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TED Talks, un inno alle parole

23 Lug

Anche se non ci capiterà mai di raccontare qualcosa di importante nei famosi e invalicabili 18 minuti di un intervento TED, vale davvero la pena di leggere TED Talks, di Chris Anderson. Perché la presentation literacy – l’alfabetizzazione retorica, la capacità di raccontare in parole e immagini – oggi riguarda tutti: professionisti, giornalisti, docenti, studenti. Chiusa la parentesi Gutenberg – con le parole del sapere confinate nei libri – oggi la conoscenza è dappertutto, dilaga su mille strumenti, è immortalata in rete dove vivrà una lunghissima vita.

Nessuno prima ha mai avuto questa straordinaria opportunità di connettersi e poter condividere quello che ha imparato, pensato o sognato con un numero sterminato di altre persone. Non solo reading, ‘riting, ‘rithmetic, ma anche e soprattutto rhetoric. Per Anderson l’antica arte della persuasione e del discorso efficace torna centrale e deve ritrovare il posto che le spetta tra le competenze di base, soprattutto a scuola.

Anderson, che ha guidato TED nella sua marcia trionfale degli ultimi anni, ha scritto un libro che insegna a tutti, ma proprio tutti, a coinvolgere gli altri raccontando una propria idea. A me è piaciuto moltissimo, soprattutto perché sfata parecchi miti e demolisce alcuni tra i luoghi comuni più diffusi. Per esempio:

Ripartiamo dal cosa, per arrivare al come

Per anni ci siamo sentiti dire che il segreto di ogni comunicazione efficace è tutto nel come e pochissimo nel cosa. Ricordate il famoso “55% di elementi non verbali, 38% di paraverbali e un misero 7% di parole”? A TED qualsiasi oratore, anche il più strabiliante, deve ripartire dall’idea e tradurla prima in parole, tutto il resto viene dopo.

“OK, hai qualcosa di molto interessante da dire, e il tuo obiettivo è ri-creare la tua idea chiave dentro la mente di chi ti ascolta. Come si fa? Gli esseri umani hanno sviluppato una tecnologia che lo rende possibile. Si chiama linguaggio. E fa fare al cervello cose incredibili.”

Il linguaggio è la nostra tecnologia di base, che ci permette di trasferire immagini dalla nostra mente in quella di chi ci legge o ci ascolta, la forma più antica ed efficace di multimedialità. Le parole bastano e avanzano, come dimostra tutta la letteratura, dai grandi poemi epici a oggi. In 18 minuti ci stanno più o meno 2500 parole, ma il consiglio è di partire condensando la propria idea in sole 15 parole. Finché non ne siamo capaci, è inutile fare slide o imbarcarsi in lunghi discorsi.

Un testo o un discorso sono prima di tutto un viaggio

Convincere qualcuno a muoversi e a seguirci, sia pur solo con la mente e l’immaginazione, è tutt’altro che scontato. Deve essere il nostro interlocutore a volerlo e ad aprire volentieri la sua mente:

“Nessuna conoscenza può essere spinta dentro la mente di qualcuno. Deve essere la mente stessa a tirarla dentro.”

Insomma, chi ci legge o ci ascolta ci deve dare prima il permesso. E come si fa a farselo dare? Per esempio con un contatto immediato, prima ancora di cominciare: può bastare lo sguardo giusto o la magia di un sorriso, ma poi abbiamo solo il fatidico primo minuto per promettere un viaggio dal quale torneremo tutti diversi. Il capitolo dedicato agli inizi (e alle conclusioni) offre tantissimi esempi di partenze emozionanti ed efficaci, tutti veri, tratti dalle conferenze TED.

Il carburante del viaggio è la curiosità, conquistata passo passo in un equilibrio continuo tra mistero e disvelamento. Non funziona anticipare tutto subito, ma nemmeno tenere il pubblico continuamente con il fiato sospeso:

Non serve un grande balzo per portare chi vi ascolta alla vostra idea. Conduceteli passo passo, pezzo per pezzo, con esempi e metafore, e mostrate come tutti i pezzi si incastrano perfettamente tra loro.

