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I ritmi pacati di Daniel Kahneman

8 Gen
La lepre, Albrect Dürer, 1502.

La lepre, Albrect Dürer, 1502.

Di Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman avevo sentito molto parlare, soprattutto attraverso interviste all’autore, premio Nobel che insegna psicologia sociale a Princeton. Nonostante il titolo e il tema invitante, finora le oltre 500 pagine mi avevano spaventata. Scaricato sul Kindle, lo spessore è sparito e le prime righe mi hanno conquistata (il nostro professore emerito farebbe delle interessanti osservazioni anche su questo, immagino).

Lo leggerò tutto, non ho dubbi, ma già ora che ne ho letto nemmeno un sesto ho ricevuto tanti di quegli stimoli che ho deciso di non fare la lettrice vorace e bulimica. Ne leggerò un poco alla volta e ci rifletterò anche scrivendoci dei post, come feci già per The Sense of Style di Steven Pinker.
Il post, per me, è la forma più efficace e raffinata di appunti: sapendo che lo leggeranno anche altre persone, l’impegno nella chiarezza è massimo e questo mi auta a chiarire le idee prima di tutto a me stessa e soprattutto me ne suscita di nuove, che illuminano la mia quotidianità e il mio lavoro.

Questo primo post è dunque dedicato a smontare un’idea radicatissima, che in ogni azienda, amministrazione, aula, viene fuori più o meno sempre con le stesse parole: “Ma se scriviamo frasi più brevi, se rinunciamo a certe parole ed espressioni, finiamo con banalizzare!”. Oppure: “Ma questi sono contenuti tecnici! C’è un limite alla semplicità!”. Ancora: “Ma questo è un testo formale! Che dico… istituzionale!”

Tutte queste obiezioni arrivano da persone colte, laureate, assolutamente in buona fede, tutt’altro che pigre, convinte però che a tema complesso debba corrispondere testo complesso e, possibilmente, astratto. Leggere Kahneman dimostra il contrario: sono proprio i temi complessi che hanno bisogno di un impegno divulgativo straordinario. Non di testi sempliciotti, attenzione, ma di una forte tensione alla semplicità sì.

Il professor Kahneman si è impegnato molto ed è stato ripagato con un Nobel per l’economia, un impatto fortissimo su altre discipline (ha molto da insegnare anche a chi comunica e scrive, come vedremo), un successo di vendite spettacolare.

Come fa?

Non ha paura della concretezza e non si rifugia nell’astrazione.
Così comincia l’introduzione:

Ogni autore, immagino, ha in mente il contesto in cui i lettori possono applicare gli eventuali benefici tratti dalla lettura delle sue opere. Il mio è il tipico distributore di caffè e bevande dell’ufficio, davanti al quale si scambiano opinioni e pettegolezzi. La mia speranza è di arricchire il vocabolario che si usa quando si esprimono commenti sui giudizi e le scelte altrui, sulle nuove politiche aziendali o sulle scelte di investimento di un collega. Perché curarsi di simili pettegolezzi? Perché è molto più facile, nonché molto più divertente, riconoscere ed etichettare gli errori altrui piuttosto che i propri.

In poche righe, il professore è riuscito a collegare autore e lettore (sono citati subito, sulla stessa riga), ad annunciarci che la lettura porterà benefici nella nostra vita, a catapultarci in un luogo familiare, a rassicurarci mescolando alto e basso (pettegolezzi e investimenti), a rispondere alla prima obiezione che ci viene in mente, a farci riconoscere in una comune verità (certo che è più facile riconoscere gli errori degli altri piuttosto che i propri), a farlo con garbo e senza prosopopea (immagino, la mia speranza), ad anticiparci anche un po’ di divertimento in cambio del tempo che decideremo di dedicargli.

Fa molti esempi, e molto semplici.

Soprattutto, li fa prima di esporre l’idea, non dopo. Così ci accompagna da ciò che conosciamo e ci è familiare verso ciò che ancora non conosciamo:

Imparare l’arte medica consiste in parte nell’imparare il suo linguaggio. Non diversamente, per arrivare a una comprensione più profonda dei giudizi e delle scelte, occorre un vocabolario più ricco di quello che ci è messo a disposizione dal linguaggio quotidiano.

Come il contatore dell’elettricità fuori della nostra casa o del nostro appartamento, le pupille rappresentano un indice del ritmo al quale è usata in un certo momento l’energia mentale.

Nel caso improbabile che da questo libro si traesse un film, il sistema 2 sarebbe un personaggio che si crede un protagonista.

Racconta il funzionamento della mente come una storia con due personaggi.

