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I ritmi pacati di Daniel Kahneman

8 Gen
La lepre, Albrect Dürer, 1502.

La lepre, Albrect Dürer, 1502.

Di Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman avevo sentito molto parlare, soprattutto attraverso interviste all’autore, premio Nobel che insegna psicologia sociale a Princeton. Nonostante il titolo e il tema invitante, finora le oltre 500 pagine mi avevano spaventata. Scaricato sul Kindle, lo spessore è sparito e le prime righe mi hanno conquistata (il nostro professore emerito farebbe delle interessanti osservazioni anche su questo, immagino).

Lo leggerò tutto, non ho dubbi, ma già ora che ne ho letto nemmeno un sesto ho ricevuto tanti di quegli stimoli che ho deciso di non fare la lettrice vorace e bulimica. Ne leggerò un poco alla volta e ci rifletterò anche scrivendoci dei post, come feci già per The Sense of Style di Steven Pinker.
Il post, per me, è la forma più efficace e raffinata di appunti: sapendo che lo leggeranno anche altre persone, l’impegno nella chiarezza è massimo e questo mi auta a chiarire le idee prima di tutto a me stessa e soprattutto me ne suscita di nuove, che illuminano la mia quotidianità e il mio lavoro.

Questo primo post è dunque dedicato a smontare un’idea radicatissima, che in ogni azienda, amministrazione, aula, viene fuori più o meno sempre con le stesse parole: “Ma se scriviamo frasi più brevi, se rinunciamo a certe parole ed espressioni, finiamo con banalizzare!”. Oppure: “Ma questi sono contenuti tecnici! C’è un limite alla semplicità!”. Ancora: “Ma questo è un testo formale! Che dico… istituzionale!”

Tutte queste obiezioni arrivano da persone colte, laureate, assolutamente in buona fede, tutt’altro che pigre, convinte però che a tema complesso debba corrispondere testo complesso e, possibilmente, astratto. Leggere Kahneman dimostra il contrario: sono proprio i temi complessi che hanno bisogno di un impegno divulgativo straordinario. Non di testi sempliciotti, attenzione, ma di una forte tensione alla semplicità sì.

Il professor Kahneman si è impegnato molto ed è stato ripagato con un Nobel per l’economia, un impatto fortissimo su altre discipline (ha molto da insegnare anche a chi comunica e scrive, come vedremo), un successo di vendite spettacolare.

Come fa?

Non ha paura della concretezza e non si rifugia nell’astrazione.
Così comincia l’introduzione:

Ogni autore, immagino, ha in mente il contesto in cui i lettori possono applicare gli eventuali benefici tratti dalla lettura delle sue opere. Il mio è il tipico distributore di caffè e bevande dell’ufficio, davanti al quale si scambiano opinioni e pettegolezzi. La mia speranza è di arricchire il vocabolario che si usa quando si esprimono commenti sui giudizi e le scelte altrui, sulle nuove politiche aziendali o sulle scelte di investimento di un collega. Perché curarsi di simili pettegolezzi? Perché è molto più facile, nonché molto più divertente, riconoscere ed etichettare gli errori altrui piuttosto che i propri.

In poche righe, il professore è riuscito a collegare autore e lettore (sono citati subito, sulla stessa riga), ad annunciarci che la lettura porterà benefici nella nostra vita, a catapultarci in un luogo familiare, a rassicurarci mescolando alto e basso (pettegolezzi e investimenti), a rispondere alla prima obiezione che ci viene in mente, a farci riconoscere in una comune verità (certo che è più facile riconoscere gli errori degli altri piuttosto che i propri), a farlo con garbo e senza prosopopea (immagino, la mia speranza), ad anticiparci anche un po’ di divertimento in cambio del tempo che decideremo di dedicargli.

Fa molti esempi, e molto semplici.

Soprattutto, li fa prima di esporre l’idea, non dopo. Così ci accompagna da ciò che conosciamo e ci è familiare verso ciò che ancora non conosciamo:

Imparare l’arte medica consiste in parte nell’imparare il suo linguaggio. Non diversamente, per arrivare a una comprensione più profonda dei giudizi e delle scelte, occorre un vocabolario più ricco di quello che ci è messo a disposizione dal linguaggio quotidiano.

Come il contatore dell’elettricità fuori della nostra casa o del nostro appartamento, le pupille rappresentano un indice del ritmo al quale è usata in un certo momento l’energia mentale.

Nel caso improbabile che da questo libro si traesse un film, il sistema 2 sarebbe un personaggio che si crede un protagonista.

Racconta il funzionamento della mente come una storia con due personaggi.

