Darsi un tono di voce
Dici o scrivi “tono di voce” e immediatamente pensi a grandi brand che riconosci all’istante anche da una frase, un colore, uno sguardo fugace al loro account Instagram. O a piccoli brand di nicchia, che sono emersi proprio grazie al loro inconfondibile tono di voce, perché esprime la loro “unicità”, come dice Valentina Falcinelli, una che se intende. Succede perché quel tono di voce ispira ogni scelta – verbale, visiva, comportamentale – del brand, scaturisce da quelle scelte.
Insomma, il tono di voce credibile e autentico “arriva” a far parte della natura del brand, ma solo dopo averci lavorato con onestà e convinzione. Cosa molto diversa è “darsi un tono”.
Mi è tornata in mente la scorsa settimana, quando ho condotto un laboratorio di scrittura delle circolari aziendali in un grande gruppo bancario. Le circolari, soprattutto in un gruppo ampio e distribuito in tutta Italia, servono a dare indicazioni su cosa fare, come, quando e perché. Cose molto pratiche, dunque… che c’entra il tono di voce?
C’entra, c’entra perché, insieme alle dieci persone che partecipavano, abbiamo capito che quelle circolari erano lunghe lunghe e difficili da leggere soprattutto perché cercavano di “darsi un tono”, cioè, secondo il Dizionario Treccani:
darsi (un) t., assumere un contegno sostenuto, o darsi importanza
Prontuario per scrivere dandosi tono e importanza
Come ci si dà un tono parlando o scrivendo? Così:
- si sceglie una locuzione lunga (in data odierna) quando se ne può usare una più breve o una sola parola (oggi)
- si sceglie una parola lunga (rappresenta, consiste in) quando se ne può usare una più breve (è)
- si infarcisce il testo di parole superflue, che puoi semplicemente tagliare e non succede assolutamente nulla (nel
corso dell’anno2023,come noto,a questo proposito). - si usa il congiuntivo à gogo, a volte a sproposito, nella convinzione che sia più “nobile” dell’indicativo
- si usano tantissime frasi fatte, solo perché “le scrivono anche gli altri” e così ci si sente più tranquilli
- si rimarca a ogni piè sospinto l’intenzione di chi scrive (comunichiamo, evidenziamo, rappresentiamo, preme sottolineare, si precisa che)
- si scrivono periodi lunghissimi, possibilmente con una subordinata o un riferimento normativo all’inizio, garanzia di abbandono della lettura o irritazione e frustrazione per chi legge
- si ricorre a un lessico burocratico simil-legale, senza che ve ne sia necessità (fatti salvi i diritti del cliente invece di il cliente mantiene i suoi diritti)
- si adotta una struttura discorsiva (che si deve leggere parola per parola) al posto di una strutturata (fatta di titoletti, elenchi, elementi grafici).
“Ci sono due tipi di lingua artificiale: quella pomposa e quella burocratizzante.”
Lo scrive la linguista e traduttrice Mariarosa Bricchi in un libro bellissimo, La lingua è un’orchestra.
Quando i due tipi si uniscono l’effetto può essere tremendo.
Consapevolezza e sicurezza di sé, altro che tono!
E arrivo alla domanda che ci siamo fatti nel laboratorio: “Ma è proprio necessario darsi un tono?”
Sarete d’accordo con me che a darsi un tono sono le persone insicure, oppure quelle molto tradizionali, che ritengono di banalizzare quello che dicono se adottano un tono più asciutto e diretto. Per le aziende, o le amministrazioni, vale la stessa cosa. Una sicura di sé non ha alcun bisogno di darsi un tono.
Il gruppo bancario in questione dava molti segnali di sicurezza di sé, a partire dagli ambienti fisici: vetri, legno, piante, trasparenza, arredi coloratissimi, spazi ampi anche per rilassarsi e fare due chiacchiere, soluzioni tecnologiche che hanno facilitato il nostro lavoro, a partire da uno schermo spettacolare sul quale abbiamo condiviso le riscritture. Un ambiente e un tono di voce ─ questi sì ─ assolutamente contemporanei. E così ci siamo dati l’obiettivo di allineare anche il linguaggio delle circolari a quella sicura contemporaneità.
