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Le parole, prima indispensabile interfaccia

7 Feb

Il titolo è essenziale, Language design, ma il libro di Yvonne Bindi è un tripudio di racconti, consigli, esperienze di lavoro e di vita determinate dalle conseguenze delle parole, dalla loro scelta, dalla loro collocazione in contesti quotidiani quali un bar sul mare, un aeroporto, un sito web.

Si esce dalla lettura con un un senso di consapevolezza e di responsabilità forte rispetto alle piccole entità che nascono dalle infinite combinazioni di 26 lettere e determinano ciò che siamo e pensiamo, le nostre relazioni con altre persone e oggetti, la piacevolezza e la riuscita di tante nostre esperienze di tutti i giorni.

Il bello del libro è che mentre ci spiega come scegliere, scartare, aggiungere e combinare le parole, ci parla soprattutto di noi e di come funzioniamo. Siamo esseri distratti, pigri, che si accontentano delle prime parole che vedono e leggono, facili da ingannare, pieni di imbarazzo di fronte all’abbondanza delle scelte, ma anche pieni di gratitudine e pronti ad affezionarci a chi ci spiana la strada, ci facilita un compito, si rivolge a noi con chiarezza ed onestà.

Language design spiega come usare le parole per progettare ambienti ed esperienze – fisici, digitali o le due cose insieme – che rispettano il nostro modello mentale, ci fanno trovare quello che cerchiamo, rispondono ai nostri bisogni e alle nostre domande, insomma ci fanno vivere meglio.

Yvonne Bindi ci chiede di seguirla nella sua vita quotidiana, nei suoi viaggi e nelle sue letture, e man mano ci indica quante parole non funzionano e come potrebbero invece funzionare meglio: si va dagli annunci di Trenitalia ai varchi delle ZTL delle nostre città, dalle indicazioni negli aeroporti ai caselli autostradali, dagli interruttori della luce alle prenotazioni dei voli sul web, fino alle interfacce vocali, solo un assaggio della rivoluzione che sta per arrivare.

È questa attenzione costante al quotidiano, a ciò che ci circonda ma non sempre riusciamo a vedere (finché non ci sbattiamo contro) a fare di Language Design un libro per tutti. Ci mostra che tutti, nel nostro piccolo, siamo progettisti, pieni di responsabilità nei confronti degli altri: anche il ristoratore che scrive il menu del giorno, il negoziante che espone il cartello sulla porta, il dipendente pubblico che scrive una delibera.

Io vi ho ritrovato cose che già sapevo (scrivere semplice chiaro, i forestierismi, scrivere e fare una presentazione efficace, tutto il mondo del non detto), ma in una cornice originale, quella del nostro modo di pensare. Ho anche imparato tantissime cose che non sapevo, soprattutto i modi in cui attraverso le parole le aziende riescono a ingannarci e le nuove attenzioni che dobbiamo avere quando scriviamo i messaggi vocali, più un buon numero di riferimenti – persone, siti, libri – per approfondire.

Insomma, il libro mi è piaciuto assai e lo consiglio come uno dei migliori sulla scrittura che abbia letto ultimamente, anche per  il tono di voce ironico e coinvolgente (che bello il racconto di Yvonne ragazzina che chiacchiera con la nonna in cucina mentre preparano piatti abruzzesi, una in italiano l’altra in dialetto!).

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Oggi, siamo ciò che connettiamo

25 Apr

Architettura della comunicazione, di Federico Badaloni

Riemergo dalla lettura del libro Architettura della Comunicazione (versione cartacea qui) di Federico Badaloni con la sensazione di galleggiare in uno spazio e in un tempo infiniti e con un grande senso di inadeguatezza e insoddisfazione nei confronti dei tantissimi contenuti che ho orgogliosamente scritto e accumulato sul sito e sul blog. Ne sono un po’ meno fiera e una domanda mi assilla: sono trasportabili, condivisibili, riutilizzabili, interoperabili, adattabili? La risposta è: mi sa di no. Faccio fatica persino a trovarli, alcuni li ho scritti due volte perché me ne ero dimenticata. Solo negli ultimi tempi faccio il lavoro di connettere ogni nuovo post con tutti quelli che possono essere utili e interessanti sullo stesso argomento.