Se questo è il sistema 2, chi è il sistema 1? È la nostra mente intuitiva, quella dei pensieri automatici e veloci, quella che ci permette di vivere la quotidianità senza troppa fatica, ma anche quella che a volte ci inganna perché ci induce a prendere scorciatoie, che ci fa vedere la realtà e prendere decisioni sbagliate a causa dei nostri pregiudizi cognitivi. Il sistema 2, invece, è lento e capace di riflessione ma è anche pigro e molto restio a entrare in pista per darci una mano.
Tra i due, come tra protagonista e antagonista, c’è tensione continua, ma è proprio questa tensione a tenerci incollati per vedere chi ha la meglio. Il fatto che questa storia parli di noi e che si svolga silenziosamente nella nostra mente la rende irresistibile.

Dà del tu al lettore, senza insistenze, ma nei momenti chiave, quando gli chiede più attenzione.

Spero che tu abbia avuto un’esperienza analoga quando hai letto la domanda relativa a Steve il bibliotecario, la quale mirava ad aiutarti a comprendere il potere della somiglianza come indizio di probabilità e a vedere quanto sia facile ignorare dati statistici rilevanti. 

Ti ho invitato a considerare i due sistemi come agenti interni alla mente, con la loro personalità, le loro abilità e i loro limiti individuali.

Potresti chiederti che senso ha introdurre dei personaggi fittizi con dei brutti nomi in un libro serio. La risposta è che questi personaggi sono utili per via di certe peculiarità della nostra mente. La tua come la mia. 

L’uso del tu o del lei, o della forma impersonale, sono cruciali nel tono di voce di un’organizzazione, tanto da essere “disciplinate” nella guida di stile. Difficile tenerle tutte in equilibrio, perché spesso o si esagera in confidenza o si ha una paura tremenda di sconfinare dal famigerato “istituzionale”.
Kahneman ci insegna che le forme personali possono variare: sì, si può benissimo dare del tu al lettore, nominare l’azienda e usare la terza persona, passare al noi, sempre nella stessa pagina… lo facciamo anche nella vita, no?

Le forme personali sono anche il principale strumento con cui ci avviciniamo o prendiamo le distanze da chi ci legge: quando gli diamo del tu è come se lo guardassimo negli occhi, e non è che possiamo stargli addosso tutto il tempo, ma solo quando vogliamo aumentare l’intensità di quanto stiamo dicendo.

Usa una sintassi molto varia, ma sempre semplice e piana.

Ho fatto le prove: difficilmente c’è un periodo che vada oltre le 30 parole, ma spesso sono ben più brevi. Eppure parla del funzionamento della mente. Eppure ha vinto il Nobel per l’economia. Il professore è sicuro di sé e di quel che dice, soprattutto non ci tiene affatto a fare l’accademico e a darsi un tono. Ha passato una vita a studiare i nostri pensieri e diversi anni a scrivere i suoi libri. Un investimento enorme, per questo vuole che le sue parole arrivino a più persone possibili, siano utili a più persone possibili. Soprattutto, sa benissimo che la mente che legge ha bisogno di pause, del ritmo giusto, di fermarsi a riprendere fiato.

La scrittura aperta e rispettosa di Kahneman mi ha fatto tanto pensare a Tullio De Mauro, cui dedico questo primo post del 2017.

Il testo digitale: un’esplosione di possibilità

3 Dic
Sonia Delaunay, Prismi elettrici, 1914.

Sonia Delaunay, Prismi elettrici, 1914.

Del secondo Cluetrain Manifesto, quello pubblicato a gennaio 2015, salvai poche tesi. Ma una ha continuato a risuonarmi dentro e qualche volta l’ho proposta all’inizio di un laboratorio di scrittura:

“Il web è lo strumento più versatile da quando è stato inventato il linguaggio”.

Siccome ho sempre pensato che il linguaggio fosse il nonplusultra della versatilità – ci possiamo fare praticamente tutto – cosa succede se va ad abitare in un luogo che scoppia anch’esso di possibilità? Un’esplosione di ricchezza espressiva, direi.

Ma non è questo che sta accadendo, almeno non ancora. La maggior parte di noi – tanta comunicazione delle aziende, ma me compresa – scrive su strumenti nuovissimi senza riuscire a staccarsi davvero dai modelli testuali con i quali è cresciuto. Che significa soprattutto testo descrittivo e discorsivo, da leggere dall’inizio alla fine, proprio come in un libro.

Il modello libro, tanto accoratamente rimpianto e ancora tanto utile per studiare e imparare, non è però più l’unico come nei cinque secoli della parentesi Gutenberg. A me piace pensare che di quegli stretti confini il testo si sia finalmente liberato, ma noto che di tanta sterminata libertà non sa ancora bene che farsene.

