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Le parole di Repubblica

29 Gen

Con il 14° volumetto, Le parole di Repubblica, si conclude la collana L’Italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile, frutto della collaborazione tra il quotidiano e l’Accademia della Crusca. Li ho presi quasi tutti e ne ho letti alcuni con agio e con grande piacere. I linguisti della Crusca sono riusciti ad affrontare problemi specialistici e a volte spinosi con elegante disinvoltura, con un linguaggio preciso ma alla portata di tutti.

Se penso  che qualche anno fa la Crusca era a rischio chiusura e un altro importante quotidiano lanciava una petizione per tenerla in vita, plaudo a questa vitalità, apprezzatissima da tanti visto il successo della collana.

In quest’ultimo volume la palla passa a Repubblica, al suo direttore e ai suoi giornalisti di punta, che presentano la guida di stile del quotidiano, cioè l’elenco delle parole che possono presentare difficoltà di comprensione, scrittura, pronuncia, interpretazione. Difficoltà che poi sono di tutti noi.

È un segno importante che i giornali italiani aprano finalmente anche questa porta sul loro modo di valutare e scegliere le parole. Ha cominciato la La Stampa, che ha messo il manuale dei giornalisti a disposizione di tutti, e gratis. All’estero sono in tanti a pubblicare la loro guida di stile: sul Mestiere di Scrivere ho raccolto le più interessanti, dei più diversi settori di mercato o di istituzioni pubbliche.

In questa di Repubblica, l’elenco delle parole – dalla “a” preposizione a “zulu” – è preceduta da alcuni contributi davvero ben fatti. A cominciare da quello del direttore Mario Calabresi, che racconta cos’è oggi un quotidiano anche a chi non segue queste questioni per mestiere. Per esempio il cambiamento dei titoli:

Anche i titoli sono cambiati in questi ultimi anni: sono finalmente tramontati quelli filmici o letterari, che facevano il verso a pellicole e romanzi famosi. Per anni siamo stati pieni di governi, ministri, allenatori “sull’orlo di una crisi di nervi”,  abbiamo avuto un “Arancia meccanica” quasi in ogni città e indagini su banchieri, politici, sindaci “al di sopra di ogni sospetto”. Gabriel García Márquez è stato uno degli autori più amati ma anche più vandalizzati dai titolisti di politica (“Cronaca di una rottura annunciata”), come di sport  (“Cronaca di una sconfitta annunciata”).

Oggi invece i titoli sono più didascalici e descrittivi, vogliono andare al cuore del problema, abbondano i come i perché e tra le parole più gettonate ci sono motivo e ragione. Questo accade perché di fronte a una soglia dell’attenzione più bassa è necessario rendere subito esplicito, con chiarezza, di cosa  si parla e di cosa si tratta. Inoltre bisogna sempre tenere presente che molti articoli, con la loro titolazione, potranno essere pubblicati anche in Rete e finiranno negli archivi digitali dove rischierebbero di essere incomprensibili e introvabili se non contengono in evidenza le parole chiave.

In questo senso anche le ripetizioni non sono più un errore grave, da sottolineare con la matita blu, ma vengono considerate necessarie per orientare il lettore, perché ogni articolo è destinato a vivere di vita  propria. Tradizionalmente è stato considerato inaccettabile usare in una stessa pagina due volte la stessa parola o lo stesso nome, così se c’erano tre articoli su Berlusconi, uno solo poteva avere il cognome nel titolo e per gli altri si era costretti a far ricorso a formule come “cavaliere”, “leader di Forza Italia”, o semplicemente “Silvio”. Questi titoli letti nel loro contesto mantenevano senso ed era chiaro il significato, ma pubblicati singolarmente sul sito internet o messi in archivio potevano essere incomprensibili e anche grotteschi. Oggi questa attenzione esiste ancora ma la preoccupazione di essere chiari fa premio su tutto e, come ultimo tabù, è rimasta solo la prima pagina del giornale di carta: ogni sera un vicedirettore la rilegge con la matita in mano alla ricerca delle ripetizioni, omaggio romantico alla tradizione.

