Roma, Via Asiago 10

29 Apr

Sala A della sede storica della RAI in via Asiago 10 a Roma.

Oggi sono tornata nel mio primo luogo di lavoro, dove sono entrata neolaureata, dove ho trascorso cinque anni decisivi e dove ho imparato a scrivere. È la prima sede della Rai, quella storica dell’Eiar, in Via Asiago 10, inaugurata nel 1927.

In questi anni ero stata in altre sedi Rai, ma mai lì, e mi sono emozionata nel ritrovarla bellissima e scenografica, con la scala di marmo centrale che si avvolge su sé stessa, i corrimano di ottone, gli splendidi lampadari degli anni ’30, le panche di legno originali, in puro stile razionalista.
In quell’edificio ho pestato i miei primi testi su monumentali macchine da scrivere – che il computer era arrivato, ma ancora non ci scrivevamo – mentre l’archivio era un’affascinante stanza di faldoni polverosi pieni di ritagli.
Mi sono emozionata, ma di un’emozione allegra. In fondo ero tornata lì per parlare di scrittura, quella contemporanea – così liquida, eterea, ma anche così vitale, multiforme e sorprendente.

L’intervista che mi ha fatto Giuseppe Antonelli andrà in onda domenica 1 maggio all’interno della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, dedicata tutta al lavoro. Mi ha fatto delle belle domande, affatto scontate, e io sono uscita dal grande portone tutta contenta, pensando a che bel regalo mi ha fatto la vita: aver seguito il filo delle parole e non aver perso niente di quella curiosità, quella voglia di scoprire, di studiare e di entusiasmarmi che avevo allora.

PS Sul sito di La lingua batte potete ascoltare i podcast di tutte le trasmissioni, ma da non perdere è anche il vivacissimo gruppo su Facebook.

PS Aggiornamento: l’intera puntata si può riascoltare qui (la mia intervista è alla fine, al 49° minuto).

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Oggi, siamo ciò che connettiamo

25 Apr

Architettura della comunicazione, di Federico Badaloni

Riemergo dalla lettura del libro Architettura della Comunicazione (versione cartacea qui) di Federico Badaloni con la sensazione di galleggiare in uno spazio e in un tempo infiniti e con un grande senso di inadeguatezza e insoddisfazione nei confronti dei tantissimi contenuti che ho orgogliosamente scritto e accumulato sul sito e sul blog. Ne sono un po’ meno fiera e una domanda mi assilla: sono trasportabili, condivisibili, riutilizzabili, interoperabili, adattabili? La risposta è: mi sa di no. Faccio fatica persino a trovarli, alcuni li ho scritti due volte perché me ne ero dimenticata. Solo negli ultimi tempi faccio il lavoro di connettere ogni nuovo post con tutti quelli che possono essere utili e interessanti sullo stesso argomento.

Metto tutta l’attenzione nella scrittura e poi, sì certo, rilancio il post su Twitter, Facebook e Linkedin, ma sono ben lontana dal ritratto della redattrice consapevole e contemporanea tratteggiato da Federico Badaloni: la produzione di un sia pur ottimo contenuto è solo la metà dell’opera; l’altra metà è strutturarlo con le informazioni sulle informazioni, cioè dotarlo di un buon paio di ali perché possa prendere il volo:

In una rete aperta e interoperabile, il messaggio, grazie alla propria struttura, è dotato di ali, non ha più bisogno di altri mezzi per volare.

Le ali, costituite dalla trama sottile delle meta informazioni, consentono all’informazione di attraversare i canali, i contesti e gli spazi rimanendo fedele a se stessa. Anche in diversi tempi e momenti. Solo una buona meta informazione ci potrà aiutare a capire il senso, il contesto di un’informazione, persino ad anni di distanza. È questa la rivoluzione digitale. È  il collassare del medium sul messaggio che fa esplodere i processi di produzione, i business, i rapporti di forza fra gruppi sociali che si erano costituiti nel mondo precedente. Il valore è il significato che perdura nel tempo.

Adoro i libri che mi mettono in crisi, che mi spostano il punto di vista o che mi fanno vedere il paesaggio consueto attraverso un paio di lenti nuove. Architettura della Comunicazione è uno di questi.