In pochi anni è dilagato dappertutto, anche nelle nostre conversazioni quotidiane, e in tutti i momenti della nostra giornata, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. Tante situazioni, così mutevoli, richiedono la capacità di muoversi con disinvoltura tra tanti stili e toni diversi, tra tanti “registri” come dicono i linguisti. La capacità (alla base della “personalizzazione” di cui tanto si parla nel marketing) di modulare testi e parole al mutare della situazione, dell’interlocutore, di cosa vogliamo ottenere da lei o da lui, del suo stato d’animo, del momento della giornata in cui riceve il nostro messaggio.

Così il laureando scrive al docente universitario come scriverebbe a sua sorella, l’azienda manda il comunicato stampa del tempo che fu a giornalisti che non li leggeranno mai, il customer care l’email in aziendalese stretto e linguaggio difensivo al cliente arrabbiato. E l’amministrazione non si chiede se quello che ha scritto sul cartello affisso all’Urp sia comprensibile da tutti.

Nella comunicazione professionale la versatilità, plasticità e duttilità propiziate dall’incontro tra linguaggio e digitale sembra ancora lontanissima. Eppure la ricchezza che ci offre è immensa. Non è affatto facile afferrarla e dispiegarla – e tutti noi procediamo a esperimenti e a tentoni – ma il futuro è lì. In un linguaggio che sappia esplorare e abitare le sfumature, in una parola scritta che dopo la riconciliazione con l’immagine si appresta a fondersi con la naturalezza della voce, in testi capaci di scomporsi in microtesti e moduli più piccoli, di separarsi e ritrovarsi secondo tante combinazioni. Il contrario del testo monolite e compiuto dei nostri studi scolastici.

Per scrivere “ricco” – che non significa lungo o infiorettato, ma pieno di possibilità di incontro con altre scritture, parole, persone – abbiamo bisogno di tante parole, di tanta voglia di sparigliare il loro ordine, di disegnarne il perimetro ma poi di farle coraggiosamente interagire. Abbiamo soprattutto bisogno di qualcosa che questi tempi veloci ci stanno rubando: il tempo di farci un sacco di domande prima di scrivere. Solo così i nostri testi saranno risposte pertinenti, attente, coinvolgenti, utili, e non l’espressione pigra e verbosa del nostro ego personale o aziendale.

Quando in un laboratorio di scrittura smonto, analizzo, rimonto, lavorando anche sulle minuzie, spesso l’obiezione è “Bello, bellissimo, ma noi lottiamo contro il tempo, non possiamo dedicarne tanto a un singolo testo.” Vero ma, staccato dalla fisicità, il nostro testo si prepara a vivere una vita propria, che sarà  lunghissima e che soprattutto non controlleremo più. Meglio investire qualche minuto per mandarlo attrezzato e autonomo in giro per il mondo.

 

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Cliente, prego, prima tu!

28 Mag

Human-to-Human, sembra facile!

Ho letto parecchi libri sul tono di voce, ci ho scritto su un bel po’ di post e anche qualche guida di stile per le aziende. Tutte aspirano alla relazione human-to-human, a parlare e scrivere come le persone, a mettere il cliente “al centro”, le sue esigenze e le sue aspirazioni al primo posto. Dichiararlo è facile, praticarlo molto meno.

Io ho imparato soprattutto su quel terreno pieno di insidie che è la relazione diretta con il cliente, soprattutto nei momenti difficili. Quando la relazione è in pericolo, quando il cliente ti sta scappando via, dai fondo a tutte le tue capacità e risorse linguistiche e relazionali – anche le più sottili – per sintonizzarti con lui, farti capire, spiegare perché è successa una cosa spiacevole o al contrario esprimere gioia e gratitudine per un apprezzamento o un suggerimento felice. E poi modulare il tono di voce a seconda del canale che stiamo usando.

Un letterale passo indietro

Quando descriviamo invece un prodotto – su una brochure, sul sito, in un post – quel famoso cliente che vogliamo mettere al centro se ne sta lontano, non incombe con urgenza su di noi e… i buoni propositi vanno facilmente a farsi benedire. Eppure a volte si può cominciare a fare qualcosa di veramente molto semplice: mettere fisicamente, letteralmente, il cliente all’inizio, cioè all’inizio del testo, del paragrafo, del periodo. Evitare come la peste di cominciare con “noi”.

Ci ripensavo nei giorni scorsi, in cui ho rivisto parecchi testi di due aziende importanti e molto consapevoli e avvertite sull’importanza del tono di voce, dell’ordine e del modo di dire le cose. Eppure la fatidica frase di inizio “Il nostro fantastico aspirabriciole ti consentirà di avere sempre una tavola superpulita!” (si fa per dire, si trattava in realtà di servizi molto più astratti e complicati”) si insinuava spessissimo a spingere il cliente in secondo piano, all’ombra del fantastico aspirabriciole.

