli artisti ombrosi come Gauguin, che trovano in lui un amico generoso, ma anche ai consumatori: le sue campagne pubblicitarie per aziende di biciclette, dolci e biscotti, champagne, saponi e profumi, accompagnano l’epoca delle esposizioni universali e dei grandi magazzini. Per lo stampatore Champenois disegna anche il calendario aziendale.

Alphonse Mucha, manifesto per l’azienda britannica Cycla Perfecta (1890).

Alphonse è felice e instancabile, si dedica a tutte le tecniche: la litografia a colori dei manifesti, il disegno per i quaderni di elementi decorativi di ispirazione per gli artigiani, l’olio per i ritratti, l’acquerello e il carboncino per gli schizzi e i bozzetti di affreschi e vetrate, la fotografia che documenta la sua opera e la sua vita, ma soprattutto i magnifici gioielli. Li disegna per l’amatissima moglie, poi per il gioielliere più famoso di Parigi, Fouquet, che arriverà a commissionargli l’intero arredamento del suo negozio.

Il regalo di nozze di Mucha alla moglie (1906).

Alphonse è felice, instancabile e generoso. Alla fine della prima guerra mondiale finisce l’impero austroungarico e la Cecoslovacchia diventa indipendente. Lui si mette a completa disposizione del suo paese: disegna le prime monete e i primi francobolli, realizza vetrate e affresca importanti edifici pubblici. Ma vuole fare ancora di più: realizzare l’epopea slava, venti grandi tele da regalare alla città di Praga. Ci vogliono molti soldi e lui va in America a cercarli; glieli darà il ricchissimo industriale e mecenate Charles Richard Crane.

Torna in Boemia, compra un castello e si mette all’opera: le foto ce lo mostrano con il camice bianco sotto il quale si intravedono sempre giacca e cravatta. È in questo periodo che si avvicina al sogno della pace universale della massoneria e alla filosofia mistica di August Strindberg: dalla pace per tutti i popoli slavi alla pace per tutti. Il suo ultimo grande progetto è un trittico di cui abbiamo solo i bozzetti, dedicato alle tre future età dell’amore, della  saggezza e della ragione.

L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, ma costruire, collegare. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci.

Il sogno della pace e della comprensione tra i popoli si infrange nell’aprile del 1938, quando i nazisti occupano la Cecoslovacchia. Mucha è tra i primi a essere interrogati. Sarà rilasciato, ma riuscirà a sopravvivere ai suoi sogni soltanto tre mesi. Le venti tele dell’epopea slava, invece, sopravvivono al nazismo e alla guerra, arrotolate e nascoste per quindici anni, fino al 1960.

Online, il posto più bello per scoprire Mucha: Mucha Foundation.

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Artigiani consapevoli, questo libro è per voi!

5 Gen

fa

Nei tredici anni di vita di questo blog mi è successo spesso di mollare nel mese di dicembre, di sentire di aver vuotato un po’ il sacco senza rimettere niente dentro e avere il tempo di elaborare cose nuove. Nel 2015, inoltre, sono stata di più su Facebook dove ho “disseminato” pensieri, letture e scoperte giorno per giorno. Non che la semina mi sia dispiaciuta, anzi: mi ha fatto capire quanto – come al solito – fossi stata inutilmente e scioccamente snob nei confronti del più diffuso social network.

Facebook mi ha offerto una comunicazione istantanea e spensierata, un’attenzione nuova alle immagini, la possibilità di tenere un filo con tantissime persone che altrimenti perderei facilmente di vista, uno spazio in cui raccontare qualcosa della mia quotidianità che non potrebbe trovare posto in questo blog. Nel 2015 chi mi seguiva magari da anni ha dato per la prima volta una sbirciata al mio studio, alla mia scrivania e al mio terrazzo; mi ha seguita nei miei tanti giri per l’Italia; mi ha conosciuta di più nelle mie passioni personali: lo yoga, il movimento, l’aria aperta. Ne sono contenta e sono proprio queste cose che ho privilegiato nello scorcio di un anno bellissimo ma anche terribilmente impegnativo.