Metto tutta l’attenzione nella scrittura e poi, sì certo, rilancio il post su Twitter, Facebook e Linkedin, ma sono ben lontana dal ritratto della redattrice consapevole e contemporanea tratteggiato da Federico Badaloni: la produzione di un sia pur ottimo contenuto è solo la metà dell’opera; l’altra metà è strutturarlo con le informazioni sulle informazioni, cioè dotarlo di un buon paio di ali perché possa prendere il volo:

In una rete aperta e interoperabile, il messaggio, grazie alla propria struttura, è dotato di ali, non ha più bisogno di altri mezzi per volare.

Le ali, costituite dalla trama sottile delle meta informazioni, consentono all’informazione di attraversare i canali, i contesti e gli spazi rimanendo fedele a se stessa. Anche in diversi tempi e momenti. Solo una buona meta informazione ci potrà aiutare a capire il senso, il contesto di un’informazione, persino ad anni di distanza. È questa la rivoluzione digitale. È  il collassare del medium sul messaggio che fa esplodere i processi di produzione, i business, i rapporti di forza fra gruppi sociali che si erano costituiti nel mondo precedente. Il valore è il significato che perdura nel tempo.

Adoro i libri che mi mettono in crisi, che mi spostano il punto di vista o che mi fanno vedere il paesaggio consueto attraverso un paio di lenti nuove. Architettura della Comunicazione è uno di questi.

Federico Badaloni, oltre a essere uno dei maggiori esperti italiani di architettura dell’informazione, è un giornalista che nel Gruppo Espresso ha vissuto in prima persona il passaggio dal mondo lineare della Parentesi Gutenberg al mondo senza confini e potenzialmente infinito della rete:

La frattura radicale tra il mondo prima e dopo la rete sta nel passaggio tra un sistema di comunicazione che faceva perno su tempo e spazi limitati a un sistema che si basa sulla disponibilità illimitata di spazio e su una forma di tempo sospeso, che assume le sembianze di un eterno presente.

Sa perciò spiegare molto bene la portata della rivoluzione che stiamo vivendo sia attraverso esempi molto semplici, sia attraverso i “contesti” in cui siamo abituati a cogliere e connettere le informazioni.

Uno è il giornale cartaceo, un ambiente dalla logica completamente lineare, in cui la rilevanza delle informazioni è data dalla loro collocazione all’interno di un’architettura fissa e definita: dalla prima all’ultima pagina, dall’articolo principale all’ultimo trafiletto. L’altro è meno scontato, ma efficacissimo: il rilievo del portale centrale della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il cui significato si coglie solo allargando la visuale attraverso una serie di cerchi concentrici, dal singolo rilievo al portale, dal portale alla faccciata, all’intera architettura. Il fedele medievale non sfogliava e leggeva la Bibbia, percorreva un luogo.

Oggi per i nostri contenuti non ci sono percorsi prestabiliti, né concentrici, né lineari. Se un contenuto è connesso, è sempre raggiungibile e può apparire contemporaneamente in luoghi diversi, a persone diverse, in tempi diversi. E il contesto può avere mille variabili e mille sfaccettature:

Il concetto di contesto è da intendersi in maniera estesa: il dispositivo con il quale accedo alle informazioni, la velocità della mia connessione, il clima, il mio particolare umore o le mie aspettative.

Le mie aspettative, appunto, il mio bisogno. Bisogni sempre più ampi, che vanno oltre il comprendere e il fare, ma che “si estendono al condividere, al sentirsi apprezzati, al risparmiare tempo: è una gamma di bisogni che deriva dal nostro essere animali sociali e dalle esigenze imposte dal vivere quotidiano”.