Se questo è il sistema 2, chi è il sistema 1? È la nostra mente intuitiva, quella dei pensieri automatici e veloci, quella che ci permette di vivere la quotidianità senza troppa fatica, ma anche quella che a volte ci inganna perché ci induce a prendere scorciatoie, che ci fa vedere la realtà e prendere decisioni sbagliate a causa dei nostri pregiudizi cognitivi. Il sistema 2, invece, è lento e capace di riflessione ma è anche pigro e molto restio a entrare in pista per darci una mano.
Tra i due, come tra protagonista e antagonista, c’è tensione continua, ma è proprio questa tensione a tenerci incollati per vedere chi ha la meglio. Il fatto che questa storia parli di noi e che si svolga silenziosamente nella nostra mente la rende irresistibile.

Dà del tu al lettore, senza insistenze, ma nei momenti chiave, quando gli chiede più attenzione.

Spero che tu abbia avuto un’esperienza analoga quando hai letto la domanda relativa a Steve il bibliotecario, la quale mirava ad aiutarti a comprendere il potere della somiglianza come indizio di probabilità e a vedere quanto sia facile ignorare dati statistici rilevanti. 

Ti ho invitato a considerare i due sistemi come agenti interni alla mente, con la loro personalità, le loro abilità e i loro limiti individuali.

Potresti chiederti che senso ha introdurre dei personaggi fittizi con dei brutti nomi in un libro serio. La risposta è che questi personaggi sono utili per via di certe peculiarità della nostra mente. La tua come la mia. 

L’uso del tu o del lei, o della forma impersonale, sono cruciali nel tono di voce di un’organizzazione, tanto da essere “disciplinate” nella guida di stile. Difficile tenerle tutte in equilibrio, perché spesso o si esagera in confidenza o si ha una paura tremenda di sconfinare dal famigerato “istituzionale”.
Kahneman ci insegna che le forme personali possono variare: sì, si può benissimo dare del tu al lettore, nominare l’azienda e usare la terza persona, passare al noi, sempre nella stessa pagina… lo facciamo anche nella vita, no?

Le forme personali sono anche il principale strumento con cui ci avviciniamo o prendiamo le distanze da chi ci legge: quando gli diamo del tu è come se lo guardassimo negli occhi, e non è che possiamo stargli addosso tutto il tempo, ma solo quando vogliamo aumentare l’intensità di quanto stiamo dicendo.

Usa una sintassi molto varia, ma sempre semplice e piana.

Ho fatto le prove: difficilmente c’è un periodo che vada oltre le 30 parole, ma spesso sono ben più brevi. Eppure parla del funzionamento della mente. Eppure ha vinto il Nobel per l’economia. Il professore è sicuro di sé e di quel che dice, soprattutto non ci tiene affatto a fare l’accademico e a darsi un tono. Ha passato una vita a studiare i nostri pensieri e diversi anni a scrivere i suoi libri. Un investimento enorme, per questo vuole che le sue parole arrivino a più persone possibili, siano utili a più persone possibili. Soprattutto, sa benissimo che la mente che legge ha bisogno di pause, del ritmo giusto, di fermarsi a riprendere fiato.

La scrittura aperta e rispettosa di Kahneman mi ha fatto tanto pensare a Tullio De Mauro, cui dedico questo primo post del 2017.

La lettura è una corsa. E un’arte divinatoria.

11 Set

Parole gemelle

Nella tag cloud che si va costruendo sotto i miei occhi man mano che taggo i post di questo blog (sono a metà dell’opera), ci sono parole che mi sorprendono per le loro dimensioni rispetto ad altre. Una è la parola “lettura”, che è sì gemella di “scrittura”, ma mai avrei pensato di averle dedicato così tanti post. Questo è un altro.

Eppure, tutti i miei libri si aprono con un capitolo sulla lettura, fin dal librino rosa di sedici anni fa. Poi ci sono stati incontri importanti a farmi appassionare al meccanismo della lettura, a partire dal fondamentale, quello con Proust e il calamaro di Maryanne Wolf, per proseguire con The Sense of Style di Steven Pinker.

Ora è arrivato un altro libro che un paio di mesi fa avevo cominciato e snobbato, anzi quasi denigrato: The Reader’s Brain. How neuroscience can make you a better writer, di Yellowlees Douglas. L’ho ripreso a mente fresca e con un atteggiamento più disponibile e confesso che mi ha aiutato a mettere a fuoco e a connettere parecchie cosette che sapevo, ma in modo disordinato. Non ha la scrittura precisa e rigorosa della Wolf, ma è più semplice e accessibile del fascinoso mattone di Pinker.

Nei meandri della mente che legge

Negli ultimi anni le cose più interessanti sulla scrittura mi sono quindi arrivate dai libri sulla lettura, e più dalle neuroscienze che dalla linguistica. Forse perché è dallo studio della mente che legge che capiamo non solo “come” scrivere in maniera più chiara, ma anche il “perché” di tante pur buone indicazioni che leggiamo da decenni in tutti i manuali di scrittura.

