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La lettura è una corsa. E un’arte divinatoria.

11 Set

Parole gemelle

Nella tag cloud che si va costruendo sotto i miei occhi man mano che taggo i post di questo blog (sono a metà dell’opera), ci sono parole che mi sorprendono per le loro dimensioni rispetto ad altre. Una è la parola “lettura”, che è sì gemella di “scrittura”, ma mai avrei pensato di averle dedicato così tanti post. Questo è un altro.

Eppure, tutti i miei libri si aprono con un capitolo sulla lettura, fin dal librino rosa di sedici anni fa. Poi ci sono stati incontri importanti a farmi appassionare al meccanismo della lettura, a partire dal fondamentale, quello con Proust e il calamaro di Maryanne Wolf, per proseguire con The Sense of Style di Steven Pinker.

Ora è arrivato un altro libro che un paio di mesi fa avevo cominciato e snobbato, anzi quasi denigrato: The Reader’s Brain. How neuroscience can make you a better writer, di Yellowlees Douglas. L’ho ripreso a mente fresca e con un atteggiamento più disponibile e confesso che mi ha aiutato a mettere a fuoco e a connettere parecchie cosette che sapevo, ma in modo disordinato. Non ha la scrittura precisa e rigorosa della Wolf, ma è più semplice e accessibile del fascinoso mattone di Pinker.

Nei meandri della mente che legge

Negli ultimi anni le cose più interessanti sulla scrittura mi sono quindi arrivate dai libri sulla lettura, e più dalle neuroscienze che dalla linguistica. Forse perché è dallo studio della mente che legge che capiamo non solo “come” scrivere in maniera più chiara, ma anche il “perché” di tante pur buone indicazioni che leggiamo da decenni in tutti i manuali di scrittura.

La lettura, infatti, è stata per millenni una misteriosa scatola nera: sapevamo cosa vi entrava, sapevamo cosa vi usciva, ma non avevamo la più pallida idea di cosa succedesse lì dentro. I neuroscienziati oggi hanno molti strumenti per darci un’occhiata: per chi scrive è utilissimo sapere come le parole e le frasi vengono “consumate”.

Una corsa continua

La mente che legge lo fa con accelerazioni e decelerazioni continue, di cui non ci rendiamo conto. Gli occhi saltano da un gruppo di parole a un altro, si fermano, riprendono. Gli occhi vedono, ma è il cervello che legge, interpreta, connette, ricorda: prima riconosce le singole parole, poi le individua alla luce delle parole che precedono e seguono (così capisce se la pesca riguarda i pesci o è un frutto), poi le connette tra loro per dare senso al messaggio, infine le connette al vissuto, alle letture, alle conoscenze della persona.

La velocità di queste operazioni – e quindi la fluidità e l’agio della lettura – dipendono in gran parte dalle scelte dell’autore. Ma c’è una cosa che le sottende tutte: la mente che legge è come un indovino al lavoro, non fa altro che fare ipotesi su quello che viene dopo, verificarle, procedere oltre, fare un’altra ipotesi, verificarla, andare avanti. Più quello che segue conferma ipotesi e aspettative, più si corre veloci, fluidi, soddisfatti. Solo che di solito non ce ne accorgiamo. Ci accorgiamo benissimo, invece, quando la lettura è faticosa.

“Mentre gli occhi scorrono sulla pagina, il cervello è tutto intento a fare previsioni sul contenuto del documento, così come sul contenuto del paragrafo, persino sulla fine della frase.”

Entrata in scena

Come si fa, in concreto, a far volare il lettore sul testo? A confermare tutte le sue ipotesi? Soprattutto due cose:

  • si usano parole specifiche e precise, così il senso di ciascuna è subito illuminato dalle altre parole che si trovano nello stesso periodo, vicinissime, prima e dopo
  • si introducono il prima possibile l’attore e l’azione, cioè il soggetto e il verbo: senza di loro non c’è messaggio, non c’è senso, la mente brancola nel buio alla loro ricerca. Ecco perché le lunghe subordinate all’inizio di un periodo non funzionano. Ecco perché il vezzo di separare il soggetto e il verbo con un inciso fiacca immediatamente il lettore più volenteroso. Ecco perché la forma attiva funziona in molti casi meglio della forma passiva. Ecco perché i periodi lunghi, con molte subordinate infliggono fatica inutile.

