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risali negli anni

1 giugno 2019

Piccola mappa di parole sorelle, cugine, rivali

Tengo laboratori di scrittura ormai da tanti anni, nelle realtà più diverse. Nei periodi di maggiore intensità capita che mi senta stanca, qualche volta mi viene il dubbio che stia dicendo cose magari un po’ scontate. Succede soprattutto perché io convivo quotidianamente con quei concetti e me li sono rigirati nella mente mille volte. Per fortuna c’è la realtà viva e vissuta del rapporto con le persone, sempre diverse, a ricordarmi che ogni testo e ogni regola, indicazione, suggerimento, prende ogni volta la sua forma e ogni volta ti insegna qualcosa che prima non sapevi. Sì, perché anche io nei laboratori imparo. A volte di più, a volte di meno, ma mi porto sempre a casa qualcosa. E siccome sono sempre più smemorata, quando ho le mie piccole illuminazioni, una vocina interiore si intreccia alla mia che sta parlando ad alto volume: “Scrivitela subito!”.

Questo mese di maggio mi ha vista impegnatissima, insieme ad Annamaria Anelli e usertest/lab, in un grande progetto di formazione sulla scrittura digitale per una delle più antiche università italiane. Tanti laboratori, tante persone che in università fanno le cose più diverse. E hanno destinatari diversi: studenti, famiglie, docenti, colleghi, media, altre istituzioni. Forse è stata questa intensità a farmi riflettere su quanto siano importanti le parole già solo per capire di cosa stiamo parlando, per disegnare la mappa dei concetti all’interno dei quali ci muoveremo, scriveremo o riscriveremo i nostri  testi. Così alla fine mi sono ritrovata con varie coppie di parole vicine, sorelle o cugine, ma in realtà diverse, persino antagoniste: averci ragionato insieme, capito cosa evoca l’una e l’altra, quale si addice davvero al nostro testo o alla nostra intenzione ci ha aiutato a progettare testi che devono parlare soprattutto a studenti con lo smartphone in tasca e tanti sogni in testa.

Ho ripreso il mio appunto e l’ho ampliato con calma. Ecco le coppie di parole.

“disinvoltura / informalità”

I testi del sito di un’istituzione non possono mai essere informali: né sul sito, né sui social né su un’app. Questo non vuol dire che debbano essere inamidati. Prima dicevo che possono essere caldi, vicini, quotidiani, colloquiali, che mi sembravano tutte buone alternative all’informalità. Poi mi ha soccorso una acuta frase di Italo Calvino dalle Lezioni Americane, quando a proposito della Rapidità scrive che “la rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura”. Voilà! La forse un po’ desueta ma precisissima parola disinvoltura mi è parsa il perfetto opposto di inamidato. Com’è una persona disinvolta? Vivace, sicura di sé, capace di parlare a interlocutori diversi, ci viene incontro con un sorriso. Una persona di mondo, insomma, come si diceva una volta. Chiunque può essere disinvolto, anche l’amministratore delegato. E anche il testo di un’istituzione può esserlo, soprattutto sui social: abbastanza disinvolto per andarsene da solo in giro per il mondo, ma senza perdere un briciolo di autorevolezza.

“leggibilità / comprensibilità”

“Vabbè, ma si capisce!”. Vabbé per niente, perché magari si capisce dopo aver letto due o tre volte, scrollato su e giù e averci rimuginato un po’. Ci sono testi comprensibili e grammaticalmente impeccabili, ma non altamente leggibili. L’alta leggibilità serve a far capire già a colpo d’occhio se quel testo risponde alle nostre domande e curiosità e a far sì che per capire basti una sola lettura. Anche sullo smartphone, anche in metro, anche alla fine di una giornata faticosa. La leggibilità è fatta soprattutto di: ordine delle informazioni dalla parte di chi legge, titoli e sottotitoli parlanti, sintassi piana e ordinata, parole che l’utente capisce subito, formattazione funzionale, spazi.

“semplicità / leggerezza”

La semplicità fa storcere il naso a tanti, la leggerezza piace a tutti. Perché non ti evoca la banalizzazione, ma un uccello in volo, una piuma che volteggia, una farfalla che si posa su un fiore.  A me semplicità piace perché la considero il punto di arrivo di un lungo lavoro, ma mi rendo conto che non per tutti è così. Una volta cominciai un laboratorio in una banca scrivendo sulla lavagna la parola nitore e chiesi a tutti di dire a ruota libera cosa evocava loro: vennero fuori tanti concetti e immagini bellissime, da trasparenza a cielo, da linea a brillante. Erano già tutti i nostri obiettivi: questo possono le evocazioni delle parole, soprattutto di quelle meno frequentate. Così nei laboratori prediligo leggerezza. Un testo leggero è quello che, libero da zavorra, vola verso chi legge.