Come si interpreta questo bisogno di chiarezza e di pulizia nella scrittura divistica ed eccessiva per natura come quella sportiva? Risponde una delle penne che più amo di Repubblica, Emanuela Audisio:

Come tradurre questa attualità e trasformazione? Come scegliere parole che abbiano vivacità, profondità, conoscenza?. Hemingway, anche lui giornalista sportivo, diceva: non fare il furbo, racconta. Significa: non siate tifosi (se non della notizia), non siate gergali, abbiate equilibrio, non alzate la voce, cercate di vedere, ascoltate più voci. E oggi non siate gelosi di tv, radio, web, tablet, cellulari. Sono tutti partner dell’avventura. Cercate di completare l’informazione con spunti, interpretazioni, ricerca. Non siete competitivi con chi fa vedere e ascoltare lo sport voi lo dovete far leggere. Trovare le parole.

Conclude, impietosa, la carrellata del giornalese di Vittorio Zucconi, “quello scaffale sul quale sono riposte le espressioni prêt-àporter che l’autore o l’autrice utilizza per pigrizia, per non cercare una formula propria, per non pestare calli e per facilitare la propria fatica”. E ricorda il direttore che a lui, giovane redattore, urlò: “La polizia ritiene?!… Si ritiene l’urina, asino!”

Le pagine del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini suonano quasi indulgenti dopo la filippica di Zucconi, anche se “un po’ di purismo non  guasta, nell’epoca della permissività”. Ma mi ha strappato un sorriso l’unica parola difficile che ha usato in un testo così piano e divulgativo: acribìa. Perché una parola che io amo molto e perché sono convinta che proprio nei testi piani e divulgativi funziona ogni tanto una spruzzatina di ricercatezza linguistica.

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Le promesse di Robinson

27 Nov

Sono andata all’edicola di buon’ora, stamattina, molto curiosa di Robinson, il nuovo inserto culturale di Repubblica. Curiosa soprattutto perché ho una stima sconfinata, come giornalista e come persona, del direttore Mario Calabresi e poi volevo vedere se e come avesse mantenuto la promessa fatta ai lettori nella sua prima riunione di redazione: non fare un giornale monumentale e quindi illegibile, non inseguire tutto a tutti i costi, avere il coraggio e prendersi la responsabilità di scegliere.

Ho provato una strana sensazione quando ho avuto il giornale in mano – e non solo perché non sono ormai più abituata al giornale di carta. Avevo davanti qualcosa di molto semplice, semplicissimo, eppure di molto diverso dagli inserti “culturali” cui sono abituata. Qualcosa di molto vicino al web, ma non nel senso della frammentazione, del trionfo di boxini e infografiche.

Ho cominciato a leggere e dopo un po’ ho messo a fuoco alcune cose:

  • c’è tanto spazio bianco, ma tanto, e questo fa molto schermo e poco carta
  • ampi soprattutto i margini laterali, che danno una sensazione di ariosità, di agio e riposo
  • gli articoli principali hanno il corpo del carattere più grande di quanto ci si aspetti in un giornale, e questo li rende molto leggibili
  • non so quali siano le font usate, ma c’è un grande equilibrio tra quelle con le grazie in cui sono scritti titoli e testo degli articoli discorsivi e quelle senza grazie dei titoli delle rubrichette
  • le immagini sono belle, bellissime, capaci di arrivare davvero a tutti, come nella splendida pagina centrale, che ci mette alle spalle della poetessa.

Fin qui il primo impatto visivo, che mi ha dato un senso di familiarità e di facile leggibilità. Ho letto tutto in un’oretta, piacevolmente, senza quella sensazione di dover mettere l’inserto da parte per la lettura da scaglionare durante la settimana.