Così, ho assecondato il mio bisogno di lasciare un po’ andare. Ma nei luoghi della spensieratezza social tutto scorre, compresi gli appunti, gli spunti, le curiosità e le scoperte, mentre è qui, su questo blog, che vengo a riflettere, a connettere i puntini, a raccontare prima di tutto a me stessa gli incontri e le letture importanti, quelle che mi aprono finestre luminose e nuovi paesaggi.

330 pagine di avventure della visione e del pensiero

Dopo aver letto lo splendido Critica portatile al visual design non avevo dubbi che Guardare Pensare Progettare di Riccardo Falcinelli sarebbe stata un’altra finestra luminosa, ma sapevo anche di non poter leggere le oltre 300 pagine tra un post e un tweet, nella concitazione natalizia. Me lo dicevano l’indice e il sottotitolo “Neuroscienze per il design”. Avevo bisogno di tempo, silenzio e tranquillità.

Me li sono presi tutti, anche perché si tratta di un libro “da studiare”, sottolineare, in cui ogni tanto è necessario tornare indietro e riflettere. Però a un certo punto ho deciso che valeva la pena di volare un po’, cogliere l’insieme del libro, i concetti di fondo per poi tornare a “studiare” i capitoli più descrittivi dedicati all’occhio e al cervello, i veri protagonisti. E così ho galoppato dal primo all’ultimo splendido e personalissimo capitolo, dove interviene Biancaneve e il cerchio si chiude. Con moltissime domande, ma si chiude.

In mezzo c’è il racconto di come vediamo, percepiamo, pensiamo il mondo, cioè le immagini, le parole, le sensazioni, gli odori, i colori. Falcinelli lo fa da una prospettiva nuova – gli studi e le scoperte più recenti sul cervello – ma forte della sua esperienza viva di visual designer e di persona sensibile e attentissima agli stimoli del mondo, fin da bambino. I racconti e gli esempi sono innumerevoli.

Guardare Pensare Progettare è sottolineatissimo e pieno di post-it su passaggi su cui voglio tornare (perché non è che ora lo metto sulla libreria, me lo tengo qui vicino e ci scriverò anche altri post), ma mi piace condividere subito con voi i miei appunti su cosa mi ha colpito di più in questa prima lettura.

Un organo materiale che costruisce qualcosa di immateriale

Si parte da lì, dal cervello, quella massa gelatinosa che produce la cosa che ci appare come la più immateriale di tutte: la mente e la sensazione di esistere. Tutto ciò che vediamo, sentiamo e pensiamo passa da lì, da quell’insieme di neuroni che nascono, crescono, si connettono, si muovono in continuazione. Per questo è così importante capire come funziona.
Funziona in modo modulare e parallelo, a livello di zone, aree, cellule: ognuna ha il suo compito, iperspecializzato. Non vediamo insieme forme, colore e movimento; e nemmeno facce, oggetti e sfondo. È il cervello che compone queste cose per noi, che decide cosa farci vedere. Scompone e compone in continuazione, fedele alla sua essenza: la plasticità, il divenire.

“Vediamo pezzi singoli, brandelli di realtà, solo quelli cui prestiamo attenzione. Poi alcuni tratti di contorno diventano segni, nel momento in cui li scegliamo e li mettiamo da parte”.

Vedere e guardare sono due cose profondamente diverse: vedere è tenere gli occhi aperti, guardare è prestare attenzione. Guardando e scegliendo cosa guardare ci relazioniamo col mondo, cerchiamo di capire la mente di chi ci sta vicino, le sue intenzioni e il suo mondo interiore. Un tentativo di capire anche noi stessi. Nasciamo precablati per interagire con il mondo, ma poi cresciamo alimentando il nostro programma neurale con i dati che prendiamo dall’esterno.
Li prendiamo con gli occhi – più della metà delle nostre risorse neurali sono dedicate alla visione –, ma ogni sguardo e ogni interazione coinvolge tutti i nostri sensi, è una sinstesia. Ogni vedere e sentire si imprime nel nostro corpo, lascia una traccia emotiva che possiamo risentire a distanza di anni ed è così che facciamo esperienza e ricordiamo.

Il solo nostro istinto: il linguaggio e la cultura

L’uomo è l’unico animale che nasce senza un istinto, se non quello del linguaggio, della produzione di contenuti trasmissibili, della cultura. Le parole lo accompagnano fin dalla nascita, lo aiutano a dare forma all’apparenza delle cose, influenzano e mediano ogni relazione con il mondo: senza parole non possiamo pensare… nemmeno il colore rosso può essere concepito senza la parola. Rimarrebbe solo una sensazione. Percezione e linguaggio si influenzano a vicenda.

