La prima settimana di novembre si è svolto a Modena il Learning More Festival, in cui ho tenuto un intervento dedicato alle competenze di scrittura sempre più richieste nel mondo del lavoro che sarebbe utile allenare già a scuola. Questo è il testo, parola più parola meno, intervallato dalle slide. Visto che è lungo, questo ritmo testo-immagine-testo, mi è sembrato il più adatto alla lettura.
Insegno la scrittura nelle aziende e nelle amministrazioni da più di vent’anni. Uno strano lavoro, perché i più pensano che a scrivere si impari solo a scuola, una volta per tutte.
Evidentemente non è così, perché oggi non c’è catalogo corsi aziendale che non abbia tra i percorsi di base uno dedicato alla scrittura. Spesso questo percorso è obbligatorio per i neoassunti. Ma oltre le basi della scrittura chiara ed efficace c’è dell’altro: per esempio approfondimenti sulle presentazioni o su quella cosa ineffabile ma fondamentale che è il tono di voce. Le iniziative formative sulla scrittura in amministrazioni ed enti pubblici sono innumerevoli. Da una penuria di libri sulla scrittura siamo passati a una eccellente abbondanza.

E sempre più organizzazioni non solo si dotano di linee guida alla scrittura, ma le pubblicano anche online, a testimoniare consapevolezza e impegno sulle loro scelte linguistiche. Come a dire: “Se ci preoccupiamo di scrivere bene, evidentemente pensiamo e ci comportiamo bene.” Un esempio per tutti: l’INPS.

L’attenzione alla scrittura attraversa tutti i settori di mercato: negli ultimi anni ho insegnato a compagnie assicurative a semplificare le polizze, ad atenei a scrivere i bandi, a squadre di operai specializzati a comunicare via mail con cantieri in tutto il mondo, a enti per il turismo a raccontare i luoghi in maniera autentica, senza cliché e frasi fatte.

Cosa è successo? Tutti hanno improvvisamente capito, quasi per illuminazione, quanto le parole siano importanti per conseguire i propri obiettivi? Nessuna illuminazione, ma parecchie cose concrete.
Prima di tutto, è sotto i nostri occhi come la parola scritta sia dilagata ovunque: siti, email, newsletter, social, messaggistica. E naturalmente anche nei video e nei podcast, che hanno bisogno di sceneggiature eccellenti e robuste. Nella progettazione di un messaggio scritto le variabili in gioco si sono moltiplicate: non solo obiettivo, contesto e il famoso destinatario, ma anche lo strumento o il canale, l’ora di pubblicazione, la stagione, persino lo stato d’animo di chi legge… tenerle insieme in un messaggio equilibrato, che deve essere quasi sempre anche sintetico, non è facile.
Secondo, il calo della concentrazione e dell’attenzione, sperimentato da ciascuno di noi nella quotidianità. Qui non c’è bisogno di citare le generazioni più giovani, perché è qualcosa che conosce benissimo anche una persona come me, che fa questo mestiere e che sicuramente è una lettrice forte. Farsi leggere non è mai stato scontato, e una grande studiosa della lettura ce lo ricorda fin dalla prima frase di un suo splendido libro: “Non siamo nati per leggere“. Oggi farsi leggere è diventato una sfida in cui il come si scrive diventa decisivo: una sfumatura o un incipit possono cambiare il destino di un testo: lettura o cestino, è un attimo. Oppure capire al volo o fischi per fiaschi, a volte con conseguenze molto serie. E anche questo è un attimo.
Terzo, e questo è meno evidente ai più ma molto evidente a me e a chi nelle organizzazioni si occupa di scegliere, formare e far crescere le persone: le competenze di scrittura acquisite a scuola e magari poco praticate all’università nel mondo del lavoro non bastano. Non vuol dire che non servono, ma che ne servono anche altre, nuove e diverse. Il motivo è semplice: negli ultimi due decenni il mondo è profondamente cambiato: stiamo vivendo una delle maggiori rivoluzioni della comunicazione nella storia dell’homo sapiens…. Come possiamo pensare di affrontarla senza aggiornare i nostri strumenti, soprattutto quelli acquisiti nell’età della formazione?

