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Leggere sullo smartphone: qualche sorpresa

14 Dic

Sono piuttosto sorprendenti i risultati dell’ultima ricerca di Jakob Nielsen & Co. sulla leggibilità dei testi sullo smartphone, ma ci dicono molto sulla straordinaria capacità di noi umani di adattarci al nuovo, anche se all’inizio facciamo sempre un sacco di storie.

La sorpresa, infatti, è che stiamo imparando a leggere sugli schermi piccoli. Non proprio tutto, ma quando i testi sono semplici e non trattano argomenti particolarmente complessi, la capacità di comprensione e la memorabilità del contenuto letto sullo smartphone è addirittura uno zic migliore dello stesso contenuto letto sul desktop.

Uno dei motivi potrebbe essere il minor tasso di distrazione: sullo smartphone, non abbiamo altre finestre intorno e questo aumenterebbe la concentrazione durante la lettura. Concentrazione che ci aiuterebbe a recuperare quanto perdiamo nella difficolta di ricostruire e memorizzare il contesto del pochissimo testo che vediamo nel minischermo.

Altri possibili motivi: scrollare con le dita è molto più comodo e naturale che farlo con il mouse, la definizione sugli smartphone è molto migliorata.

Quando però i testi sono particolarmente lunghi e trattano temi più complessi con un linguaggio appena più ricercato, le cose cambiano: sullo smartphone la velocità di lettura è più bassa, si torna spesso indietro a rileggere, la comprensione è decisamente migliore sullo schermo grande.

Questo per i testi cosiddetti “lineari”, come gli articoli dei giornali, da leggere e basta. Invece sullo smartphone i testi spesso ci chiedono di agire e interagire (vedi comprare), cosa che sul desktop facciamo ancora molto meglio e con più tranquillità.

Takeaway: allentiamo pure un po’ l’imperativo della brevità e concisione assolute per i testi che si rivolgono al grande pubblico, con obiettivi informativi e di intrattenimento. Per tutti gli altri, continuiamo a tenere alta la soglia di attenzione sulle difficoltà e i limiti dello schermo piccolo e a scrivere di conseguenza.

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Il testo digitale: un’esplosione di possibilità

3 Dic
Sonia Delaunay, Prismi elettrici, 1914.

Sonia Delaunay, Prismi elettrici, 1914.

Del secondo Cluetrain Manifesto, quello pubblicato a gennaio 2015, salvai poche tesi. Ma una ha continuato a risuonarmi dentro e qualche volta l’ho proposta all’inizio di un laboratorio di scrittura:

“Il web è lo strumento più versatile da quando è stato inventato il linguaggio”.

Siccome ho sempre pensato che il linguaggio fosse il nonplusultra della versatilità – ci possiamo fare praticamente tutto – cosa succede se va ad abitare in un luogo che scoppia anch’esso di possibilità? Un’esplosione di ricchezza espressiva, direi.

Ma non è questo che sta accadendo, almeno non ancora. La maggior parte di noi – tanta comunicazione delle aziende, ma me compresa – scrive su strumenti nuovissimi senza riuscire a staccarsi davvero dai modelli testuali con i quali è cresciuto. Che significa soprattutto testo descrittivo e discorsivo, da leggere dall’inizio alla fine, proprio come in un libro.

Il modello libro, tanto accoratamente rimpianto e ancora tanto utile per studiare e imparare, non è però più l’unico come nei cinque secoli della parentesi Gutenberg. A me piace pensare che di quegli stretti confini il testo si sia finalmente liberato, ma noto che di tanta sterminata libertà non sa ancora bene che farsene.

In pochi anni è dilagato dappertutto, anche nelle nostre conversazioni quotidiane, e in tutti i momenti della nostra giornata, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. Tante situazioni, così mutevoli, richiedono la capacità di muoversi con disinvoltura tra tanti stili e toni diversi, tra tanti “registri” come dicono i linguisti. La capacità (alla base della “personalizzazione” di cui tanto si parla nel marketing) di modulare testi e parole al mutare della situazione, dell’interlocutore, di cosa vogliamo ottenere da lei o da lui, del suo stato d’animo, del momento della giornata in cui riceve il nostro messaggio.

Così il laureando scrive al docente universitario come scriverebbe a sua sorella, l’azienda manda il comunicato stampa del tempo che fu a giornalisti che non li leggeranno mai, il customer care l’email in aziendalese stretto e linguaggio difensivo al cliente arrabbiato. E l’amministrazione non si chiede se quello che ha scritto sul cartello affisso all’Urp sia comprensibile da tutti.

