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TED Talks, un inno alle parole

23 Lug

Anche se non ci capiterà mai di raccontare qualcosa di importante nei famosi e invalicabili 18 minuti di un intervento TED, vale davvero la pena di leggere TED Talks, di Chris Anderson. Perché la presentation literacy – l’alfabetizzazione retorica, la capacità di raccontare in parole e immagini – oggi riguarda tutti: professionisti, giornalisti, docenti, studenti. Chiusa la parentesi Gutenberg – con le parole del sapere confinate nei libri – oggi la conoscenza è dappertutto, dilaga su mille strumenti, è immortalata in rete dove vivrà una lunghissima vita.

Nessuno prima ha mai avuto questa straordinaria opportunità di connettersi e poter condividere quello che ha imparato, pensato o sognato con un numero sterminato di altre persone. Non solo reading, ‘riting, ‘rithmetic, ma anche e soprattutto rhetoric. Per Anderson l’antica arte della persuasione e del discorso efficace torna centrale e deve ritrovare il posto che le spetta tra le competenze di base, soprattutto a scuola.

Anderson, che ha guidato TED nella sua marcia trionfale degli ultimi anni, ha scritto un libro che insegna a tutti, ma proprio tutti, a coinvolgere gli altri raccontando una propria idea. A me è piaciuto moltissimo, soprattutto perché sfata parecchi miti e demolisce alcuni tra i luoghi comuni più diffusi. Per esempio:

Ripartiamo dal cosa, per arrivare al come

Per anni ci siamo sentiti dire che il segreto di ogni comunicazione efficace è tutto nel come e pochissimo nel cosa. Ricordate il famoso “55% di elementi non verbali, 38% di paraverbali e un misero 7% di parole”? A TED qualsiasi oratore, anche il più strabiliante, deve ripartire dall’idea e tradurla prima in parole, tutto il resto viene dopo.

“OK, hai qualcosa di molto interessante da dire, e il tuo obiettivo è ri-creare la tua idea chiave dentro la mente di chi ti ascolta. Come si fa? Gli esseri umani hanno sviluppato una tecnologia che lo rende possibile. Si chiama linguaggio. E fa fare al cervello cose incredibili.”

Il linguaggio è la nostra tecnologia di base, che ci permette di trasferire immagini dalla nostra mente in quella di chi ci legge o ci ascolta, la forma più antica ed efficace di multimedialità. Le parole bastano e avanzano, come dimostra tutta la letteratura, dai grandi poemi epici a oggi. In 18 minuti ci stanno più o meno 2500 parole, ma il consiglio è di partire condensando la propria idea in sole 15 parole. Finché non ne siamo capaci, è inutile fare slide o imbarcarsi in lunghi discorsi.

Un testo o un discorso sono prima di tutto un viaggio

Convincere qualcuno a muoversi e a seguirci, sia pur solo con la mente e l’immaginazione, è tutt’altro che scontato. Deve essere il nostro interlocutore a volerlo e ad aprire volentieri la sua mente:

“Nessuna conoscenza può essere spinta dentro la mente di qualcuno. Deve essere la mente stessa a tirarla dentro.”

Insomma, chi ci legge o ci ascolta ci deve dare prima il permesso. E come si fa a farselo dare? Per esempio con un contatto immediato, prima ancora di cominciare: può bastare lo sguardo giusto o la magia di un sorriso, ma poi abbiamo solo il fatidico primo minuto per promettere un viaggio dal quale torneremo tutti diversi. Il capitolo dedicato agli inizi (e alle conclusioni) offre tantissimi esempi di partenze emozionanti ed efficaci, tutti veri, tratti dalle conferenze TED.

Il carburante del viaggio è la curiosità, conquistata passo passo in un equilibrio continuo tra mistero e disvelamento. Non funziona anticipare tutto subito, ma nemmeno tenere il pubblico continuamente con il fiato sospeso:

Non serve un grande balzo per portare chi vi ascolta alla vostra idea. Conduceteli passo passo, pezzo per pezzo, con esempi e metafore, e mostrate come tutti i pezzi si incastrano perfettamente tra loro.