Una triade di verbi pericolosi

La colpa è tutta di quel verbo “consentire” e dei suoi primi cugini “permettere” e “mettere in grado”: fanno cadere dall’alto anche il migliore dei vantaggi, il più agognato miglioramento della nostra quotidianità; danno al testo un tono concessivo e paternalistico da azienda “so-tutto-io”, che parla al cliente dall’alto del suo piedistallo. Sono verbi-scorciatoia, quelli su cui si adagia il copywriter quando è stanco. Per me, ormai, funzionano da allarme: quando li leggo o si affacciano alla mia mente, driiiinnn, Luisa sveglia! Se sei stanca, riposati e tornaci su. Ripartendo dal cliente, dal suo problema, non dall’azienda o dal prodotto: “Dopo la colazione la tavola è un campo di battaglia. E tu che fai? Passi Aspirabriciole e la tavola è già pronta e pulita per la cena. E voi siete pronti per uscire.”

Anche qui, torniamo ai classici

Come per moltissima scrittura di marketing non stiamo inventando nulla, ma solo (ri)scoprendo l’acqua calda. Comunque facciamo bene a riscoprirla superando “l’omogeneizzata voce del business”, per dirla con quelli del Cluetrain Manifesto.
Steven Pinker, in The Sense of Style, ci dice molto bene che la premessa di qualsiasi testo efficace è l’atteggiamento dell’autore, che deve porsi sullo stesso piano del lettore in maniera sincera: l’unica cosa che li distingue è che l’autore sa qualcosa che il lettore ancora non sa. Punto. E ne rintraccia la consapevolezza nello stile “classico” degli scrittori francesi del seicento come Descartes e La Rochefoucauld (di questo parliamo un’altra volta, ma ne parliamo!):

Lo stile classico, che ipotizza l’assoluta uguaglianza tra autore e lettore, fa sentire il lettore un genio. La cattiva scrittura lo fa sentire un’idiota.

È quello che pensano anche i copywriter dell’Economist, che certo non trattano argomenti leggerini:

Scrivi come se stessi parlando a un amico intelligente e curioso. Non fare il sostenuto.

Ecco, che bello sarebbe se le aziende, mentre scrivono, pensassero ai clienti e ai prospect come amici! Ma sul serio, con attenzione e cura, non solo come numeri sulla pagina Facebook.

Su questo blog leggi anche:

Testi naturali e conversevoli
Scrivere per farsi ascoltare
La (dis)umanità del customer care
Imparare a dire “ci dispiace”
Contro le bare verbali e le parole zombie
Scrivere: una visione e una conversazione
Naturale come il parlato, preciso come lo scritto

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L’eloquentissimo potere del non detto

11 Apr

Leggere è un andare, dicevamo solo un post fa. Se leggiamo una storia, ci spinge la curiosità per quanto sta per avvenire, se cerchiamo una risposta o un’informazione, non ci fermiamo finché non la troviamo. Ostacoli, frenate, disorientamenti non ci piacciono in ogni caso. Come ho già scritto in questo blog, bisognerebbe tornare indietro solo per riassaporare una parola, una frase o un paragrafo che ci sono piaciuti moltissimo.
A volte è l’ambiguità a farci perdere:

Un problema particolare legato all’ambiguità riguarda il fatto che spesso siamo portati ad anticipare la struttura delle frasi e, quando la frase si sviluppa in modo per noi imprevisto, siamo costretti a tornare indietro e rileggerla. A questo proposito i linguisti parlano di frasi “garden path”. Per intenderci, il nostro cervello è veloce, si butta a capofitto in una direzione e di solito coglie l’interpretazione corretta. Ma se ci imbattiamo in elementi che ci fanno capire che l’interpretazione in corso non è corretta, siamo costretti a fare marcia indietro e ripercorrere il cammino fino alla biforcazione del sentiero che ci aveva fuorviato, in modo tale da prendere così l’altra strada.

Questa tersa definizione dei “sentieri nel giardino” è in un bel libretto italiano che ho letto e molto annotato negli ultimi giorni: Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, pubblicato da Laterza.

L’espressione garden path mi aveva già colpito in The Sense of Style di Steven Pinker, ma i due autori italiani hanno allargato il mio campo delle metafore giardiniere. I cespugli sono le espressioni che mitigano il contenuto di quanto esprimiamo. Per esempio quelle di vaghezza: una sorta di, più o meno, circa, un certo. Le siepi ci permettono invece di prendere le distanze da un’affermazione troppo netta:

C’è la porta di casa aperta. Saranno stati i ladri.
Ti chiederei di abbassare la voce.
Se ti va / se hai voglia, potresti scendere la comprare il latte.

Cespugli e siepi sono strategie di mitigazione, che mettiamo in atto per attenuare i rischi della relazione e ottenere distanza e deresponsabilizzazione.