L’orizzonte della mente

A queste piccole ma continue fatiche bisogna aggiungere il fatto che la mente non è multitasking: ha una memoria di lavoro breve. Se il soggetto è molto lontano dal verbo o se entrambi arrivano dopo un bel po’, la mente è costretta a fare quello che mai vorrebbe: tornare indietro.

“Ogni volta che il tuo lettore deve tornare indietro a rileggere una o più righe, come scrittore sei morto.”

Ecco perché a volte è meglio ripetere una parola che ricorrere a un pronome: se la parola di riferimento è troppo lontana, la mente deve tornare indietro. Ecco perché non si devono usare termini come summenzionato o già citato: la mente deve tornare indietro. Ecco perché è bene sorvegliare le negazioni: la mente deve fare la doppia fatica di comprendere qualcosa e poi negarla. E intanto l’ipotesi è lì che aspetta, impazientissima.

È inutile anticipare i dettagli, il come, il dove e il quando se non ho fornito ancora il chi o il cosa.  La mente non li ricorderà, se vorrà ricordarli dovrà tornare indietro.

“Pensa: prima il soggetto, poi il verbo, poi… il diluvio di dettagli.”

“La mente che legge comincia a capire una frase solo dopo aver raggiunto il soggetto grammaticale. Poi trattiene il fiato finché non incontra il verbo. Solo allora tira un sospiro di sollievo, pronta a inspirare dettagli, precisazioni e tutte quelle belle cose con le quali gli scrittori accademici amano infarcire i loro periodi.”

Il testo è uno specchio

L’ordine delle parole e delle informazioni deve rispecchiare la mente umana, che va di ipotesi in ipotesi, ognuna una frase, un periodo. E non ama le interruzioni. Dov’è che formula le sue ipotesi su quanto sta per arrivare? Alla fine di un periodo e all’inizio di quello successivo. Ecco perché sono i punti cruciali di un testo, quelli in cui collocare le parole-snodo, i connettivi, o le parole chiave, che riprendono o annunciano la nuova frase. Ecco perché le frasette rituali iniziali sono da evitare. Ecco perché le parole collocate alla fine si imprimono all’attenzione e lasciano una scia luminosa nella memoria. Ecco perché le liste funzionano così bene: perché moltiplicano gli inizi e le fini. Ecco perché è utile ripetere una parola importante all’interno dello stesso testo, meglio se all’inizio: la mente la riconosce subito e la connette con quanto ha già letto.

Che succede dopo?

Se la mente non si ferma e non si affatica, le è più facile formulare ipotesi su quanto segue. Abbiamo tutti esperienza del pensiero che si affaccia sulla frase successiva mentre ancora non abbiamo finito quello che stiamo leggendo. Scrivere chiaro è assecondare questa corsa.

Le ipotesi che formuliamo durante la lettura sono soprattutto di un tipo: quello che segue è l’effetto di quello che ho appena letto. La mente si aspetta che scriviamo le cose nell’ordine in cui succedono nella vita reale. Ecco perché si leggono male periodi come questo: “Unitamente a una copia di un documento di identità valido, la preghiamo di firmare il modulo, previa compilazione dello stesso” (ho volutamente esagerato, ma avete capito: la mente non deve fare su e giù a rimettere insieme i pezzi e ricostruire cosa fare).

Il meccanismo causa-effetto è alla base della lettura, ma anche alla base di ogni storia. Ecco perché funzionano così bene. Ecco perché ogni frase dovrebbe essere concepita come una microstoria. Le storie hanno parole concrete, precise e vivide, escludono il passivo, si fondano sull’azione, cioè sui verbi.

