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risali negli anni

12 ottobre 2017

Diciamolo (quasi sempre) in italiano

“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutti quei suoni che non sono propri della nostra.” Lo scriveva Giacomo Leopardi nello Zibaldone e io mi ci riconosco in pieno. A me le parole di altre lingue piacciono, anche quando sono invadenti o un po’ ridicole, qualche volta persino quando sono bruttine. Questo non vuol dire che io le usi con facilità, anzi scelgo quasi sempre di non usarle a favore di una parola italiana, ma sono indulgente verso chi le usa, soprattutto in alcuni contesti. Escludo ovviamente dall’indulgenza politici, istituzioni pubbliche, amministrazioni, grandi aziende che magari hanno nel loro nome la parola “Italia”. Lì cercare la migliore parola italiana è un dovere. Punto.

La frase di Leopardi l’ho letta in questi giorni in un libro che ho apprezzato assai e dal quale ho imparato un sacco di cose. Con Diciamolo in italiano, Antonio Zoppetti ci offre finalmente una ricerca seria e documentata sulla questione dell’invasione delle parole inglesi nella nostra lingua. Sì, perché tutti ne facciamo un gran parlare − ognuno difendendo a spada tratta la sua posizione − ma in realtà ne abbiamo un’idea superficiale e una visione soggettiva, spesso viziata da pregiudizi.

Ho scritto “ricerca”, ma il termine non deve farvi pensare a una noiosa dissertazione per linguisti. Tutt’altro: è un libro scritto con chiarezza e piglio divulgativo per noi tutti. Funzionari pubblici, insegnanti, giornalisti, blogger, semplici cittadini. Io l’ho letto e annotato piacevolmente in quattro ore di treno.

Ci troviamo i dati sugli anglicismi entrati negli ultimi anni nei principali dizionari italiani, e soprattutto “quali” anglicismi (la questione è interessante perché ne esistono di tanti tipi!), il confronto con le principali lingue europee, le politiche linguistiche dei diversi paesi, una storia di come la nostra lingua ha preso in prestito parole di altre lingue e cosa è riuscita a farne, da quali settori effettivamente arrivano oggi gli anglicismi, e perché. Tutte cose che ci aiutano a farci un’opinione consapevole sul fenomeno, al di là dei gridi di allarme puri e semplici come questo di ieri del Corriere della Sera: Salvate l’italiano dal linguaggio della moda.

L’ultimo capitolo è dedicato a “Che fare?” Ed è qui che mi assalgono sempre mille dubbi, che rimangono tali ma mi piace condividere. Le iniziative proposte da Antonio Zoppetti le caldeggio tutte e magari si potessero attuare: darci una politica linguistica come altri paesi, conferire all’Accademia della Crusca un ruolo di riferimento ancora più incisivo soprattutto nel promuovere l’uso dei corrispondenti italiani al primo arrivo dell’anglicismo, ideare corrispondenti italiani più evocativi e metaforici che letterali (che venga voglia di usarli, insomma, come il “tramezzino” inventato da Gabriele D’Annunzio), invitare i cittadini a essere più attivi, nella protesta e nella proposta.

Ma mi rimane un grande “ma”. Anche se gli schieramenti in questo caso non hanno pù senso, tra i negazionisti dell’invasione degli anglicismi e i puristi che sbarrerebbero la strada a qualsiasi parola straniera io non saprei dove collocarmi. La verità è che non riesco a vedere negli anglicismi l’unico colpevole dell’impoverimento lessicale dell’italiano che usiamo tutti i giorni. Impoverimento che non si può negare, così come massiccia è l’invasione dell’inglese, di cui Zoppetti ci fornisce ampie prove.

Anche a me location fa orrore e scrivo persino sempre fine settimana invece di weekend, ma non riuscirei a tornare a trucco invece di makeup o a tesserino invece di badge. Perché mi vengono in mente le signore cotonate degli anni sessanta e le macchinette timbratrici all’ingresso degli uffici. In questo blog e nei miei libri scelgo sempre la migliore parola italiana disponibile, ma se tenessi un blog di moda non mi farei alcun problema a scrivere outfit, must-have o makeup artist. Magari insieme a molte altre parole italiane, ma non farei troppo la purista se questo mi ponesse in distonia con il mio pubblico, che quelle parole usa.

