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risali negli anni

25 Settembre 2020

La bella estate delle etimologie

Alla fonte delle parole. Copertina del libro di Andrea Marcolongo.

Ricorderò l’estate 2020 per molti motivi. Ho rivisto la Cappella Sistina con poche altre decine di persone e gli arazzi di Raffaello praticamente da sola. Ho cominciato a leggere Murakami Haruki e mi sono innamorata di Emmanuel Carrère. Ho definitivamente abbandonato le corsette al parco per le corsie della piscina. Soprattutto, mi sono fatta accompagnare da un libro straordinario, che ho messo subito nel mio scaffale ideale dei libri “decisivi”.

Di libri, articoli, prediche sull’utilità di approfondire l’etimologia delle parole ne ho letti a vagoni, ma Alla fonte delle parole. 99 etimologie che ci parlano di noi di Andrea Marcolongo batte tutti per intensità e forza persuasiva. Un libro potente, eppure delicatissimo, dal quale si esce fermamente convinti che sì, “siamo tutti chiamati a vivere da filologi”.

Sono infatti quasi trecento pagine che pullulano di vita: quella degli antichi Greci, per i quali c’era perfetta coincidenza tra le parole e le cose, quella dell’autrice e quelle degli scrittori di ogni epoca che lei chiama di volta in volta a parlare con noi. E poi la nostra, di vita.

Ogni etimologia è infatti uno specchio in cui riflettersi e riflettere. Quello che restituisce non è un’immagine, ma una verità. La definizione di ètimo è “significato della parola” e per i greci significava “vero”, “reale”, “genuino”.

Tra le 99 parole ce ne sono di solenni ─ vita, poesia, solitudine, dolore, libertà, senso e significato, mortale ed eterno ─, di leggere e soavi ─ fiore, delicatezza e delizia, virgola, fantasia, arcobaleno, farfalla, margherita, seta ─, di inaspettate  ─ labirinto, diafano, sornione, verderame, barzelletta, mongolfiera. Sono raggruppate secondo i nomi greci dei colori, che in realtà indicano gradazioni di luce.

Risalendo su su fino al greco antico e all’indoeuropeo, la “protolingua” da cui deriva la maggior parte delle nostre tra Europa e Asia, ognuno troverà negli ètimi le sue personali verità, illuminanti e spesso consolanti.

La parola felicità viene dal verbo greco phýo che significa “io vivo”, “io germoglio”, “io produco”; saperlo ci farà abbandonare ogni vana ricerca di uno stato di perfezione e viverla piuttosto nelle attività di ogni giorno.

“La felicità è l’energia dell’agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare, di essere vivi e dunque fertili, di veder sbocciare i fiori che siamo.”

Chiunque si sentirà meglio leggendo la riflessione sulla parola abbandono. Che ricorda sì momenti strazianti, ma che contiene anche la parola dono.

“Forse che essere lasciati per sempre da chi non ci vuole più (o da chi non ci ha mai voluto) può rivelarsi un giorno lontano un regalo, anzi, una vera e propria liberazione?”

Considereremo il viaggio sotto tutt’altra luce conoscendone l’origine. Deriva dal latino viaticum, “quello che serve per viaggiare”. Niente a che fare con lo spostamento fisico, ma molto con la preparazione interiore, con ciò che abbiamo e ci portiamo dentro.

Così l’ambizione diventa una cosa bella e auspicabile, che può solo renderci migliori se interpretata secondo la verità dell’ètimo. Ambire deriva dal verbo latino ire (“andare”) più il prefisso amb- (“intorno”). Girare intorno alle cose per capirle e capire meglio noi stessi, tutto qui.

“L’ambizione è consapevolezza.”

Noi che scriviamo tanto per il marketing valuteremmo diversamente anche l’onnipresente parola passione se sapessimo quanto è etimologicamente parente di pazienza.

