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Oggi, siamo ciò che connettiamo

25 Apr

Architettura della comunicazione, di Federico Badaloni

Riemergo dalla lettura del libro Architettura della Comunicazione (versione cartacea qui) di Federico Badaloni con la sensazione di galleggiare in uno spazio e in un tempo infiniti e con un grande senso di inadeguatezza e insoddisfazione nei confronti dei tantissimi contenuti che ho orgogliosamente scritto e accumulato sul sito e sul blog. Ne sono un po’ meno fiera e una domanda mi assilla: sono trasportabili, condivisibili, riutilizzabili, interoperabili, adattabili? La risposta è: mi sa di no. Faccio fatica persino a trovarli, alcuni li ho scritti due volte perché me ne ero dimenticata. Solo negli ultimi tempi faccio il lavoro di connettere ogni nuovo post con tutti quelli che possono essere utili e interessanti sullo stesso argomento.

Metto tutta l’attenzione nella scrittura e poi, sì certo, rilancio il post su Twitter, Facebook e Linkedin, ma sono ben lontana dal ritratto della redattrice consapevole e contemporanea tratteggiato da Federico Badaloni: la produzione di un sia pur ottimo contenuto è solo la metà dell’opera; l’altra metà è strutturarlo con le informazioni sulle informazioni, cioè dotarlo di un buon paio di ali perché possa prendere il volo:

In una rete aperta e interoperabile, il messaggio, grazie alla propria struttura, è dotato di ali, non ha più bisogno di altri mezzi per volare.

Le ali, costituite dalla trama sottile delle meta informazioni, consentono all’informazione di attraversare i canali, i contesti e gli spazi rimanendo fedele a se stessa. Anche in diversi tempi e momenti. Solo una buona meta informazione ci potrà aiutare a capire il senso, il contesto di un’informazione, persino ad anni di distanza. È questa la rivoluzione digitale. È  il collassare del medium sul messaggio che fa esplodere i processi di produzione, i business, i rapporti di forza fra gruppi sociali che si erano costituiti nel mondo precedente. Il valore è il significato che perdura nel tempo.

Adoro i libri che mi mettono in crisi, che mi spostano il punto di vista o che mi fanno vedere il paesaggio consueto attraverso un paio di lenti nuove. Architettura della Comunicazione è uno di questi.

Federico Badaloni, oltre a essere uno dei maggiori esperti italiani di architettura dell’informazione, è un giornalista che nel Gruppo Espresso ha vissuto in prima persona il passaggio dal mondo lineare della Parentesi Gutenberg al mondo senza confini e potenzialmente infinito della rete:

La frattura radicale tra il mondo prima e dopo la rete sta nel passaggio tra un sistema di comunicazione che faceva perno su tempo e spazi limitati a un sistema che si basa sulla disponibilità illimitata di spazio e su una forma di tempo sospeso, che assume le sembianze di un eterno presente.

Sa perciò spiegare molto bene la portata della rivoluzione che stiamo vivendo sia attraverso esempi molto semplici, sia attraverso i “contesti” in cui siamo abituati a cogliere e connettere le informazioni.

Uno è il giornale cartaceo, un ambiente dalla logica completamente lineare, in cui la rilevanza delle informazioni è data dalla loro collocazione all’interno di un’architettura fissa e definita: dalla prima all’ultima pagina, dall’articolo principale all’ultimo trafiletto. L’altro è meno scontato, ma efficacissimo: il rilievo del portale centrale della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il cui significato si coglie solo allargando la visuale attraverso una serie di cerchi concentrici, dal singolo rilievo al portale, dal portale alla faccciata, all’intera architettura. Il fedele medievale non sfogliava e leggeva la Bibbia, percorreva un luogo.

Oggi per i nostri contenuti non ci sono percorsi prestabiliti, né concentrici, né lineari. Se un contenuto è connesso, è sempre raggiungibile e può apparire contemporaneamente in luoghi diversi, a persone diverse, in tempi diversi. E il contesto può avere mille variabili e mille sfaccettature:

Il concetto di contesto è da intendersi in maniera estesa: il dispositivo con il quale accedo alle informazioni, la velocità della mia connessione, il clima, il mio particolare umore o le mie aspettative.