Quello che sulla scrittura si apprende a scuola si incide in noi profondamente, crea credenze che spesso durano tutta la vita. Una delle frasi più ricorrenti in un’aula di formazione in un’azienda è: “Ma a scuola mi hanno insegnato così!”. Un esempio: non ripetere la stessa parola a breve distanza, che porta a una spasmodica e spesso inutile ricerca dei sinonimi. Nel contesto scolastico quasi sempre quell’insegnamento è giusto, ma le persone lo ricordano come un imperativo normativo, qualcosa che non si discute. Peccato: il linguaggio è il regno della versatilità e della flessibilità, una convinzione e un’esperienza con le quali bisognerebbe crescere, perché si traducono in fiducia nelle proprie possibilità, in libertà di spaziare. Mi sono quindi sentita molto confortata quando sull’account Instagram di un maestro della linguistica come il professor Michele Cortelazzo, ho letto nella sua short bio “Smontiamo le false certezze sulla lingua italiana che ci hanno insegnato a scuola.”

Ora, so bene che parecchie credenze e false certezze, ancora diffuse tra professionisti anche molto giovani, non vengono più propugnate nelle aule scolastiche e che la didattica dell’italiano è molto cambiata. In questo intervento vorrei però portare l’attenzione su alcuni aspetti che, se affrontati e rafforzati già in età scolare, aiuterebbero ragazze e ragazzi a muoversi meglio nel mondo del lavoro, e qualche volta anche nella loro vita personale.
Il primo è imparare a scrivere per una pluralità di formati. In una circolare aziendale, in una news sul sito, in un’email, il modello imperante è ancora quello che chiamo scherzosamente “il modello temino”, cioè quello che la prende alla larga, quasi sempre attraverso un’introduzione di contesto per poi avvicinarsi pian piano al dunque e ridiscendere in una conclusione il più delle volte un po’ scontata e rituale. Quello che anche oggi può andare benissimo per un saggio non va invece per niente bene per gran parte della comunicazione contemporanea professionale: email, podcast, infografiche, caroselli per Instagram o Linkedin, lettera di presentazione per una candidatura, presentazione per ottenere un finanziamento, lettera di una onlus per trovare nuovi donatori, istruzioni per pagare le tasse o per richiedere online un referto medico, scrivere un bilancio.

Quasi tutti questi strumenti e occasioni comunicative richiedono testi meno discorsivi e più strutturati. Cosa vuol dire “strutturati”? Vuol dire organizzati in elementi più brevi e autonomi e scanditi da elementi visibili, che orientano la lettura: titoli, sottotitoli, didascalie, elenchi, grassetti, corsivi.

Non sono testi ancillari, di contorno, di serie B. Oggi sono la necessaria porta di ingresso a qualsiasi testo, soprattutto ai testi lunghi.

Oggi i testi lunghi si leggono eccome, al contrario di quanto spesso si dice, ma perché si leggano la loro struttura si deve poter scorrere in quella prima lettura “al volo” che oggi tutti facciamo prima di immergerci nella lettura lineare e “profonda”.

Non dobbiamo scomodare scrittori e filosofi ─ da Montaigne a Leopardi ─ per sapere quanto scrivere ottimi testi brevi sia ben più laborioso che scrivere testi lunghi. Ma è un impegno che ripaga: un titolo − informativo, evocativo o tutti e due − viaggia da solo online ad annunciare il contenuto; l’oggetto di un’email è determinante nel far sì che si apra o meno; i sottotitoli di un rapporto o di una ricerca possono diventare altrettante slide o un carosello su Instagram, o popolare un’infografica, o offrire a colpo d’occhio il contenuto di una newsletter mentre aspettiamo in piedi la metro, o diventare la scaletta e quindi l’ossatura di un testo lungo; la didascalia di un’immagine è un gancio formidabile per far proseguire la lettura di un lungo articolo o essere riproposta su Instagram.
I testi brevi hanno la stessa dignità e importanza dei testi lunghi e discorsivi, solo una funzione diversa. Nella comunicazione contemporanea abbiamo bisogno di entrambi, solo che sui testi brevi siamo molto meno allenati. Eppure l’allenamento si potrebbe fare anche con il classico tema: chiedere di scriverne alla fine il titolo e magari anche i sottotitoli sulla colonna vuota del foglio protocollo significa invitare a rifletterci su, a estrarne l’essenza, a capire se l’argomentazione tiene. Cosette non da poco.
Un altro esercizio utile: scrivere in poche righe l’abstract del saggio breve o di una ricerca, una tesina. Scrivere un executive summary è una delle cose più richieste in molti contesti di lavoro. E che dire dei famosi pitch? Pochissimi minuti a disposizione per convincere gli investitori della validità di un’idea imprenditoriale di una giovane startup. Competenze che possono svoltare una vita.

Anche il più sottovalutato dei formati, l’elenco, vive un momento straordinario. Presenta le informazioni importanti una a una, passo passo, con tutte le parole chiave all’inizio e una struttura parallela sulla quale la mente che legge scivola senza fatica. Può andare dalla semplice chiarezza dei compiti assegnati alla icasticità convincente di un manifesto. Costringe a valutare, scegliere, scartare, sia idee che parole, per arrivare a un testo che si impone con il suo ordine e ritmo visivo. Anche queste, cosette non da poco.