Federico Badaloni, oltre a essere uno dei maggiori esperti italiani di architettura dell’informazione, è un giornalista che nel Gruppo Espresso ha vissuto in prima persona il passaggio dal mondo lineare della Parentesi Gutenberg al mondo senza confini e potenzialmente infinito della rete:

La frattura radicale tra il mondo prima e dopo la rete sta nel passaggio tra un sistema di comunicazione che faceva perno su tempo e spazi limitati a un sistema che si basa sulla disponibilità illimitata di spazio e su una forma di tempo sospeso, che assume le sembianze di un eterno presente.

Sa perciò spiegare molto bene la portata della rivoluzione che stiamo vivendo sia attraverso esempi molto semplici, sia attraverso i “contesti” in cui siamo abituati a cogliere e connettere le informazioni.

Uno è il giornale cartaceo, un ambiente dalla logica completamente lineare, in cui la rilevanza delle informazioni è data dalla loro collocazione all’interno di un’architettura fissa e definita: dalla prima all’ultima pagina, dall’articolo principale all’ultimo trafiletto. L’altro è meno scontato, ma efficacissimo: il rilievo del portale centrale della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il cui significato si coglie solo allargando la visuale attraverso una serie di cerchi concentrici, dal singolo rilievo al portale, dal portale alla faccciata, all’intera architettura. Il fedele medievale non sfogliava e leggeva la Bibbia, percorreva un luogo.

Oggi per i nostri contenuti non ci sono percorsi prestabiliti, né concentrici, né lineari. Se un contenuto è connesso, è sempre raggiungibile e può apparire contemporaneamente in luoghi diversi, a persone diverse, in tempi diversi. E il contesto può avere mille variabili e mille sfaccettature:

Il concetto di contesto è da intendersi in maniera estesa: il dispositivo con il quale accedo alle informazioni, la velocità della mia connessione, il clima, il mio particolare umore o le mie aspettative.

Le mie aspettative, appunto, il mio bisogno. Bisogni sempre più ampi, che vanno oltre il comprendere e il fare, ma che “si estendono al condividere, al sentirsi apprezzati, al risparmiare tempo: è una gamma di bisogni che deriva dal nostro essere animali sociali e dalle esigenze imposte dal vivere quotidiano”.

Il valore dei contenuti non è quindi in sé, ma nella connessione che ne fanno le persone. Non contenuti, ma relazioni e quindi esperienze. Non prodotti, ma ambienti. Ambienti la cui struttura e architettura manifesti direttamente il suo senso, il suo funzionamento.

Creare e pubblicare sì, ma poi strutturare, taggare, linkare, predisporre il contenuto a vivere la sua vita, lunghissima e imprevedibile:

Pubblicare un contenuto online significa renderlo linkabile e disporre di un piccolo capitale di fiducia: dal punto di vista di chi naviga, l’esistenza di un link rappresenta il nuovo percorso possibile, una nuova relazione, una nuova conoscenza disponibile. Un link è un dono.

Un’informazione pubblicata in rete può occupare uno spazio largo o lungo a piacere, e resta disponibile teoricamente per sempre. Questo significa che ogni informazione può essere costantemente riutilizzata per spiegare una nuova informazione, può essere inserita all’interno di nuove relazioni significative.

Più vive, si connette e si muove, più un contenuto acquista valore perché porta con sé le tracce dei bisogni, dei desideri, degli appagamenti e persino dei morsi delle persone che ha incontrato, per dirla con il New Clues Manifesto.

Creare contenuti, prodotti e ambienti che abbiano un senso per le persone, che sappiano attraversare i device e il tempo per incontrare i loro bisogni e le loro aspettative, è il compito dell’architettura dell’informazione.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla progettazione funzionale: la funzione, cioè la risposta alla domanda delle persone, è l’elemento costante, il ponte migliore tra tutti i ponti possibili. Federico Badaloni illustra il metodo, non le technicality: ricerca sui bisogni delle persone, schema delle relazioni funzionali, mappe funzionali, wireframe, per approdare solo alla fine alla home page, esattamente come facciamo noi oggi.

Quindi non spaventatevi pensando sia un libro tecnico. Non parla di tecnologie, parla di noi umani e della rivoluzione che abbiamo la fortuna di vivere.

Una bella intervista a Federico Badaloni è su Kloe: La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti.