Il valore dei contenuti non è quindi in sé, ma nella connessione che ne fanno le persone. Non contenuti, ma relazioni e quindi esperienze. Non prodotti, ma ambienti. Ambienti la cui struttura e architettura manifesti direttamente il suo senso, il suo funzionamento.

Creare e pubblicare sì, ma poi strutturare, taggare, linkare, predisporre il contenuto a vivere la sua vita, lunghissima e imprevedibile:

Pubblicare un contenuto online significa renderlo linkabile e disporre di un piccolo capitale di fiducia: dal punto di vista di chi naviga, l’esistenza di un link rappresenta il nuovo percorso possibile, una nuova relazione, una nuova conoscenza disponibile. Un link è un dono.

Un’informazione pubblicata in rete può occupare uno spazio largo o lungo a piacere, e resta disponibile teoricamente per sempre. Questo significa che ogni informazione può essere costantemente riutilizzata per spiegare una nuova informazione, può essere inserita all’interno di nuove relazioni significative.

Più vive, si connette e si muove, più un contenuto acquista valore perché porta con sé le tracce dei bisogni, dei desideri, degli appagamenti e persino dei morsi delle persone che ha incontrato, per dirla con il New Clues Manifesto.

Creare contenuti, prodotti e ambienti che abbiano un senso per le persone, che sappiano attraversare i device e il tempo per incontrare i loro bisogni e le loro aspettative, è il compito dell’architettura dell’informazione.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla progettazione funzionale: la funzione, cioè la risposta alla domanda delle persone, è l’elemento costante, il ponte migliore tra tutti i ponti possibili. Federico Badaloni illustra il metodo, non le technicality: ricerca sui bisogni delle persone, schema delle relazioni funzionali, mappe funzionali, wireframe, per approdare solo alla fine alla home page, esattamente come facciamo noi oggi.

Quindi non spaventatevi pensando sia un libro tecnico. Non parla di tecnologie, parla di noi umani e della rivoluzione che abbiamo la fortuna di vivere.

Una bella intervista a Federico Badaloni è su Kloe: La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti.

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IA Summit 2015: scrivere per farsi ascoltare

31 Ott

Le slide del mio intervento al Summit dell’Architettura dell’Informazione 2015 sono online sul sito di Architecta insieme a quelle degli altri relatori. Naturalmente da sole dicono molto poco e così ho deciso di fare un po’ di editing alla mia scaletta e di proporvi insieme alle slide anche quello che ho detto a voce in un post che sarà quindi più lungo del solito.

A dire il vero questa volta avevo buttato giù più di una scaletta. Avevo a disposizione una ventina di minuti per affrontare un tema che per una coincidenza davvero felice è stato il mio tema di quest’anno, a partire da C-Come all’inizio di gennaio: la naturalezza del testo, il suono della parola scritta. Quindi chi legge regolarmente questo blog troverà qualcosa che ha già sentito, visto che i post sono il mio primo laboratorio e il luogo delle mie riflessioni.

Avere un tempo limitato mi ha suggerito di invertire il mio solito modo di preparare un intervento: prima ho buttato giù cosa avrei voluto dire, tutto di seguito, dall’inizio alla fine, attenta a non superare le quattro cartelle e mezza; solo dopo ho preparato le slide. Ha funzionato bene e ho fatto lo stesso con l’intervento alle Ravenna Future Lesson, che vi proporrò in un prossimo post.

Ecco quindi le slide e il mio intervento. Ho detto ovviamente qualcosa in più e anche qualcosa in meno, ma la sostanza è quella.

