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I simboli di correzione. Piccoli e precisissimi.

15 Set

Qualche giorno fa la subversive copyeditor Carol Saller ha postato su Twitter un sondaggio per chiedere ai colleghi se e quanto usano ancora i simboli di correzione a mano quando correggono le bozze di un testo. Ho risposto anche io: “spesso” e ho visto che siamo la maggioranza.

Carol Saller è una che di editing e correzioni se ne intende davvero: ha scritto un libretto delizioso, The Subversive Copyeditor ed è tra gli editor di una delle guide di stile più importanti del mondo, The Chicago Manual of Style.

Dopo aver risposto di impulso al sondaggio, mi sono resa conto che forse io li uso spesso perché ho cominciato a scrivere (e a correggere) quando si rivedevano (e si restituivano) le bozze a mano, tutte piene di tanti segnetti precisissimi, ma solo per chi sapeva interpretarli. Da maiuscola a minuscola e viceversa, una parola prima e una dopo, eliminazioni e inserzioni di parole o di lettere, andate a capo, inserire uno spazio, mettere in corsivo, mettere in grassetto… un vero linguaggio editoriale con cui poter dire tutto.

Gli ultimi due libri li ho invece comodamente corretti su un pdf, rispondendo dallo schermo ai commenti digitali della mia editor.

I simboli di correzione continuo a usarli per me. Per rivedere i testi mediamente lunghi, li stampo, li leggo, annoto le correzioni con una penna Pilot rossa a punta finissima. Correggo alla vecchia maniera, con i simboli, appunto. Non perché sono nostalgica, ma perché lo ritengo il modo migliore di correggere, anche testi destinati allo schermo. Il foglio A4 mi fa spaziare in un campo visivo ampio, quello che serve per tornare indietro o sbirciare avanti rapidamente. I segni rossi si imprimono non solo sul foglio, ma anche nella memoria. E scrivere a mano mi fa comunque rallentare (la velocità della tastiera non si addice ai lavori di editing). In più, lo dicevamo, i simboli sono precisi. A me capita spesso di lasciar “riposare” testi importanti prima di apportare le correzioni sul file e i simboli mi parlano anche a distanza di giorni, senza alcuna ambiguità.

Quanto ho abbracciato presto e rimango entusiasta del digitale, tanto riscopro i vantaggi della carta, in un equilibrio che ho raffinato negli anni e che considero preziosissimo per chi scrive.

Quando diedi vita al Mestiere di Scrivere, pensai che una delle cose indispensabili da offrire ai miei colleghi editor fosse proprio l’elenco dei simboli di correzioni. La tabella più completa era (è ancora!) quella del Manuale di stile di Roberto Lesina. Scrissi alla Zanichelli per chiedere il permesso di riprodurla sul sito. Mi risposero subito: permesso accordato! Non sapevo ancora quanto quella antica e cortese casa editrice avrebbe contato un bel po’ di anni dopo nella mia vita professionale.

Da tanti anni, quelle pagine sono ancora a disposizione di tutti, un vero evergreen La correzione delle bozze.

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Nuovi appunti digitalanalogici

25 Ago

Questa estate ho affrontato un problema ormai ineludibile, il “taggamento” degli oltre 2000 post di questo blog. Sono quasi a metà, ma questo lavorone che avevo tanto temuto mi sta dando talmente tanti spunti di riflessione che gli dedicherò presto un post. E non sarà breve.

Intanto, però, questo continuo domandarsi “cosa significa?”, “cosa volevo dire?”, “ma è proprio questa la cosa più importante?”, questo lenzuolone di parole che si connettono tra loro e nella mia mente, questo dover scegliere e discriminare tra le parole, mi spingono ad andare di più verso la capacità di sfaccettatura, di smontabilità e ricombinabilità del testo digitale. Più profondamente nella sua natura. Cose dai contorni confusi, ma vedo una strada.

Per ora mi accontento di usufruirne da lettrice più che da autrice. E sto leggendo tanto in questi giorni tranquilli, di serena intercapedine tra la disconnessione vacanziera e il turbinio che ricomincerà già lunedì.