“I verbi attivano i neuroni specchio” ha scritto un copyeditor su Twitter qualche giorno fa. Esagerava? In ogni caso ci aiuta a ricordare che i verbi mettono in scena il nostro teatro mentale, ci fanno vedere ed emozionare, cosa che nessuna pomposa nominalizzazione riesce a fare.

Obiezione!

Se assecondiamo in tutto le aspettative del lettore, se confermiamo ogni sua ipotesi, se gli spianiamo la strada così tanto da farlo arrivare alla fine soddisfatto della propria arte divinatoria, fin troppo sicuro di sé, senza troppi interrogativi, dove finiscono l’effetto benefico del dubbio e l’emozione della sorpresa, delle parole che non ti aspetti?

Primo: se togliamo fatica alla lettura, lasciamo tante energie mentali alla comprensione dei concetti. Più i concetti sono difficili, più è importante assecondare il lettore indovino. Il decano dei nostri linguisti Tullio De Mauro lo spiega benissimo nel suo libro Guida all’uso delle parole a proposito della sintassi:

Frasi brevi e limpide si capiscono bene. La mente del lettore o dell’ascoltatore non è tutta impegnata nello sforzo, a volte disperato, di uscire dall’intrico delle subordinate. La mente del lettore può correre alla sostanza concettuale. E un maggior numero di menti può dedicarsi a questo compito.” 

Secondo: il linguaggio è davvero lo strumento più versatile che ci sia. Possiamo chiedergli e fargli fare qualsiasi cosa, dipende dai nostri obiettivi. Se il nostro obiettivo è la chiarezza – perché il testo serve a fare cose importanti e utili, come scrivere un domanda o studiare – lasciamolo scivolare felice sul testo dall’inizio alla fine, concentrato sul contenuto, confermando le sue aspettative.

Ma potremmo avere tutt’altri obiettivi, e fare tutto il contrario: mettere le parole sottosopra, accostarle nei modi più inaspettati, farle giocare, collidere ed esplodere, giocare sul non detto, opporre parole e spazio, far fermare il lettore a pensare, sorprenderlo con ritmi inconsueti, avvolgerlo in un incanto che sulle prime capisce, fargli vedere cose che non ci sono o che non si aspetta e molto altro ancora. È quello che da sempre fa la poesia.

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Verbi da rimettere in piedi

9 Set

La prima volta che ho incontrato l’espressione “verbo debole” è stato in quel magistrale documento che è A Plain English Handbook,  con cui la Security and Exchange Commission degli Stati Uniti (la loro Consob, per intenderci) spiegano gli investitori come scrivere i documenti di trasparenza. Tra i problemi più comuni i verbi deboli sono al terzo posto, dopo i periodi lunghi e la forma passiva.

Da quando ho imparato a riconoscerli, di verbi deboli ne ho incontrati tantissimi. Ieri mi sono tornati in mente perché ho letto due lunghe offerte di un’azienda a una grande amministrazione pubblica e ne ho fatta una vera indigestione.

I verbi deboli sono i verbi che non camminano da soli. Per farlo, hanno bisogno di un sostantivo. Ma con due parole invece di una il testo si appesantisce e il lettore arranca. Se sono tanti, dopo un po’ non ce la fa più. Ecco qualche esempio di verbi deboli, con le loro alternative forti e spedite, anzi “robuste” come scriveva Hemingway:

debole forte
assumere/prendere una decisione decidere
provvedere al pagamento pagare
apporre la firma firmare
aver termine terminare, finire
avere scadenza scadere
dare comunicazione comunicare
effettuare la verifica verificare
essere comprensivo di comprendere
fare richiesta di richiedere
porre rimedio rimediare
prevedere il convolgimento di coinvolgere

La “triade maledetta” dei verbi deboli: effettuare, procedere, provvedere. Quando ne incontrate o ne scrivete uno, campanello di allarme! Nel 90% dei casi è possibile sostituirlo con l’alternativa più breve e robusta.