 

Lo stile: qualcosa di molto attuale

Scrivere per farsi ascoltare. Si dirà che casomai si scrive per farsi leggere e questo titolo può sembrare un tirare la coperta verso il tema di questo Summit, che è l’ascolto. Eppure le parole ascoltare, voce, tono di voce, accento e l’onnipresente storytelling  risuonano – è proprio il caso di dirlo! – sempre più spesso nelle pagine che neuroscienziati e psicologi del linguaggio dedicano alla lettura e alla scrittura.

Il più famoso è sicuramente il professore di Harvard Steven Pinker. Il suo ultimo libro è dedicato interamente alla scrittura. Si intitola The Sense of Style, bello ed evocativo con quelle S fluide e scivolose, ma ancor più interessante è il sottotitolo: The thinking person’s guide to writing in the 21th century. Pinker ci spiega perché le indicazioni sulla scrittura, che molti di noi conoscono e praticano anche con il buon senso, assecondano il modo in cui funziona la nostra mente.

Stile può sembrare una parola letteraria o un po’ desueta, ma ecco la definizione che ne dà Pinker:

“What is style, after all, but the effective use of the human mind?”

E cosa ci proponiamo noi quando scriviamo se non mettere in comunicazione la nostra mente con quella di chi ci legge? Per coinvolgere il nostro interlocutore. Spingerlo all’azione. Cambiare una sua idea. Portarlo sulle nostre posizioni. Convincerlo che un nostro prodotto può cambiare la sua vita.

Vorrei quindi condividere alcune delle piccole illuminazioni dal professor Pinker, che nell’ultimo anno mi hanno fatto guardare a quello che leggevo e scrivevo in modo diverso.

La mente che legge vede immagini e sente voci

La prima è la più importante di tutte: la mente che legge non vede parole, ma sente voci e vede immagini. Più queste voci sono chiare e queste immagini vivide, meglio comprende, impara, ricorda. Gli occhi vedono parole, la mente no. Lei vuole ascoltare e vedere:

“La buona scrittura rende l’azione innaturale di leggere molto simile alle due azioni più naturali che conosciamo: parlare e vedere.”

Leggere non è affatto un’azione naturale. Non siamo nati con l’organo della lettura, siamo nati con due occhi e due orecchie. Abbiamo voglia di leggere soprattutto quando la voce di un narratore ci porta lontano verso altri mondi o alla scoperta di qualcosa che ancora non conosciamo. Quando leggiamo narrativa lo sappiamo benissimo, quando scriviamo una pagina web, un progetto aziendale, una slide o una newsletter tendiamo a dimenticarcelo. Quante volte riceviamo newsletter di questo tenore:

Gentile Luisa,

desideriamo presentarti Carta Travel Special, la soluzione che abbiamo studiato appositamente per i liberi professionisti come te, sempre in viaggio per lavoro.

La Banca conosce le tue esigenze: grazie alla partnership con Telecom Italia, Carta Travel Special ti permetterà di fare fronte a tutte le tue spese di hotel e trasporti e più di guadagnare punti.

Noi, noi, noi. Noi sappiamo cosa fa per te, meglio di te, e non te lo mostriamo, ma te lo declamiamo. “Desideriamo”, “abbiamo studiato”, “conosciamo le tue esigenze” e il famigerato verbo “permettere”, così paternalistico! Un verbo che insieme a “consentire” e “mettere in grado” ho nella mia personale black list, dalla quale li tiro fuori solo in eccezionalissime occasioni.

Così si apre, invece, una newsletter di Canva:

Mai avuto questo problema?
Sul lavoro hai già molti cappelli e ora all’improvviso si aspettano che te ne metta un altro: devi essere anche un graphic designer.
Il tuo capo ti ha appena chiesto di creare qualcosa e naturalmente vuole da te che appaia “professionale”. O forse il capo sei tu e all’improvviso capisci che oltre a tutto quello che devi fare nella tua giornata, diventa importante creare una presentazione dalla grafica molto carina o un’immagine per i tuoi social.