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L’eloquentissimo potere del non detto

11 Apr

Leggere è un andare, dicevamo solo un post fa. Se leggiamo una storia, ci spinge la curiosità per quanto sta per avvenire, se cerchiamo una risposta o un’informazione, non ci fermiamo finché non la troviamo. Ostacoli, frenate, disorientamenti non ci piacciono in ogni caso. Come ho già scritto in questo blog, bisognerebbe tornare indietro solo per riassaporare una parola, una frase o un paragrafo che ci sono piaciuti moltissimo.
A volte è l’ambiguità a farci perdere:

Un problema particolare legato all’ambiguità riguarda il fatto che spesso siamo portati ad anticipare la struttura delle frasi e, quando la frase si sviluppa in modo per noi imprevisto, siamo costretti a tornare indietro e rileggerla. A questo proposito i linguisti parlano di frasi “garden path”. Per intenderci, il nostro cervello è veloce, si butta a capofitto in una direzione e di solito coglie l’interpretazione corretta. Ma se ci imbattiamo in elementi che ci fanno capire che l’interpretazione in corso non è corretta, siamo costretti a fare marcia indietro e ripercorrere il cammino fino alla biforcazione del sentiero che ci aveva fuorviato, in modo tale da prendere così l’altra strada.

Questa tersa definizione dei “sentieri nel giardino” è in un bel libretto italiano che ho letto e molto annotato negli ultimi giorni: Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, pubblicato da Laterza.

L’espressione garden path mi aveva già colpito in The Sense of Style di Steven Pinker, ma i due autori italiani hanno allargato il mio campo delle metafore giardiniere. I cespugli sono le espressioni che mitigano il contenuto di quanto esprimiamo. Per esempio quelle di vaghezza: una sorta di, più o meno, circa, un certo. Le siepi ci permettono invece di prendere le distanze da un’affermazione troppo netta:

C’è la porta di casa aperta. Saranno stati i ladri.
Ti chiederei di abbassare la voce.
Se ti va / se hai voglia, potresti scendere la comprare il latte.

Cespugli e siepi sono strategie di mitigazione, che mettiamo in atto per attenuare i rischi della relazione e ottenere distanza e deresponsabilizzazione.

Ho abbordato Come non detto stimolata dall’ottima recensione di Giovanna Cosenza. Ho fatto bene, perché il libro ha permesso a una praticona come me di dare nomi precisi e corretti a concetti e strategie che conosco e applico in modo istintivo, ma che non ho mai studiato in modo sistematico, spesso scoraggiata da testi troppo accademici.

Stereotipi, presupposizioni, verbi fattivi, impliciti, implicature convenzionali, proprietà della cancellabilità, metafore, contesto, deissi, atti linguistici, fallacie e tutto l’eloquentissimo universo del non detto spiegati in modo semplice e rigoroso, con tantissimi esempi tratti dalla pubblicità, dal giornalismo, dalla comunicazione politica.

Come scrittrice professionale ho molto apprezzato, per esempio, la parte dedicata al dialemma chiarezza / cortesia, che si ripropone immancabilmente in ogni aula in cui si discute di email, comunicazione interna e comunicazione al cliente. Meglio asciutti e chiari o pomposi e gentili? “Dipende dal contesto” rispondono i nostri autori, che ci forniscono un’utilissima scala di possibilità, dalla più rude alla troppo sofisticata:

0. Riportami il libro domani!
1. Mi riporti il libro domani?
2. Puoi riportarmi il libro domani per favore?
3. Ti spiacerebbe riportarmi il libro domani?
4. Cosa ne diresti di riportarmi il libro domani?
5. Mi chiedo se potresti, con tua discrezione, far sì che magari in tempo ragionevole, per esempio domani, ci fosse la possibilità per me di leggere un libro che qualche mese fa ti avevo prestato, magari se lo hai finito e non lo leggi più.

Eh già, dipende. Perché migliorare la nostra scrittura non è tanto questione di buone regole, ma di buone alternative e quindi di buone scelte. Più alternative si presentano alla nostra mente, meglio possiamo scegliere. Oggi questa capacità di scelta è molto più cruciale di prima, perché nella comunicazione le variabili in gioco sono sempre di più: sì, l’obiettivo, il canale e il destinatario, ma anche l’ora e il luogo in cui potrebbe leggere il nostro messaggio, la sua disposizione e il suo stato d’animo in quel momento. Gran parte di quello che scriviamo e ci viene richiesto online è costituito da “atti linguistici”: dire è fare, esporsi, impegnarsi.