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Contro le bare verbali e le parole zombie
Quegli immobili dei sostantivi!
Verbi in palcoscenico
Il doppio gioco di certi verbi

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Anche nel testo c’è destra e sinistra!

24 Lug

In questo faticoso e torrido luglio, in cui non sono proprio riuscita a postare, mi sono occupata di testi del tutto nuovi per me: i libri scolastici. Libri in cui comprensibilità, chiarezza e memorabilità sono tutto.

La qualità di un libro di testo è fatta di moltissime cose, alcune palesi o facilmente intuibili, altre davvero molto sottili. Scoprirle e indagarle è stato interessantissimo (e comunque non è finita qui!), così come capire la complessità, i rischi, le innumerevoli scelte che ci sono dietro un libro ben fatto.

Tra le cose sottili c’è l’ordine delle informazioni all’interno di un periodo o di un paragrafo. E qui il professor Pinker mi è stato ancora una volta d’aiuto. La nostra mente che legge, e intanto impara, procede “filling the gaps”, riempiendo i vuoti, connettendo quello che ha appena imparato da una parte con quello che già sa, dall’altra con quello che manca. Lo fa meglio, in maniera fluida e spedita, se mette in fila le informazioni con ordine, cominciando da quella più semplice per andare verso quella più difficile.

Save the heaviest for the last! è per Pinker un principio “monumentale” della composizione di un testo, raccomandato già nel IV secolo a.C. dal grammatico sanscrito Panini.

Nell’arco sintattico – microcosmo di un intero paragrafo e di un intero testo – si comincia con ciò che il lettore già sa, con la frase breve, con il concetto più semplice, con l’informazione. Così sarà più facile portare i lettori verso la novità, la frase più lunga e distesa, l’idea più complessa, il commento.

È ovvio che questa non è una regola e io sono la prima a fare spesso diversamente, ma è un ottimo riferimento quando la chiarezza viene prima della curiosità e della sorpresa. Vale per i libri di testo, ma anche per una procedura aziendale, un’informazione importante per i cittadini, una notizia sull’intranet.

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Contro le bare verbali e le parole zombie

7 Ott

Lungo tutto il suo librone The Sense of Style, Steven Pinker ci invita a pensare alla scrittura come a una conversazione in cui l’autore sceglie le parole per suscitare visioni nella mente del lettore. Se invece di imparare regole fisse, che spesso è necessario infrangere, quando scriviamo pensiamo piuttosto a intavolare questa conversazione, molte buone scelte e comportamenti vengono da sé.

Per esempio la scelta di parole concrete e vivide, tanto più quando ci occupiamo di temi alti e astratti. Tra le parole astratte più usate Pinker indica processo, livello, strategia, modello, prospettiva. Non perché siano parole inutili, ma perché troppo spesso usate anche quando non ce n’è alcun bisogno.

“Sapreste riconoscere un livello o una prospettiva se li incontraste per la strada? O un approccio, un concetto, un contesto, una cornice concettuale, una gamma, una tendenza?

Queste parole sono usate inutilmente quando servono a accademici, burocrati e aziende a “impacchettare” i contenuti per dar loro più importanza, senza considerare che aprire il pacchetto per tirar fuori il contenuto implica per il lettore una fatica cognitiva che gli potrebbe essere risparmiata. Per esempio:

A livello puramente teorico, la prospettiva di una modifica al Regolamento può apparire una giusta aspirazione. Ma a livello attuativo abbiamo seri dubbi che possa essere percorribile senza un approccio strategico globale.

In teoria appare giusto aspirare a una modifica del Regolamento. In pratica riteniamo sia necessaria una strategia globale.