La lettura, infatti, è stata per millenni una misteriosa scatola nera: sapevamo cosa vi entrava, sapevamo cosa vi usciva, ma non avevamo la più pallida idea di cosa succedesse lì dentro. I neuroscienziati oggi hanno molti strumenti per darci un’occhiata: per chi scrive è utilissimo sapere come le parole e le frasi vengono “consumate”.

Una corsa continua

La mente che legge lo fa con accelerazioni e decelerazioni continue, di cui non ci rendiamo conto. Gli occhi saltano da un gruppo di parole a un altro, si fermano, riprendono. Gli occhi vedono, ma è il cervello che legge, interpreta, connette, ricorda: prima riconosce le singole parole, poi le individua alla luce delle parole che precedono e seguono (così capisce se la pesca riguarda i pesci o è un frutto), poi le connette tra loro per dare senso al messaggio, infine le connette al vissuto, alle letture, alle conoscenze della persona.

La velocità di queste operazioni – e quindi la fluidità e l’agio della lettura – dipendono in gran parte dalle scelte dell’autore. Ma c’è una cosa che le sottende tutte: la mente che legge è come un indovino al lavoro, non fa altro che fare ipotesi su quello che viene dopo, verificarle, procedere oltre, fare un’altra ipotesi, verificarla, andare avanti. Più quello che segue conferma ipotesi e aspettative, più si corre veloci, fluidi, soddisfatti. Solo che di solito non ce ne accorgiamo. Ci accorgiamo benissimo, invece, quando la lettura è faticosa.

“Mentre gli occhi scorrono sulla pagina, il cervello è tutto intento a fare previsioni sul contenuto del documento, così come sul contenuto del paragrafo, persino sulla fine della frase.”

Entrata in scena

Come si fa, in concreto, a far volare il lettore sul testo? A confermare tutte le sue ipotesi? Soprattutto due cose:

  • si usano parole specifiche e precise, così il senso di ciascuna è subito illuminato dalle altre parole che si trovano nello stesso periodo, vicinissime, prima e dopo
  • si introducono il prima possibile l’attore e l’azione, cioè il soggetto e il verbo: senza di loro non c’è messaggio, non c’è senso, la mente brancola nel buio alla loro ricerca. Ecco perché le lunghe subordinate all’inizio di un periodo non funzionano. Ecco perché il vezzo di separare il soggetto e il verbo con un inciso fiacca immediatamente il lettore più volenteroso. Ecco perché la forma attiva funziona in molti casi meglio della forma passiva. Ecco perché i periodi lunghi, con molte subordinate infliggono fatica inutile.

L’orizzonte della mente

A queste piccole ma continue fatiche bisogna aggiungere il fatto che la mente non è multitasking: ha una memoria di lavoro breve. Se il soggetto è molto lontano dal verbo o se entrambi arrivano dopo un bel po’, la mente è costretta a fare quello che mai vorrebbe: tornare indietro.

“Ogni volta che il tuo lettore deve tornare indietro a rileggere una o più righe, come scrittore sei morto.”

Ecco perché a volte è meglio ripetere una parola che ricorrere a un pronome: se la parola di riferimento è troppo lontana, la mente deve tornare indietro. Ecco perché non si devono usare termini come summenzionato o già citato: la mente deve tornare indietro. Ecco perché è bene sorvegliare le negazioni: la mente deve fare la doppia fatica di comprendere qualcosa e poi negarla. E intanto l’ipotesi è lì che aspetta, impazientissima.

È inutile anticipare i dettagli, il come, il dove e il quando se non ho fornito ancora il chi o il cosa.  La mente non li ricorderà, se vorrà ricordarli dovrà tornare indietro.

“Pensa: prima il soggetto, poi il verbo, poi… il diluvio di dettagli.”

“La mente che legge comincia a capire una frase solo dopo aver raggiunto il soggetto grammaticale. Poi trattiene il fiato finché non incontra il verbo. Solo allora tira un sospiro di sollievo, pronta a inspirare dettagli, precisazioni e tutte quelle belle cose con le quali gli scrittori accademici amano infarcire i loro periodi.”

Il testo è uno specchio

L’ordine delle parole e delle informazioni deve rispecchiare la mente umana, che va di ipotesi in ipotesi, ognuna una frase, un periodo. E non ama le interruzioni. Dov’è che formula le sue ipotesi su quanto sta per arrivare? Alla fine di un periodo e all’inizio di quello successivo. Ecco perché sono i punti cruciali di un testo, quelli in cui collocare le parole-snodo, i connettivi, o le parole chiave, che riprendono o annunciano la nuova frase. Ecco perché le frasette rituali iniziali sono da evitare. Ecco perché le parole collocate alla fine si imprimono all’attenzione e lasciano una scia luminosa nella memoria. Ecco perché le liste funzionano così bene: perché moltiplicano gli inizi e le fini. Ecco perché è utile ripetere una parola importante all’interno dello stesso testo, meglio se all’inizio: la mente la riconosce subito e la connette con quanto ha già letto.