Ho abbordato Come non detto stimolata dall’ottima recensione di Giovanna Cosenza. Ho fatto bene, perché il libro ha permesso a una praticona come me di dare nomi precisi e corretti a concetti e strategie che conosco e applico in modo istintivo, ma che non ho mai studiato in modo sistematico, spesso scoraggiata da testi troppo accademici.

Stereotipi, presupposizioni, verbi fattivi, impliciti, implicature convenzionali, proprietà della cancellabilità, metafore, contesto, deissi, atti linguistici, fallacie e tutto l’eloquentissimo universo del non detto spiegati in modo semplice e rigoroso, con tantissimi esempi tratti dalla pubblicità, dal giornalismo, dalla comunicazione politica.

Come scrittrice professionale ho molto apprezzato, per esempio, la parte dedicata al dialemma chiarezza / cortesia, che si ripropone immancabilmente in ogni aula in cui si discute di email, comunicazione interna e comunicazione al cliente. Meglio asciutti e chiari o pomposi e gentili? “Dipende dal contesto” rispondono i nostri autori, che ci forniscono un’utilissima scala di possibilità, dalla più rude alla troppo sofisticata:

0. Riportami il libro domani!
1. Mi riporti il libro domani?
2. Puoi riportarmi il libro domani per favore?
3. Ti spiacerebbe riportarmi il libro domani?
4. Cosa ne diresti di riportarmi il libro domani?
5. Mi chiedo se potresti, con tua discrezione, far sì che magari in tempo ragionevole, per esempio domani, ci fosse la possibilità per me di leggere un libro che qualche mese fa ti avevo prestato, magari se lo hai finito e non lo leggi più.

Eh già, dipende. Perché migliorare la nostra scrittura non è tanto questione di buone regole, ma di buone alternative e quindi di buone scelte. Più alternative si presentano alla nostra mente, meglio possiamo scegliere. Oggi questa capacità di scelta è molto più cruciale di prima, perché nella comunicazione le variabili in gioco sono sempre di più: sì, l’obiettivo, il canale e il destinatario, ma anche l’ora e il luogo in cui potrebbe leggere il nostro messaggio, la sua disposizione e il suo stato d’animo in quel momento. Gran parte di quello che scriviamo e ci viene richiesto online è costituito da “atti linguistici”: dire è fare, esporsi, impegnarsi.

I buoni testi brevi – e per buoni intendo efficaci, capaci di conseguire l’obiettivo – non nascono dalla contrazione, ma dalla selezione. Scegliere con consapevolezza quali parole usare, quali enfatizzare, quali lasciar fuori è il gran lavoro che c’è dietro. Da scrittori e da lettori, Come non detto ci aiuta a capire meglio cosa c’è sotto “l’iceberg della comunicazione”:

Dietro la comprensione di scambi verbali e di situazioni nuove c’è sempre un mare di sottintesi: ciò che si dice in modo esplicito rappresenta solo la punta visibile di un’enorma massa nascosta di informazioni comunicate in modo implicito.

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Ravenna Future Lessons: quando la scuola finisce, la scrittura comincia

19 Nov

Solo ora, dopo quasi un mese, trovo il tempo di condividere le slide e i contenuti della mia Ravenna Future Lesson. È stata una bellissima esperienza, soprattutto perché rivolta ai ragazzi, studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. Man mano che vado avanti, infatti, sento sempre più come un gioioso dovere quello di passare ai più giovani ciò che ho imparato fin qui.

Uno di loro, ispirandosi alla mia lezione, ha vinto persino il premio per il miglior elaborato: doppia gioia.

Ecco le slide:

 

E questo è, più o meno, quello che ho detto:

Quando la scuola finisce, la scrittura comincia

Il titolo di questo mio intervento vi sembrerà un controsenso o almeno un po’ paradossale. Lo era sicuramente fino a una o due generazioni fa, quando la prova di italiano all’esame di maturità – o l’esame di stato, come si dice oggi – era l’ultimo ostacolo da superare prima di liberarsi per sempre dell’incubo di arrivare alla fine della quarta colonna del foglio protocollo. Sì, poi qualcuno avrebbe scritto ancora, per esempio la tesi di laurea. Qualcuno un libro, un discorso. Un magistrato le sentenze. Moltissimi delle lettere, dei progetti, delle relazioni, dei verbali, ma si trattava di testi in cui si seguiva uno schema preciso, che si imparava facilmente, si ripeteva più o meno all’infinito, in cui si metteva molto poco di se stessi.