“Non esiste un guardare svincolato dal linguaggio. Percepiamo in un ambiente linguistico, e non possiamo prescindere dal fatto che usiamo e pensiamo con una lingua storico-naturale, cioè che quando pensiamo ci parliamo in testa.”

Parole e immagini: tutte si guardano, tutte si scelgono, tutte hanno un codice

“Leggere è un modo specializzato di guardare.”

Questa frase breve e semplicissima mi aveva colpita già nella lettura di Critica portatile al visual design, ma in questo libro l’ho capita ancora meglio, soprattutto nel capitolo Grafica, scrittura, lettura, imperdibile per chiunque scriva in questo mondo in cui la scrittura lineare è diventata (o tornata a essere) solo una delle tante scritture possibili. Fa riflettere sui confini sfumati tra figurazione e scrittura, sulle tante spazialità in cui la parola può collocarsi, sulla falsa immediatezza delle immagini, che hanno bisogno del loro codice non meno del testo scritto, su quale sia “l’occhio del nostro tempo”, attraverso il quale guardiamo e interpretiamo il mondo.

“Nel dialogo senza sosta tra fisiologia e cultura, il designer è un artigiano consapevole”.

Artigiano consapevole: ho trovato questa definizione meravigliosa nella sua semplicità, come l’idea – che percorre tutto il libro – che il “fare non si oppone al sapere, e che anzi spiegare qualcosa a qualcun altro o a se stessi insegna a fare meglio.” È con queste parole in testa che ho scritto il primo post del 2016: come sempre, scrivere e condividere insegna soprattutto a me stessa. Buon anno a tutti!

Su questo blog leggi anche:

Un libro grandioso e decisivo sul visual design
Continuare a danzare con i testi
Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello

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Giotto e il naturalese

18 Ott

Giotto, Polittico di Badia, 1300 c.

“Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno.”

Questa famosissima frase che Cennino Cennini scrisse sul suo Libro d’arte alla fine del Trecento è riportata in tutti i libri di storia dell’arte, e con ragione. Due righe che dicono tutto sulla rivoluzione che in pochi decenni sconvolge l’arte occidentale e apre l’età moderna. È citata anche nella bellissima mostra Giotto, l’Italia ospitata al Palazzo Reale di Milano fino al 10 gennaio 2016.

Bellissima perché ci sono le opere su tavola, tra cui i grandi polittici. Alcuni, quelli che sono stati portati nelle sale di Palazzo Reale dalle chiese, di solito si possono vedere, ma lontanissimi e da un lato solo. Cogli la composizione, i bagliori dell’oro, ma non i dettagli. Invece Giotto va visto proprio così, da vicino vicino. Perché ogni personaggio è diverso dall’altro, anzi è una persona, unica e inconfonfondibile, anche se è un angelo tra decine di angeli.

Sono persone anche i santi e soprattutto le madonne con il bambino. Madonne? Prima di tutto mamme, tenerissime con i loro bambini prima di tutto bambini. E lo vedi dalle manine che si infilano nella scollatura della mamma e la tirano verso di sé. E dalle mani della mamma, che accolgono schiene e sederini veri e pesanti. Non c’è niente di più umano e più vero dei giochi degli occhi e delle mani di Giotto.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305.

Questa verità incanta noi moderni, ma per i contemporanei era qualcosa di mai visto. Su Giotto pesavano secoli di pittura bizantina, durante i quali gli artisti avevano rappresentato santi e madonne fermi e immobili, stagliati su un fondo dorato che li isolava dal mondo degli uomini. Figure dipinte sempre secondo gli stessi schemi, con piccole varianti introdotte di tanto in tanto, senza confronto con la realtà. Da questi limbi dorati la storia era esclusa, e con essa il paesaggio, i sentimenti e la quotidianità dell’uomo. Giotto riporta nella pittura umanità, storia e natura. Il cinguettìo degli uccellini, il canto a squarciagola, un bacio vero e amoroso tra coniugi.