Le mie aspettative, appunto, il mio bisogno. Bisogni sempre più ampi, che vanno oltre il comprendere e il fare, ma che “si estendono al condividere, al sentirsi apprezzati, al risparmiare tempo: è una gamma di bisogni che deriva dal nostro essere animali sociali e dalle esigenze imposte dal vivere quotidiano”.

Il valore dei contenuti non è quindi in sé, ma nella connessione che ne fanno le persone. Non contenuti, ma relazioni e quindi esperienze. Non prodotti, ma ambienti. Ambienti la cui struttura e architettura manifesti direttamente il suo senso, il suo funzionamento.

Creare e pubblicare sì, ma poi strutturare, taggare, linkare, predisporre il contenuto a vivere la sua vita, lunghissima e imprevedibile:

Pubblicare un contenuto online significa renderlo linkabile e disporre di un piccolo capitale di fiducia: dal punto di vista di chi naviga, l’esistenza di un link rappresenta il nuovo percorso possibile, una nuova relazione, una nuova conoscenza disponibile. Un link è un dono.

Un’informazione pubblicata in rete può occupare uno spazio largo o lungo a piacere, e resta disponibile teoricamente per sempre. Questo significa che ogni informazione può essere costantemente riutilizzata per spiegare una nuova informazione, può essere inserita all’interno di nuove relazioni significative.

Più vive, si connette e si muove, più un contenuto acquista valore perché porta con sé le tracce dei bisogni, dei desideri, degli appagamenti e persino dei morsi delle persone che ha incontrato, per dirla con il New Clues Manifesto.

Creare contenuti, prodotti e ambienti che abbiano un senso per le persone, che sappiano attraversare i device e il tempo per incontrare i loro bisogni e le loro aspettative, è il compito dell’architettura dell’informazione.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla progettazione funzionale: la funzione, cioè la risposta alla domanda delle persone, è l’elemento costante, il ponte migliore tra tutti i ponti possibili. Federico Badaloni illustra il metodo, non le technicality: ricerca sui bisogni delle persone, schema delle relazioni funzionali, mappe funzionali, wireframe, per approdare solo alla fine alla home page, esattamente come facciamo noi oggi.

Quindi non spaventatevi pensando sia un libro tecnico. Non parla di tecnologie, parla di noi umani e della rivoluzione che abbiamo la fortuna di vivere.

Una bella intervista a Federico Badaloni è su Kloe: La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti.

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L’eloquentissimo potere del non detto

11 Apr

Leggere è un andare, dicevamo solo un post fa. Se leggiamo una storia, ci spinge la curiosità per quanto sta per avvenire, se cerchiamo una risposta o un’informazione, non ci fermiamo finché non la troviamo. Ostacoli, frenate, disorientamenti non ci piacciono in ogni caso. Come ho già scritto in questo blog, bisognerebbe tornare indietro solo per riassaporare una parola, una frase o un paragrafo che ci sono piaciuti moltissimo.
A volte è l’ambiguità a farci perdere:

Un problema particolare legato all’ambiguità riguarda il fatto che spesso siamo portati ad anticipare la struttura delle frasi e, quando la frase si sviluppa in modo per noi imprevisto, siamo costretti a tornare indietro e rileggerla. A questo proposito i linguisti parlano di frasi “garden path”. Per intenderci, il nostro cervello è veloce, si butta a capofitto in una direzione e di solito coglie l’interpretazione corretta. Ma se ci imbattiamo in elementi che ci fanno capire che l’interpretazione in corso non è corretta, siamo costretti a fare marcia indietro e ripercorrere il cammino fino alla biforcazione del sentiero che ci aveva fuorviato, in modo tale da prendere così l’altra strada.