Tutto si tiene, ma solo se abbiamo ben progettato

La perfezione dei TED più famosi, la loro naturalezza, quell’essenzialità in cui non ci sono né un gesto né una parola di troppo o di meno, sono il frutto di una preparazione maniacale, lo sappiamo. Ma solo leggendo questo libro capiamo quanto maniacale. Ogni oratore si prepara con lo staff per mesi e tiene il suo discorso solo quando tutti sono d’accordo che è davvero pronto. Il viaggio è analizzato parola per parola, perché il pubblico non abbia neanche un secondo di disorientamento:

Chi parla deve essere sicuro che chi lo ascolta capisca esattamente come ogni frase si collega logicamente a quella precedente: se la loro relazione è la similarità, il contrasto, l’elaborazione, l’esemplificazione, la generalizzazione, il prima-dopo, il causa-effetto. Chi ascolta deve sempre sapere in quale punto si trova: lungo il tema principale, in una svolta, in una digressione.

La parola chiave della progettazione è throughline, qualcosa di molto diverso da una scaletta che mette con ordine un argomento dopo l’altro. È il filo invisibile che tiene unita una storia: tutto deve essere attaccato a questo filo. Se qualcosa non lo è, si taglia via. Drasticamente.

Parole parlate, ma prima scritte, scrittissime!

Più tempo hai a disposizione, più puoi parlare a braccio. Ma se hai solo 18 minuti, devi pesare ogni parola e se te le scrivi prima il lavoro di pesatura viene molto meglio. Tutti gli oratori sono invitati a scriversi prima l’intervento; sono pochissimi quelli che non lo fanno. È così che si capisce se si rimane fedeli alla throughline e quali elementi o parole si possono ancora eliminare. Ma tutti, che lo abbiano scritto o no, devono ripetere il discorso moltissime volte – da soli o davanti a un pubblico – finché quelle parole non diventano parte di loro. L’agio e la naturalezza che vediamo nei video di TED derivano da questo instancabile lavoro di rehearsing, proprio come gli attori di teatro che imparano la loro parte. Scorciatoie non ce ne sono, nemmeno per le star, quelle da milioni di visualizzazioni.

Parole, parole, parole. Ma non eravamo la società dell’immagine?

Un terzo delle conferenze più viste di TED non ha slide, solo parole. L’avreste mai detto? Io no, probabilmente perché le immagini suscitate dalle parole nel mio teatro mentale erano già abbastanza forti e potenti da non farmene desiderare altre. Quando invece le immagini ci sono, hanno la loro specifica funzione.

Il principale obiettivo dei visual non è di comunicare parole. La nostra bocca lo fa già benissimo. L’obiettivo è condividere cose che la bocca non riesce a raccontare altrettanto bene: fotografie, video, animazioni, dati.

Spesso, nelle spiegazioni migliori, parole e immagini lavorano insieme. La mente è un sistema integrato. Se vogliamo spiegare qualcosa di nuovo, il modo più semplice e potente è “show and tell”.

Immagini e parole insieme, senza sovrapporsi e senza saturare i nostri canali cognitivi. Ma con un diverso equilibrio quantitativo: se per le parole l’imperativo è togliere, l’invito di Anderson per le immagini è di abbondare senza timori. Non tutte infatti vanno commentate e spiegate, anzi possono scorrere rapidamente una dopo l’altra con effetti di grande ritmo e bellezza.

Con l’autenticità non si scherza (e nemmeno con le emozioni)

I video di TED emozionano, e tanto, anche quando parlano di argomenti apparentemente freddissimi. Ma Anderson è chiaro: l’emozione autentica è un effetto, non un’intenzione, un obiettivo, un punto di partenza. A un mondo del marketing che si vuole sempre più personale, umano, emozionale, ispiratore, autentico, questo libro dà una grande lezione: ogni intervento di TED è un dono, non una richiesta. Per questo funzionano. E per questo non funzionano non solo gli interventi pitch (quelli che sotto sotto ti vogliono vendere qualcosa), ma nemmeno quelli che si propongono di essere inspirational. Le emozioni non si creano, si possono solo suscitare. Con il desiderio sincero di condividere qualcosa di importante e con l’umiltà di prepararsi a fondo nel migliore dei modi possibile, ma senza l’obiettivo del successo e della standing ovation.