Pinker chiama “bare verbali” le parole astratte non necessarie. “Parole zombie”, invece, i sostantivi ricavati dai verbi, quelli che i linguisti italiani chiamano “nominalizzazioni” e che nella nostra lingua prendono i suffissi -zione o -mento, dando vita a parole lunghissime e prive di vita, che si aggirano nel testo senza la direzione impressa dalla forza del soggetto e dalla vitalità del verbo. Per esempio:

I test di comprensione sono stati usati come criteri di esclusione.

Abbiamo escluso le persone che non sono riuscite a capire le istruzioni.

Uno stile più concreto e vicino alla conversazione rende i testi professionali più facili da leggere. Una cosa essenziale nelle istruzioni e le avvertenze di pericolo, in cui invece i sostantivi zombie impazzano. Pinker fa l’esempio del testo di un adesivo su un generatore portatile:

Una blanda esposizione al monossido di carbonio può dar luogo a un danno che si accumula nel tempo. Una forte esposizione può risultare fatale senza produrre sintomi premonitori significativi.

Neonati, bambini, anziani e malati risentono maggiormente dell’esposizione e i loro sintomi sono più gravi.

Terza persona, passivi e sostantivi zombie: prima di capire si fa in tempo a morire. Meglio:

Usare il generatore dentro casa PUÒ UCCIDERVI IN POCHI MINUTI.
I gas di scarico del generatore contengono monossido di carbonio. È un veleno che non si vede e non ha odore.
Non usare mai il generatore in casa o in garage, anche se porte e finestre sono aperte.
Usarlo SOLO ALL’APERTO e lontano da porte e finestre.

Leggere, come scrivere, è un’azione innaturale, che richiede impegno. Parlare e vedere, invece, ci vengono naturali.
Anche scrivere per far sentire una voce e suscitare immagini vivide nella mente di chi legge richiede impegno, un grande impegno. Ma è quanto di meglio possiamo fare per rendere la lettura semplice, leggera e anche piacevole.

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Ma lo stesso non è lo stesso!

6 Feb

Ah, e io che pure stamattina ho cancellato il pronome dimostrativo stesso nella revisione di un contratto assicurativo! Una cosa tipo: “Per poter avviare la pratica di liquidazione del sinistro è necessario inviare alla Compagnia entro 30 giorni la documentazione completa relativa allo stesso”. Ho tolto il primo sinistro e l’ho piazzato alla fine, al posto di stesso. In questo caso è abbastanza ovvio che la liquidazione si riferisce al sinistro.
Ci sono però molti altri casi in cui questo non si può fare senza compromettere la chiarezza, e allora è meglio ripetere. Ho imparato dalla professoressa Mortara Garavelli a evitare il pronome “riferimento all’antecedente” e a ripetere un termine anche a breve distanza.

“Ma c’è alla riga prima!” sussurra la scolaretta che è in me.
“Embe’? Cosa è meglio evitare? La ripetizione o la confusione del lettore?” ho imparato a risponderle.

Esso, lo stesso, il medesimo, ma anche il succitato, il summenzionato obbligano chi legge a cercarsi il riferimento, comunque una piccola fatica cognitiva che gli possiamo risparmiare. E nei testi che si leggono nella finestra di uno schermo – oggi quasi tutti – l’antecedente è sicuramente fuori dal campo visivo del lettore.

Quindi sono saltata su come una molla quando sull’edizione online del Corriere, ascoltando il servizio sulla serata con David Lynch al Teatro Dal Verme dedicata alla meditazione trascendentale, ho sentito la giornalista dire (non scrivere!): “David Lynch, sessantotto anni, pratica la meditazione trascendentale da oltre trent’anni e a chi è riuscito ad accaparrarsi un tagliando per entrare a teatro ha svelato quali siano le potenzialità della stessa.” L’effetto era abbastanza esilarante. In più si trattava di un video, in cui verba volant più che mai e che si ascolta facendo altre cose. L’antecedente, la meditazione trascendentale, era ormai perso e lontano.

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La legge della vicinanza
Con le stesse parole, ti indico la strada
Su su, più su… ma dove?