“ridondanza / verbosità”

Sembrano parole sorelle, ma riguardano materie diverse. La ridondanza riguarda i concetti, le idee, le informazioni, insomma le cose dette più volte. Un buon testo dovrebbe aver pensato così bene al suo utente da mettergli le informazioni in fila esattamente nell’ordine in cui ne ha bisogno, ognuna una volta sola, nel modo giusto e nel posto giusto. Unica eccezione: quando un’idea o un’informazione è talmente importante che desideriamo ribadirla; allora meglio alla fine, con una stessa parola chiave, ma con una formulazione diversa. Non si ripete, ma si riecheggia, si fa risuonare.

Un testo è invece verboso quando dice con tante parole qualcosa che può essere detto con poche. La stella polare qui è la precisione. Precisione chirurgica, nel senso di tagliare tutto quello che non serve e affilare la lama dell’accuratezza nella scelta delle parole. Più sono precise, più sono ricche di evocazioni e anche di non detto, meno ne servono. Le poche rifulgono.

“emozione / empatia”

Vero, verissimo che le emozioni determinano ogni nostra scelta, come ci insegnano psicologi e neuroscienziati, ma è facile che l’ansia di voler emozionare a tutti i costi porti a testi esagerati, infarciti di aggettivi, esortazioni, punti esclamativi. Il nostro obiettivo non è quello di far esclamare wow! a ogni riga, ma di trascinare il lettore riga dopo riga fino alla fine o alla call to action, senza che quasi se ne accorga. Per questo la parola empatia − sorella più profonda e pacata di emozione − ci aiuta di più quando scriviamo: è quella che ci fa chiedere “chi è il nostro utente?”, “cosa desidera?”, “cosa prova?”, “quali parole usa?”. E infine: “si può rispecchiare in quello che sto scrivendo?”

“autorevolezza / pomposità”

Come chi è disinvolto, anche chi è autorevole è sicuro di sé. In più, un certo understatement gli dona: non ha bisogno di alzare i toni, di farsi bello da solo, di straparlare, di pavoneggiarsi. Le pomposità e gli strombazzamenti non gli si addicono. Così sono i testi autorevoli: sintetici e precisi, preferiscono offrirci un dato incisivo e documentato a una pletora di aggettivi, un discorso piano e argomentato a un pressing promozionale. Troppo piatti, troppo grigi? No, se sanno ricorrere a una (solo una!) metafora originale o a una piccola ricercatezza linguistica, di quelle che non ti scordi più.

“sollecitudine  /  attenzione”

Cara a ogni customer care, la parola attenzione porta ormai con sé una scia di blando e inflazionato. La nostra attenzione al cliente è costante è ormai un cliché. Io ho scoperto che la parola sollecitudine è molto più ricca e più piena: contiene in sé anche la cura, la tempestività, la gentilezza, l’interesse. Non per farne un nuovo cliché, ma per usarla come guida alla scrittura di testi “solleciti”. Ci sono parole discrete, che non salgono alla ribalta, ma ci suggeriscono e guidano dietro le quinte. Meglio averne una bella scorta. Meglio se personale e un po’ segreta.

13 risposte a “Piccola mappa di parole sorelle, cugine, rivali”

  1. Ti ho scoperto adesso e non vedo l’ora di leggere tutto di te. Sono sicura che ho tanto da imparare. Buon proseguimento

  2. Ogni nuovo post accende una lucina nuova nella consapevolezza di chi scrive, pensa, parla.
    Empatia e leggerezza sono le mie due parole verso cui tendere. Grazie!

  3. Ancora una volta, cara Luisa, è valsa la pena aspettare il tuo post, così ricco di idee e riflessioni. Espresse con cura, amore per la forma, e desiderio di chiarezza.

    Quando tutto sembra già detto, scritto e imparato sulle parole, spunta sempre qualcos’altro meritevole di un nuovo sguardo.

    Tu ci ricordi che ciò che è scontato per una persona non lo è per un’altra. Lavorare sulle parole allena il nostro cervello a selezionare, scegliere, disporre le migliori perché il messaggio sia chiaro per il destinatario. Un viaggio mentale che spesso si svolge su sentieri accidentati.

    Grazie ancora, Luisa, per la tua visione che condividi con noi.
    Marinella Simioli

  4. Cara Luisa, ho letto quanto scrivi con il consueto interesse.
    Condividiamo l’amore per le parole e l’ascolto di coloro che frequentano i Laboratori di Scrittura.

    Anche io imparo dagli studenti e non è un vezzo, ma è proprio così.

    Tre parole “inamidato”, “disinvolto”, “autorevole” mi piacciono insieme.

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