Tutto si tiene, ma solo se abbiamo ben progettato

La perfezione dei TED più famosi, la loro naturalezza, quell’essenzialità in cui non ci sono né un gesto né una parola di troppo o di meno, sono il frutto di una preparazione maniacale, lo sappiamo. Ma solo leggendo questo libro capiamo quanto maniacale. Ogni oratore si prepara con lo staff per mesi e tiene il suo discorso solo quando tutti sono d’accordo che è davvero pronto. Il viaggio è analizzato parola per parola, perché il pubblico non abbia neanche un secondo di disorientamento:

Chi parla deve essere sicuro che chi lo ascolta capisca esattamente come ogni frase si collega logicamente a quella precedente: se la loro relazione è la similarità, il contrasto, l’elaborazione, l’esemplificazione, la generalizzazione, il prima-dopo, il causa-effetto. Chi ascolta deve sempre sapere in quale punto si trova: lungo il tema principale, in una svolta, in una digressione.

La parola chiave della progettazione è throughline, qualcosa di molto diverso da una scaletta che mette con ordine un argomento dopo l’altro. È il filo invisibile che tiene unita una storia: tutto deve essere attaccato a questo filo. Se qualcosa non lo è, si taglia via. Drasticamente.

Parole parlate, ma prima scritte, scrittissime!

Più tempo hai a disposizione, più puoi parlare a braccio. Ma se hai solo 18 minuti, devi pesare ogni parola e se te le scrivi prima il lavoro di pesatura viene molto meglio. Tutti gli oratori sono invitati a scriversi prima l’intervento; sono pochissimi quelli che non lo fanno. È così che si capisce se si rimane fedeli alla throughline e quali elementi o parole si possono ancora eliminare. Ma tutti, che lo abbiano scritto o no, devono ripetere il discorso moltissime volte – da soli o davanti a un pubblico – finché quelle parole non diventano parte di loro. L’agio e la naturalezza che vediamo nei video di TED derivano da questo instancabile lavoro di rehearsing, proprio come gli attori di teatro che imparano la loro parte. Scorciatoie non ce ne sono, nemmeno per le star, quelle da milioni di visualizzazioni.

Parole, parole, parole. Ma non eravamo la società dell’immagine?

Un terzo delle conferenze più viste di TED non ha slide, solo parole. L’avreste mai detto? Io no, probabilmente perché le immagini suscitate dalle parole nel mio teatro mentale erano già abbastanza forti e potenti da non farmene desiderare altre. Quando invece le immagini ci sono, hanno la loro specifica funzione.

Il principale obiettivo dei visual non è di comunicare parole. La nostra bocca lo fa già benissimo. L’obiettivo è condividere cose che la bocca non riesce a raccontare altrettanto bene: fotografie, video, animazioni, dati.

Spesso, nelle spiegazioni migliori, parole e immagini lavorano insieme. La mente è un sistema integrato. Se vogliamo spiegare qualcosa di nuovo, il modo più semplice e potente è “show and tell”.

Immagini e parole insieme, senza sovrapporsi e senza saturare i nostri canali cognitivi. Ma con un diverso equilibrio quantitativo: se per le parole l’imperativo è togliere, l’invito di Anderson per le immagini è di abbondare senza timori. Non tutte infatti vanno commentate e spiegate, anzi possono scorrere rapidamente una dopo l’altra con effetti di grande ritmo e bellezza.

Con l’autenticità non si scherza (e nemmeno con le emozioni)

I video di TED emozionano, e tanto, anche quando parlano di argomenti apparentemente freddissimi. Ma Anderson è chiaro: l’emozione autentica è un effetto, non un’intenzione, un obiettivo, un punto di partenza. A un mondo del marketing che si vuole sempre più personale, umano, emozionale, ispiratore, autentico, questo libro dà una grande lezione: ogni intervento di TED è un dono, non una richiesta. Per questo funzionano. E per questo non funzionano non solo gli interventi pitch (quelli che sotto sotto ti vogliono vendere qualcosa), ma nemmeno quelli che si propongono di essere inspirational. Le emozioni non si creano, si possono solo suscitare. Con il desiderio sincero di condividere qualcosa di importante e con l’umiltà di prepararsi a fondo nel migliore dei modi possibile, ma senza l’obiettivo del successo e della standing ovation.