Che succede dopo?

Se la mente non si ferma e non si affatica, le è più facile formulare ipotesi su quanto segue. Abbiamo tutti esperienza del pensiero che si affaccia sulla frase successiva mentre ancora non abbiamo finito quello che stiamo leggendo. Scrivere chiaro è assecondare questa corsa.

Le ipotesi che formuliamo durante la lettura sono soprattutto di un tipo: quello che segue è l’effetto di quello che ho appena letto. La mente si aspetta che scriviamo le cose nell’ordine in cui succedono nella vita reale. Ecco perché si leggono male periodi come questo: “Unitamente a una copia di un documento di identità valido, la preghiamo di firmare il modulo, previa compilazione dello stesso” (ho volutamente esagerato, ma avete capito: la mente non deve fare su e giù a rimettere insieme i pezzi e ricostruire cosa fare).

Il meccanismo causa-effetto è alla base della lettura, ma anche alla base di ogni storia. Ecco perché funzionano così bene. Ecco perché ogni frase dovrebbe essere concepita come una microstoria. Le storie hanno parole concrete, precise e vivide, escludono il passivo, si fondano sull’azione, cioè sui verbi.

“I verbi attivano i neuroni specchio” ha scritto un copyeditor su Twitter qualche giorno fa. Esagerava? In ogni caso ci aiuta a ricordare che i verbi mettono in scena il nostro teatro mentale, ci fanno vedere ed emozionare, cosa che nessuna pomposa nominalizzazione riesce a fare.

Obiezione!

Se assecondiamo in tutto le aspettative del lettore, se confermiamo ogni sua ipotesi, se gli spianiamo la strada così tanto da farlo arrivare alla fine soddisfatto della propria arte divinatoria, fin troppo sicuro di sé, senza troppi interrogativi, dove finiscono l’effetto benefico del dubbio e l’emozione della sorpresa, delle parole che non ti aspetti?

Primo: se togliamo fatica alla lettura, lasciamo tante energie mentali alla comprensione dei concetti. Più i concetti sono difficili, più è importante assecondare il lettore indovino. Il decano dei nostri linguisti Tullio De Mauro lo spiega benissimo nel suo libro Guida all’uso delle parole a proposito della sintassi:

Frasi brevi e limpide si capiscono bene. La mente del lettore o dell’ascoltatore non è tutta impegnata nello sforzo, a volte disperato, di uscire dall’intrico delle subordinate. La mente del lettore può correre alla sostanza concettuale. E un maggior numero di menti può dedicarsi a questo compito.” 

Secondo: il linguaggio è davvero lo strumento più versatile che ci sia. Possiamo chiedergli e fargli fare qualsiasi cosa, dipende dai nostri obiettivi. Se il nostro obiettivo è la chiarezza – perché il testo serve a fare cose importanti e utili, come scrivere un domanda o studiare – lasciamolo scivolare felice sul testo dall’inizio alla fine, concentrato sul contenuto, confermando le sue aspettative.

Ma potremmo avere tutt’altri obiettivi, e fare tutto il contrario: mettere le parole sottosopra, accostarle nei modi più inaspettati, farle giocare, collidere ed esplodere, giocare sul non detto, opporre parole e spazio, far fermare il lettore a pensare, sorprenderlo con ritmi inconsueti, avvolgerlo in un incanto che sulle prime capisce, fargli vedere cose che non ci sono o che non si aspetta e molto altro ancora. È quello che da sempre fa la poesia.

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IA Summit 2015: scrivere per farsi ascoltare

31 Ott

Le slide del mio intervento al Summit dell’Architettura dell’Informazione 2015 sono online sul sito di Architecta insieme a quelle degli altri relatori. Naturalmente da sole dicono molto poco e così ho deciso di fare un po’ di editing alla mia scaletta e di proporvi insieme alle slide anche quello che ho detto a voce in un post che sarà quindi più lungo del solito.

A dire il vero questa volta avevo buttato giù più di una scaletta. Avevo a disposizione una ventina di minuti per affrontare un tema che per una coincidenza davvero felice è stato il mio tema di quest’anno, a partire da C-Come all’inizio di gennaio: la naturalezza del testo, il suono della parola scritta. Quindi chi legge regolarmente questo blog troverà qualcosa che ha già sentito, visto che i post sono il mio primo laboratorio e il luogo delle mie riflessioni.