Qui il problema è mostrato, non declamato. E il tu viene molto prima del noi. La prospettiva è rovesciata. Nella mente che legge si svolge una piccola scena.

Autore e lettore sullo stesso piano

Mettersi alla pari con il destinatario già dalle prime parole. Lo sanno benissimo i copyeditor del settimanale più letto e meglio scritto del mondo, l’Economist:

“Write as though you were talking to a curious, intelligent friend. Do not be stuffy.”

E ce lo dice quel capolavoro che sono le linee guida per la scrittura sul web della PA britannica:

“Write conversationally – picture your audience and write as if you were talking to them one-to-one but with the authority of someone who can actively help.”

 Naturalmente ce lo dice anche Pinker:

“The writer and the reader are equals, and the process of directing the reader’s gaze takes the form of a conversation.”

Una conversazione: è molto più difficile abbandonare una voce che ci parla rispetto a un testo che non ci piace.

Sintassi semplice per la mente che non sa

Ma come si fa a scrivere con grazia e precisione, a far sentire e vedere attraverso le sole parole quello che il nostro interlocutore ancora non sa?

Prima di tutto sorvegliando la sintassi, cioè tenendo i periodi brevi, massimo 30-35 parole. Perché? Perché la nostra mente non è affatto multitasking e non elabora più di due-tre concetti o informazioni alla volta. Per questo i periodi lunghi e densi di informazioni richiedono più di una lettura o non vengono letti affatto. Chi di noi, parlando, riuscirebbe a declamare l’incipit di un comunicato stampa come questo senza riprendere fiato, cioè mettere il punto?

Dopo il successo delle presentazioni al Cosmoprof di Bologna e al Makeup Event di Londra, con la partnership di Happiness Cosmetics e della più famosa makeup blogger Stellina Stella, è disponibile da novembre anche negli store italiani Natural Velvet, l’innovativo fondotinta vegetale che cura la pelle mentre la illumina.

Chi scrive e già sa non si accorge di quanto siano faticosi i periodi così densi per la mente che non sa (è la “maledizione della conoscenza”!) Finché non arrivano il soggetto e il verbo, cioè il “cosa”, la mente corre in avanti e presta molta poca attenzione a una subordinata che dice il quando, il dove, il come o il perché.

L’inizio è dappertutto!

Frasi brevi, quindi, soprattutto all’inizio. Perché l’inizio deve essere forte. Sempre. Bisogna entrare “in medias res” come raccomandava lo scrittore latino Orazio.

Ma qual è oggi l’inizio, in un testo digitale? Ci possono essere tanti inizi quanti sono i paragrafi, i moduli in cui decidiamo di organizzarlo. Sono i piccoli e autonomi moduli di testo – i chunk – la nuova unità di misura. Quelli che il lettore sovrano assemblerà nel suo personale percorso di lettura o che se ne andranno in autonomia in giro per la rete sotto forma di post o tweet. Il modulo più piccolo è la frase, che oggi merita ancora più attenzione di prima e non tollera costruzioni sciatte o parole superflue.

Le prime parole – il titolo, i sottotitoli, gli incipit di ogni chunk – sono le più importanti in assoluto, perché la mente è ancora sgombra, pulita e molto più attenta e ricettiva, pronta a indugiare, a farsi sedurre, persino da una sintassi avvolgente, come questo incipit dell’agenzia londinese di “language consulting” The Writer:

Basta discutere.

Forse nella tua vita non c’è posto per un’altra app. Forse di app ne hai ormai abbastanza. Ma se ce ne fosse una che ti scioglie i dubbi di linguaggio prima che l’ufficio si infiammi in accese discussioni? Una che ti dice (ma con garbo) dove mettere gli apostrofi, come usare le virgolette e cosa rispondere (ma con fermezza) a chi ti dice che non puoi cominciare una frase con la congiunzione “E”?
 Bene, quest’app esiste. Contiene la nostra guida di stile. E pure il nostro indice di leggibilità.
 Allora, corri negli store Apple o Android e scaricala. È gratis.