Non si può recitare l’ispirazione. L’ispirazione è la risposta del pubblico all’autenticità, al coraggio, all’impegno altruistico e alla saggezza genuina.

Allora, scritto, parlato o tutti e due?

Ogni idea e ogni suggerimento sono esemplificati con casi e ampi brani tratti dai tantissimi interventi di TED. Il bello è che sono godibilissimi anche da leggere sulle pagine di un libro. Allora viene da chiedersi se le conferenze più seguite del pianeta siano testi, performance teatrali, o raffinatissime chiacchierate. Io penso che vi converga il meglio dello scritto e del parlato, della preparazione e dell’improvvisazione, dell’amplificazione e dell’intimità. Sono uno degli ibridi più felici di questi tempi, la testimonianza di un grande rinascimento della parola e, come scrive Anderson, forse di una nuova “età del fuoco”.

TED Talks è un libro di idee su come ciascuno può trovare il proprio personalissimo tono di voce quando desidera condividere un’idea o una passione. Qualcosa di molto diverso dai tradizionali libri sul public speaking, pieni di regole sulla voce e la gestualità che dovrebbero valere per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano consigli molto pratici, anzi ce ne sono tantissimi, da quali font usare sulle slide a quali orecchini evitare di mettersi, fino a un originalissimo sistema di note per modulare la voce sulle nostre parole che mi ripropongo di mettere in pratica alla prima occasione (chi l’ha detto che contano solo le pause? Ci sono casi in cui è meglio accelerare!).
La lezione che mi porto a casa è che ognuno deve rispettare la sua natura e il suo modo di essere e comunicare, perché il linguaggio – verbale, visivo o del corpo – è lo strumento più versatile che ci sia, e in più è sempre con noi.

Su questo blog leggi anche:

I 10 comandamenti di TED
Alle radici dell’eterna mutimedialità

 

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Cari manager, riscoprite Cicerone!

19 Mag

“La retorica, grazie all’uso delle figure, riesce a porre davanti agli occhi un mondo che ancora non c’è. Non solo. Lo fa vivere, lo rende presente, ne fa cogliere i vantaggi e i limiti. Con un potere di envision, una capacità quasi sciamanica, riesce a portare il pensiero verso il nuovo che, per definizione, nessuno ha ancora visto, ma che potrebbe essere la soluzione cercata per conquistare mercati, per aumentare la produttività, per salvare posti di lavoro.”

È qui che l’antica arte della retorica si salda con l’innovazione e diventa una competenza sempre più necessaria nelle organizzazioni di oggi, da studiare come si faceva nella Magna Grecia, dove è nata, fino al Seicento, secolo in cui comincia la sua discesa, fino al revival di oggi. Andrea Granelli e Flavia Trupia lo raccomandano in un bel libro che ho letto nel fine settimana:Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale. (Eh sì, ho postato e twittato meno, ma in compenso ho letto di più: cincischiare sui social significa spesso rubare tempo alle letture che richiedono tutta la nostra attenzione).

Lo sapevamo, ma il libro lo dice e lo argomenta molto bene: negli ultimi duemila anni non abbiamo inventato poi molto quanto ai fondamentali della comunicazione efficace, i cui obiettivi rimangono quelli enunciati dal principe dei retori latini, Cicerone: docere, movere, delectare, insegnare, commuovere, divertire. Anche oggi, in piena era digitale. Senza emozioni non c’è impatto, né visione, né cambiamento. Ma non possono esserci emozioni senza un vocabolario ricco e pieno di senso, capace di far vedere  e trascinare anche con le sole parole. E senza una struttura studiata, sia al livello delle singole figure, sia al livello del discorso complessivo. Cose che hanno un effetto forte non solo su chi ascolta, guarda o legge, ma sugli stessi meccanismi e processi cognitivi dell’autore o dell’oratore. Le parole espandono il nostro mondo e il nostro pensiero.