In questo sta il suo “tradurre dal greco al latino e ridurre al moderno”. Perché, allora nell’audioguida e nei pannelli – pur ben fatti nei contenuti – ci dobbiamo sorbire un linguaggio artificiale, falsamente aulico, pomposo, così lontano dalla modernità e dalla naturalezza del linguaggio giottesco? Non solo la sintassi involuta da libro stampato, ma “dinanzi! invece di “davanti” e poi “capacità somma”, “il successo da lui ottenuto”, “l’arcadica popolazione”, la “scelta del tutto inusitata”. La mostra era piena di ragazzi, e meno male. Sarà per strizzare l’occhio ai più giovani che nei pannelli fanno capolino un anglosassone “brainstorming” con i committenti e un “vero e proprio specimen”?

Quanto sarebbe stato più bello e godibile ascoltare e leggere dell’arte di Giotto in un contemporaneo, semplice e preciso naturalese! Che ci vuole? Ci vuole coraggio, ecco che ci vuole. Distogliere lo sguardo dall’accademia e dalla tradizione e puntarlo sulle persone. Proprio come Giotto.

Giotto, Polittico Baroncelli, 1328 c.

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Leonardo, Verrocchio e i segreti delle due dame

16 Mag

La mostra Leonardo 1452-1519, che ho visitato qualche giorno fa al Palazzo Reale di Milano è grandiosa ed emozionante. Certo, la user experience  nel suo complesso non è proprio il forte delle mostre di Palazzo Reale, con fin troppi pannelli da leggere, ma le opere sono tantissime e l’audioguida è un bel racconto, preciso, concepito davvero per l’ascolto.

Anche chi conosce bene Leonardo vi scoprirà molte cose che non sapeva, ma è il taglio della mostra a essere davvero interessante: il disegno di Leonardo come lo strumento di indagine dell’uomo e della natura e Leonardo sì come genio ma un genio pienamente collocato nel suo tempo.

Se trovarsi a tu per tu con i disegni e i codici di Leonardo emoziona (mai ne ho visti così tanti, tutti insieme!), il confronto continuo con i contemporanei fa capire meglio come nascono le soluzioni geniali di Leonardo pittore, scultore, architetto, inventore e scienziato. Insieme a lui ci sono Botticelli, Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, i suoi allievi di bottega, Francesco di Giorgio Martini, Filarete e alla fine, anche Andy Wahrol, Duchamps e un meraviglioso Corot. Ma soprattutto c’è il suo maestro, Andrea Verrocchio.

Andrea Verrocchio. Donna con mazzolino di fiori.

Leonardo da Vinci. La belle Ferronière.

Andrea Verrocchio aveva una delle botteghe più fiorenti della Firenze del secondo quattrocento, piena di aiuti e allievi, tra cui il giovanissimo Leonardo. Un racconto di Giorgio Vasari, ricordato in tutti i libri di storia dell’arte, vede l’allievo superare il maestro in un dipinto che rappresenta il battesimo di Cristo: l’angelo di lato, bellissimo, spiccherebbe su tutto grazie alla mano del giovane Leonardo. “Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui.”

La mostra mette vicino due capolavori dei due artisti in un confronto che mi ha veramente stregata, talmente è fitto di rimandi, riflessi e opposizioni sottili. Entrambi sono ritratti di donna. Ignota quella di Verrocchio, incerta quella di Leonardo, che però nella tradizione prende il nome della giovane amante del re di Francia Francesco I.

I due sembrano essersi scambiate le parti. Lo scultore orafo Andrea Verrocchio tratta il marmo con una morbidezza palpitante tutta leonardesca: la tunica è leggerissima, un velo che si increspa in mille pieghe come nei disegni di Leonardo, che studiava instancabilmente i panneggi su tele di lino. Leonardo, invece, realizza il più scultoreo dei suoi dipinti: contorni netti e un vestito che sembra cesellato da un orafo.

Il fulcro della scultura sono le mani, sensibili e vibranti, che stringono al petto un mazzolino di fiori; gli occhi della dama sono due mandorle vuote, come un volto di Modigliani. Nel dipinto, invece, la bella Ferronière nasconde le mani sotto la balaustra ed è tutta occhi. Guarda intensamente, in direzione di qualcosa o qualcuno che non vediamo e invano cercheremo di incontrare i suoi occhi. Si volgono all’improvviso, volitivi e decisi, come il suo busto, aprendo uno squarcio sull’anima: per Leonardo atteggiamenti, movimenti e sguardi delle persone ritratte erano sempre “moti della mente loro”. Ma moti misteriosi, come quelli di questi occhi o del sorriso della Gioconda.