Questa tersa definizione dei “sentieri nel giardino” è in un bel libretto italiano che ho letto e molto annotato negli ultimi giorni: Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, pubblicato da Laterza.

L’espressione garden path mi aveva già colpito in The Sense of Style di Steven Pinker, ma i due autori italiani hanno allargato il mio campo delle metafore giardiniere. I cespugli sono le espressioni che mitigano il contenuto di quanto esprimiamo. Per esempio quelle di vaghezza: una sorta di, più o meno, circa, un certo. Le siepi ci permettono invece di prendere le distanze da un’affermazione troppo netta:

C’è la porta di casa aperta. Saranno stati i ladri.
Ti chiederei di abbassare la voce.
Se ti va / se hai voglia, potresti scendere la comprare il latte.

Cespugli e siepi sono strategie di mitigazione, che mettiamo in atto per attenuare i rischi della relazione e ottenere distanza e deresponsabilizzazione.

Ho abbordato Come non detto stimolata dall’ottima recensione di Giovanna Cosenza. Ho fatto bene, perché il libro ha permesso a una praticona come me di dare nomi precisi e corretti a concetti e strategie che conosco e applico in modo istintivo, ma che non ho mai studiato in modo sistematico, spesso scoraggiata da testi troppo accademici.

Stereotipi, presupposizioni, verbi fattivi, impliciti, implicature convenzionali, proprietà della cancellabilità, metafore, contesto, deissi, atti linguistici, fallacie e tutto l’eloquentissimo universo del non detto spiegati in modo semplice e rigoroso, con tantissimi esempi tratti dalla pubblicità, dal giornalismo, dalla comunicazione politica.

Come scrittrice professionale ho molto apprezzato, per esempio, la parte dedicata al dialemma chiarezza / cortesia, che si ripropone immancabilmente in ogni aula in cui si discute di email, comunicazione interna e comunicazione al cliente. Meglio asciutti e chiari o pomposi e gentili? “Dipende dal contesto” rispondono i nostri autori, che ci forniscono un’utilissima scala di possibilità, dalla più rude alla troppo sofisticata:

0. Riportami il libro domani!
1. Mi riporti il libro domani?
2. Puoi riportarmi il libro domani per favore?
3. Ti spiacerebbe riportarmi il libro domani?
4. Cosa ne diresti di riportarmi il libro domani?
5. Mi chiedo se potresti, con tua discrezione, far sì che magari in tempo ragionevole, per esempio domani, ci fosse la possibilità per me di leggere un libro che qualche mese fa ti avevo prestato, magari se lo hai finito e non lo leggi più.

Eh già, dipende. Perché migliorare la nostra scrittura non è tanto questione di buone regole, ma di buone alternative e quindi di buone scelte. Più alternative si presentano alla nostra mente, meglio possiamo scegliere. Oggi questa capacità di scelta è molto più cruciale di prima, perché nella comunicazione le variabili in gioco sono sempre di più: sì, l’obiettivo, il canale e il destinatario, ma anche l’ora e il luogo in cui potrebbe leggere il nostro messaggio, la sua disposizione e il suo stato d’animo in quel momento. Gran parte di quello che scriviamo e ci viene richiesto online è costituito da “atti linguistici”: dire è fare, esporsi, impegnarsi.

I buoni testi brevi – e per buoni intendo efficaci, capaci di conseguire l’obiettivo – non nascono dalla contrazione, ma dalla selezione. Scegliere con consapevolezza quali parole usare, quali enfatizzare, quali lasciar fuori è il gran lavoro che c’è dietro. Da scrittori e da lettori, Come non detto ci aiuta a capire meglio cosa c’è sotto “l’iceberg della comunicazione”:

Dietro la comprensione di scambi verbali e di situazioni nuove c’è sempre un mare di sottintesi: ciò che si dice in modo esplicito rappresenta solo la punta visibile di un’enorma massa nascosta di informazioni comunicate in modo implicito.