Esercitarsi sui formati e sui testi brevi porta a un’altra attenzione, cioè a domandarsi: “Ma chi mi legge?”, “Cosa vorrei che sapesse, pensasse, facesse dopo aver letto il mio testo?”, “Cosa ne sa già di quello che gli sto raccontando?”. Rispondere a queste domande può portare a scelte molto diverse e soprattutto ci fa uscire da noi stessi e almeno provare a metterci nei panni di altre persone, guardare le cose da altri punti di vista. A scuola, ma credo soprattutto all’università, che è più prossima al mondo del lavoro, si scrive per i professori e per dimostrare qualcosa; nella vita e nel lavoro si scrive per tante persone diverse e per far accadere qualcosa. Una bella differenza.

Sapersi muovere lungo una molteplicità di formati, di registri e di stili, per modulare i messaggi scritti diventa fondamentale e non si impara dall’oggi al domani. Eppure cosa c’è di più versatile e duttile del linguaggio? Nei laboratori di scrittura per i professionisti si fa soprattutto questo: si impara o si reimpara a plasmare i testi, ad affondarci le mani dentro come nella pasta o a dar loro una forma che risponde alle nostre intenzioni, che crea e rafforza relazioni. Quando si comincia a fare questo, di solito l’emozione prevalente è una piacevolissima sorpresa:
- davvero potevo dirlo anche così?
- incredibile: basta cambiare l’incipit e cambia tutto
- non mi ero mai accorta che i miei periodi fossero così ingarbugliati
- allora ripetere una parola non è vietato!
- che potenza una frase di sole due parole!
Si riprende il gusto di scrivere, di sparigliare le carte, di osare per vedere l’effetto che fa. Se è bello da professionisti adulti, sicuramente è ancora più bello a scuola, dai 6 ai 18 anni.
Nei tempi veloci e parecchio distratti che viviamo, saper scrivere anche testi brevi e asciutti e saper modulare il tono di voce di un testo sono quindi competenze da non rimandare al momento in cui serviranno nel lavoro. Ci possono essere utili due strategie, in gran parte antiche:
La prima strategia è attingere a un vocabolario ricco e sviluppare sensibilità alle parole: non solo al significato, ma al peso, al colore, al suono, all’alchimia, cioè agli effetti che si possono ottenere dall’accostare le parole tra loro in modi freschi e inconsueti. Più che sulle grammatiche o sui manuali questa sensibilità si affina frequentando la letteratura e la poesia, o giocando seriamente con le parole, la materia prima di giochi infiniti e meravigliosi, che non hanno niente di infantile, anzi. Io ho un set di giochi di parole che faccio fare anche ai professionisti adulti: non per farli divertire, ma per far loro sperimentare l’estrema libertà del linguaggio.
C’è poi un altro aspetto, che si ricollega alla scrittura di testi sintetici e brevi: più parole conosciamo, meno ce ne servono, perché le parole precise, dense, evocative ne rendono superflue tantissime altre. Da sole definiscono, ritagliano, colorano, fanno immaginare.


La seconda strategia è ristudiare, come in tanti stanno facendo, le figure del discorso, cioè la retorica, a torto considerata una disciplina antiquata e polverosa. Invece le figure retoriche, gli “schemi” di parola e di pensiero, permeano tutta la comunicazione contemporanea. Per cogliere l’attenzione, convincere, impressionare, farsi ricordare. Negli spazi angusti degli schermi pochissime parole riescono a evocare e far immaginare tantissimo. Apple in questo è maestra. Padroneggiare la retorica rende più forti e consapevoli sia quando si scrive sia quando si parla.
Con il vocabolario ricco e preciso creiamo immagini nella mente di chi legge, con le figure retoriche possiamo evocarle e persino farle esplodere, riecheggiare o rimbombare. Serve, in un mondo dominato dalle immagini? Serve, perché una cosa sono le immagini che qualcun altro ha scelto per noi, un’altra le immagini che creiamo noi nella nostra mente in base al nostro vissuto, alla nostra cultura, ai nostri desideri, ai nostri sogni. Immagini solo nostre. Saper sviluppare questo immaginario, frequentarlo attraverso la poesia e la letteratura, è un tesoro per la vita.

La professoressa Naomi Baron, relatrice a questo convegno, nel suo libro Come leggere ci dice che studentesse e studenti che leggono molta narrativa hanno risultati migliori in tutti i test, di tutte le materie. Sarà perché leggere narrativa ci fa entrare con il nostro immaginario nei mondi che autrici e autori hanno preparato per noi.