Gli articoli principali hanno un taglio diverso sia dalla precedente Domenica di Repubblica, sia dal classico inserto culturale di un quotidiano. Un taglio che accomuna tutti i pezzi – di autori decisamente diversi quali Baricco, Bartezzaghi, Saviano, Mazzucco – e che mi è parso molto ispirato allo stile piano, discreto, di racconto che è proprio di Calabresi. Nessuno fa sfoggio di supercultura, non c’è “critichese”, né si danno troppe cose per scontate quando si presenta un autore, anzi. Vi ho letto un grande rispetto per il lettore, che non è tenuto a sapere tutto; questo mi ha ricordato un tweet memorabile dei copyeditor dell’Economist: “Scrivi come se stessi parlando a un amico, curioso e intelligente. Non fare il borioso”. Nemmeno Saviano e Baricco fanno i boriosi, il primo parlando della poesia ai tempi di internet, il secondo della fascinazione di una mappa medievale conservata in una chiesa tra l’Inghilterra e il Galles.

La “storia” più lunga, quella centrale dedicata a Wisława Szymborska, ci porta a Cracovia e ci fa conoscere il lato più passionale della poetessa, tra cimiteri, minuscoli appartamenti, cartoline in cui si intrecciano versi, quotidianità e parole d’amore. Bellissima, anche se il “cambio di voce” l’ho sentito soprattutto nel ritratto di Albertine Sarrazin, scrittrice geniale e sfortunata che non conoscevo: la semplicità, la precisione e l’empatia del racconto li ho sentiti davvero “amicali”, senza traccia di spocchia intellettuale da terza pagina.

Il lavoro giornalistico di selezione, curation e tono di voce mi è sembrato accuratissimo e la promessa del direttore mantenuta. Posso solo augurare a Robinson di continuare così.

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Gli aggettivi del terremoto

26 Ago

Percorrere tanti anni di questo blog mi ha fatto ritrovare decine di piccoli post ispirati dal momento. Molti belli e preziosi. Cose che oggi posterei su Facebook e che quindi non avrei più ritrovato. Per questo ho deciso di ricominciare a postare prima di tutto qui quello che voglio conservare perché penso sarà importante anche tra qualche anno. Non necessariamente parole e riflessioni mie, ma anche quelle di altri che mi hanno colpita.

Comincio con due piccoli post che riguardano il racconto del terremoto, uno di Roberto Cotroneo, l’altro di Luca Sofri. Ci fanno riflettere sull’etica della scrittura. Se alcune parole e pratiche nel momento del dolore ci feriscono di più, è pur vero che sono malpratiche sempre, anche nel nostro modesto lavoro quotidiano.

Roberto Cotroneo, su Facebook il 25 agosto:

Molti giornali, non tutti, oggi hanno dimostrato una palese inadeguatezza sul dramma del terremoto. E non è una inadeguatezza sulla capacità di coprire i fatti o di dare le notizie. È qualcosa d’altro, è un linguaggio falsamente lirico, standardizzato nel voler riportare sensazioni, emozioni e drammi. Un modo da cattivi scrittori che diventa persino di cattivissimo gusto quando ha a che fare con il dolore vero, il lutto e la tragedia. Per buona parte il giornalismo italiano – della carta stampata soprattutto – è vecchio e inadeguato, persino un po’ irritante, malato di un opinionismo e di cronache sul campo ingenue, goffe e un po’ grossier. Da parvenu della cultura e della letteratura. C’è bisogno di riflettere. C’è da tornare a una serietà che è fatta di scrittura che non si atteggia a scrittura, di sguardo discreto, di qualche parola in meno per capire qualcosa in più. E soprattutto di rispetto per lettori che non ne possono più di equilibristi ed esibizionisti dell’aggettivo.