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IfBook Then: i libri passano, le storie no

17 Apr

Qualche mese fa dedicai un post alla Fondation Beleyer di Basilea, che intitolai Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni. Così venerdi 27 aprile marzo, quando ho sentito Sab Chan raccontare del “museo senza testi” ho fatto un salto sulla sedia. Ero a IfBook Then, il bellissimo evento promosso da Bookrepublic sul futuro dei libri, dei contenuti, delle storie, dei brand e delle loro storie, delle tecnologie che le raccolgono, le diffondono, qualche volta le creano. Il museo senza testi è il Cooper Hewitt di New York, il polo dedicato al design dello Smithsonian. Sebastian Chan è il direttore dei progetti digitali.

Il museo senza testi dunque esiste, ma trabocca di storie. Quelle degli oggetti – dai ventagli del settecento ai libri popup, agli oggetti contemporanei stampati in 3D – fino alle storie di ogni singola visita che ogni visitatore ritrova, porta con sé e conserva. Tutto comincia infatti prima della visita, che si può pianificare sul sito del museo seguendo le suggestioni più diverse, perfino le sfumature di colore che accomunano i diversi oggetti o le loro dimensioni. Prosegue nel museo, dove si gira con una penna interattiva che permette di fare un sacco di cose, come disegnare o salvarsi gli oggetti. Altre attività ed esplorazioni sono sui grandi pannelli digitali distribuiti in tutto il museo, fino alla esperienza della Immersion Room, dove si fa un tuffo nella collezione di carte da parati più ricca del Nordamerica, scegliendo tra centinaia di carte digitalizzate ad alta definizione.

 

Alla fine si torna a casa, ci si collega al sito e si ripercorre e si salva la “propria visita”, completa di tutto ciò che abbiamo ammirato e creato, completa di appunti.

IfBook Then quest’anno ci ha proiettati davvero nel futuro, ma un futuro che è già tra noi, anche se qui in Italia riusciamo solo a sbirciarlo. I tanti relatori stranieri, o italiani che lavorano in giro per il mondo da anni, ce lo hanno srotolato davanti in un caledoscopio di immagini, video, progetti.

Svincolati dall’oggetto che li ha racchiusi immobili e immutabili per tutta la “parentesi Gutenberg” i contenuti scompaiono alla nostra vista, ma sono pronti a venire verso di noi indovinando i nostri desideri, persino quelli che non sappiamo ancora di avere. È stato il tema dell’intervento di Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali della New York Public Library. Già ora lasciamo innumerevoli tracce sui nostri comportamenti di lettori: cosa leggiamo, come, dove, quando… una massa enorme di dati, un magazzino gigantesco di gusti, interessi, conoscenze. La loro analisi permetterà di capire cosa rende una storia coinvolgente, cosa piace di più e perché, modificare una storia sulla base degli interessi dei lettori, fino alla personalizzazione più spinta che, appunto, porterà i contenuti verso di noi senza bisogno di andarli a cercare.

E non illudiamoci di sfuggire alla registrazione universale. Siamo circondati di oggetti pieni di microscopici sensori che di noi tracciano tutto e tra un po’ ci diranno non solo come stiamo ma anche cosa è meglio fare. Mentre mi venivano un po’ i brividi a pensarci, Andrea Onetti di STMicroelectronics (gli italiani che fanno i sensori e i mems per tutto il mondo) ha ricordato che l’aspirazione dell’uomo ad aumentare la percezione dei sensi è antichissima e ne fanno parte il compasso, il termometro e il microfono, cose che hanno reso la nostra vita più semplice e rassicurante. E Rosalind Picard, che dirige la ricerca sull’Affective Computing al MIT, ha raccontato come insegna alle macchine a leggere le emozioni sui nostri volti e quanto queste applicazioni possono aiutare a comprendere il mondo delle persone autistiche e migliorare la vita di chi soffre di epilessia.

Su IBT15 un bell’articolo di Wired: IfBook Then, i libri del futuro ci verranno a cercare

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni
Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia
Le storie fuori dai libri
L’uomo che fa parlare gli oggetti

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