Avere un tempo limitato mi ha suggerito di invertire il mio solito modo di preparare un intervento: prima ho buttato giù cosa avrei voluto dire, tutto di seguito, dall’inizio alla fine, attenta a non superare le quattro cartelle e mezza; solo dopo ho preparato le slide. Ha funzionato bene e ho fatto lo stesso con l’intervento alle Ravenna Future Lesson, che vi proporrò in un prossimo post.

Ecco quindi le slide e il mio intervento. Ho detto ovviamente qualcosa in più e anche qualcosa in meno, ma la sostanza è quella.

 

Lo stile: qualcosa di molto attuale

Scrivere per farsi ascoltare. Si dirà che casomai si scrive per farsi leggere e questo titolo può sembrare un tirare la coperta verso il tema di questo Summit, che è l’ascolto. Eppure le parole ascoltare, voce, tono di voce, accento e l’onnipresente storytelling  risuonano – è proprio il caso di dirlo! – sempre più spesso nelle pagine che neuroscienziati e psicologi del linguaggio dedicano alla lettura e alla scrittura.

Il più famoso è sicuramente il professore di Harvard Steven Pinker. Il suo ultimo libro è dedicato interamente alla scrittura. Si intitola The Sense of Style, bello ed evocativo con quelle S fluide e scivolose, ma ancor più interessante è il sottotitolo: The thinking person’s guide to writing in the 21th century. Pinker ci spiega perché le indicazioni sulla scrittura, che molti di noi conoscono e praticano anche con il buon senso, assecondano il modo in cui funziona la nostra mente.

Stile può sembrare una parola letteraria o un po’ desueta, ma ecco la definizione che ne dà Pinker:

“What is style, after all, but the effective use of the human mind?”

E cosa ci proponiamo noi quando scriviamo se non mettere in comunicazione la nostra mente con quella di chi ci legge? Per coinvolgere il nostro interlocutore. Spingerlo all’azione. Cambiare una sua idea. Portarlo sulle nostre posizioni. Convincerlo che un nostro prodotto può cambiare la sua vita.

Vorrei quindi condividere alcune delle piccole illuminazioni dal professor Pinker, che nell’ultimo anno mi hanno fatto guardare a quello che leggevo e scrivevo in modo diverso.

La mente che legge vede immagini e sente voci

La prima è la più importante di tutte: la mente che legge non vede parole, ma sente voci e vede immagini. Più queste voci sono chiare e queste immagini vivide, meglio comprende, impara, ricorda. Gli occhi vedono parole, la mente no. Lei vuole ascoltare e vedere:

“La buona scrittura rende l’azione innaturale di leggere molto simile alle due azioni più naturali che conosciamo: parlare e vedere.”

Leggere non è affatto un’azione naturale. Non siamo nati con l’organo della lettura, siamo nati con due occhi e due orecchie. Abbiamo voglia di leggere soprattutto quando la voce di un narratore ci porta lontano verso altri mondi o alla scoperta di qualcosa che ancora non conosciamo. Quando leggiamo narrativa lo sappiamo benissimo, quando scriviamo una pagina web, un progetto aziendale, una slide o una newsletter tendiamo a dimenticarcelo. Quante volte riceviamo newsletter di questo tenore:

Gentile Luisa,

desideriamo presentarti Carta Travel Special, la soluzione che abbiamo studiato appositamente per i liberi professionisti come te, sempre in viaggio per lavoro.

La Banca conosce le tue esigenze: grazie alla partnership con Telecom Italia, Carta Travel Special ti permetterà di fare fronte a tutte le tue spese di hotel e trasporti e più di guadagnare punti.

Noi, noi, noi. Noi sappiamo cosa fa per te, meglio di te, e non te lo mostriamo, ma te lo declamiamo. “Desideriamo”, “abbiamo studiato”, “conosciamo le tue esigenze” e il famigerato verbo “permettere”, così paternalistico! Un verbo che insieme a “consentire” e “mettere in grado” ho nella mia personale black list, dalla quale li tiro fuori solo in eccezionalissime occasioni.

Così si apre, invece, una newsletter di Canva:

Mai avuto questo problema?
Sul lavoro hai già molti cappelli e ora all’improvviso si aspettano che te ne metta un altro: devi essere anche un graphic designer.
Il tuo capo ti ha appena chiesto di creare qualcosa e naturalmente vuole da te che appaia “professionale”. O forse il capo sei tu e all’improvviso capisci che oltre a tutto quello che devi fare nella tua giornata, diventa importante creare una presentazione dalla grafica molto carina o un’immagine per i tuoi social.

Qui il problema è mostrato, non declamato. E il tu viene molto prima del noi. La prospettiva è rovesciata. Nella mente che legge si svolge una piccola scena.