Non si può recitare l’ispirazione. L’ispirazione è la risposta del pubblico all’autenticità, al coraggio, all’impegno altruistico e alla saggezza genuina.

Allora, scritto, parlato o tutti e due?

Ogni idea e ogni suggerimento sono esemplificati con casi e ampi brani tratti dai tantissimi interventi di TED. Il bello è che sono godibilissimi anche da leggere sulle pagine di un libro. Allora viene da chiedersi se le conferenze più seguite del pianeta siano testi, performance teatrali, o raffinatissime chiacchierate. Io penso che vi converga il meglio dello scritto e del parlato, della preparazione e dell’improvvisazione, dell’amplificazione e dell’intimità. Sono uno degli ibridi più felici di questi tempi, la testimonianza di un grande rinascimento della parola e, come scrive Anderson, forse di una nuova “età del fuoco”.

TED Talks è un libro di idee su come ciascuno può trovare il proprio personalissimo tono di voce quando desidera condividere un’idea o una passione. Qualcosa di molto diverso dai tradizionali libri sul public speaking, pieni di regole sulla voce e la gestualità che dovrebbero valere per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano consigli molto pratici, anzi ce ne sono tantissimi, da quali font usare sulle slide a quali orecchini evitare di mettersi, fino a un originalissimo sistema di note per modulare la voce sulle nostre parole che mi ripropongo di mettere in pratica alla prima occasione (chi l’ha detto che contano solo le pause? Ci sono casi in cui è meglio accelerare!).
La lezione che mi porto a casa è che ognuno deve rispettare la sua natura e il suo modo di essere e comunicare, perché il linguaggio – verbale, visivo o del corpo – è lo strumento più versatile che ci sia, e in più è sempre con noi.

Su questo blog leggi anche:

I 10 comandamenti di TED
Alle radici dell’eterna mutimedialità

 

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Parola per parola

29 Ott

A proposito di scarsa conoscenza dell’inglese, le TED Conference ora si possono seguire su You Tube anche parola per parola attraverso la trascrizione interattiva che illumina proprio le parole che l’oratore sta pronunciando in quel momento. L’ho scoperto stamattina quando mi sono messa a seguire la conferenza di Seth Godin sul suo ebook Stop stealing dreams, di cui ho scritto un po’ di tempo fa.
Così si riesce a seguire anche il più veloce degli oratori, e intanto si fa esercizio di listening comprehension.
Non ci sono proprio più scuse per non cercare di capire e fare nostro tutto quel ben di dio che c’è là fuori.

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Lezioni da condividere

25 Mar

Da Brain Pickings apprendo ora che TED lancia TED-Ed, la sezione dedicata all’educazione “per cogliere e diffondere la voce dei grandi insegnanti di tutto il mondo”.
Il sito apre ufficialmente a metà aprile ma alcune minilezioni sono già sul canale YouTube.
Una è dedicata alla forza delle parole semplici e dei testi brevi:

 

Le videolezioni durano al massimo dieci minuti. Già da ora si possono segnalare idee per lezioni, insegnanti e autori delle animazioni.

L’intagliatrice di sogni

7 Gen

Dici storytelling e di questi tempi pensi subito digital.
Invece Béatrice Coron usa la carta per raccontare storie magnifiche.
Hanno la ricchezza e la sostanza dei sogni, quei sogni vividi e lucidi, di cui quando ti svegli ricordi ogni minimo particolare.
Ma non usa le parole, solo la carta, che ritaglia e incide come un merletto.
È, per dirla con parole sue, una “intagliatrice di carta”.
Le storie sono già lì. Lei le rivela togliendo. Come faceva Michelangelo con il blocco di marmo.
Questa signora francese che vive a New York ha scoperto tardi la sua vocazione.
Prima ha girato mezzo mondo facendo l’operaia, la guida turistica, la cameriera e molti altri lavori.
Nel suo girovagare l’ha sempre accompagnata la curiosità e la passione per le lingue, per le loro stranezze, bizzarrie, somiglianze.
Quando ha deciso di diventare un’artista ha scelto la carta perché “leggera, economica, facile da usare”.
Ha cominciato da un piccolo alfabeto bilingue ed è approdata a paesaggi dell’anima che si estendono per metri e metri come arazzi e che accompagnano le persone anche nella vita quotidiana, in biblioteca, in metropolitana, nelle case popolari.
Perché per questa paladina dell’arte pubblica “nella carta, come nella vita, tutto è interconnesso”.