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Una buona storia è un moto perpetuo

6 Apr

Eccomi con un post pieno di libri. Li racconto insieme, perché sono complementari e li ho letti in parallelo, trovando tante connessioni tra l’uno e l’altro.

La copertina di Into the woods. How stories work and why we tell them è rigorosamente nera, come il bosco che deve attraversare ogni eroina o eroe di una storia. Nel libro non c’è nemmeno una figura, solo qualche schema in bianco e nero. Ma John Yorke – sceneggiatore e produttore di famose serie per la BBC – nel suo libro solo apparentemente austero riesce a farci vedere tantissime cose.

Le circa 200 pagine sono quanto di meglio abbia letto finora su come funziona una storia. Non perché dica cose originalissime, ma perché:

  • le dice molto bene, in modo piano e scorrevole, ma immaginifico, persino meglio del pur bravo Robert McKee di Story
  • esemplifica ogni concetto e idea con scene tratte da film che tutti conosciamo e amiamo: Gente comune, Thelma e Louise, Il padrino, Notting Hill, Alien, Star Wars, Short cuts, Witness, e tantissimi altri.

Il cinema come quintessenza dell’arte di costruire e narrare storie, ma c’è un buon numero di incursioni anche nella letteratura e nelle arti figurative.

“Ogni forma di composizione artistica, come ogni linguaggio, ha una grammatica, e questa grammatica, questa struttura, non è semplicemente una costruzione – è l’espressione più bella e complessa del funzionamento della mente umana.”

Ascoltiamo e narriamo storie per dare ordine al caos dentro e fuori di noi, per scoprire e realizzare chi siamo davvero, per conciliare gli opposti, per imparare, qualche volta per rinascere a nuova vita. Perché la mente, la biologia e la fisica funzionano così, secondo quella semplicissima struttura tripartita che governa tutta la nostra vita e quella della natura:

nascita > crescita > morte

crisi > climax > risoluzione

crisi > scelta > cambiamento

partenza > viaggio > ritorno

Così, la struttura drammatica di base è quella in tre atti, che si ripete man mano che si scende verso le minime unità del film: le scene e infine i beat. Proprio come un frattale, l’unità più piccola si ripete continuamente nella struttura fino a creare l’insieme.

Mentre spiega come e soprattutto perché funziona un film, Yorke ci parla di noi: ogni protagonista è il nostro avatar, ogni antagonista è la nostra parte oscura e le nostre paure, ogni crisi la nostra opportunità di rinascita.

“Il bravo scrittore è quello capace di connetterci con chiunque”

Anche il personaggio più cattivo e detestabile rappresenta una parte di noi. Forse la più nascosta, la più difficile da stanare. Ma stanarla è proprio quello che fa una grande storia.

Al cinema la verità, la nostra verità – e quindi l’emozione – scaturisce da ciò che non si vede, da ciò che non viene detto, ma siamo noi a prevedere, a intuire, a immaginare, a cogliere da una contraddizione o da un’azione impercettibile come uno sguardo. Perché, proprio come noi, i personaggi affascinanti e complessi spesso fanno e dicono il contrario di quello pensano e vogliono davvero. Il capitolo sul sottotesto è forse il più bello e il più istruttivo per tutti, anche per noi scrittori professionali: le emozioni non si proclamano e non si annunciano, si suscitano.

“La spiegazione uccide il dramma, così come l’impulso di rendere immediatamente tutto chiaro a tutti.”

Una struttura archetipica tripartita è alla base di ogni storia. Tutto il resto è ritmo e stile, come nella musica:

“Sembra impossibile capire come, con sole otto note in un’ottava, semplicemente non finiamo mai la musica, ma proprio come dai toni nascono i semitoni e le indicazioni del tempo, così il ritmo e lo stile cambiano il contenuto e noi cominciamo a vedere che uno schema semplicissimo contiene in sé la possibilità di infinite variazioni.”