Autore e lettore sullo stesso piano

Mettersi alla pari con il destinatario già dalle prime parole. Lo sanno benissimo i copyeditor del settimanale più letto e meglio scritto del mondo, l’Economist:

“Write as though you were talking to a curious, intelligent friend. Do not be stuffy.”

E ce lo dice quel capolavoro che sono le linee guida per la scrittura sul web della PA britannica:

“Write conversationally – picture your audience and write as if you were talking to them one-to-one but with the authority of someone who can actively help.”

 Naturalmente ce lo dice anche Pinker:

“The writer and the reader are equals, and the process of directing the reader’s gaze takes the form of a conversation.”

Una conversazione: è molto più difficile abbandonare una voce che ci parla rispetto a un testo che non ci piace.

Sintassi semplice per la mente che non sa

Ma come si fa a scrivere con grazia e precisione, a far sentire e vedere attraverso le sole parole quello che il nostro interlocutore ancora non sa?

Prima di tutto sorvegliando la sintassi, cioè tenendo i periodi brevi, massimo 30-35 parole. Perché? Perché la nostra mente non è affatto multitasking e non elabora più di due-tre concetti o informazioni alla volta. Per questo i periodi lunghi e densi di informazioni richiedono più di una lettura o non vengono letti affatto. Chi di noi, parlando, riuscirebbe a declamare l’incipit di un comunicato stampa come questo senza riprendere fiato, cioè mettere il punto?

Dopo il successo delle presentazioni al Cosmoprof di Bologna e al Makeup Event di Londra, con la partnership di Happiness Cosmetics e della più famosa makeup blogger Stellina Stella, è disponibile da novembre anche negli store italiani Natural Velvet, l’innovativo fondotinta vegetale che cura la pelle mentre la illumina.

Chi scrive e già sa non si accorge di quanto siano faticosi i periodi così densi per la mente che non sa (è la “maledizione della conoscenza”!) Finché non arrivano il soggetto e il verbo, cioè il “cosa”, la mente corre in avanti e presta molta poca attenzione a una subordinata che dice il quando, il dove, il come o il perché.

L’inizio è dappertutto!

Frasi brevi, quindi, soprattutto all’inizio. Perché l’inizio deve essere forte. Sempre. Bisogna entrare “in medias res” come raccomandava lo scrittore latino Orazio.

Ma qual è oggi l’inizio, in un testo digitale? Ci possono essere tanti inizi quanti sono i paragrafi, i moduli in cui decidiamo di organizzarlo. Sono i piccoli e autonomi moduli di testo – i chunk – la nuova unità di misura. Quelli che il lettore sovrano assemblerà nel suo personale percorso di lettura o che se ne andranno in autonomia in giro per la rete sotto forma di post o tweet. Il modulo più piccolo è la frase, che oggi merita ancora più attenzione di prima e non tollera costruzioni sciatte o parole superflue.

Le prime parole – il titolo, i sottotitoli, gli incipit di ogni chunk – sono le più importanti in assoluto, perché la mente è ancora sgombra, pulita e molto più attenta e ricettiva, pronta a indugiare, a farsi sedurre, persino da una sintassi avvolgente, come questo incipit dell’agenzia londinese di “language consulting” The Writer:

Basta discutere.

Forse nella tua vita non c’è posto per un’altra app. Forse di app ne hai ormai abbastanza. Ma se ce ne fosse una che ti scioglie i dubbi di linguaggio prima che l’ufficio si infiammi in accese discussioni? Una che ti dice (ma con garbo) dove mettere gli apostrofi, come usare le virgolette e cosa rispondere (ma con fermezza) a chi ti dice che non puoi cominciare una frase con la congiunzione “E”?
 Bene, quest’app esiste. Contiene la nostra guida di stile. E pure il nostro indice di leggibilità.
 Allora, corri negli store Apple o Android e scaricala. È gratis.

Accese discussioni, apostrofi, virgolette, congiunzioni… la mente si popola di immagini e suoni prima ancora di sapere dove si va a parare… a The Writer sono bravissimi – è il loro mestiere – a popolare la mente di chi legge di tanti dettagli, a far vedere e immaginare cose utili e desiderabili, che possono rendere migliore la nostra vita, fosse anche solo un’app con la loro guida di stile.

