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I cinque sensi e la memoria

8 Mag

Come forse si è capito dai post di quest’anno, sono tornata a leggere molti libri. Qui parlo di quelli belli, che vale la pena di segnalare, condividere e ricordare. Gli altri finiscono nella mia libreria, e sono tanti. Da alcuni imparo comunque: perché mi insegnano con chiarezza cosa non fare e cosa non scrivere, o perché sono talmente brutti e inefficaci da rinsaldare la mia autostima (dai, Luisa, non sei poi così male!).

Leggo molti libri anche per arginare la dispersione che sento sui social. Belli, utili, divertenti anche, ma in un buon libro l’autore ha fatto uno sforzo di connessione e organizzazione diverso e da questo impegno scaturiscono sempre nuove idee. Vale per me e vale per molte altre persone: si scrive un libro per strutturare, imparare, fare un salto verso un nuovo livello di comprensione.

Per me leggere è sottolineare e annotare. Nel mio astuccio ci sono sempre un paio di matite belle appuntite, un righello lungo più o meno la larghezza di una pagina e un pacchetto di post-it colorati. Con i libri di carta, che per lo studio e il lavoro tuttora prediligo, tutto fila liscio ed è facile ritrovare una citazione, un’annotazione. I libri su Kindle soddisfano molto meno la mia foga di appuntatrice: annoto, sì, ma è come se l’annotazione scivolasse via subito, inghiottita in una specie di nulla.

Così ho preso l’abitudine di trasferire in un file le annotazioni scivolose. Ma che fatica! Così ho cambiato metodo e l’ho esteso anche ai libri su carta. Funziona benissimo, mi aiuta a ricordare e a mettere via in forma ordinata i miei takeaway su ogni libro, una cosa preziosa per i post di questo blog, ma anche se hai in mente un altro libro tuo.

Eccolo:

1. leggo velocemente, come sempre, ma annotare mi fa fermare su quanto mi ha colpito e voglio ricordare; a volte è soltanto un’espressione particolarmente felice (e in quel caso metto sul margine un grande punto esclamativo); se leggo sul kindle mi accontento di evidenziare

2. a libro finito lo ripercorro piano piano di nota in nota, ma lo faccio rileggendo a voce alta davanti a un traduttore voce-testo. Scandire e “sentire” la mia nota mi costringe a rallentare e a pensare, spesso dando vita a nuovi pensieri che annoto anch’essi. Ma intanto “vedo” sullo schermo la mia voce prendere forma. Ho provato anche programmi molto costosi, come Dragon per pc, ma li ho trovati terribilmente macchinosi per l’uso che ne faccio io; poi ho scoperto TalkType, che funziona con Chrome. Semplicissimo, devi solo parlare e lui scrive, per di più capendo molto bene, anche se ci sono nomi propri stranieri o parole in inglese. Il punto debole è la punteggiatura, ma nel passo successivo diventa quasi un punto di forza.

3. infatti la copia finale è tutto fuorché perfetta e ha bisogno di un editing energico: punteggiatura, spaziature, grassetti, virgolette, corsivi.  Rileggo di nuovo e provvedo. E mentre leggo, connetto con altre idee, integro, inserisco titoletti.

Per far questo ci vuole veramente poco e il risultato sono appunti ragionati e ordinatissimi, ricchi di spunti e pronti per la cartella “libro_a_venire”. Se poi verrà, non si sa, ma intanto sento di preparare un terreno fertile per quando vorrà fiorire.

La verità è che sono una gran smemorata e tutto questo smuovere, concimare e seminare mi aiuta a ricordare. È una mobilitazione di tutti i sensi: sfioro le pagine con matita e righello, vedo le annotazioni e la mia voce farsi testo, ascolto con lentezza la mia voce che risuona e a volte cambia e personalizza il testo originale, riesco persino a esprimere a voce i pensieri nuovi che emergono, ri-vedo e trasformo mentre faccio l’editing. Quanto al gusto, è quello di vedere il succo personalissimo del libro pronto per fluire da qualche altra parte. Un post o il capitolo di un libro di cui quasi quasi riesco persino a sentire il profumo.

Roma, Via Asiago 10

29 Apr

Sala A della sede storica della RAI in via Asiago 10 a Roma.

Oggi sono tornata nel mio primo luogo di lavoro, dove sono entrata neolaureata, dove ho trascorso cinque anni decisivi e dove ho imparato a scrivere. È la prima sede della Rai, quella storica dell’Eiar, in Via Asiago 10, inaugurata nel 1927.