I buoni testi brevi – e per buoni intendo efficaci, capaci di conseguire l’obiettivo – non nascono dalla contrazione, ma dalla selezione. Scegliere con consapevolezza quali parole usare, quali enfatizzare, quali lasciar fuori è il gran lavoro che c’è dietro. Da scrittori e da lettori, Come non detto ci aiuta a capire meglio cosa c’è sotto “l’iceberg della comunicazione”:

Dietro la comprensione di scambi verbali e di situazioni nuove c’è sempre un mare di sottintesi: ciò che si dice in modo esplicito rappresenta solo la punta visibile di un’enorma massa nascosta di informazioni comunicate in modo implicito.

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Una buona storia è un moto perpetuo

6 Apr

Eccomi con un post pieno di libri. Li racconto insieme, perché sono complementari e li ho letti in parallelo, trovando tante connessioni tra l’uno e l’altro.

La copertina di Into the woods. How stories work and why we tell them è rigorosamente nera, come il bosco che deve attraversare ogni eroina o eroe di una storia. Nel libro non c’è nemmeno una figura, solo qualche schema in bianco e nero. Ma John Yorke – sceneggiatore e produttore di famose serie per la BBC – nel suo libro solo apparentemente austero riesce a farci vedere tantissime cose.

Le circa 200 pagine sono quanto di meglio abbia letto finora su come funziona una storia. Non perché dica cose originalissime, ma perché:

  • le dice molto bene, in modo piano e scorrevole, ma immaginifico, persino meglio del pur bravo Robert McKee di Story
  • esemplifica ogni concetto e idea con scene tratte da film che tutti conosciamo e amiamo: Gente comune, Thelma e Louise, Il padrino, Notting Hill, Alien, Star Wars, Short cuts, Witness, e tantissimi altri.

Il cinema come quintessenza dell’arte di costruire e narrare storie, ma c’è un buon numero di incursioni anche nella letteratura e nelle arti figurative.

“Ogni forma di composizione artistica, come ogni linguaggio, ha una grammatica, e questa grammatica, questa struttura, non è semplicemente una costruzione – è l’espressione più bella e complessa del funzionamento della mente umana.”

Ascoltiamo e narriamo storie per dare ordine al caos dentro e fuori di noi, per scoprire e realizzare chi siamo davvero, per conciliare gli opposti, per imparare, qualche volta per rinascere a nuova vita. Perché la mente, la biologia e la fisica funzionano così, secondo quella semplicissima struttura tripartita che governa tutta la nostra vita e quella della natura:

nascita > crescita > morte

crisi > climax > risoluzione

crisi > scelta > cambiamento

partenza > viaggio > ritorno

Così, la struttura drammatica di base è quella in tre atti, che si ripete man mano che si scende verso le minime unità del film: le scene e infine i beat. Proprio come un frattale, l’unità più piccola si ripete continuamente nella struttura fino a creare l’insieme.

Mentre spiega come e soprattutto perché funziona un film, Yorke ci parla di noi: ogni protagonista è il nostro avatar, ogni antagonista è la nostra parte oscura e le nostre paure, ogni crisi la nostra opportunità di rinascita.

“Il bravo scrittore è quello capace di connetterci con chiunque”

Anche il personaggio più cattivo e detestabile rappresenta una parte di noi. Forse la più nascosta, la più difficile da stanare. Ma stanarla è proprio quello che fa una grande storia.

Al cinema la verità, la nostra verità – e quindi l’emozione – scaturisce da ciò che non si vede, da ciò che non viene detto, ma siamo noi a prevedere, a intuire, a immaginare, a cogliere da una contraddizione o da un’azione impercettibile come uno sguardo. Perché, proprio come noi, i personaggi affascinanti e complessi spesso fanno e dicono il contrario di quello pensano e vogliono davvero. Il capitolo sul sottotesto è forse il più bello e il più istruttivo per tutti, anche per noi scrittori professionali: le emozioni non si proclamano e non si annunciano, si suscitano.

“La spiegazione uccide il dramma, così come l’impulso di rendere immediatamente tutto chiaro a tutti.”