Luca Sofri, sul Post il 26 agosto:

Il modo in cui vengono confezionate per i lettori le notizie di questi giorni è la più efficace dimostrazione della cosa che dicevamo qui, l’inclinazione non a dare informazioni ma a dare “emozioni” già precostituite: neanche a “suscitarle”, ma a decidere a priori quali debbano essere, a predefinirle e a far prevalere l’emozione sul fatto, scegliendo e indicando per ogni fatto l’emozione relativa, come da un menu (menu piuttosto povero, tra l’altro: brividi, paura, una manciata di aggettivi). Leggo in una stessa homepage di grande sito di news in questo momento:

“Amatrice, la scossa è in diretta: da paura il rombo”
“Amatrice, salvato il cane: il commovente incontro con il padrone”
“Gli sfollati e il doloroso recupero dei loro oggetti”
“Gli applausi, le lacrime: il salvataggio di Giorgia e Giulia emoziona il mondo
“Pescara del Tronto, le terribili immagini del drone”
(e trascuro i titoli fatti solo di virgolettati di persone e delle loro, di emozioni)

Il risultato è – non parliamo qui della qualità dell’informazione sui fatti trasmessa in questo modo – di abituarci non solo alla necessità di emozioni sempre più artificiosamente esagerate per interessarci a una notizia o a una storia (che invece sarebbero sufficienti a impressionarci per il loro contenuto), ma anche a che queste emozioni siano decise al posto nostro, impoverite in una piccola scelta dal catalogo dell’enfasi, prefabbricate.

Cosa ci racconta di noi il nuovo Poynter.org

13 Gen

Poynter.org è il sito di riferimento per i giornalisti di tutto il mondo. Per me, uno dei pochissimi siti che mi hanno accompagnata ininterrottamente da quando ricordo di essere in rete. È ricchissimo e non leggo tutto, ma lo sfoglio spesso e leggo comunque gli articoli che vi pubblicano due delle persone dalle quali ho più imparato: il docente di scrittura Roy Peter Clark e il newspaper designer Mario Garcia.

Il sito si è rinnovato spesso negli anni e pochi giorni fa è arrivata l’ultima versione. È interessantissima, ma è interessante soprattutto leggere il perché dei vistosi cambiamenti: ci fanno capire dove va l’informazione online e dove andiamo noi lettori con lei. Come siamo cambiati in questi anni e cosa ancora ci aspetta. Vi raccomando almeno la lettura dell’articolo di Garcia Poynter: a new site for a new era e le FAQ sul redesign.

Già la scelta di questi due formati – l’editoriale e le faq – per lo stesso tema ci introduce alla prima novità: la coesistenza in ciascuno di noi del quick reader e dello slow reader, del “doppio ritmo” della lettura, per dirla con Garcia. Leggiamo al volo l’ultima notizia, ma in un momento tranquillo della giornata amiamo un articolo lungo, argomentato, ricco di link, di dettagli, di contesto. Il nuovo Poynter è stato creato per questo lettore.

Un lettore nomade e mobile, che legge velocemente sullo smartphone o lentamente sul tablet, che raramente passa per la home page ma che piuttosto piomba su un pezzo direttamente dai social:

  • i pezzi lunghi sono strutturatissimi e modulari
  • l’indicazione della tipologia è molto più evidente di prima (Tips/Training, Business, Storytelling, Fact Checking, Career, Commentary, Innovation, Culture, Ethics, Leadership, Legal, Safety); alla fine di ogni articolo c’è la proposta “What to read next”, per dare all’articolo quel contesto e quella gerarchia che la home page non gli fornisce più
  • la home non propone più l’affollamento di notizie, ma pochissimi pezzi con grandi titoli e grandi immagini:

The first 10-second impression for users will be one that combines visual appeal with a sense of hierarchical importance for the fewer, but more important, items on that home screen.