Accese discussioni, apostrofi, virgolette, congiunzioni… la mente si popola di immagini e suoni prima ancora di sapere dove si va a parare… a The Writer sono bravissimi – è il loro mestiere – a popolare la mente di chi legge di tanti dettagli, a far vedere e immaginare cose utili e desiderabili, che possono rendere migliore la nostra vita, fosse anche solo un’app con la loro guida di stile.

Le parole vivide contro le bare verbali

Quello che si vede, anche solo con gli occhi della mente, colpisce e si ricorda. Per questo l’indicazione principale è: scegliete parole concrete, precise, vivide. Cose, non concetti astratti. Alcune parole, amatissime dalle aziende e dalle amministrazioni pubbliche, sono opache e inerti. Steven Pinker le chiama “bare verbali”. Sono quelle che spesso avvolgono, come un involucro, le parole vivide. Per esempio: sinergia, strategia, dimensione, approccio, prospettiva, processo…

Finché vede, la mente segue il film e continua a leggere. Ecco perché quando incontra cliché, frasi fatte, parole logore, le salta per ricominciare da dove il film ricomincia. Ecco perché i linguisti raccomandano la forma attiva e la forza dei verbi: perché, come al cinema, seguiamo il protagonista e lo vediamo in azione. Questo è l’incipit del “Chi siamo” di un’azienda di allestimenti fieristici. Invece che tessere le lodi della professionalità dell’azienda ho preferito raccontare la storia abbastanza straordinaria della coppia di imprenditori che l’ha creata e la guida, un italiano e una coreana. Lei è Susan:

La vita è sorprendente.
Sono arrivata dalla Corea negli Stati Uniti con le mie due sorelle per studiare musica. Io il violino, loro pianoforte e violoncello.
Abbiamo realizzato il nostro sogno nella scuola più severa e prestigiosa: la Julliard School di New York, dove abbiamo studiato e ci siamo diplomate. Ma quando ho incontrato Fabrizio ho riposto il violino per avventurarmi in un settore nuovo e del tutto sconosciuto per me fino a quel momento. 

E ho ricominciato a imparare e a studiare, giorno per giorno, a partire dai compiti più semplici, io che non sapevo nemmeno usare il computer!

Ma l’attitudine allo studio e alla precisione fanno parte di me e le ho portate in FB International, che oggi gestisco insieme a Fabrizio.

La coppia manageriale funziona altrettanto bene di quella che siamo nella vita: a lui l’idea creativa e l’intraprendenza commerciale, a me l’attenzione a ogni dettaglio in ogni fase di un progetto, fino alla realizzazione in fiera. 

È soprattutto questa attenzione a far sì che tutto funzioni perfettamente. Con tanto studio e applicazione, ma con un risultato finale che appare fluido e armonioso. Come nella musica. E con lo stesso appagamento che solo una performance riuscita può dare.

Il nostro cervello è per un terzo dedicato alla visione: lo leggiamo e ce lo ripetiamo continuamente per sottolineare quanto sia importante oggi comunicare per immagini, ma ci dimentichiamo delle immagini mentali che possono e devono creare le parole.

Le parole precise contro la verbosità

Sembra paradossale, ma più il lessico è ricco, più quello che diciamo è preciso, più la voce è distinta… meno giri di parole ci servono:

l’amministratore delegato ha parlato nel dettaglio della nuova strategia aziendale

l’amministratore delegato ha illustrato la nuova strategia aziendale

Naturalmente la stessa cosa può avere un nome diverso per chi scrive e per chi legge, a seconda dell’esperienza e del punto di vista. La banca che scrive al cliente parla della procedura di estinzione del rapporto, il cliente invece di chiusura del suo conto corrente. Ma una volta deciso come, la stessa cosa si chiama sempre nello stesso modo, per evitare pericolosi disorientamenti.