Naomi Baron ci dice un’altra cosa interessante per i tempi che viviamo: niente aiuta ad apprendere e a ricordare quanto intervenire attivamente e fisicamente sul testo, manipolarlo per farlo proprio. Aggiungo io: smontarne il meccanismo, analizzarne le parti, capire come funziona, per poi magari rimontarlo in altro modo. Lo si può fare con tutti i testi, fisici e digitali. I modi sono tanti, come sappiamo: estrarre, riassumere, mappare, titolare, aggiungervi qualcosa di nostro. Meglio se a mano, ma la professoressa Baron suggerisce anche molti modi per farlo in digitale e ne auspica di più per il futuro.

Queste attività presuppongono un rapporto intimo con il testo, una sorta di benefico “corpo a corpo”, che ha i suoi tempi. E qui vengo a una questione che ultimamente mi occupa molto: le intelligenze artificiali generative favoriscono questo rapporto o ce ne allontanano?

Non ho una risposta, ma osservo con grande curiosità il loro effetto su di me da quasi due anni. ChatGPT e Claude fanno già egregiamente molte delle operazioni sul testo di cui ho parlato. Avrebbero anche potuto scrivere questo stesso intervento, con un po’ di pazienza e i giusti prompt. Magari avrei potuto integrare una loro prima bozza con le mie idee e gli esempi. Avrei risparmiato un sacco di tempo.
Quando ho cominciato a smanettare con l’AI, ritrovarmi un testo di partenza in pochi secondi mi affascinava. Lo schermo bianco, con la sua incertezza sul risultato, getta nel panico tutti, anche me dopo tanti anni. Pian piano ho capito di avere bisogno di quell’incertezza, di quel panico, perché mettono in moto il mio cervello, lo strappano all’inerzia. E cominciare a sentire le rotelline girare, per poi accelerare e scrivere veloci e finalmente nel flow è una sensazione bellissima e appagante. Mi ricorda che le parole nascono prima di tutto nel corpo. E mi ricorda che non scrivo solo per produrre, scrivo soprattutto per pensare. Vale per tutti.

Quando ho cominciato a stendere questo intervento avevo solo la scaletta che avevo dato all’organizzazione mesi fa, una ventina di righe appena. Tutto il resto è scaturito nel tempo con uno schermo davanti: prima vuoto, poi sempre più affollato di idee tradotte in parole, infine lucidate una per una. Un processo che si è snodato lungo vari giorni nei quali ho appreso molto. Perché il testo è un maestro: ci suggerisce idee e connessioni, ci spinge avanti proprio grazie a quanto veniamo man mano scrivendo. È quello che chiamo “il corpo a corpo con la parola nuda e cruda”. Qualcosa di incerto, faticoso e a tratti pauroso, ma irrinunciabile se vogliamo produrre idee prima che parole e se vogliamo scrivere consapevoli dell’impatto di ogni scelta che facciamo. Qualcosa che richiede un suo tempo umano.
Naturalmente dopo aver messo il punto, ho dato il testo in pasto a Claude e ChatGPT, incalzandoli al massimo.
Come definiresti lo stile di questo speech?
Aggiungeresti qualcosa?
Quali domande ulteriori suscita?
Immagina di ascoltarlo e di voler fare a me relatrice domande “cattive”?
Mi fai un abstract?
Ora ricavane un articolo e sottotitolalo
Abbozzami la presentazione su slide
Suggerisci almeno altre tre conclusioni, di quelle memorabili
L’AI aiuta immensamente chi scrive, ma allo stesso tempo allontana dal rapporto diretto, anche fisico, con le parole. Qualcosa che vale assolutamente la pena preservare e custodire gelosamente, mentre l’AI fa il “lavoro sporco e ripetitivo” al posto nostro, quello cui si addicono i tempi veloci. Due cose che non sono affatto in contraddizione, anzi: dopo due anni di sperimentazioni, infatti, mi sono resa conto che per ora (due paroline obbligatorie quando si parla di intelligenze artificiali generative) più siamo brave e consapevoli noi, migliore sarà il lavoro che chiederemo all’AI.
Le tre conclusioni alternative mi sono state suggerite, ma non mi hanno convinta. Sono così tornata alla mia maestra delle origini, Annamaria Testa, che così conclude i suoi Minuti scritti:

















Luisa, quanti entusiasmanti spunti. A provocarmi particolare gioia oggi: “che potenza una frase di sole due parole!”. Grazie, davvero. Andrea
Grazie a te, Andrea!
Che bella lettura! Mi ha dato la carica per continuare ad approfondire i miei studi da autodidatta. Grazie di cuore!