Le parole vivide contro le bare verbali

Quello che si vede, anche solo con gli occhi della mente, colpisce e si ricorda. Per questo l’indicazione principale è: scegliete parole concrete, precise, vivide. Cose, non concetti astratti. Alcune parole, amatissime dalle aziende e dalle amministrazioni pubbliche, sono opache e inerti. Steven Pinker le chiama “bare verbali”. Sono quelle che spesso avvolgono, come un involucro, le parole vivide. Per esempio: sinergia, strategia, dimensione, approccio, prospettiva, processo…

Finché vede, la mente segue il film e continua a leggere. Ecco perché quando incontra cliché, frasi fatte, parole logore, le salta per ricominciare da dove il film ricomincia. Ecco perché i linguisti raccomandano la forma attiva e la forza dei verbi: perché, come al cinema, seguiamo il protagonista e lo vediamo in azione. Questo è l’incipit del “Chi siamo” di un’azienda di allestimenti fieristici. Invece che tessere le lodi della professionalità dell’azienda ho preferito raccontare la storia abbastanza straordinaria della coppia di imprenditori che l’ha creata e la guida, un italiano e una coreana. Lei è Susan:

La vita è sorprendente.
Sono arrivata dalla Corea negli Stati Uniti con le mie due sorelle per studiare musica. Io il violino, loro pianoforte e violoncello.
Abbiamo realizzato il nostro sogno nella scuola più severa e prestigiosa: la Julliard School di New York, dove abbiamo studiato e ci siamo diplomate. Ma quando ho incontrato Fabrizio ho riposto il violino per avventurarmi in un settore nuovo e del tutto sconosciuto per me fino a quel momento. 

E ho ricominciato a imparare e a studiare, giorno per giorno, a partire dai compiti più semplici, io che non sapevo nemmeno usare il computer!

Ma l’attitudine allo studio e alla precisione fanno parte di me e le ho portate in FB International, che oggi gestisco insieme a Fabrizio.

La coppia manageriale funziona altrettanto bene di quella che siamo nella vita: a lui l’idea creativa e l’intraprendenza commerciale, a me l’attenzione a ogni dettaglio in ogni fase di un progetto, fino alla realizzazione in fiera. 

È soprattutto questa attenzione a far sì che tutto funzioni perfettamente. Con tanto studio e applicazione, ma con un risultato finale che appare fluido e armonioso. Come nella musica. E con lo stesso appagamento che solo una performance riuscita può dare.

Il nostro cervello è per un terzo dedicato alla visione: lo leggiamo e ce lo ripetiamo continuamente per sottolineare quanto sia importante oggi comunicare per immagini, ma ci dimentichiamo delle immagini mentali che possono e devono creare le parole.

Le parole precise contro la verbosità

Sembra paradossale, ma più il lessico è ricco, più quello che diciamo è preciso, più la voce è distinta… meno giri di parole ci servono:

l’amministratore delegato ha parlato nel dettaglio della nuova strategia aziendale

l’amministratore delegato ha illustrato la nuova strategia aziendale

Naturalmente la stessa cosa può avere un nome diverso per chi scrive e per chi legge, a seconda dell’esperienza e del punto di vista. La banca che scrive al cliente parla della procedura di estinzione del rapporto, il cliente invece di chiusura del suo conto corrente. Ma una volta deciso come, la stessa cosa si chiama sempre nello stesso modo, per evitare pericolosi disorientamenti.

Più il testo è breve, più la struttura conta

C’è un’altra cosa che la nostra mente ama quando legge e quando ascolta: le strutture parallele. I retori antichi lo sapevano benissimo. Queste strutture, questi schemi, sono le figure retoriche – la filigrana del testo – e non è un caso che oggi siano più studiate che mai.

Ricordate il testo di The Writer?

Una che ti dice (ma con garbo) dove mettere gli apostrofi, come usare le virgolette e cosa rispondere (ma con fermezza) a chi ti dice che non puoi cominciare una frase con la congiunzione “E”?

La nostra mente scivola sui parallelismi come un treno sui binari. Ed è grazie al parallelismo della struttura che cogliamo le differenze, i contrasti. La forma più elementare di struttura parallela sono le liste e infatti sul web impazzano fino alla nausea. Ma ce ne sono molte altre.

Seth Godin è un maestro delle anafore, dei tricolon, dei climax.

You can learn a new skill, today, for free.

You can take on a new task at work, right now, without asking anyone.

You can make a connection, find a flaw, contribute an insight, now.

Farsi leggere è sempre stato difficile. Trovare riconoscibile una voce ancora di più. Farsi ascoltare attraverso schermi piccolissimi e il rumore di fondo delle nostre letture in mobilità ancora di più.

Però sapere che gli scienziati di oggi confermano punto per punto le intuizioni degli antichi ci aiuta a lavorare bene, a limare i nostri testi fino alla naturalezza, che non è mai un punto di partenza, ma sempre un punto di arrivo.

Anche nel testo c’è destra e sinistra!

24 Lug

In questo faticoso e torrido luglio, in cui non sono proprio riuscita a postare, mi sono occupata di testi del tutto nuovi per me: i libri scolastici. Libri in cui comprensibilità, chiarezza e memorabilità sono tutto.