Le infinite variazioni testuali determinate dal ritmo e dallo stile sono il tema di The art of X-ray reading di Roy Peter Clark. Clark è il decano del Poynter Institute, uno dei più noti docenti di scrittura statunitensi per il quale sono passati diversi premi Pulitzer. Io lo seguo da molti anni, ho letto tutti i suoi libri e lo annovero tra i miei maestri. Questo libro, uscito a febbraio, lo aspettavo con ansia perché Clark vi mette in pratica la raccomandazione di Steven Pinker: imparate a scrivere facendo il reverse engineering di testi eccellenti, cioè smontateli, capite perché funzionano così bene, prendete il meccanismo e applicatelo ai vostri testi.

Clark smonta per noi 25 capolavori della letteratura mondiale. Ora non vi spaventate pensando che Moby Dick, Madame Bovary, Macbeth e Addio alle armi sono modelli inarrivabili… Clark non è un linguista, ma un giornalista e un bravissimo divulgatore. In ogni capitolo esamina solo un breve brano, anzi lo passa appunto ai raggi X, lo disseziona per farci vedere lo scheletro, i tessuti, i muscoli e le vene, frase per frase, parola per parola, virgola per virgola. Ogni capitolo un tema, che ci viene restituito alla fine in forma di strumento, di attrezzo che possiamo usare anche noi nei nostri testi quotidiani. Senza timori reverenziali.

“Il tuo testo deve muoversi, muoversi, muoversi. Dal concreto all’astratto. Dal particolare al generale. Dal’idea all’esempio. Dal’informazione all’aneddoto. Dall’esposizione al dialogo. Un buon testo è una macchina del moto perpetuo che porta avanti la storia e fa che il lettore senta l’energia.”

Sì, leggere è proprio questo: un andare.  Nel libro di Clark, ogni scrittore ci offre uno strumento per far correre, rallentare, fermare, inchiodare, stupire il nostro lettore: Nabokov è il mago dei suoni, Hemingway di ripetizioni sottili di parole semplici “che risuonano come battiti del cuore”. Sylvia Plath ci insegna a usare le metafore in prosa e a moltiplicarne l’effetto collocandole alla fine del periodo, Shakespeare a spostare le parole per effetti di enfasi, anche (soprattutto!) in una frase brevissima. Garcia Marquez è maestro nel creare il curiosity gap, quel mistero che ci porta necessariamente a leggere oltre. Flaubert fa parlare l’anima di Madame Bovary attraverso quello che la donna non dice. E i classici, Omero e Virgilio, sono registi ante litteram, tanto sono capaci di volare su un paesaggio e subito dopo zoommare su un dettaglio.

Il testo più lungo esaminato è Il grande Gatsby, perché Clark ne coglie la coerenza attraverso un leitmotiv che lo apre, lo percorre e lo chiude, ma così leggero da rivelarsi solo alla lettura ripetuta e profonda. Il più breve è una battuta di Macbeth: “The queen, my lord is dead”.
Perché – proprio come sottolinea anche Yorke in Into the woods –  un’opera cresce dalla moltiplicazione delle sue unità minime, come un frattale. L’unità minima di un testo è la frase e Clark dedica uno degli ultimi capitoli a dieci frasi iniziali di altrettanti capolavori della letteratura: ognuna un mondo.

Il Clark docente è sempre accanto al lettore appassionato: alla fine di ogni capitolo trovate le Writing Lessons, chiare e divulgative, con suggerimenti utili per tutti.

Le storie sono uno dei principali strumenti del leader, anzi del torchbearer, insieme ai discorsi, alle cerimonie, ai simboli. Ne parla Nancy Duarte nel suo ultimo libro, Illuminate. Anche la regina californiana del presentation design è tra i miei maestri: Illuminate non ha l’impatto pratico di Slideology o di Slidedocs, né l’afflato lirico di Resonate, ma è il libro frutto di molta ricerca, con tanti casi interessanti e in più è esteticamente impeccabile, con illustrazioni originali e bellissime fotografie in bianco e nero.