Il libro non è un librone, ma nelle 150 pagine c’è tanto: una breve ma intensa storia della retorica, un’analisi di alcuni passaggi di grandi comunicatori – Adriano Olivetti, Enrico Mattei Oscar Farinetti, Steve Jobs, Papa Francesco –, una rassegna di alcune situazioni di vita aziendale in cui applicare gli strumenti della retorica classica e un capitolo molto interessante sulle nuove forme che la retorica assume nel mondo digitale, soprattutto in relazione alle immagini.

È un libro limpido, convincente e assai ben scritto. Come molti altri si ferma però alle soglie del “Che fare?”, cui sono dedicate solo otto pagine finali. È un peccato, perché sono rimasta con molte domande e curiosità. A meno che gli autori non abbiano intenzione, come mi auguro, di rispondere in un prossimo libro.

Su questo blog leggi anche:

I tre moschettieri della retorica
10 strategie retoriche del discorso perfetto
Oggi, più che mai, verba manent
Esageratamente iperbolici
Il risveglio delle metafore
Cosa c’è dietro
Alle radici dell’eterna multimedialità
Retorica quotidiana

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Tweet, strane illuminazioni e monetine d’oro

1 Feb

Quando leggi i live tweet che hanno scritto mentre tu parlavi, superato il primo momento di apprensione (cioè l’incubo di leggere “la Carrada sta dicendo un sacco di banalità!”), la cosa davvero interessante è vedere cosa è rimasto delle tue parole in quell’ideale colino che sono le 140 battute di un tweet.
Ti accorgi quali sono state non solo le informazioni più apprezzate, ma soprattutto le parole, le frasi, le immagini che chi ti ascoltava ha scelto tra tante.
Ieri ho parlato per circa un’ora al bell’evento C Come – Copywriting, Content Marketing, Creatività, organizzato a Roma da Penna Montata, quindi i tweet (#ccome14) erano un bel po’.
Vedere quei brevi messaggi uno dietro l’altro mi ha improvvisamente riportato alla mente uno dei 50 Writing Tools di Roy Peter Clark, uno dei libri che più hanno inciso sulla mia formazione di scrittrice professionale. È il numero 32: Lascia una serie di monete d’oro lungo il cammino.

Quali sono in un testo le monete l’oro? Sono i passaggi cruciali, il momento in cui dai un’informazione importante e la dai in un modo destinato a imprimersi nella memoria del lettore grazie a un’espressione felice, a un’immagine originale, a una metafora indovinata. Sono le monete d’oro a tenere desta l’attenzione nei testi più lunghi, e anche nei discorsi più lunghi. E sono quasi sempre le monete d’oro a rimanere nel prezioso colino dei tweet. Il live tweeting ti rovescia il contenuto di tutti i colini, con i piccoli tesori di tutti. Che diventano così anche il tuo tesoro, perché ti fanno capire meglio cosa è rimasto, cosa ha funzionato e anche perché.

Ma le monete d’oro non le conii a tavolino e non le distribuisci ad arte per colpire il tuo uditorio. Spesso non sai neanche tu quali sono finché non sono gli altri a restituirtele. Io le mie lo le ho messe da parte pian piano nel tempo: quasi sempre mi sono venute in mente nei momenti più strani, quando pensavo a tutt’altro, oppure durante una formazione, quando la mente è sotto pressione e dà fondo a tutte le sue capacità associative pur di esprimere bene un’idea. Per fissarle, ho imparato a prendere subito un appunto, anche al volo, e poi magari a scriverci su un post su questo blog.

Scrivendo, osservando, parlando, nel tempo ho imparato a disseminare i miei testi e discorsi di monetine d’oro. Non lo faccio consapevolmente – che nelle stesure sono velocissima e non mi fermo troppo a pensare – ma mi accorgo di averlo fatto quando rileggo i miei testi o leggo i tweet di chi mi ha letto o ascoltato.