Una struttura archetipica tripartita è alla base di ogni storia. Tutto il resto è ritmo e stile, come nella musica:

“Sembra impossibile capire come, con sole otto note in un’ottava, semplicemente non finiamo mai la musica, ma proprio come dai toni nascono i semitoni e le indicazioni del tempo, così il ritmo e lo stile cambiano il contenuto e noi cominciamo a vedere che uno schema semplicissimo contiene in sé la possibilità di infinite variazioni.”

Le infinite variazioni testuali determinate dal ritmo e dallo stile sono il tema di The art of X-ray reading di Roy Peter Clark. Clark è il decano del Poynter Institute, uno dei più noti docenti di scrittura statunitensi per il quale sono passati diversi premi Pulitzer. Io lo seguo da molti anni, ho letto tutti i suoi libri e lo annovero tra i miei maestri. Questo libro, uscito a febbraio, lo aspettavo con ansia perché Clark vi mette in pratica la raccomandazione di Steven Pinker: imparate a scrivere facendo il reverse engineering di testi eccellenti, cioè smontateli, capite perché funzionano così bene, prendete il meccanismo e applicatelo ai vostri testi.

Clark smonta per noi 25 capolavori della letteratura mondiale. Ora non vi spaventate pensando che Moby Dick, Madame Bovary, Macbeth e Addio alle armi sono modelli inarrivabili… Clark non è un linguista, ma un giornalista e un bravissimo divulgatore. In ogni capitolo esamina solo un breve brano, anzi lo passa appunto ai raggi X, lo disseziona per farci vedere lo scheletro, i tessuti, i muscoli e le vene, frase per frase, parola per parola, virgola per virgola. Ogni capitolo un tema, che ci viene restituito alla fine in forma di strumento, di attrezzo che possiamo usare anche noi nei nostri testi quotidiani. Senza timori reverenziali.

“Il tuo testo deve muoversi, muoversi, muoversi. Dal concreto all’astratto. Dal particolare al generale. Dal’idea all’esempio. Dal’informazione all’aneddoto. Dall’esposizione al dialogo. Un buon testo è una macchina del moto perpetuo che porta avanti la storia e fa che il lettore senta l’energia.”

Sì, leggere è proprio questo: un andare.  Nel libro di Clark, ogni scrittore ci offre uno strumento per far correre, rallentare, fermare, inchiodare, stupire il nostro lettore: Nabokov è il mago dei suoni, Hemingway di ripetizioni sottili di parole semplici “che risuonano come battiti del cuore”. Sylvia Plath ci insegna a usare le metafore in prosa e a moltiplicarne l’effetto collocandole alla fine del periodo, Shakespeare a spostare le parole per effetti di enfasi, anche (soprattutto!) in una frase brevissima. Garcia Marquez è maestro nel creare il curiosity gap, quel mistero che ci porta necessariamente a leggere oltre. Flaubert fa parlare l’anima di Madame Bovary attraverso quello che la donna non dice. E i classici, Omero e Virgilio, sono registi ante litteram, tanto sono capaci di volare su un paesaggio e subito dopo zoommare su un dettaglio.

Il testo più lungo esaminato è Il grande Gatsby, perché Clark ne coglie la coerenza attraverso un leitmotiv che lo apre, lo percorre e lo chiude, ma così leggero da rivelarsi solo alla lettura ripetuta e profonda. Il più breve è una battuta di Macbeth: “The queen, my lord is dead”.
Perché – proprio come sottolinea anche Yorke in Into the woods –  un’opera cresce dalla moltiplicazione delle sue unità minime, come un frattale. L’unità minima di un testo è la frase e Clark dedica uno degli ultimi capitoli a dieci frasi iniziali di altrettanti capolavori della letteratura: ognuna un mondo.

Il Clark docente è sempre accanto al lettore appassionato: alla fine di ogni capitolo trovate le Writing Lessons, chiare e divulgative, con suggerimenti utili per tutti.

Le storie sono uno dei principali strumenti del leader, anzi del torchbearer, insieme ai discorsi, alle cerimonie, ai simboli. Ne parla Nancy Duarte nel suo ultimo libro, Illuminate. Anche la regina californiana del presentation design è tra i miei maestri: Illuminate non ha l’impatto pratico di Slideology o di Slidedocs, né l’afflato lirico di Resonate, ma è il libro frutto di molta ricerca, con tanti casi interessanti e in più è esteticamente impeccabile, con illustrazioni originali e bellissime fotografie in bianco e nero.