Oggi, invece, tra le tantissime cose che la rivoluzione digitale ha cambiato nel giro di pochissimi anni c’è anche questa: la scrittura, cioè la capacità di ogni persona di esprimersi attraverso la parola scritta, diventa essenziale proprio quando la scuola finisce. Essenziale perché in ballo c’è molto di più di un voto o di una promozione. C’è la vostra capacità di presentarvi al mondo, di farvi conoscere e apprezzare, di realizzare un progetto o un sogno, di trovare il lavoro dei sogni, di farlo crescere nel tempo. Tutto questo con le parole? Sì, anche con le parole.

Non facciamo che leggere e scrivere. Tutti

Nessuna civiltà è stata ad alta densità di scrittura quanto la nostra. Se ci pensate bene, non facciamo altro che leggere e scrivere e non avete ancora idea di quanto lo si faccia nel mondo del lavoro. Praticamente non si fa altro.

Con un giro di email si preparano riunioni. Le notizie che riguardano l’interno di un’azienda o di un’amministrazione si leggono sull’intranet. Per far conoscere un prodotto o un progetto si preparano delle slide come queste. Su tutti questi strumenti si scrive, e spesso le parole di una persona arrivano prima della persona stessa. La annunciano, la rappresentano, come un ambasciatore.

Saper scrivere serve non solo a chi fa un lavoro che una volta si diceva “intellettuale”. Saper scrivere vi sarà indispensabile anche se sceglierete di fare la ristoratrice, il parrucchiere, la makeup artist, l’erborista, il web designer. Tutti questi professionisti entrano oggi in contatto con clienti e fan attraverso immagini e parole. Per promuoversi, raccontare quello che fanno, rispondere a un cliente, anche a una critica. Le insegne dei negozi o la targa dello studio professionale oggi sono i social.

Le nostre parole arrivano ancor prima di noi

Le parole arrivano dove la persona non può arrivare, la precedono – dicevamo. Le buone parole danno mille opportunità, anche a chi abita lontano dai grandi centri dove sembra che tutto accada, come Roma o Milano. Vi faccio l’esempio di due siciliani: un ragazzo e un’insegnante. Si chiamano Salvatore ed Emanuela.

Salvatore lo conoscete sicuramente, perché basta che abbiate un qualsiasi problema con un programma o lo smartphone, che Google vi indirizza a lui, che con parole garbate e precise vi conduce passo passo verso la soluzione.

Salvatore Aranzulla, anni 25, è il più autorevole e conosciuto divulgatore informatico in Italia con 12 milioni di visite al mese. Quando ha cominciato, a dodici anni, era un ragazzino con cinque fratelli, un padre infermiere, e viveva in un paesino della Sicilia. A sedici anni fonda il suo blog. A diciotto la sua prima azienda. Sei anni dopo dà lavoro a quindici persone. Certamente Salvatore è un informatico brillante, un conoscitore profondo dei motori di ricerca e dei loro meccanismi, ma sa integrare le parole chiave in testi costruiti secondo regole ferre, eppure di grande chiarezza e naturalezza per chi legge.

Emanuela Pulvirenti è una professoressa di storia dell’arte che insegna in una scuola superiore in provincia di Enna. I primi giorni di scuola sono disastrosi perché alle sue alunne della storia dell’arte non importa un fico secco e glielo dicono pure. Emanuela si ingegna, si inventa dei modi originalissimi per coinvolgere le sue riottose studentesse. Ci riesce e le conquista. Ma non si ferma qui: racconta come fa in un blog appassionante, che pian piano conquista decine di migliaia di persone: altri studenti, tanti altri professori in tutto il mondo, semplici appassionati come me.
Oggi Emanuela è conosciutissima, scrive libri di storia dell’arte, tiene conferenze. E, proprio come Salvatore, continua a scrivere.

Vi possono sembrare due casi limite di persone molto tenaci, appassionate e fortunate, ma la fortuna non c’entra molto. C’entra tantissimo invece la capacità di scegliere le parole giuste, di allenare questa capacità nel tempo sui blog e sui social, strumenti che sono alla portata di tutti.

Con le parole Salvatore ed Emanuela sono diventati due brand, anzi due personal brand.

Scrivere: sei capacità che vi serviranno d’ora in poi

Saper scrivere richiede allenamento. Ogni momento è buono per cominciare, che sia il tema in classe di dopodomani, un blog su un tema che vi appassiona, o un social network. Molto prima di quanto pensiate potreste infatti aver bisogno di:

  • scrivere a un esperto o una persona famosa per chiedergli un’intervista per la vostra ricerca o tesina
  • scrivere il curriculum
  • scrivere una lettera di presentazione
  • redigere un progetto di una startup e chiedere un finanziamento
  • chiedere uno stage o candidarvi per un lavoretto estivo
  • scrivere a un professore per presentarvi o chiedere la tesi
  • iscrivervi a un social network professionale come Linkedin.