Ma l’ètimo che più ha parlato alla Luisa professionista è semplice, parola che ispira tanto del mio fare, scrivere, insegnare. Deriva dal latino simplex composto dalle radici di *sem- “uno, uno soltanto” e di *plec, dal verbo plectere “allacciare” e plicare “piegare”.

Semplice è colui che è intimamente allacciato a se stesso e al variegato mondo in cui vive.”

Semplice riguarda quindi l’essere, almeno quanto facile riguarda il fare.

“L’ètimo di una parola, una volta compreso, sarà per sempre nostro ─ mai si potrà barattare o ingannare. Vivere nel paese delle meraviglie non ci è dato. Abitare la terra delle parole attraverso il dire invece sì.”

E a proposito di semplice:

“La lingua, e gli esseri umani che la parlano, hanno sempre avuto bisogno di differenziare il più possibile. Non per complicare le cose, ma per rendere più semplice il dire, senza fraintendimenti.”

Per scrivere semplice, cioè per aderire profondamente alla realtà delle cose e farsi capire, serve un vocabolario estremamente ricco. Ci basteranno meno parole, perché una parola precisa non ha bisogno di farsi aiutare da altre parole intorno.

Ecco perché mi sono sentita così ricca e piena dopo aver finito questo libro. Che mi ha lasciato anche qualcos’altro: un grande senso di vicinanza, di intimità. Intimità con gli antichi Greci, così limpidi e così precisi. Intimità con gli indoeuropei, così lontani da non averci lasciato traccia scritta, ma le radici di tantissime parole che usiamo ogni giorno. Intimità con i miei contemporanei che vivono a decine di migliaia di chilometri da me, magari sulle rive del Gange, con i quali condivido quelle radici, a volte così facilmente riconoscibili.

Risalire agli ètimi delle parole è così interessante, attuale e utile per possedere le parole e quindi la propria presa sul mondo che quest’anno il più blasonato dei vocabolari della lingua italiana, lo Zingarelli, ne propone 400, contraddistinte da un alberello.

Alcune, l’editore Zanichelli ce le serve fino a casa con l’iniziativa Cibo per la mente: 7 menu in forma di cartoline illustrate dall’artista Fernando Cobelo.

5 risposte a “La bella estate delle etimologie”

  1. Grazie per questo ottimo consiglio di lettura! Il passato – storico, etimologico, letterario che sia – riesce sempre a essere attuale e a donarci qualcosa.

  2. Post che invita e invoglia a immergersi nelle parole in modo ragionato e istruttivo, cara Luisa. Ci hai svelato l’etimologia di alcune parole, come felicità, e ce le hai mostrate sotto una luce diversa. Stupisce che usare abitualmente una parola non implica conoscerne l’origine.

    Ho notato che quando conosco la genesi di un lemma, lo uso in modo più consapevole. “Amore”, per esempio, deriva da a-mors, cioè “senza morte”. A chi mai verrebbe in mente di associare l’assenza di morte, come concetto, a una parola patrimonio degli innamorati?
    Voglio prendere la sana abitudine di rivisitare la nostra lingua. Sento che percorrerne i sentieri a ritroso me la renderà ancora più affascinante.

    Grazie ancora, Luisa, instancabile scandagliatrice di argomenti interessanti.
    Buon tutto a tutti

    Marinella Simioli

    ps: svuoto le librerie ma poi le riempio di nuovo con tutti i libri che consigli!

  3. Sempre preziosi i tuoi consigli, l’etimologia delle parole ha un grandissimo impatto con il nostro linguaggio e i nostri comportamenti. Sarà il mio libro di ottobre.
    Pure io prediligo le corsie, trovo che la scrittura di Carrère sia eccellente e per Murakami dovrei aggiungere mille cuori, penso che A sud del confine, a ovest del sole sia meraviglioso, ma non li ho ancora letti tutti.
    Grazie e buon autunno.
    Chiara Stival

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