Perché la scrittura ─ soprattutto quella di un’organizzazione ─ è sì questione di indicazioni e buone pratiche, ma prima di tutto una questione di prospettiva (guardo dal punto di vista dell’utente e guardo alle mie intenzioni) e di consapevolezza (capisco cosa fa funzionare il testo e cosa no, e valuto l’impatto delle mie scelte).
Cambiato il punto di vista, le parole naturalmente seguono. Nel percorso di riscrittura ed editing collettivo le nostre circolari hanno perso dal 30% al 50% dei caratteri e sono arrivate alla mèta strutturate e superleggibili già a colpo d’occhio. Senza pomposità e senza complessi.
Tell it like it is è il titolo dell’ultimo libro del grande Roy Peter Clark. Orsù, seguiamo il suo consiglio: è facile facile e molto liberatorio.


Grande Luisa,
da Cantastorie dico parlare “pane e salame”.
Bravissima, scrivere con consapevolezza in azienda è farli meditare almeno un po’.
Ti abbraccio forte,
Piera
Ricambio il tuo abbraccio, Piera.
Cara Luisa, sono d’accordo.
Dopo aver pubblicato su Instagram un post su questo tema, la scorsa settimana mi è arrivata su Threads una risposta sconcertante in cui, senza aver letto l’intero post (per sua ammissione), l’utente sosteneva che il “burocratese/pomposo” è impossibile da semplificare e che nel 2024 l’ignoranza di chi legge non è più ammessa; inutile fargli cambiare opinione, e sì che ci ho provato.
La strada da fare è ancora molto lunga, ma noi ci siamo e combattiamo. 🙂
Un abbraccio,
Emanuele
Una risposta che parla solo di supponenza e arroganza. Ma noi andiamo avanti, no Emanuele?
Ciò che scrivi nel post, cara Luisa, lo riscontro in ogni comunicazione di uffici pubblici, compagnie di trasporto, Asl & Co. Persino in quelle scritte al pc dal personale e appiccicate a mo’ di parati sulle… pareti!
Mi chiedo sempre quale folletto alberghi nella mente di chi concepisce gli avvisi fatti per non essere compresi dal pubblico, spesso fatto di anziani o stranieri che non conoscono bene la nostra lingua.
I testi contorti di banche, assicurazioni e dintorni secondo me manifestano il desiderio di instaurare un rapporto di subalternità nei confronti del cliente/lettore. Come se dicessero: io ne capisco più di te e quindi ti sono superiore.
Mi conforta sapere che ci sia la tua mano dietro lo snellimento di testi complicati, perciò ti ringrazio da lettrice e cittadina.
Grazie sempre per condividere con noi le tue significative esperienze professionali.
Saluti a tutti!
Marinella Simioli
Vero quello che dici, Marinella, ma per fortuna le cose cambiano. Lentamente ma cambiano.
Ciao Luisa,
come sempre grazie per queste letture tra le righe di un linguaggio spesso incomprensibile. Mi piace molto il contrasto tra “tono di voce” e “darsi un tono”.
A volte, però, ho l’impressione che chi scrive burocratese sia intrappolato in un certo modo di pensare senza rendersene più conto. Certe formule diventano semplicemente un automatismo. Mi è venuto in mente quel passaggio di Novecento di Baricco, quando il comandante della nave, in un momento di forte emozione generale, riesce dire soltanto “Tutto questo è contro il regolamento” e precisa che “come tanti uomini abituati a vivere in divisa, aveva finito per pensare, anche, in divisa.”
Però, come tu ci insegni, la consapevolezza aiuta pian piano a scrollarsi di dosso il superfluo. Nella scrittura come nella vita 🙂
Hai ragione, Federica: non c’è intenzione, ma solo un comodo automatismo. Per questo la consapevolezza è l’antidoto 🙂
Andiamo avanti sì! 😉