Ogni grande cambiamento aziendale è un’avventura epica in cinque atti – dream, leap, fight, climb, arrive – e il leader è il suo eroe. Per trascinare le persone nel suo sogno e portarle alla vittoria tiene discorsi, racconta storie, organizza cerimonie rituali, usa simboli.

Oltre un po’ di ripetitività, che ormai è la costante di tanta saggistica anglosassone sulla comunicazione, il libro ha due pregi:

  • per essere nato nella più importante azienda di design della Silicon Valley è un vero inno alla fisicità: niente web né app, ma tantissimi oggetti quotidiani, modalità di incontro e scontro tra persone, luoghi veri – bar, fabbriche abbandonate, villaggi africani –, abbracci, lacrime, disegni, pitture, persino lanci di uova
  • ci sono tanti casi veri di crisi superate grazie alle visioni e alla tenacia del leader-eroe, e non solo i soliti Steve Jobs e Martin Luther King. Per ognuno, c’è il kit di strumenti con tanti esempi di discorsi, storie, cerimonie e simboli.

Molto human-to-human, insomma.

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Comunicare è produrre effetti

25 Gen

Progettare la comunicazione di Leonardo Romei ha un titolo promettente ma terribilmente impegnativo. Tanto più che si tratta di un libro leggero sia nello spessore (200 pagine), sia visivamente (molti spazi bianchi, molti schemi, ma queste sono tutte cose positive ovviamente).

Anche per questa leggerezza l’ho letto in poche ore. All’inizio ho avuto una sensazione strana, forse perché ho letto questo libro dopo quello di Falcinelli, di cui Romei è allievo. Quanto Falcinelli mi è sembrato denso e pieno – strabordante a tratti – quanto questo nelle prime pagine mi è sembrato aereo, esile, sottile. Man mano che ho proceduto nella lettura ho capito meglio questa esilità: Progettare la comunicazione è un modello, un contenitore che sei tu a dover riempire (l’autore mi aveva avvertita sin dall’inizio, ma le cose-parole vanno sempre sentite e sperimentate). Gli esempi ci sono, e molto calzanti, perché semplici, alla portata di tutti: le istruzioni di un rasoio, una stretta di mano, dei segnali stradali, un piano di evacuazione di un edificio, la vetrina di un bar pasticceria, il registro di una scuola. Più un certo numero di esperimenti mentali altrettanto semplici, come immaginare di assaggiare un frutto che non esiste.

Romei astrae molto, a partire dai termini scelti con grandissima precisione, e questo ha messo a dura prova una praticona come me: unità di comunicazione, chiave di fruizione, sistemi espressivi… ma alla fine è stata proprio questa sorta di “trasparenza” a far sì che cominciassi a calare con facilità nel modello proposto le mie “unità di comunicazione” e cioè i testi. A vederli interagire, connettersi e cambiare nelle diverse situazioni, man mano che l’autore, di capitolo in capitolo, propone un nuovo elemento, un nuovo punto di vista. Lo fa in modo studiato e molto ordinato, per cui non perdi mai il filo: quello che hai appena letto resta con te, sei tu che ti sposti di poco e ricominci a considerare, a guardare.

Alla fine, capisci l’operazione, che è quella di mettere te – fruitrice e progettista – al centro di quell’architettura sottile che avevi intravisto all’inizio, sottolineata anche dai tantissimi schemi, e che io ho sentito materializzata in una serie di domande che dovrei farmi ogni volta che mi accingo a scrivere. La più importante di solito me la faccio e la propongo sempre anche in aula: non “cosa devo dire” e nemmeno “come lo devo dire”, ma “cosa voglio ottenere”. Cosa desidero che il lettore veda, immagini, senta, provi, faccia dopo aver letto il mio testo?

Queste cose Romei le chiama “effetti”: l’effetto del suo libro su di me è stato il deciso spostamento dell’attenzione dal benedetto e fin troppo esaltato “contenuto” al suo fruitore e alle tante variabili della situazione di fruizione. D’altra parte progettare, l’autore lo ricorda, significa “gettare avanti”, portare avanti”.

