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risali negli anni

21 Ottobre 2019

Il linguaggio umano si addice alle HR

Bisogna pur dirlo una buona volta, e lo dico. La parola “ingaggio” e il verbo “ingaggiare”, che rappresentano uno degli obiettivi e quindi dei risultati più ambiti per tutte le Risorse Umane, anzi Human Resources, non è solo orribile. È fuorviante, perché significa altro. È provinciale, perché ricorre a un calco dall’inglese di cui non c’è alcun bisogno dato che le parole per dirlo, e dirlo meglio, in italiano le abbiamo eccome.

Io sono tutt’altro che una purista. Non terrei mai fuori un termine inglese se questo facesse apparire le persone o l’organizzazione per cui scrivo imprecise, antiquate o ridicole. Ma quando leggo che l’obiettivo di un progetto è l’ingaggio dei dipendenti, o vedo in una slide ingaggiare tra gli obiettivi, o sento definire un’iniziativa ingaggiante mi vengono i brividi. Per non dire di quando qualcuno vuole ingaggiare me: mi basta la spia di quel verbo per dire no.

Il significato in italiano è ben lontano dall’inglese to engage, nelle sue varie sfaccettature di coinvolgere, impegnarsi, dedicarsi, attrarre, attirare, e da quell’adesione umana, profonda, spontanea e, appunto, coinvolgente, che ci si augura di suscitare nelle proprie persone.

In italiano, dice lo Zingarelli, ingaggiare significa:

  • dare in pegno, offrire come pegno
  • arruolare, assoldare, assumere qualcuno con un contratto (soldati mercenari, atleti, equipaggio di una nave)
  • dare inizio a qualcosa, specialmente a una lotta, a una battaglia, a un combattimento.

Le regole di ingaggio sono “quelle che stabiliscono il comportamento di unità militari, specialmente impegnate in missioni di sorveglianza  e controllo, con riferimento all’uso della forza”. Brrrr…

Questo significato “militaresco” c’è anche in inglese, ma più raro e secondario rispetto al più generale e positivo coinvolgere/coinvolgersi.

Qualcuno obietterà che ormai il significato risorseumanese è entrato nell’uso, che la lingua cambia e si arricchisce anche con parole straniere, ma il divario tra un ambito che lavora sulle persone, i comportamenti e i valori e quello militare e mercenario mi sembra veramente troppo ampio.

In italiano il verbo c’è: bello, preciso, evocativo. È coinvolgere, che accanto a indubbie connotazioni negative (“coinvolto in un losco affare”) ne ha anche di molto positive. Un film o un libro coinvolgente è sicuramente bellissimo e avvincente, irresistibile. Come si ripromette di essere il progetto delle Risorse Umane, che non vuole certo trascinare le persone a forza o costringerle a partecipare, ma far sì che siano loro ad aderire volentieri e con convinzione. Ecco, tutte queste belle e auspicabili cose nell’ingaggio non ci sono proprio.

Un progetto che riguarda le persone può anche avere l’obiettivo di suscitare la partecipazione, l’interesse, persino passioni o entusiasmo, o può far sì che partecipino o che si facciano avanti, si sentano di partecipare o lo desiderino, che abbiano voglia di impegnarsi, di buttarsi, di esserci a seconda del canale, del contesto, del tono di voce scelto.

E poi chi l’ha detto che il famoso progetto vada definito per forza con un aggettivo dichiarativo, una delle scorciatoie del più pigro aziendalese? Non sarebbe meglio raccontarlo, quel progetto, e far sì che siano le stesse persone a reagire e a definirlo? Quante diverse, personali, sentite definizioni avremmo allora? Audace, chi l’avrebbe mai detto? Fantastico, voglio esserci. Proprio per me: dove ci si iscrive?

Responsabili Risorse Umane, comunicatori aziendali, un po’ di coraggio, orsù! Siate umani, anche nella scelta delle parole.

11 risposte a “Il linguaggio umano si addice alle HR”

  1. “Quando leggo che l’obiettivo di un progetto è l’ingaggio dei dipendenti, o vedo in una slide ingaggiare tra gli obiettivi, o sento definire un’iniziativa ingaggiante mi vengono i brividi. Per non dire di quando qualcuno vuole ingaggiare me: mi basta la spia di quel verbo per dire no.”
    Un motivo in più per volerti ancora più bene.

  2. Il tuo post, cara Luisa, rinfocola la questione ciclica sull’uso di parole italiane derivate da una impropria traduzione dall’inglese. La gravità dell’uso sconsiderato di queste parole, spesso inquietanti come “ingaggio”, oggetto del tuo post, è duplice. Si usa infatti un italiano ingannevole e si finisce per ignorare il significato dell’ipotetico equivalente inglese.

    In conclusione, cerchiamo di avvalerci quanto più possibile dell’italiano, non solo perché è la nostra lingua, ma perché possiede un vocabolario infinito e preciso. Limitiamoci a scomodare l’inglese solo quando è inevitabile… e quando siamo più che certi del significato esatto delle parole!

    Grazie a te, Luisa, che ravvivi ogni volta la discussione con i tuoi spunti sulla lingua.
    Buona lettura a tutti

    Marinella Simioli

  3. Rievoca un ambiente militare, in alcune pubbliche amministrazioni particolarmente antiquate trovai queste parole nella loro documentazione: ‘reclutamento di personale’ e nel linguaggio verbale usavano la parola ‘manodopera’ anziché risorse umane. Non riescono a rimanere umani, destavano preoccupazioni, inquietudini perché sembravano robotici.

  4. Ciao, Luisa. Che dire? Sembra che le “parole di guerra” siano amate e non ci si sforzi per avere orizzonti differenti.

    Il professor Ercolani, nel suo ultimo saggio “Figli di un io minore” parla di una società, la nostra, “misologa” e non c’è da stare allegri 🌸

  5. Grazie infinite Luisa per questo ennesimo incoraggiamento a proseguire sulla strada del coraggio. Coraggio di essere chiari e trasparenti e di usare la lingua viva che è la più umana e inclusiva.

  6. Pigrizia pigrizia e ancora pigrizia. In azienda e nel privato. Che ne pensi di: ti spedisco una mail? Suscito espressioni strane quando dico: ti spedisco una lettera (elettronica). È davvero uguale

  7. Lo sento usare tantissimo anche in ambito comunicazione online: bisogna creare ingaggio, bisogna ingaggiare gli utenti.
    In una lotta a corpo a corpo?, mi viene da pensare ogni volta.

  8. Parole sacrosante Luisa quando dici che per essere chiari e trasparenti bisogna essere sicuri di sé. È la medesima regola che vale per la comunicazione della sostenibilità. Smetti di essere terrorizzato dalle possibili accuse di greenwashing quando sai di essere inattaccabile, quando il tuo agire quotidiano è coerente su tutti i fronti e via dicendo. Sei sei sicuro, puoi comunicare il tuo impegno sul fronte della sostenibilità.

  9. Luisa, vorrei capire meglio che cosa intendi per “provinciale”. Tu scrivi:
    “È provinciale, perché ricorre a un calco dall’inglese di cui non c’è alcun bisogno dato che le parole per dirlo, e dirlo meglio, in italiano le abbiamo eccome”. Intendi dire che è provinciale un utilizzo improprio delle parole finalizzato a farsi belli agli occhi del lettore? Grazie

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