In questi anni ero stata in altre sedi Rai, ma mai lì, e mi sono emozionata nel ritrovarla bellissima e scenografica, con la scala di marmo centrale che si avvolge su sé stessa, i corrimano di ottone, gli splendidi lampadari degli anni ’30, le panche di legno originali, in puro stile razionalista.
In quell’edificio ho pestato i miei primi testi su monumentali macchine da scrivere – che il computer era arrivato, ma ancora non ci scrivevamo – mentre l’archivio era un’affascinante stanza di faldoni polverosi pieni di ritagli.
Mi sono emozionata, ma di un’emozione allegra. In fondo ero tornata lì per parlare di scrittura, quella contemporanea – così liquida, eterea, ma anche così vitale, multiforme e sorprendente.

L’intervista che mi ha fatto Giuseppe Antonelli andrà in onda domenica 1 maggio all’interno della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, dedicata tutta al lavoro. Mi ha fatto delle belle domande, affatto scontate, e io sono uscita dal grande portone tutta contenta, pensando a che bel regalo mi ha fatto la vita: aver seguito il filo delle parole e non aver perso niente di quella curiosità, quella voglia di scoprire, di studiare e di entusiasmarmi che avevo allora.

PS Sul sito di La lingua batte potete ascoltare i podcast di tutte le trasmissioni, ma da non perdere è anche il vivacissimo gruppo su Facebook.

PS Aggiornamento: l’intera puntata si può riascoltare qui (la mia intervista è alla fine, al 49° minuto).

Due belle chiacchiere

22 Feb

Ultimamente, in due interviste, ho fatto due chiacchiere con Anna Pompilio per conto di Kloe, la nuova avventura di Giuseppe Granieri, e con l’esperto di seo Francesco Margherita. Mi hanno fatto delle belle domande: nelle risposte ho avuto l’opportunità di raccontare qualcosa di me che normalmente non dico.
Se vi va, eccole:
Le aziende devono parlare direttamente alle persone, con Anna Pompilio.
La chiacchiera con Luisa Carrada, con Francesco Margherita.

Il ritmo visivo della parola scritta

21 Gen

Leggere è un modo specializzato di guardare.

Ricordavo questa frase di Riccardo Falcinelli nel mio primo post del 2016. È vero: anche un testo fatto solo di parole, senza alcuna immagine, si guarda. E quel primo sguardo ci dice già un sacco di cose, anche prima di aver letto una sola parola.

Io, per esempio, non riesco a leggere i testi con le frasi brevissime, in cui si va continuamente a capo, che a colpo d’occhio mi parlano di un testo continuamente interrotto, troppo frammentato, poco fluido. Molti testi oggi sono scritti così, nella convinzione – credo – che più le frasi sono brevi più il testo è leggibile. Anche il famoso Copyblogger ogni tanto ci casca:

Frasi ultrabrevi = testo colloquiale e informale = testo ultraleggibile. Non (sempre) è così, anzi.
Lo stesso Falcinelli, in Guardare Pensare Progettare, invita a “guardarsi dai troppi a capo che interrompono i vantaggi delle informazioni parafoveali”, cioè le informazioni che si colgono “con la coda dell’occhio” (crediamo che l’occhio proceda in linea dritta, ma non è così: procede per balzi, anche all’indietro). Se le singole frasi sono troppo isolate, la lettura è più faticosa.

Senza sapere tutte queste cose, io i testi con tante frasette una dietro l’altra li ho sempre chiamati i “testi sbrindellati” e mi sembrano difficili da leggere almeno quanto i famosi “muri di parole”.

Falcinelli fornisce un’altra chiave, quella del “contrasto”:

In generale, ciò che attira la nostra attenzione altro non è che un contrasto, di un tipo piuttosto che di un altro.

Vale per il visual design, e vale per il testo. Dove c’è uno scarto, un’interruzione dello schema, lì va la nostra attenzione. Per questo, quando all’interno di un testo vediamo una sola brevissima frase isolata, lì ci aspettiamo un punto cruciale, una svolta, un colpo di scena, un’emozione improvvisa, come in questo lungo e bellissimo articolo di Massimo Mantellini su Medium:

Questo ritmo visivo si può modulare, far scendere e salire come una musica. Seth Godin, per esempio, nei suoi post qualche volta riesce a visualizzarne molto bene il ritmo. Quando poi leggiamo, ritroviamo lo stesso ritmo anche nei contenuti e nella loro esposizione:

Qui parte in sordina, ci porta dentro con qualche frase breve, un sussurro persino, assume un ritmo più disteso nella parte centrale, chiude con una frase ritmica e breve come le prime, come un sigillo.