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Quest’anno torno ai classici

8 Gen
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Il nostro caro Italo Calvino, un classico anche lui.

Mi accorgo ora di aver usato nell’ultimo post l’espressione “vuotare il sacco”. Non credo sia a caso: anzi mi è appena venuto in mente che una delle cose che ammiro di più in chi scrive un libro o anche un semplice post è proprio la capacità di vuotare il sacco, che poi significa essere generosi, comunicare tutto quello che si sa su un tema o un’idea, senza reticenze e senza paura. I libri di cui parlo qui appartengono in genere agli svuotatori di sacco ed ecco perché mi lancio sempre in recensioni entusiaste e sperticate. Sono semplicemente grata per quello che mi hanno regalato e ho voglia di dirlo a tutti.

Il libro che ho letto tra ieri e stamattina, invece, appartiene alla categoria dei reticenti. È Persuasive Copywriting di Andy Maslen, un copy molto noto in Gran Bretagna e autore di qualche libro niente male, compreso uno dedicato agli scrittori freelance che recensii tempo fa e mi aiutò molto a focalizzare chi ero e che cosa volevo.
In questo tutto vi è (credo consapevolmente) sorvolato e accennato, con un occhio ai temi più trendy: il ruolo delle emozioni (ma va!) , il cervello e il sistema limbico (quale argomento oggi più pop della nostra materia grigia? il Riccardo Falcinelli della scrittura deve ancora farsi avanti), la psicologia della persuasione, lo storytelling (ancora!)… il tutto completato da pochissimi e striminzitissimi esempi e dei test finali degni della più classica tradizione nozionistica. Non dico che non ci siano ideuzze sensate qui e là e qualche spunto di esercizio carino, ma certo non vale i 28 euro che l’ho pagato, ingannata dalle mirabolanti recensioni su Amazon (non devo cascarci mai più!).

La colpa è mia e del mio senso di inadeguatezza: penso sempre che gli altri ne sappiano mille volte più di me e che io abbia non si sa che cosa da scoprire e recuperare. Il che è verissimo, ma “gli altri” non sono tutti, sono pochi e so benissimo chi sono – visto che bazzico la scrittura professionale da un bel po’ e i libri più o meno li ho letti tutti.

Quindi il mio proposito professionale per il nuovo anno lo formulo adesso: tornerò a rileggere i classici, quelli che mi hanno insegnato tanto quando ho cominciato e che come ogni classico avranno ancora tanto da dirmi, soprattutto dopo anni di pratica scribacchina. Non ci sono solo quelli della letteratura, ma anche quelli della comunicazione e della scrittura professionale, a cominciare da un signore che viveva ad Atene 2.400 anni fa.

Come capire se un’idea è buona? C’è Made to Stick di Chip e Dan Heath.
La scienza della persuasione? Nessuno ancora batte Robert Cialdini.
Cos’è la creatività e come si esercita? Il libro più illuminante è La trama lucente di Annamaria Testa.
Come si scrive una storia? Ancora Annamaria Testa con i suoi intelligenti e divertenti Minuti scritti.
Che succede al nostro corpo e alla nostra mente mentre leggiamo? Ce lo spiega Maryanne Wolf in Proust e il calamaro.
Cosa impara lo scrittore professionale dai classici della letteratura italiana? Lo racconta Massimo Birattari in È più facile scrivere bene che scrivere male.
Perché le parole più efficaci sono quelle che ci fanno sentire e vedere? È la tesi di The sense of style di Steven Pinker.

Di classici da rileggere e di grandi vuotatori di sacco ce ne sono molti altri e nei post dedicati ai libri su questo blog direi che ci sono tutti.

Per il resto, leggere con consapevolezza quello che mi circonda, smontare quello che mi piace e non mi piace, capire perché, farne tesoro. Scrivere, con consapevolezza. Continuare a vuotare il sacco, che fa bene a me e agli altri. Può capitare di sentirsi vuoti ed esauriti, certo, ma con che energia, curiosità e leggerezza  poi si ricomincia!

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