La qualità di un libro di testo è fatta di moltissime cose, alcune palesi o facilmente intuibili, altre davvero molto sottili. Scoprirle e indagarle è stato interessantissimo (e comunque non è finita qui!), così come capire la complessità, i rischi, le innumerevoli scelte che ci sono dietro un libro ben fatto.

Tra le cose sottili c’è l’ordine delle informazioni all’interno di un periodo o di un paragrafo. E qui il professor Pinker mi è stato ancora una volta d’aiuto. La nostra mente che legge, e intanto impara, procede “filling the gaps”, riempiendo i vuoti, connettendo quello che ha appena imparato da una parte con quello che già sa, dall’altra con quello che manca. Lo fa meglio, in maniera fluida e spedita, se mette in fila le informazioni con ordine, cominciando da quella più semplice per andare verso quella più difficile.

Save the heaviest for the last! è per Pinker un principio “monumentale” della composizione di un testo, raccomandato già nel IV secolo a.C. dal grammatico sanscrito Panini.

Nell’arco sintattico – microcosmo di un intero paragrafo e di un intero testo – si comincia con ciò che il lettore già sa, con la frase breve, con il concetto più semplice, con l’informazione. Così sarà più facile portare i lettori verso la novità, la frase più lunga e distesa, l’idea più complessa, il commento.

È ovvio che questa non è una regola e io sono la prima a fare spesso diversamente, ma è un ottimo riferimento quando la chiarezza viene prima della curiosità e della sorpresa. Vale per i libri di testo, ma anche per una procedura aziendale, un’informazione importante per i cittadini, una notizia sull’intranet.

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Densità informative e pepite d’oro

24 Ott

In The Sense of Style Steven Pinker non dice cose nuovissime – io ho avuto soprattutto conferme di intuizioni e pratiche cui negli anni ero arrivata da sola –, ma da scienziato del linguaggio ti spiega molto bene perché devi scrivere in un modo e non in un altro e ti mostra moltissimi esempi.

Il quarto capitolo è dedicato alla sintassi, “il codice che traduce una rete di relazioni concettuali nella nostra testa in un prima-e-dopo sulle nostre bocche o in un da-sinistra-a-destra sulla pagina”. Il problema è che chi ci ascolta o legge deve poi ritradurre tutto questo in immagini e relazioni concettuali nella sua, di testa. Un’operazione tutt’altro che semplice e che dipende molto da quale ordine scegliamo per le nostre parole.

Un  periodo può essere grammaticalmente impeccabile, eppure complicato da leggere, un vero “sentiero nel giardino” come i linguisti anglosassoni chiamano le ambiguità di significato dovute a una sintassi poco chiara, quelle che ci costringono a fare su e giù nel testo per capire meglio.

Non illudiamoci: la nostra mente non è affatto multitasking, anzi è capace di elaborare pochi elementi alla volta, per cui un periodo con troppe informazioni già la mette a dura prova:

Poiché fino a oggi, in prossimità della scadenza del corso obbligatorio Sicurezza sul lavoro, prevista per mercoledì 5 aprile, solo un terzo dei dipendenti ha completato il corso sulla piattaforma AlfaBeta, contrariamente a quanto previsto dalla Circolare 12/2014 emessa dalla Direzione del Personale, quest’ultima raccomanda di procedere allo svolgimento del corso nei termini previsti.

Il problema non è solo la frase lunga, né solo la densità informativa, ma la “geometria della frase”.

La mente non riesce a ricordare tutto quello che gli diciamo all’inizio mentre aspetta di arrivare all’informazione principale; quando ci arriva è già stanca morta. Le informazioni vanno date nell’ordine in cui il destinatario può accoglierle integrandole man mano in ciò che già sa: quindi meglio prima il cosa, poi il come e il perché:

La Direzione del Personale raccomanda a tutti i dipendenti di completare il corso obbligatorio Sicurezza sul lavoro entro mercoledì 5 aprile sulla piattaforma AlfaBeta (Circolare 12/2014), perché solo uno su tre lo ha fatto finora e la scadenza è vicinissima.

L’inizio di un periodo è una vera pepita d’oro e la cosa più importante dobbiamo metterla lì.

A sinistra l’informazione principale, a destra quelle complementari. A sinistra l’informazione più semplice, a destra quelle più complesse. Non vale sempre sempre, ma il più delle volte sì.

Avete voglia di sentire e vedere il professor Pinker? Ecco una recente conferenza in cui parla per più di due ore. TED, invece, lo ha costretto nei tassativi 18 minuti. Ancora troppo lungo? Allora godetevi il dialogo socratico di cui è protagonista insieme alla moglie in un delizioso film di animazione di soli 15 minuti, con sottotitoli anche in italiano.

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