Le monetine d’oro oggi sono ancora più preziose perché quasi sempre sono quanto dei nostri testi se ne va in giro per la rete, ben oltre le nostre intenzioni, a vivere una nuova vita: un tweet, un titolo, un sottotitolo, un post su facebook. Sono quanto i nostri lettori hanno distillato delle nostre parole ed è grazie a loro che altri lettori arriveranno a noi, seguendo questi piccoli testi come le mollichelle di Pollicino.

In tutti i manuali di scrittura si parla dell’importanza dei microcontenuti e io pure ci ho scritto un capitolone elencandoli uno per uno. Bisognerebbe aggiungerci anche le monete d’oro, se non fosse che diventano d’oro solo quando le abbiamo scambiate e fatte circolare ben bene.

PS Un plauso grande grande a Valentina, Valerio, Francesca, e Francesco di Penna Montata, che hanno organizzato una giornata interessante e ricca di contenuti, dimostrando che le cose si possono fare – e fare bene – anche se sei giovane, hai la sede in una cittadina del Lazio e non a Milano, vuoi farti avanti nel mondo della comunicazione con la forza della passione e delle buone idee.

Vuoi leggere la mia sintesi in italiano dei 50 attrezzi per scrivere bene di Clark? Eccola: Gli attrezzi sono meglio delle regole.

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10 strategie retoriche dal discorso perfetto

7 Set

Tanti, da ieri, i commenti e le analisi sul “discorso perfetto” di Bill Clinton alla convention democratica. Poynter.org, il sito di riferimento per i giornalisti statunitensi, ne ha ricavato 10 efficaci strategie retoriche dal discorso di Bill Clinton. Strategie utili a tutti, esemplificate con passaggi tratti dal discorso.
Le ho tradotte, attingendo per i passaggi alla traduzione in italiano che ne ha fatto europaquotidiano.it

Il discorso di Bill Clinton alla convention democratica ha comprensibilmente riscosso molta attenzione. Factcheck.org l’ha definito “un incubo per i fact-checker”, altri lo hanno criticato per la sua lunghezza, ma c’è soprattutto una cosa che lo ha fatto tanto brillare: la buona scrittura.

Molti i fattori che rendono la scrittura così potente. Eccone alcuni:

Contrasto
Clinton è riuscito a rafforzare molte delle sue convinzioni giocando con i contrasti.

Voglio designare un uomo che fuori è algido, ma che dentro arde per l’America.

Se volete una società in cui chi vince prende tutto e ognuno fa per sé, dovreste votare il ticket repubblicano. Ma se volete un paese di opportunità condivise e di responsabilità condivise, una società in cui tutti siamo sulla stessa barca, dovreste votare per Barack Obama e Joe Biden. 

Ripetizione
Clinton ha ripetuto alcune parole e frasi lungo tutto il discorso, rendendole memorabili.

Voglio designare un uomo che fuori è algido…

Voglio un uomo che creda senza alcun dubbio che possiamo costruire un nuovo sogno economico americano…

E poi, dopo la scorsa notte, voglio un uomo che ha avuto il buon senso di sposare Michelle Obama.

Voglio Barack Obama come prossimo presidente degli Stati Uniti.

Una delle principali ragioni per cui dobbiamo rieleggere il presidente Obama è che è ancora propenso alla cooperazione costruttiva. Guardate quello che ha fatto. Guardate quello che ha fatto. Guardate quello che ha fatto.

E se rinnoverete il suo contratto da presidente, lo percepirete. Eccome se ve ne accorgerete. 

Linguaggio inclusivo
Clinton ha usato spesso i pronomi “noi”, “tutti voi” e l’espressione “amici americani”, dove la complicitàvince sulla partigianeria.

Noi democratici pensiamo che il paese funzioni meglio con una classe media forte…

A Tampa – l’avete guardata la convention? Io sì – a Tampa l’argomento chiave dei repubblicani contro la rielezione del presidente era abbastanza semplice…

Amici miei americani, tutti noi in questa sala e quelli che guardano da casa, dovremo decidere in che tipo di paese vogliamo vivere.