Il resto va esplorato e assaporato, comprese scelte raffinate (e molto ben spiegate) come il cambiamento del logo e della sua font.
Vi anticipo solo un’idea semplice ma indovinatissima, che fa capire l’attenzione alla nuova lettura a “due ritmi”: il Poynter organizza moltissimi corsi per giornalisti, ma ora ha aggiunto i Coffee Break Course, schede che si leggono in due minuti e che, sì, sono una promozione dei loro corsi a pagamento, ma danno da soli ottimi spunti e idee.

Mentre gironzolavo per Poynter.org in preda alla più abbandonata serendipità, mi ha colpita il payoff del redesign: Know more. Be more. Introducing the new Poynter.org.

Anche in piena era digitale, gli elementi della comunicazione efficace sono quelli enunciati da Aristotele oltre due millenni fa:

Logos: il tema, i fatti: Know more.
Pathos: come ti sentirai, l’emozione: Be more.
Ethos: la credibilità, l’autorevolezza dell’oratore o della fonte: Introducing the new Poynter.org.

retorica_tre

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Una sola fonte al giorno? Questa.

17 Set

Appena due giorni d’aula e oggi mi ritrovo un Feedly pieno all’inverosimile e centinaia di tweet da scorrere (eh sì che sono già molto selettiva con le mie fonti). Finito di spulciare e sistemare le cose utili in Evernote (devo a Gianluca Diegoli la spinta a utilizzare questo servizio come si deve e qui pubblicamente lo ringrazio), il senso di annegare nelle informazioni e di essere comunque sempre indietro è tornato a farsi sentire.

Allora ho ripensato a This., il servizio di The Atlantic di cui ha parlato Barbara Sgarzi sul suo blog qualche giorno fa. In perfetto stile slow web, This. “permette di condividere un solo link al giorno: quello che reputiamo davvero interessante per noi e il nostro network”. Allora mi sono chiesta “se dovessi scegliere una sola fonte al giorno, per quale opterei al momento?”

La risposta mi è arrivata spontanea: il blog di Mario García, senza ombra di dubbio. García non scrive di scrittura, né di marketing. La sua è una grandiosa e splendida nicchia: fa il newspaper designer, anzi re-designer, visto che oggi è impegnato soprattutto nella trasformazione digitale dei giornali. Ne progetta siti e app, e ne riprogetta la carta perché sia in sintonia con le versioni digitali. In più, insegna alla scuola di giornalismo della Columbia.

Ecco quello che trovo ogni giorno sul suo blog:

  • post lunghi e generosi, ma preceduti da un sintetico takeaway che mi dice subito se quella lenzuolata di testo e immagini è di mio interesse
  • l’attualità assoluta: solo negli ultimi due giorni un ricchissimo dossier multimediale sul redesign del Financial Times (che bello l’approfondimento sulla font Financier!) e le impressioni suscitate da Apple Watch (con gli impatti sulla scrittura dei titoli)
  • la prospettiva e il tono di voce del tutto personali: spesso l’occasione di un post è un’attesa in aeroporto, sfogliando un giornale o dando un’occhiata ai loghi delle compagnie aeree, che gli suggeriscono una serie di considerazioni sui brand; ne segui il pensiero, ma anche la vita e questo te lo rende una presenza quasi familiare
  • la semplicità e vivacità del linguaggio: se riesci a leggere post così lunghi è anche grazie alla conversevolezza di García, di cui ti sembra di sentire la voce
  • l’ampiezza della visione e la curiosità per il nuovo di questo anziano signore: carta, web, app, tablet e ora wearables sono gli strumenti del suo media quartet, l’orchestrazione delle news
  • la generosità: non lesina nulla in fatto di novità, suggerimenti, immagini e anche pensieri estemporanei.

Accanto al blog vi suggerisco un’altra creazione editoriale di García: l’ebook dedicato al tablet: Ipad Design Lab. Storytelling in the Age of the Tablet. È di due anni fa, ma ha promesso di aggiornarlo al più presto.

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