Ogni grande cambiamento aziendale è un’avventura epica in cinque atti – dream, leap, fight, climb, arrive – e il leader è il suo eroe. Per trascinare le persone nel suo sogno e portarle alla vittoria tiene discorsi, racconta storie, organizza cerimonie rituali, usa simboli.

Oltre un po’ di ripetitività, che ormai è la costante di tanta saggistica anglosassone sulla comunicazione, il libro ha due pregi:

  • per essere nato nella più importante azienda di design della Silicon Valley è un vero inno alla fisicità: niente web né app, ma tantissimi oggetti quotidiani, modalità di incontro e scontro tra persone, luoghi veri – bar, fabbriche abbandonate, villaggi africani –, abbracci, lacrime, disegni, pitture, persino lanci di uova
  • ci sono tanti casi veri di crisi superate grazie alle visioni e alla tenacia del leader-eroe, e non solo i soliti Steve Jobs e Martin Luther King. Per ognuno, c’è il kit di strumenti con tanti esempi di discorsi, storie, cerimonie e simboli.

Molto human-to-human, insomma.

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Preposizioni: paroline, non parolone

21 Mar

zioni

L’Economist è molto affezionato a George Orwell e al suo saggio sulla scrittura Politics and the English language, tanto da farne il nume tutelare della sua celeberrima guida di stile. Così, a gennaio 2016 i copyeditor del settimanale hanno ricordato l’anniversario della morte dello scrittore con una serie di tweet che riportavano le sue sei regole per scrivere bene.

“Non scrivere mai una parola lunga se puoi scriverne una più corta” è più attuale che mai: la buona scrittura sintetica è sempre stata un obiettivo, ma oggi in molti casi è d’obbligo, soprattutto se si deve comprimere e restare leggibilissima sui pochi centimetri quadrati dello smartphone.

Reduce da almeno due settimane formative in realtà molto diverse ma con il leit motiv “testi sintetici”, non ho fatto che disboscare indicando tutto quello che si può togliere perché il testo cresca libero, terso, “asciutto ma non arido” (questa espressione, così felice, l’ho sentita ripetere pari pari da un partecipante a un mio laboratorio di scrittura e da Vera Gheno, che gestisce l’account twitter della Crusca; la coincidenza mi ha colpito e la faccio anche mia).

Fuori contesto, la famosa raccomandazione orwelliana (ma anche l’Hemingway giornalista dava un’indicazione simile) può far storcere un po’ il naso e sollevare un buon numero di obiezioni. Certo, come per tutto quello che riguarda la lingua, “tutto dipende”.

Ma c’è un caso in cui la parola breve è (quasi) sempre meglio: le preposizioni, le paroline che “vengono prima” per dirci come intepretare il sostantivo o il verbo che vengono dopo. Paroline, appunto, non parolone. Paroline di servizio, che ci portano verso qualcos’altro, che “segnalano le relazioni logiche esistenti tra alcuni elementi della frase”. Paroline su cui volare, non su cui indugiare. Le nove più semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) vanno da una a tre lettere. Ci sarà pure un motivo: la lingua conserva quello che le serve meglio.

Eppure nelle scritture delle organizzazioni – aziende private o amministrazioni pubbliche, non c’è differenza – le belle e limpidissime preposizioni semplici ancora faticano a riaprirsi la strada dopo l’invasione di tante lunghe, ineleganti e pompose locuzioni, funzionali soprattutto a “gonfiare” il testo e a darsi importanza.

Se può aiutarvi, ecco le più diffuse, con l’alternativa più semplice e breve:

nell’intento di per
volto a per
mirato a per
finalizzato a per
con l’obiettivo di per
nell’ottica di per
onde per
con l’ausilio di con
mediante con
a mezzo di con
unitamente a con
congiuntamente a con
riguardante su
a partire da da
con l’eccezione di tranne
privo di senza
in assenza di senza
in seguito a dopo
successivamente a dopo
all’interno di in

Naturalmente qualche (ma proprio qualche) volta la locuzione più lunga ci può pure stare: il problema non è non usarle mai, ma usarle sempre, come se le preposizioni semplici non esistessero più. Comunque, “congiuntamente a”, oltre a essere orrendo, sullo schermo dello smartphone può occupare un’intera riga. Basterebbe solo questo per metterlo definitivamente in black list.

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