Tranquilla sì, ma l’urgenza di trasferire nuove letture, spunti e pensieri sulle slide degli impegni formativi di settembre è sempre lì a farsi sentire. Per questo condivido volentieri una piccola scoperta e un metodo nuovo per fare mio rapidamente il succo delle letture e trasformarlo in qualcosa di utile per me e per gli altri.

Il mio nuovo Paperwhite al posto del vecchissimo Kindle mi fa inviare per email tutte le evidenziazioni che faccio sul libro. Entusiasta della scoperta, ho riflettuto bene su cosa evidenziare e ho letto con maggiore consapevolezza. Quando ho ricevuto il pacchettino in forma di file pdf, l’ho stampato all’istante. Ho riletto con calma quello che mi aveva colpito e volevo conservare.

Come sempre, rileggere accendeva scintille e connessioni. Ho preso le penne colorate e ho appuntato sulla carta tutto quello che ancora mi veniva in mente. Alla fine avevo sotto gli occhi una mappa ordinata dei brani più interessanti, intrecciati con i miei pensieri. Ancora una volta, quando si studia, digitale e analogico si danno la mano.

PS Tutti i post sono già revisionati, controllati nei link e taggati fino a tutto il 2010. Quindi, se volete esplorare le connessioni, accomodatevi pure.
Magari cominciando da quelli qui sotto.

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I cinque sensi e la memoria

8 Mag

Come forse si è capito dai post di quest’anno, sono tornata a leggere molti libri. Qui parlo di quelli belli, che vale la pena di segnalare, condividere e ricordare. Gli altri finiscono nella mia libreria, e sono tanti. Da alcuni imparo comunque: perché mi insegnano con chiarezza cosa non fare e cosa non scrivere, o perché sono talmente brutti e inefficaci da rinsaldare la mia autostima (dai, Luisa, non sei poi così male!).

Leggo molti libri anche per arginare la dispersione che sento sui social. Belli, utili, divertenti anche, ma in un buon libro l’autore ha fatto uno sforzo di connessione e organizzazione diverso e da questo impegno scaturiscono sempre nuove idee. Vale per me e vale per molte altre persone: si scrive un libro per strutturare, imparare, fare un salto verso un nuovo livello di comprensione.

Per me leggere è sottolineare e annotare. Nel mio astuccio ci sono sempre un paio di matite belle appuntite, un righello lungo più o meno la larghezza di una pagina e un pacchetto di post-it colorati. Con i libri di carta, che per lo studio e il lavoro tuttora prediligo, tutto fila liscio ed è facile ritrovare una citazione, un’annotazione. I libri su Kindle soddisfano molto meno la mia foga di appuntatrice: annoto, sì, ma è come se l’annotazione scivolasse via subito, inghiottita in una specie di nulla.

Così ho preso l’abitudine di trasferire in un file le annotazioni scivolose. Ma che fatica! Così ho cambiato metodo e l’ho esteso anche ai libri su carta. Funziona benissimo, mi aiuta a ricordare e a mettere via in forma ordinata i miei takeaway su ogni libro, una cosa preziosa per i post di questo blog, ma anche se hai in mente un altro libro tuo.

Eccolo:

1. leggo velocemente, come sempre, ma annotare mi fa fermare su quanto mi ha colpito e voglio ricordare; a volte è soltanto un’espressione particolarmente felice (e in quel caso metto sul margine un grande punto esclamativo); se leggo sul kindle mi accontento di evidenziare

2. a libro finito lo ripercorro piano piano di nota in nota, ma lo faccio rileggendo a voce alta davanti a un traduttore voce-testo. Scandire e “sentire” la mia nota mi costringe a rallentare e a pensare, spesso dando vita a nuovi pensieri che annoto anch’essi. Ma intanto “vedo” sullo schermo la mia voce prendere forma. Ho provato anche programmi molto costosi, come Dragon per pc, ma li ho trovati terribilmente macchinosi per l’uso che ne faccio io; poi ho scoperto TalkType, che funziona con Chrome. Semplicissimo, devi solo parlare e lui scrive, per di più capendo molto bene, anche se ci sono nomi propri stranieri o parole in inglese. Il punto debole è la punteggiatura, ma nel passo successivo diventa quasi un punto di forza.