Le parole ci rappresentano in un mondo che però oggi è affollatissimo di testi e in cui è molto difficile farsi notare e ascoltare. Inoltre, non leggiamo più su carta, ma su schermi sempre più piccoli e per lo più in mobilità, circondati da un alto rumore di fondo.

Per farci ascoltare e per allenarci bene, ci servono moltissime delle cose che impariamo a scuola, ma anche qualcuna di più. Mi piacerebbe ora metterle a fuoco insieme a voi. Ne ho scelte sei, quelle di cui non potrete proprio fare a meno.

1. Capacità di sintesi

La prima è la capacità di sintesi. La metto al primo posto, perché a scuola diventiamo molto bravi a scrivere molto. Si capisce: i compiti in classe servono sì a dimostrare le nostre capacità espressive, ma anche a dimostrare che abbiamo studiato, che conosciamo bene un autore e le sue opere, o un periodo storico. Per questo abbiamo sempre paura di scrivere troppo poco.

Be’, nel mondo del lavoro vi sarà richiesto soprattutto di essere efficaci nella concisione, nella sintesi. Nessun direttore del personale sarà disposto a leggere la vostra lettera di presentazione se vi dilungate su due cartelle; il vostro capo apprezzerà email che arrivano subito al punto e così un vostro cliente cui chiedete la spiegazione di un prodotto su facebook.

All’inizio di questo anno scolastico il giornalista Massimo Gramellini, che tiene la rubrica Buongiorno sul quotidiano La Stampa, ha proposto di reintrodurre a scuola il dettato: “un dettato al giorno guarisce l’analfabeta di ritorno”. Gli ha risposto Luigi La Spina chiedendo invece a gran voce il riassunto. E per dimostrare che tutto si può riassumere, alla fine del suo articolo fa proprio il riassunto. Eccolo:

Riassunto.  

Macché dettato, è meglio che a scuola si faccia il vecchio riassunto. Solo così si impara ad ascoltare gli altri e a capire che cosa ci vogliano dire. E, magari, si capirà anche che cosa diciamo noi e che cosa vogliamo dire agli altri.  

Sono molto d’accordo. Sappiatelo: finita la scuola, difficilmente dovrete scrivere un tema o qualcosa che gli assomigli, ma riassunti sì, tantissimi.

Il saggio breve vi dà l’opportunità di esercitare l’arte della sintesi. Soprattutto alla fine, ogni buon saggio sa tirare bene le fila e imprimere così la vostra conclusione, il vostro pensiero, nella mente di chi legge. L’altra grande scuola di sintesi, non dimenticatelo, è la poesia. Tutta, ma soprattutto quella del Novecento.

2. Capacità di titolare

La seconda è la capacità di titolare e sottotitolare. Avete notato – vero? – che tutti i testi che si leggono in rete sono scanditi da tanti piccoli sottotitoli? E che le home page sono solo titoli? I primi permettono di scorrere rapidamente un testo sullo schermo senza doverlo leggere tutto e di ritrovare facilmente il punto se interrompiamo la lettura. I titoli di pagine, articoli, sezioni di un sito devono invece annunciare con chiarezza cosa c’è dietro, incuriosire e spingere a cliccare in pochissime parole.

Ricordatevi di titoli e sottotitoli se vi sentite portati verso l’articolo di giornale all’esame di stato. Così come i lettori di un giornale, anche i professori leggeranno più volentieri un articolo scandito da titoletti chiari, precisi e – perché no? – brillanti.

Avete un anno scolastico per prepararvi. Consiglio: partite dalla newsletter che il direttore della Stampa Mario Calabresi invia ogni mattina per email a chi ne fa richiesta. Si legge in due o tre minuti, vi informa sui principali fatti del giorno, è scritta benissimo da uno dei nostri migliori giornalisti, ha titoli da manuale.

E non dimenticate che uno dei segreti per essere sintetici e scrivere ottimi titoli è avere un vocabolario molto ricco. Se la parola è quella giusta, basterà quella, senza tanti giri di parole.

3. Capacità di scrivere un grande inizio

La terza è la capacità di scrivere un grande inizio. L’incipit è sempre stato importante, ma oggi lo è molto di più. Perché siamo circondati da testi di tutti i tipi che, se non ci conquistano fin dalle prime parole, smettiamo immediatamente di leggere. Tutte le ricerche confermano che il nostro modo di leggere è profondamente cambiato: da una lettura sequenziale, lineare, profonda (quella che in genere si fa su carta) a una lettura disordinata e saltellante, alla ricerca di quello che ci interessa di più (quella che si fa in rete e da uno schermo). Conquistare chi è dall’altra parte dello schermo dipende in gran parte da quello che scriviamo all’inizio.