Vedete, noi crediamo che “l’essere tutti sulla stessa barca” sia una filosofia molto migliore del “contare solo su se stessi”.

Amici miei americani, se è questo che volete, se è questo ciò in cui credete, dovete votare e dovete rieleggere il presidente Barack Obama. 

La “regola del tre”
Gli scrittori spesso si affidano alla “regola del tre” per dare ritmo al testo e sottolineare punti chiave. Clinton lo ha fatto più volte lungo tutto il discorso.

Noi democratici pensiamo che il paese funzioni meglio con una classe media forte, con reali possibilità per chi è povero di accedervi, con un’inflessibile attenzione sul futuro, con il business e il governo impegnati a lavorare assieme per promuovere la crescita e condividere la prosperità, ampliandola. 

Ecco, siamo già arrivati al punto di arrivo? No. Il presidente è appagato? Certo che no. Ma possiamo dire di stare meglio di quando Obama è stato eletto? Certo che sì.

L’aritmetica ci dice – qualunque cosa sostengano loro – che possono succedere tre cose. (e va avanti a spiegare queste tre cose, cominciando ogni volta con “uno”, “due”, “tre”):

Il potere di uno
Le parole acquistano peso quando sono da sole. Nel discorso di Clinton questo vale soprattutto per due parole: zero e aritmetica. Così potenti, perché prima di pronunciarle ha fatto una pausa, e poi le ha ripetute a distanza.

Ecco un altro numero sul lavoro. Obama: più 4 milioni e mezzo di posti. Repubblicani al Congresso: zero.

Eccovi un altro dato. Obama: 250mila. Romney: zero.

Quali nuove idee avevamo portato a Washington? Rispondo sempre con una parola sola: aritmetica. Aritmetica! 

È stato un grosso inconveniente per loro nei dibattiti di allora che io fossi solo un ragazzo di campagna dell’Arkansas, che venissi da un posto dove la gente pensa ancora che due più due fa quattro. È aritmetica

Umorismo
Non è facile condire i testi con l’umorismo, in particolare quando si parla di argomenti seri. Ma Clinton è riuscito a strappare qualche risata. E così a dare enfasi ai suoi punti di vista e a smorzare la gravità del discorso.

Quando il deputato Ryan si è rivolto alla telecamera e ha attaccato «il grosso e crudele atto di forza» del presidente Obama contro il Medicare, beh, non sapevo se ridere o piangere. 

Dovete ammetterlo: ci vuole veramente una faccia di bronzo per attaccare qualcuno per aver fatto ciò che hai fatto tu.

Indicazioni di ascolto
Clinton raccomanda spesso di ascoltare cosa sta per dire. Una cosa importante quando un discorso è trasmesso alla televisione, dove le persone si distraggono, e nei discorsi lunghi, perché aiuta e richiamare l’attenzione.(il discorso di Clinton è di circa 6000 parole).

Vi state divertendo, ma veniamo alle cose serie, e voglio che mi ascoltiate.

Datemi retta. Nessun presidente, nessun presidente, né io, né nessuno i miei predecessori, nessuno avrebbe potuto riparare in soli quattro anni a tutti i guai che si è trovato davanti.

Aprite le orecchie in Michigan, Ohio e nel resto del paese. Eccovelo un altro dato. Obama: 250mila. Romney: zero.

E ascoltate questa. Ascoltate tutti.

Linguaggio divulgativo
Come il buon giornalismo divulgativo, il discorso di Clinton rende i temi complicati facili da capire. Affronta temi come la riforma della sanità con uno stile da conversazione e usa frasi come “ecco come funziona”, “ecco cosa è successo davvero”.

Ecco, guardate. Ecco la sfida che Obama affronta e la sfida che affrontate tutti voi che lo sostenete.

La riforma del prestito studentesco è allora più importante che mai. Ecco come funziona. Ecco come funziona.

Diamo ora uno sguardo a quanto è veramente successo finora, se parliamo di sanità.

