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risali negli anni

11 Dicembre 2023

Di public writing e di testi brevi

Mi sono sempre sentita più editor che autrice, più portata a togliere, ripulire e lucidare i testi che ad arredarli, colorarli e arricchirli. Una vocazione che ho assecondato soprattutto con questo blog, sul quale scrivo da più di vent’anni, e poi sempre più con l’attività di docente di scrittura professionale in aziende ed enti pubblici: due attività che mi fanno sentire utile, in cui posso condividere molto di quello che penso, faccio, leggo e imparo, ma senza dover apparire troppo.

Tutto questo non certo per mettermi da parte, ma perché provo sempre più senso e gusto nel far emergere, far riconoscere, affinare e rendere visibile quello che in un’organizzazione e nelle sue persone già c’è: valori, aspirazioni, progetti, obiettivi, competenze, sentimenti persino. Le parole sono un meraviglioso strumento per farlo e quando alla fine di un laboratorio tutte e tutti si rispecchiano e ritrovano in quelle parole ─ le loro parole ─, guardandosi con compiaciutissima meraviglia, io mi sento veramente appagata.

Chi sono? Chi aspiro a essere? Un libro risponde

Un libro recentissimo mi ha permesso di dare un nome a quello che mi sento in gran parte professionalmente oggi: public writer.  È Tell it like it is di Roy Peter Clark, il “writing coach d’America” come è giustamente chiamato. Tutti i suoi libri mi hanno accompagnata e nutrita lungo gli anni e quest’ultimo aggiunge la spinta etica ai suoi consigli, sempre praticabili e sostenuti da tantissimi esempi. Stavolta non mancano l’immunologo Anthony Fauci e il presidente ucraino Zelensky.
Trovate un assaggio-anticipazione dei temi del libro in uno splendido pezzo in forma di check list che Clark scrisse in piena pandemia sul sito poynter.org e che ho tradotto in italiano.

Dagli strumenti alle intenzioni

La public writer scrive e insegna a scrivere per contribuire al bene comune, per aiutare chi legge a capire il mondo, anche il suo personale mondo, e a viverci bene dentro. Lo fa quando lavora con un ente pubblico ma anche con un’azienda, immaginando chi legge non come cliente ma come membro di una comunità.
Gli strumenti non cambiano, ma cambia l’intenzione e fa una grandissima differenza:

  • scriviamo questa pagina “Lavora con noi” per offrire e raccontare a ragazze e ragazzi del nostro territorio un ambiente di lavoro all’altezza delle loro aspettative
  • scriviamo questo bando con un linguaggio chiaro, vicino e preciso perché studentesse e studenti possano cogliere il massimo delle opportunità, ottenere una borsa di studio, fare un tirocinio utile per il loro futuro lavorativo
  • scriviamo il sito e i social della destinazione turistica perché desideriamo ospiti che rispettano l’ambiente e condividano con noi l’impegno di preservarlo intatto per le generazioni future
  • scriviamo il bilancio sociale per mostrare a chi ha sostenuto la nostra onlus come abbiamo impiegato i suoi soldi e far sì che molte altre persone donino con generosità
  • scriviamo un contratto di polizza senza ambiguità o zone d’ombra perché la chiarezza incoraggia le persone a fare le scelte migliori per proteggere la loro vita, i loro beni e la loro famiglia
  • scriviamo un blog sull’educazione finanziaria perché i clienti informati, quelli che ci fanno anche le domande scomode, contribuiscono a un mercato sano.

Al linguaggio chiaro, i cui strumenti sono ormai noti e collaudati, il public writing aggiunge la motivazione etica, l’onestà e la trasparenza, persino il “candore” come dice Clark. Il quale auspica un moltiplicarsi di public writer in tutti i settori, persone capaci di “tradurre” informazioni e temi complessi del loro settore in testi chiari, interessanti e utili per tutti, a partire dalle persone con meno possibilità e meno strumenti.

Dove ho sentito che stavo insegnando public writing

Ero fresca fresca dalla lettura di Tell it like it is quando ho affrontato uno degli ultimi impegni formativi del 2023, un laboratorio per la scrittura di testi brevi e divulgativi, soprattutto sui social. Il cliente: un istituto di ricerca regionale, che svolge ricerche socioeconomiche per supportare le politiche pubbliche della Regione. Ci ero già stata qualche anno fa, quando ci eravamo concentrati sul linguaggio chiaro per scrivere le ricerche. Dopo la pandemia, l’esplosione di Instagram, TikTok e i podcast, l’esigenza è ora anche quella di arrivare al maggior numero di cittadini, aziende, media per raccontare come vanno le cose nella loro regione. Raggiungerli attraverso lo strumento che hanno sempre con sé, lo smartphone, sui temi che stanno loro più a cuore, con il linguaggio della quotidianità, fatto sì di parole, ma anche di immagini e di voci.

Il libro di Clark mi aveva molto ispirata e imbaldanzita, così ho costruito il percorso di scoperta verso i testi brevi lasciandomi guidare soprattutto dall’intenzione. E la prima ri-scoperta è stata: i migliori testi brevi scaturiscono da ottimi testi lunghi, ottimi perché scritti seguendo le regole d’oro del linguaggio chiaro e accessibile.

Da 50 pagine a 2 righe

Condivido volentieri le macro-tappe del percorso che ci ha portato da ricerche di decine di pagine destinate a esperti e decisori pubblici a testi brevi e leggerissimi, da leggere, guardare o ascoltare al volo.

Un testo breve efficace parte da un testo asciutto, con la sintassi piana, già sfrondato delle parole superflue
Un istituto di ricerca scrive, appunto, ricerche: dalle 10 alle 50 pagine e più dalle quali è possibile attingere una marea di dati e informazioni interessanti. Ognuno può diventare un post, un’infografica, una pillola podcast, una notizia per la stampa. Se dati e informazioni non sono “annegati” in chilometrici meandri sintattici e tra tante parole superflue, scovarli e riconfezionarli è molto più facile. Testi lunghi e testi brevi non sono territori separati: i testi lunghi asciutti e lineari contengono già quelli brevi.
Quindi: il “decluttering verbale” va fatto a monte, già mentre scriviamo qualsiasi testo, altrimenti ce lo ritroveremo sul groppone dopo. E così la sintassi: pensate a quanto deve essere elementare e “affettabile” una frase su TikTok, due o tre parole alla volta. All’Economist, per esempio, affettano che è una meraviglia:

Un testo breve efficace risponde alla domanda: “qual è l’informazione più importante per chi legge”?
Meglio rispondere subito, anche nel testo lungo: sapere subito qual è il “cuore” informativo aiuta a leggere e interpretare tutto quello che segue. Un “cuore” che può coincidere con il testo breve: il post su Linkedin, la didascalia su Instagram, l’infografica su X.

Un testo breve efficace fa parte di una struttura visibile
Ogni testo ha una struttura, ma se è visibile prima ancora di leggere una sola parola, quella struttura può essere “smontata” in un battibaleno in tanti testi più brevi. Gli elementi che trasformano un testo “discorsivo” in un testo “strutturato” sono soprattutto:

  • titoli: se sono “parlanti”, annunciano e concentrano il contenuto del testo
  • sottotitoli: costituiscono un livello di lettura a sé, ognuno un punto di ingresso al testo, l’ideale per scorrere un testo appena lunghetto sullo schermo; ognuno è già un testo breve pronto all’uso
  • elenchi: già in sé, sono un favoloso strumento di decluttering verbale, spostano automaticamente sulla parte sinistra dello schermo le parole chiave e, per la mente che legge, la struttura parallela delle voci è un binario sul quale filare dritta alla meta, insomma il formato migliore per la lettura veloce e impaziente sullo smartphone
  • didascalie di immagini o grafici: mai trascurare questi piccoli ma solidi ponti tra l’attrattività dell’immagine e l’impegno della lettura; niente pedanti descrizioni, ma una chiave di lettura o un dato eclatante e il post di Instagram è (quasi) fatto.

Un testo breve efficace è autonomo, anche se fa parte di un testo più ampio
La magia dell’intreccio tra testi lunghi e testi brevi ─ come la trama e l’ordito di un tessuto ─ è perfetta se i testi brevi sono autonomi, ognuno un microcosmo informativo; se letti isolatamente mantengono informazione e senso, sono pronti per prendere anche la strada degli spazi ristretti dei social.

Un testo breve efficace usa un linguaggio il più possibile naturale e umano
I testi che si avvicinano alla naturalezza (non alla spontaneità!) della lingua parlata, viva e quotidiana, sono anche i più leggibili, perché noi esseri umani siamo fatti per l’ascolto, non per la lettura.
Su TikTok l’Economist si presenta così: “Like talking to your clever friend”.
Naturalezza e fluidità sono d’obbligo se volete divulgare con un podcast o prevedete di dotare un testo della funzione “Ascolta”, come quella che Il Post o il Corriere della Sera offrono a chi ha l’abbonamento. Della naturalezza del parlato fanno parte anche quelle che io chiamo le “maglie larghe”: piccole ridondanze, ripetizioni e raccordi studiati, qualche (rara) domanda retorica. Chi ascolta non può (o non ha alcuna voglia) di recuperare quello che ha perso o non ha capito: meglio allentare le “maglie strette” di un testo superasciutto ed essenziale.

Un testo breve efficace si legge a colpo d’occhio
Si legge a colpo d’occhio il testo con una struttura visibile, il testo che si snoda in un’infografica, il testo che accompagna un grafico (dal titolo alla didascalia), ma anche il testo con un corpo decisamente più grande, che magari affida parte del messaggio al colore e al lettering. Il decluttering verbale serve anche a questo: meno parole abbiamo, più possiamo ingrandirle. E far dir loro: “Guardaci!”

Bonus libro

Credo di aver letto tutti i libri possibili sul linguaggio chiaro, e qualcuno l’ho anche scritto. Difficile quindi che scovi qualcosa di nuovo o diverso. How to write clearly del copywriter britannico Tom Albrighton non contiene nulla che non sapessi già, ma la struttura, la completezza e la precisione ne fanno il miglior libro in circolazione sul linguaggio chiaro. Un ripasso favoloso, approfondimenti e molte conferme.

9 risposte a “Di public writing e di testi brevi”

  1. Lo ammetto: ogni volta che vedo la dicitura “Il mestiere di scrivere” tra le mail è come fosse festa.
    Ti ringrazio, Luisa.

    – Emanuele

    p.s. D’ora in poi adotterò anch’io la definizione “decluttering verbale”.

  2. L’incipit del tuo post, cara Luisa, plana sulla pista delle domande che mi pongo ogni volta davanti a un testo, di qualunque natura sia. Soprattutto se non è chiaro mi chiedo come farei a rimodellarlo, sfrondarlo, limarlo, perfezionarlo. E a domanda si aggiunge domanda: a quel punto cosa diventerei del testo, l’autrice o la ri-scrittrice? La mia conclusione è che editare è ben più complesso che scrivere in prima persona, quando a dirigere i pensieri siamo noi stessi. Con gli scritti altrui, invece, occorre entrare nella mente di chi li ha concepiti, decriptarne il senso, lo scopo, le intenzioni. Stabilire inoltre se le ridondanze sono volute, se appartengono, cioè, a una cifra stilistica identificativa, o se piuttosto sono solo un fastidioso refrain.

    E ora sui testi brevi e lunghi, su cui rifletto spesso. La qualità è l’elemento distintivo, al di là della lunghezza. Ridurre concetti strampalati e correggere una sintassi zoppicante è dura, mentre comprimere uno scritto dalle intenzioni chiare e dalla lingua precisa rende la vita molto più semplice.
    L’invito che colgo nel tuo post è di ponderare bene cosa mettere nero su bianco, non lasciandoci trasportare dalla tastiera, che ha reso scrivere, cancellare e riscrivere molto più comodo. Con carta e penna, bè, la fatica si faceva sentire e forse ci rendeva più riflessivi.

    Saluti a tutti e grazie sempre per i tuoi post illuminanti.

    • Marinella, vero: quando da ragazzina scrivevo a macchina, scrivevo testi (quasi) perfetti. Però apprezzo moltissimo tutto quello che abbiamo a disposizione oggi. Dovremmo rifarci al grande Aldo Manuzio e al suo payoff: “Festina lente”, “Affrettati lentamente”.

  3. Ciao Luisa,
    è da un po’ che sto lavorando sulla voce da dare alla propria scrittura. La distinzione che fai tra naturalezza e spontaneità è davvero illuminante. Grazie!

  4. Certo, sarebbe impensabile fare a meno di tastiera e pc, adesso! Riflettevo solo ad alta voce mentre quasi quasi mi sto dimenticando come si tiene la penna in mano!

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