Nella comunicazione professionale la versatilità, plasticità e duttilità propiziate dall’incontro tra linguaggio e digitale sembra ancora lontanissima. Eppure la ricchezza che ci offre è immensa. Non è affatto facile afferrarla e dispiegarla – e tutti noi procediamo a esperimenti e a tentoni – ma il futuro è lì. In un linguaggio che sappia esplorare e abitare le sfumature, in una parola scritta che dopo la riconciliazione con l’immagine si appresta a fondersi con la naturalezza della voce, in testi capaci di scomporsi in microtesti e moduli più piccoli, di separarsi e ritrovarsi secondo tante combinazioni. Il contrario del testo monolite e compiuto dei nostri studi scolastici.

Per scrivere “ricco” – che non significa lungo o infiorettato, ma pieno di possibilità di incontro con altre scritture, parole, persone – abbiamo bisogno di tante parole, di tanta voglia di sparigliare il loro ordine, di disegnarne il perimetro ma poi di farle coraggiosamente interagire. Abbiamo soprattutto bisogno di qualcosa che questi tempi veloci ci stanno rubando: il tempo di farci un sacco di domande prima di scrivere. Solo così i nostri testi saranno risposte pertinenti, attente, coinvolgenti, utili, e non l’espressione pigra e verbosa del nostro ego personale o aziendale.

Quando in un laboratorio di scrittura smonto, analizzo, rimonto, lavorando anche sulle minuzie, spesso l’obiezione è “Bello, bellissimo, ma noi lottiamo contro il tempo, non possiamo dedicarne tanto a un singolo testo.” Vero ma, staccato dalla fisicità, il nostro testo si prepara a vivere una vita propria, che sarà  lunghissima e che soprattutto non controlleremo più. Meglio investire qualche minuto per mandarlo attrezzato e autonomo in giro per il mondo.

 

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Le promesse di Robinson

27 Nov

Sono andata all’edicola di buon’ora, stamattina, molto curiosa di Robinson, il nuovo inserto culturale di Repubblica. Curiosa soprattutto perché ho una stima sconfinata, come giornalista e come persona, del direttore Mario Calabresi e poi volevo vedere se e come avesse mantenuto la promessa fatta ai lettori nella sua prima riunione di redazione: non fare un giornale monumentale e quindi illegibile, non inseguire tutto a tutti i costi, avere il coraggio e prendersi la responsabilità di scegliere.

Ho provato una strana sensazione quando ho avuto il giornale in mano – e non solo perché non sono ormai più abituata al giornale di carta. Avevo davanti qualcosa di molto semplice, semplicissimo, eppure di molto diverso dagli inserti “culturali” cui sono abituata. Qualcosa di molto vicino al web, ma non nel senso della frammentazione, del trionfo di boxini e infografiche.

Ho cominciato a leggere e dopo un po’ ho messo a fuoco alcune cose:

  • c’è tanto spazio bianco, ma tanto, e questo fa molto schermo e poco carta
  • ampi soprattutto i margini laterali, che danno una sensazione di ariosità, di agio e riposo
  • gli articoli principali hanno il corpo del carattere più grande di quanto ci si aspetti in un giornale, e questo li rende molto leggibili
  • non so quali siano le font usate, ma c’è un grande equilibrio tra quelle con le grazie in cui sono scritti titoli e testo degli articoli discorsivi e quelle senza grazie dei titoli delle rubrichette
  • le immagini sono belle, bellissime, capaci di arrivare davvero a tutti, come nella splendida pagina centrale, che ci mette alle spalle della poetessa.

Fin qui il primo impatto visivo, che mi ha dato un senso di familiarità e di facile leggibilità. Ho letto tutto in un’oretta, piacevolmente, senza quella sensazione di dover mettere l’inserto da parte per la lettura da scaglionare durante la settimana.

Gli articoli principali hanno un taglio diverso sia dalla precedente Domenica di Repubblica, sia dal classico inserto culturale di un quotidiano. Un taglio che accomuna tutti i pezzi – di autori decisamente diversi quali Baricco, Bartezzaghi, Saviano, Mazzucco – e che mi è parso molto ispirato allo stile piano, discreto, di racconto che è proprio di Calabresi. Nessuno fa sfoggio di supercultura, non c’è “critichese”, né si danno troppe cose per scontate quando si presenta un autore, anzi. Vi ho letto un grande rispetto per il lettore, che non è tenuto a sapere tutto; questo mi ha ricordato un tweet memorabile dei copyeditor dell’Economist: “Scrivi come se stessi parlando a un amico, curioso e intelligente. Non fare il borioso”. Nemmeno Saviano e Baricco fanno i boriosi, il primo parlando della poesia ai tempi di internet, il secondo della fascinazione di una mappa medievale conservata in una chiesa tra l’Inghilterra e il Galles.