Ora questo che significa? Che significa? Significa che nessuno dovrà abbandonare il college nel timore di non ripagare il debito.

Ecco, questo è ciò che è accaduto veramente. Giudicate voi.

Domande e risposte
Clinton non ha solo posto domande. Ha dato anche risposte. E, come un buon giornalista, ha chiesto molti “perché?”. Le sue risposte infondono speranza e fiducia.

Perché penso che sia vero quello che vi dico? Perché la cooperazione funziona meglio del conflitto costante? Perché nessuno ha sempre ragione, e anche un orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno.

Ora, perché ci credo? Mi ci voglio soffermare.. Ci credo perché…

E quindi: non stiamo forse tutti meglio perché il presidente Obama ha lottato e l’ha fatta passare? Ci potete scommettere.

La fine
La scrittura potente riannoda l’inizio e la fine. Clinton comincia il suo discorso con il refrain “Io voglio”. Lo chiude con lo stesso verbo, ma questa volta l’enfasi è sul popolo americano.

Se volete che ogni americano possa votare e che sia un errore cambiare le procedure di voto, solo per ridurre l’affluenza dei giovani, dei più poveri, delle minoranze e dei disabili, dovreste votare Barack Obama.

Nello stesso modo, così come all’inizio aveva definito Obama “un uomo algido fuori, che dentro arde per l’America”, così alla fine riprende l’orgogliosa analogia.

Abbiamo attraversato ogni fuoco uscendone un po’ più forti e un po’ migliori.


Oggi, più che mai, verba manent

6 Set

In questi giorni di convention americane torna potente alla ribalta il tema “discorsi”.
Si guardano e si riguardano, si analizzano pezzo per pezzo, come quello di Michelle Obama, che pare non abbia frasi superiori ai 140 caratteri, proprio quelle giuste per un tweet. E in effetti io me lo sono letto prima di tutto di tweet in tweet, la mattina mentre bevevo il caffè.

E oggi su Repubblica c’è un bel commento di Federico Rampini sul discorso di Bill Clinton, oratore più persuasivo e smagliante che mai.

Parole pronunciate, che però hanno bisogno di basi di scrittura solidissime, quelle del gruppo di speech writer della Casa Bianca capitanate da Jon Favreau. Basi sempre più importanti anche per ciascuno di noi perché, mentre il video trionfa sul web, possono fare la nostra fortuna e quella della nostra azienda.

Per colpire con le parole in pochi minuti, le basi si costruiscono soprattutto sulla carta e i tempi possono essere molto lunghi: si scrive e si riscrive, si declama ad alta voce, si taglia, si riscrive e si taglia ancora. Ma anche – ed è una bella scuola – si analizzano i discorsi che ci hanno colpito. Non solo ascoltandoli e riascoltandoli, ma anche “guardandoli”, annotandoli e riscrivendoci su.
Il New York Times lo ha appena fatto proprio con i discorsi di Michelle Obama e Bill Clinton nella rubrica Anatomy of a speech.

È quello che fa anche Andrew Dlugan nel suo bel sito Six Minutes: prende discorsi famosi e li annota con evidenziature di diversi colori. Giallo per i passaggi sulla condivisione, rosa dove si annuncia qualcosa di importante che seguirà nella frase successiva, verde per lo storytelling, grigio per le reazioni del pubblico, azzurro per le domande retoriche e così via. Guardando dall’alto si vede la costruzione del discorso e soprattutto se ne colglie ilritmo.
Nel suo ultimo post lo fa con il discorso più gettonato delle TED Conference, Do schools kill creativity? di Ken Robinson:

È quello che fa anche Nancy Duarte nel suo libro Resonate, ma con strumenti ancora più raffinati e la forza della più famosa agenzia mondiale di presentation design. Parole, ritmi, picchi e accorgimenti retorici di discorsi famosi disegnati sulla pagina in immagini memorabili di grande bellezza, dove l’occhio arriva ad aiutare l’orecchio, come nel famoso I have I dream di Martin Luther King: