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risali negli anni

13 Gennaio 2020

Il minimalismo allegro di Giò Ponti

“Less is more”: anche noi che scriviamo amiamo citare la famosa frase dell’architetto razionalista Mies van der Rohe. Dopo aver visto la mostra “Amare l’architettura” che il Maxxi di Roma dedica a Giò Ponti, io mi ispirerò invece a questo scritto del designer e architetto milanese che ha attraversato gran parte del nostro Novecento:

“Si va nella tecnica dal pesante al leggero, dall’opaco al trasparente. Ciò che è antico, è primitivo, primordiale, è rozzo e pesante, opaco: via via si passa al leggero, poi al trasparente: dalla pietra, al ferro, al bronzo, si passa ai materiali leggeri ed infine alle materie plastiche ed alle materie plastiche trasparenti… Ci sarà uno stile leggero e trasparente, semplice, collegato ad un costume sociale semplificato”.

Di Giò Ponti conoscevo soprattutto la produzione di arti applicate: vasi, ceramiche, lampade, mobili, piatti, posate. Sapevo che aveva fondato la rivista di architettura Domus e progettato il Pirellone a Milano. Ignoravo invece quasi del tutto la sua produzione architettonica del dopoguerra, che è un inno alla leggerezza e all’architettura, la disciplina che più può trasformare le nostre vite:

amate le meravigliose materie dell’architettura moderna: cemento, metallo, ceramica, cristallo, materie plastiche

amate i buoni architetti moderni, siate tifosi dell’uno o dell’altro: associate il vostro nome alle loro opere che resteranno anche col vostro nome; e amateli esigentemente, senza indulgenza; e fateli operare

esigete da loro case felici e perfette per confortare la vostra vita, con una architettura civilissima bella serena luminosa sonante chiara colorata e pura

esigete che onorino il vostro lavoro, con civilissimi edifici per la vostra attività

esigete da loro scuole e istituti bellissimi civili luminosi per i vostri figli

esigete da loro teatri e cinematografi stupendi per la vostra cultura e il vostro diletto, per il vostro bisogno quotidiano di favola

esigete da loro stadi magnifici per i vostri giochi

essi devono fare biblioteche perfette per le vostre letture, perfette pinacoteche per la pittura, musei pieni di vita per lo specchio del passato, auditori meravigliosi per la musica

chiese protettrici della preghiera, della speranza e dell’affanno degli uomini; con forme purissime esigete da loro ambienti solenni e severi per elevare i pensieri ed i gesti della politica, questo dramma

esigete edifici perfetti per governare l’ordine della civiltà, per il Buon Governo essi devono fare felici giardini, pieni di immaginazione, come Burle Marx, e di amorosa confidenza con la natura

essi devono fare ville incantevoli per le vostre vacanze

alberghi incantevoli per i vostri viaggi: aeroporti e stazioni perfetti per le vostre partenze, per i vostri « embarquement pour…. »

essi debbono fare ospizi civilissimi (umanissimi) per la vostra stanchezza ed età cliniche perfette per la vostra guarigione, e per onorare le nascite (essi devono fare anche reclusori civilissimi, per quelli di noi che son sventurati) (essi debbono fare anche nobili cimiteri e nobili tombe)

esigete da loro città felici e civilissime

esigete da loro, sempre, una architettura piena di simpatia umana, piena di immaginazione, nitida, essenziale, pura: pura come un cristallo

Lo scriveva in Amate l’architettura, un piccolo libro di pensieri sparsi pubblicato nel 1957. Perché Giò Ponti scriveva e parlava così: in maniera semplice e diretta, con frasi brevi e un lessico quotidiano, che tutti ma proprio tutti, potevano capire. Era il suo stile, che si rivolgesse ai suoi colleghi architetti scrivendo su Domus oppure ai committenti che gli commissionavano una villa, una chiesa, un edificio pubblico.

Era il suo stile quando parlava, e parlava tantissimo, come dimostrano i video che alla mostra (e in rete) lo vedono raccontare entusiasta le sue opere e le sue idee sull’architettura. Una semplicità e un candore che mi hanno ricordato quelli di Bruno Munari. Il disegno per il progetto di una casa popolare porta di suo pugno il titolo “Una bella casetta”: così, senza complessi.

Quelle case popolari le voleva appunto belle, leggere, funzionali, che sfruttassero al massimo “lo spazio per vivere”: solo bagno e cucina come strutture fisse; il resto fatto di pareti scorrevoli; pochi mobili, semplici e leggeri (la famosa sedia Cassina si sollevava con un dito), spesso con le ruote per spostarli o farli sparire.

Giò Ponti, Sedia Cassina, 1957

“La casa all’italiana è  bella come un cristallo ma forata come una grotta piena di stalattiti, una casa vivente, versatile, silente, che si adatti continuamente alla versatilità della nostra vita.”

Il suo impegno per un’architettura umana era tutt’uno con l’impegno per la leggerezza. Ma il suo minimalismo è profondamente diverso da quello algido di Mies van der Rohe: è umano, vibrante, ritmico e sorprendente.

Giò Ponti, Facciata del grande magazzino Bijenkorf a Eindhoven (Paesi Bassi), 1967

Anche quando l’edificio è grande, monumentale, sembra volersi sollevare verso il cielo. La sua non è un’architettura di volumi, ma di piani. Le facciate non toccano terra e si staccano dal soffitto. Come fogli di carta, si piegano e si riempiono di ritagli, sono lame capaci di riempirsi di luce, o della vita delle persone, libere dalla forza di gravità.

Giò Ponti, Villa Nemazee a Teheran, 1960-64

Un mondo migliore, per Giò Ponti, è un mondo più leggero, fatto di “case piene di fantasia verticale”, come scriveva a un amico in una di sue innumerevoli lettere fatte di testo, forme e colori.

Giò Ponti, Lettera a un amico

Possono coesistere essenzialità e fantasia, in un’architettura come in un testo, soprattutto un contemporaneo testo digitale? La lezione di Giò Ponti mi dice di sì: una facciata ariosa e luminosa, piena di aperture regolari in cui si insinuano piccole asimmetrie – di colore o di forma – che rompono o ridanno il ritmo; un ingresso leggero e invitante; interni in cui è facile muoversi e vivere (anche quando sono piccoli), arredati con cura ma in cui nulla è ingombrante; dettagli ricercati e illuminanti come i suoi inserti di vetro o maiolica, preferibilmente blu, come il cielo toccato dai suoi grattacieli.

“Per ogni finestra, l’architetto deve immaginare una persona affacciata. Per ogni porta, una persona che l’attraversa.”

Non vale anche per i nostri user experience designer?

7 risposte a “Il minimalismo allegro di Giò Ponti”

  1. Franco e Marco,
    grazie, sono sempre titubante quando ho voglia di scrivere questi post un po’ “divergenti”, ma poi i commenti come i vostri mi confermano che faccio bene, non solo per me.
    La scrittura si alimenta con la vita, non con la grammatica o con le regolette. Quindi più cose belle e interessanti ci mettiamo dentro a concimare la creatività, meglio è 🙂

    Luisa

  2. Cara Luisa, il tuo post è solo in apparenza distante dal mondo della scrittura e dall’editing. Infatti le norme che regolano l’architettura possono agevolmente adattarsi ai testi, che richiedono equilibrio strutturale, un’attenta gestione degli spazi e cura della forma.

    Quindi continua pure a proporci argomenti che mostrano come il sapere non sia a compartimenti stagni.

    Buona lettura a tutti!
    Marinella Simioli

  3. Un bellissimo articolo, personalmente, da una dozzina di anni ho raccolto l’invito a pretendere una buona architettura, ovvero bella, utile e stabile. A Paderno Dugnano hanno costruito una biblioteca pubblica “La Tilane” col tetto trasparente, invivibile in estate, piena di riflessi e impossibile da raffreddare, sopratutto al piano superiore, visto che l’aria calda sale, gli utenti e i lavoratori subiscono notevoli disagi.. Bisognerebbe poter opacizzare il tetto ed automaticamente finirebbe il problema, naturalmente a spese dello studio di architettura, che a sua volta ha mancato di professionalità..

  4. Ciao, Luisa. Ottime riflessioni.
    Sono nata e cresciuta a Milano e di Gio Ponti ho impresso il capolavoro architettonico della sua maturità: il Grattacielo Pirelli che svetta come una lama in piazza Duca d’Aosta vicino alla stazione centrale 🌸

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