3. infatti la copia finale è tutto fuorché perfetta e ha bisogno di un editing energico: punteggiatura, spaziature, grassetti, virgolette, corsivi.  Rileggo di nuovo e provvedo. E mentre leggo, connetto con altre idee, integro, inserisco titoletti.

Per far questo ci vuole veramente poco e il risultato sono appunti ragionati e ordinatissimi, ricchi di spunti e pronti per la cartella “libro_a_venire”. Se poi verrà, non si sa, ma intanto sento di preparare un terreno fertile per quando vorrà fiorire.

La verità è che sono una gran smemorata e tutto questo smuovere, concimare e seminare mi aiuta a ricordare. È una mobilitazione di tutti i sensi: sfioro le pagine con matita e righello, vedo le annotazioni e la mia voce farsi testo, ascolto con lentezza la mia voce che risuona e a volte cambia e personalizza il testo originale, riesco persino a esprimere a voce i pensieri nuovi che emergono, ri-vedo e trasformo mentre faccio l’editing. Quanto al gusto, è quello di vedere il succo personalissimo del libro pronto per fluire da qualche altra parte. Un post o il capitolo di un libro di cui quasi quasi riesco persino a sentire il profumo.

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Roma, Via Asiago 10

29 Apr

Sala A della sede storica della RAI in via Asiago 10 a Roma.

Oggi sono tornata nel mio primo luogo di lavoro, dove sono entrata neolaureata, dove ho trascorso cinque anni decisivi e dove ho imparato a scrivere. È la prima sede della Rai, quella storica dell’Eiar, in Via Asiago 10, inaugurata nel 1927.

In questi anni ero stata in altre sedi Rai, ma mai lì, e mi sono emozionata nel ritrovarla bellissima e scenografica, con la scala di marmo centrale che si avvolge su sé stessa, i corrimano di ottone, gli splendidi lampadari degli anni ’30, le panche di legno originali, in puro stile razionalista.
In quell’edificio ho pestato i miei primi testi su monumentali macchine da scrivere – che il computer era arrivato, ma ancora non ci scrivevamo – mentre l’archivio era un’affascinante stanza di faldoni polverosi pieni di ritagli.
Mi sono emozionata, ma di un’emozione allegra. In fondo ero tornata lì per parlare di scrittura, quella contemporanea – così liquida, eterea, ma anche così vitale, multiforme e sorprendente.

L’intervista che mi ha fatto Giuseppe Antonelli andrà in onda domenica 1 maggio all’interno della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, dedicata tutta al lavoro. Mi ha fatto delle belle domande, affatto scontate, e io sono uscita dal grande portone tutta contenta, pensando a che bel regalo mi ha fatto la vita: aver seguito il filo delle parole e non aver perso niente di quella curiosità, quella voglia di scoprire, di studiare e di entusiasmarmi che avevo allora.

PS Sul sito di La lingua batte potete ascoltare i podcast di tutte le trasmissioni, ma da non perdere è anche il vivacissimo gruppo su Facebook.

PS Aggiornamento: l’intera puntata si può riascoltare qui (la mia intervista è alla fine, al 49° minuto).

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Due belle chiacchiere

22 Feb

Ultimamente, in due interviste, ho fatto due chiacchiere con Anna Pompilio per conto di Kloe, la nuova avventura di Giuseppe Granieri, e con l’esperto di seo Francesco Margherita. Mi hanno fatto delle belle domande: nelle risposte ho avuto l’opportunità di raccontare qualcosa di me che normalmente non dico.
Se vi va, eccole:
Le aziende devono parlare direttamente alle persone, con Anna Pompilio.
La chiacchiera con Luisa Carrada, con Francesco Margherita.