Sì, i testi andrebbero rivisti sia da vicino vicino (per non farsi sfuggire nemmeno un refuso), sia da lontano (per vederne e ascoltarne il ritmo).

Quest’anno torno ai classici

8 Gen
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Il nostro caro Italo Calvino, un classico anche lui.

Mi accorgo ora di aver usato nell’ultimo post l’espressione “vuotare il sacco”. Non credo sia a caso: anzi mi è appena venuto in mente che una delle cose che ammiro di più in chi scrive un libro o anche un semplice post è proprio la capacità di vuotare il sacco, che poi significa essere generosi, comunicare tutto quello che si sa su un tema o un’idea, senza reticenze e senza paura. I libri di cui parlo qui appartengono in genere agli svuotatori di sacco ed ecco perché mi lancio sempre in recensioni entusiaste e sperticate. Sono semplicemente grata per quello che mi hanno regalato e ho voglia di dirlo a tutti.

Il libro che ho letto tra ieri e stamattina, invece, appartiene alla categoria dei reticenti. È Persuasive Copywriting di Andy Maslen, un copy molto noto in Gran Bretagna e autore di qualche libro niente male, compreso uno dedicato agli scrittori freelance che recensii tempo fa e mi aiutò molto a focalizzare chi ero e che cosa volevo.
In questo tutto vi è (credo consapevolmente) sorvolato e accennato, con un occhio ai temi più trendy: il ruolo delle emozioni (ma va!) , il cervello e il sistema limbico (quale argomento oggi più pop della nostra materia grigia? il Riccardo Falcinelli della scrittura deve ancora farsi avanti), la psicologia della persuasione, lo storytelling (ancora!)… il tutto completato da pochissimi e striminzitissimi esempi e dei test finali degni della più classica tradizione nozionistica. Non dico che non ci siano ideuzze sensate qui e là e qualche spunto di esercizio carino, ma certo non vale i 28 euro che l’ho pagato, ingannata dalle mirabolanti recensioni su Amazon (non devo cascarci mai più!).

La colpa è mia e del mio senso di inadeguatezza: penso sempre che gli altri ne sappiano mille volte più di me e che io abbia non si sa che cosa da scoprire e recuperare. Il che è verissimo, ma “gli altri” non sono tutti, sono pochi e so benissimo chi sono – visto che bazzico la scrittura professionale da un bel po’ e i libri più o meno li ho letti tutti.

Quindi il mio proposito professionale per il nuovo anno lo formulo adesso: tornerò a rileggere i classici, quelli che mi hanno insegnato tanto quando ho cominciato e che come ogni classico avranno ancora tanto da dirmi, soprattutto dopo anni di pratica scribacchina. Non ci sono solo quelli della letteratura, ma anche quelli della comunicazione e della scrittura professionale, a cominciare da un signore che viveva ad Atene 2.400 anni fa.

Come capire se un’idea è buona? C’è Made to Stick di Chip e Dan Heath.
La scienza della persuasione? Nessuno ancora batte Robert Cialdini.
Cos’è la creatività e come si esercita? Il libro più illuminante è La trama lucente di Annamaria Testa.
Come si scrive una storia? Ancora Annamaria Testa con i suoi intelligenti e divertenti Minuti scritti.
Che succede al nostro corpo e alla nostra mente mentre leggiamo? Ce lo spiega Maryanne Wolf in Proust e il calamaro.
Cosa impara lo scrittore professionale dai classici della letteratura italiana? Lo racconta Massimo Birattari in È più facile scrivere bene che scrivere male.
Perché le parole più efficaci sono quelle che ci fanno sentire e vedere? È la tesi di The sense of style di Steven Pinker.

Di classici da rileggere e di grandi vuotatori di sacco ce ne sono molti altri e nei post dedicati ai libri su questo blog direi che ci sono tutti.

Per il resto, leggere con consapevolezza quello che mi circonda, smontare quello che mi piace e non mi piace, capire perché, farne tesoro. Scrivere, con consapevolezza. Continuare a vuotare il sacco, che fa bene a me e agli altri. Può capitare di sentirsi vuoti ed esauriti, certo, ma con che energia, curiosità e leggerezza  poi si ricomincia!