La “storia” più lunga, quella centrale dedicata a Wisława Szymborska, ci porta a Cracovia e ci fa conoscere il lato più passionale della poetessa, tra cimiteri, minuscoli appartamenti, cartoline in cui si intrecciano versi, quotidianità e parole d’amore. Bellissima, anche se il “cambio di voce” l’ho sentito soprattutto nel ritratto di Albertine Sarrazin, scrittrice geniale e sfortunata che non conoscevo: la semplicità, la precisione e l’empatia del racconto li ho sentiti davvero “amicali”, senza traccia di spocchia intellettuale da terza pagina.

Il lavoro giornalistico di selezione, curation e tono di voce mi è sembrato accuratissimo e la promessa del direttore mantenuta. Posso solo augurare a Robinson di continuare così.

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Listicle

5 Set

La Word of the Day Zanichelli a noi copy e scrittori sul web ci interessa parecchio:

listicle

Buzzfeed is one of the sites that has embraced the listicle as a way to convey information to the ‘news snacking’ consumer.

Ottenuta dalla fusione di list e article, la parola listicle è in circolazione da un po’, ma non si sa chi l’abbia coniata. Il termine può essere associato a popsicle, ovvero ‘ghiacciolo’ nell’inglese americano; e proprio come un ghiacciolo, un listicle è gradevole ma privo di nutrimento. I listicle, cioè gli articoli sotto forma di lista, appaiono da tempo, anche se non con questo nome, su riviste come Cosmopolitan. I contenuti di siti come BuzzFeed, Listverse e Listicle sono principalmente sotto forma di listicle. Quelli formati da 10 punti sono i più numerosi, ma i più gettonati su BuzzFeed ne contengono ben 29.

C’è anche il social delle listicle: Listicle, appunto. Per creare, condividere e scoprire liste.

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Oggi, siamo ciò che connettiamo

25 Apr

Architettura della comunicazione, di Federico Badaloni

Riemergo dalla lettura del libro Architettura della Comunicazione (versione cartacea qui) di Federico Badaloni con la sensazione di galleggiare in uno spazio e in un tempo infiniti e con un grande senso di inadeguatezza e insoddisfazione nei confronti dei tantissimi contenuti che ho orgogliosamente scritto e accumulato sul sito e sul blog. Ne sono un po’ meno fiera e una domanda mi assilla: sono trasportabili, condivisibili, riutilizzabili, interoperabili, adattabili? La risposta è: mi sa di no. Faccio fatica persino a trovarli, alcuni li ho scritti due volte perché me ne ero dimenticata. Solo negli ultimi tempi faccio il lavoro di connettere ogni nuovo post con tutti quelli che possono essere utili e interessanti sullo stesso argomento.

Metto tutta l’attenzione nella scrittura e poi, sì certo, rilancio il post su Twitter, Facebook e Linkedin, ma sono ben lontana dal ritratto della redattrice consapevole e contemporanea tratteggiato da Federico Badaloni: la produzione di un sia pur ottimo contenuto è solo la metà dell’opera; l’altra metà è strutturarlo con le informazioni sulle informazioni, cioè dotarlo di un buon paio di ali perché possa prendere il volo:

In una rete aperta e interoperabile, il messaggio, grazie alla propria struttura, è dotato di ali, non ha più bisogno di altri mezzi per volare.

Le ali, costituite dalla trama sottile delle meta informazioni, consentono all’informazione di attraversare i canali, i contesti e gli spazi rimanendo fedele a se stessa. Anche in diversi tempi e momenti. Solo una buona meta informazione ci potrà aiutare a capire il senso, il contesto di un’informazione, persino ad anni di distanza. È questa la rivoluzione digitale. È  il collassare del medium sul messaggio che fa esplodere i processi di produzione, i business, i rapporti di forza fra gruppi sociali che si erano costituiti nel mondo precedente. Il valore è il significato che perdura nel tempo.