Qui la letteratura è la vostra migliore maestra: ripercorrete i grandi incipit, vedrete quanto presto l’autore riesce a catapultarvi in un altro mondo o nella mente di un personaggio. Quel mondo potrebbe essere il negozio che avete appena aperto, quella mente quella di un cliente cui il vostro prodotto il vostro servizio può risolvere un problema. Niente premesse, niente indugi: portate chi legge “in medias res”, come raccomandava il poeta latino Orazio.

4. Capacità di modulare il tono di voce

La quarta è la capacità di modulare lo stile, il tono di voce, sulla base dello strumento, dell’obiettivo e del destinatario. Questa è più difficile da esercitare a scuola, dove è sempre il professore a leggere quello che scrivete, ma sarà decisiva nella vostra vita, e molto presto. Sapete quanto conta scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum con il giusto tono di voce? Ecco tre lettere ricevute dalla manager ed esperta di comunicazione Mariella Governo, con le sue note:

Sono Carlo Bianchi, con la seguente sono a inviarLe tramite mail la mia autocandidatura per una possibile collaborazione lavorativa. Sperando ci sia la possibilità per un colloquio conoscitivo, Le inserisco in allegato il mio Cv personale.

Tono burocratico, distante, lettera inutile

Toc toc! Spero di non disturbare: giovane laureato cerca aiuto.  Mi chiamo Giorgio Rossi,  e sono uno dei tanti neolaureati che sta inondando la rete con la sua versione digitale in formato cv. Ed eccomi ad allegarle il mio cv e la mia lettera di presentazione. Non vorrei rubarle altro tempo, ma visto che ci sono uso tutte le mie cartucce:….

Tenero, allegro ma troppo confidenziale il ragazzo!

Gentile dottoressa Governo, 

seguo dai giornali e sul vostro sito il progetto di trasformazione di Fiera Milano. So che lei è a capo della struttura di comunicazione e forse può avere bisogno in questo momento di ampliare la rete dei suoi collaboratori. Io non ho molta esperienza sul campo visto che sono uscita dall’università solo l’anno scorso. Ho cercato di prepararmi a fondo sull’argomento giornalismo e uffici stampa con passione e tenacia.  Le chiedo solo di avere l’opportunità di un’intervista con lei. Se non sarà possibile la ringrazio comunque per l’attenzione e da parte mia continuerò con ottimismo a perseverare.  Un cordiale saluto,   

Informata, relazionale, umile ma sicura di sé

5. Capacità di scrivere di sé

La quinta forse vi stupirà un po’, perché è la capacità di scrivere di sé. Una cosa che a scuola si abbandona presto, forse perché considerata un po’ infantile. Si scrive su Dante, Manzoni, Leopardi e la guerra del trent’anni, ma non si scrive delle proprie emozioni, delle aspirazioni, dei sogni, di quello che ci succede. Ne parliamo, e questo ha già un grandissimo valore, ma la scrittura – anche nella modalità privata del diario – aiuta come poche cose a dare un senso alla nostra vita, soprattutto ora che tante parole scorrono via inghiottite dalla velocità del digitale. Scriverle sulla pagina significa scegliere, pensare, riflettere. Rileggerle a distanza di tempo significa capire avvenimenti importanti anche della nostra vita interiore.

Interiore, ma non solo. Teresa Amabile insegna alla prestigiosa Harvard Business School. Ai suoi studenti fa tenere un diario lungo un intero anno accademico o un importante progetto. E sapete cosa? La sua più importante ricerca, durata dieci anni, ha evidenziato che la carriera di chi tiene un diario ha molto più successo ed è molto più gratificante.

6. Capacità di saper scegliere tra carta e web

Siamo alla fine, alla capacità numero sei. La capacità di capire quando per scrivere è meglio la carta e quando il digitale. Abbiamo tantissimi strumenti di comunicazione, nessuna generazione ne ha avuti così tanti. Paradossalmente, a scuola usiamo ancora la carta dove ci aiuterebbe di più il digitale, cioè nella fase di redazione, di stesura. Quella fase in cui, una volta ben preparati, gioverebbe correre un po’ di più.

La carta rimane invece imbattibile prima e dopo questa fase: per studiare sui libri, prendere appunti, fare mappe e scalette, buttare giù le idee. Il tempo più lento e il collegamento della mano al cervello aiutano a produrre ed elaborare nuove idee, a ricordare. La carta ci aiuta infine nella fase di revisione, quando dobbiamo essere sicuri che il nostro testo funzioni e non contenga nemmeno il più piccolo refuso. Lo sapete vero che anche il miglior curriculum al primo refuso prende la via del cestino?

Quindi: riscoprite carta, pennarelli, evidenziatori, post-it e taccuini. Ve lo dice un’entusiasta del digitale, una cui il digitale ha cambiato la vita.

E intanto il video è andato online, quindi eccolo:

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