Venti minuti di ininterrotta bellezza e creatività, con i sottotitoli in italiano.

Per cominciare bene: un video, un articolo, un libro

1 Gen

Oggi ho voluto scegliere in rete poche cose, da ricordare, che dessero all’inizio dell’anno un senso, una direzione, più l’autoaugurio di stare online con più discriminazione e consapevolezza di quanto abbia fatto negli ultimi mesi.
Vi propongo quindi un video, un articolo e un libro.

Il video

Dai relatori delle TED Conference ci si aspetta sempre che siano spumeggianti, veloci, brillanti, pieni di ritmo. I quasi venti minuti di Alberto Cairo, fisioterapista italiano da oltre vent’anni in Afghanistan, sono lenti e lui è disarmante nella sua semplicità e nel suo inglese che ogni tanto cerca la parola giusta. Ma alla fine ero commossa e mi sarei alzata in piedi anche io insieme alla platea tutta intera per ringraziare della storia vera che ha raccontato, un concentrato di dignità, ottimismo e coraggio. Da portare e far vedere in ogni scuola.

There are no scraps of men – Non esistono brandelli di uomini
(la traduzione italiana non c’è ancora, ma si segue benissimo)

 

L’articolo

Ottimismo, dicevamo. Il Guardian inaugura l’anno con un lunghissimo articolo della neuroscienziata Tali Sharot, autrice del libro The Optimism Bias – Il pregiudizio dell’ottimismo. L’uomo è inguaribilmente ottimista, anche nei periodi peggiori. Immaginiamo il futuro sempre migliore di quello che effettivamente sarà, cancelliamo i brutti ricordi ed esaltiamo quelli buoni. I più ottimisti tra noi godono di migliore salute, vivono più a lungo, se divorziati si risposano con più facilità, guadagnano più degli altri.
Senza ottimismo, coraggio, capacità di immaginare, di rischiare e affrontare l’ignoto non ci sarebbe stata alcuna evoluzione dell’umanità. Oggi gli scienziati queste cose le studiano anche guardando dentro il nostro cervello. E cosa cambia vederle? si chiede la Sharot. Sapere di avere la tendenza innata a essere fin troppo ottimisti può aiutarci a prendercene tutti i vantaggi evitando i rischi che troppa spensieratezza porta con sé.


Il libro

Il libro è un malloppone di oltre 400 pagine che mi sono tenuta appositamente per questi giorni, perché tratta un tema che mi sta molto a cuore e perché il suo autore, mille volte più bravo e capace di me,  per certe cose mi assomiglia assai.
Tim Parks è forse il più famoso traduttore letterario dall’italiano in inglese, romanziere e saggista. Vive nel nostro paese da trent’anni e da ben più a lungo lavora con le parole. Un lavoro, il suo, eccitante e bellissimo, almeno finché la tirannia della verbalizzazione fa ammalare il suo corpo e imprigiona la sua mente.
Insegnaci la quiete è il racconto sincero, spietato, brillante e divertente della ricerca della guarigione. Che arriva con la scoperta della cosa più semplice e apparentemente scontata di cui disponiamo (il respiro) e della più vicina e spesso sconosciuta (il corpo). Difficile far tacere le parole che irrompono in continuazione nel Nobile Silenzio. Difficile immergersi nei panorami sconfinati all’interno del corpo immobile. Ma una volta scorto cosa c’è lì dentro, diventa impossibile resistere alla meraviglia e all’avventura dell’esplorazione. Un’avventura che ti fa guarire perché ti cambia per sempre.

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