Adoro i libri che mi mettono in crisi, che mi spostano il punto di vista o che mi fanno vedere il paesaggio consueto attraverso un paio di lenti nuove. Architettura della Comunicazione è uno di questi.

Federico Badaloni, oltre a essere uno dei maggiori esperti italiani di architettura dell’informazione, è un giornalista che nel Gruppo Espresso ha vissuto in prima persona il passaggio dal mondo lineare della Parentesi Gutenberg al mondo senza confini e potenzialmente infinito della rete:

La frattura radicale tra il mondo prima e dopo la rete sta nel passaggio tra un sistema di comunicazione che faceva perno su tempo e spazi limitati a un sistema che si basa sulla disponibilità illimitata di spazio e su una forma di tempo sospeso, che assume le sembianze di un eterno presente.

Sa perciò spiegare molto bene la portata della rivoluzione che stiamo vivendo sia attraverso esempi molto semplici, sia attraverso i “contesti” in cui siamo abituati a cogliere e connettere le informazioni.

Uno è il giornale cartaceo, un ambiente dalla logica completamente lineare, in cui la rilevanza delle informazioni è data dalla loro collocazione all’interno di un’architettura fissa e definita: dalla prima all’ultima pagina, dall’articolo principale all’ultimo trafiletto. L’altro è meno scontato, ma efficacissimo: il rilievo del portale centrale della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il cui significato si coglie solo allargando la visuale attraverso una serie di cerchi concentrici, dal singolo rilievo al portale, dal portale alla faccciata, all’intera architettura. Il fedele medievale non sfogliava e leggeva la Bibbia, percorreva un luogo.

Oggi per i nostri contenuti non ci sono percorsi prestabiliti, né concentrici, né lineari. Se un contenuto è connesso, è sempre raggiungibile e può apparire contemporaneamente in luoghi diversi, a persone diverse, in tempi diversi. E il contesto può avere mille variabili e mille sfaccettature:

Il concetto di contesto è da intendersi in maniera estesa: il dispositivo con il quale accedo alle informazioni, la velocità della mia connessione, il clima, il mio particolare umore o le mie aspettative.

Le mie aspettative, appunto, il mio bisogno. Bisogni sempre più ampi, che vanno oltre il comprendere e il fare, ma che “si estendono al condividere, al sentirsi apprezzati, al risparmiare tempo: è una gamma di bisogni che deriva dal nostro essere animali sociali e dalle esigenze imposte dal vivere quotidiano”.

Il valore dei contenuti non è quindi in sé, ma nella connessione che ne fanno le persone. Non contenuti, ma relazioni e quindi esperienze. Non prodotti, ma ambienti. Ambienti la cui struttura e architettura manifesti direttamente il suo senso, il suo funzionamento.

Creare e pubblicare sì, ma poi strutturare, taggare, linkare, predisporre il contenuto a vivere la sua vita, lunghissima e imprevedibile:

Pubblicare un contenuto online significa renderlo linkabile e disporre di un piccolo capitale di fiducia: dal punto di vista di chi naviga, l’esistenza di un link rappresenta il nuovo percorso possibile, una nuova relazione, una nuova conoscenza disponibile. Un link è un dono.

Un’informazione pubblicata in rete può occupare uno spazio largo o lungo a piacere, e resta disponibile teoricamente per sempre. Questo significa che ogni informazione può essere costantemente riutilizzata per spiegare una nuova informazione, può essere inserita all’interno di nuove relazioni significative.

Più vive, si connette e si muove, più un contenuto acquista valore perché porta con sé le tracce dei bisogni, dei desideri, degli appagamenti e persino dei morsi delle persone che ha incontrato, per dirla con il New Clues Manifesto.

Creare contenuti, prodotti e ambienti che abbiano un senso per le persone, che sappiano attraversare i device e il tempo per incontrare i loro bisogni e le loro aspettative, è il compito dell’architettura dell’informazione.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla progettazione funzionale: la funzione, cioè la risposta alla domanda delle persone, è l’elemento costante, il ponte migliore tra tutti i ponti possibili. Federico Badaloni illustra il metodo, non le technicality: ricerca sui bisogni delle persone, schema delle relazioni funzionali, mappe funzionali, wireframe, per approdare solo alla fine alla home page, esattamente come facciamo noi oggi.

Quindi non spaventatevi pensando sia un libro tecnico. Non parla di tecnologie, parla di noi umani e della rivoluzione che abbiamo la fortuna di vivere.

Una bella intervista a Federico Badaloni è su Kloe: La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti.

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