Più il testo è breve, più la struttura conta

C’è un’altra cosa che la nostra mente ama quando legge e quando ascolta: le strutture parallele. I retori antichi lo sapevano benissimo. Queste strutture, questi schemi, sono le figure retoriche – la filigrana del testo – e non è un caso che oggi siano più studiate che mai.

Ricordate il testo di The Writer?

Una che ti dice (ma con garbo) dove mettere gli apostrofi, come usare le virgolette e cosa rispondere (ma con fermezza) a chi ti dice che non puoi cominciare una frase con la congiunzione “E”?

La nostra mente scivola sui parallelismi come un treno sui binari. Ed è grazie al parallelismo della struttura che cogliamo le differenze, i contrasti. La forma più elementare di struttura parallela sono le liste e infatti sul web impazzano fino alla nausea. Ma ce ne sono molte altre.

Seth Godin è un maestro delle anafore, dei tricolon, dei climax.

You can learn a new skill, today, for free.

You can take on a new task at work, right now, without asking anyone.

You can make a connection, find a flaw, contribute an insight, now.

Farsi leggere è sempre stato difficile. Trovare riconoscibile una voce ancora di più. Farsi ascoltare attraverso schermi piccolissimi e il rumore di fondo delle nostre letture in mobilità ancora di più.

Però sapere che gli scienziati di oggi confermano punto per punto le intuizioni degli antichi ci aiuta a lavorare bene, a limare i nostri testi fino alla naturalezza, che non è mai un punto di partenza, ma sempre un punto di arrivo.

Architettura dell’informazione: un libro e un master

20 Gen

I lettori di questo blog già conoscono Maria Cristina Lavazza. È architetta delle informazioni, nonché l’autrice di ben tre Quaderni del MdS.
Gli speciali architetti come lei si occupano di progettare e costruire quei luoghi così importanti oggi per noi che sono i siti web, le app e qualsiasi altro prodotto digitale. Se riusciamo a muoverci al loro interno con disinvoltura, a trovare quello che ci piace e ci serve, se non ci perdiamo ma al contrario viviamo un’esperienza utile e gratificante, il merito è in gran parte loro.
Eppure l’architettura delle informazioni, o AI secondo l’acronimo in inglese, è da noi una disciplina ancora abbastanza sconosciuta e praticata.
Finora, perché le cose si muovono rapidamente.

Oltre al Summit dell’Architettura dell’Informazione, che nel 2013 arriva alla VII edizione, ora c’è anche il nuovo libro di Cristina, fresco fresco da Apogeo: Comunicare la User Experience. Dall’idea al progetto.
Solo in formato ebook, è un libro superdivulgativo che guida lungo tutta la vita di un prodotto digitale, dall’idea alla sua comunicazione, con tantissimi esempi, esercizi, link bibliografia e persino… la musica di sottofondo adatta a ogni fase.

Sul suo blog Progettiamo insieme, Cristina stessa ve lo spiega ancora meglio.
Come per ogni progetto digitale, il libro ha una sua dimensione corale, perché vi trovate anche le voci dei nostri migliori architetti dell’informazione (e una vocetta finale anche mia nel capitolo sulla comunicazione).
Molti di loro, Cristina compresa, sono anche nella faculty del 1° master italiano in architettura dell’informazione appena lanciato dall’Università per Stranieri di Perugia.it

 

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L’usabilità delle parole

13 Feb

Inauguro la settimana segnalandovi un nuovo Quaderno sul MdS: L’usabilità delle parole, scritto da Yvonne Bindi.
Yvonne è architetta delle informazioni e nelle sue 30 pagine ci racconta come leggiamo e spesso non leggiamo i segnali testuali.
Sul web, al ristorante, per la strada.
Dedicare ai microtesti la massima attenzione, renderli usabili, significa spianare la strada al nostro utente, lettore, cliente.