Come il titolo di un libro di Lorenzo Jovanotti che mi è piaciuto molto, io sono per “Viva tutto!”. Mi terrei tutte le parole italiane e pure tutte le parole straniere belle, espressive e contemporanee che mi servono. Penserei meno agli sbarramenti, più a uno studio motivante dell’italiano e dell’inglese. Nella sua bella introduzione al libro, Annamaria Testa ci ricorda che solo il 40% degli italiani conosce l’inglese e cita Tullio De Mauro: “A chi conosce a fondo una lingua straniera non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva l’Americano di Sordi e di Carosone e come fanno troppi ignoranti.”

Più parole conosciamo − in italiano, in inglese e anche in altre lingue − più affiniamo la nostra capacità di scegliere ogni volta con consapevolezza quali usare negli ormai mille diversissimi contesti della comunicazione digitale. Io, come al solito, sono per l’abbondanza.

9 risposte a “Diciamolo (quasi sempre) in italiano”

  1. Grazie di questa recensione e del tuo apprezzamento. E grazie anche dei tuoi “ma”, perché è proprio dal confronto di punti di vista diversi che si rafforzano le proprie posizioni e si permette ai lettori di costruire la propria opinione.
    Sono d’accordo con te, gli anglicismi non sono certo l’unico imputato del depauperamento lessicale, e forse è vero: crescono e si moltiplicano proprio in un contesto di fragilità linguistica più ampio dove è difficile separare le cause e gli effetti. Però il punto che hai bene messo a fuoco è proprio la “capacità di scegliere”, ed è qui che sono preoccupato. I mezzi di informazione stanno propagando parole inglesi in modo stereotipato e senza alternative, e l’entrata di molti anglicismi porta all’obsolescenza dei termini italiani in molti casi; non si possono più usare perché suonano “da signore cotonate”, e altre volte semplicemente decadono fino a uscire dalla disponibilità attiva dei parlanti. Dagli esperimenti con i miei studenti ho constatato l’incapacità di dire in italiano parole come budget, range, privacy e tante altre, per il semplice fatto che stanziamento, gamma o riservatezza non si trovano più nel linguaggio mediatico. E allora ognuno parla come vuole , ma per esercitare il diritto di scegliere per esempio badge invece di tesserino, bisogna che le alternative esistano e circolino. Altrimenti il risultato è che in molti settori, dal lavoro alla moda, dall’economia alle tecno-scienze e all’informatica, non è più possibile fare a meno dell’itanglese.
    Un saluto.
    zop…

    • La questione inglese sì-inglese no ci riguarda molto da vicino, anche perché, come sostiene il giornalista Beppe Severgnini, quando se ne fa uso in politica e in economia, c’è la fregatura dietro. Parlo ovviamente di termini non entrati nell’uso comune, come quantitative easing, per citarne uno. Sfido l’italiano di cultura media a sapere cosa significhi.

      Da conoscitrice e amante dell’inglese, anch’io, quando posso, ne rispetto i confini geografici e, forse sarà diventato un vezzo caparbio il mio, quando posso utilizzo l’omologo italiano. lo faccio deliberatamente, per sforzarmi di parlare una lingua musicale e ricca, e per dare omogeneità e compattezza sia ai testi che alle conversazioni. Ovviamente davanti a parole come “franchising” non posso che rinunciare a tentativi di traduzione.
      Irritantissimo è chi usa termini inglesi e ne deturpa la pronuncia, quando addirittura non ne ignora persino il significato.

      Controcorrente, il che non sorprende, è la decisa presa di posizione dei francesi, che con la legge Toubon del 1994 si sono opposti alla anglicizzazione della lingua francese. La legge decreta che la lingua «dell’insegnamento, del lavoro, degli scambi e dei servizi pubblici» è il francese.

      All’Académie française va riconosciuto un ruolo potente nella promozione della lingua.
      Per avere un esempio del ruolo della Commission générale de terminologie et de néologie, basta leggere il prospetto dei neologismi inglesi e degli equivalenti in francese.
      Certo, nel 2017, in piena globalizzazione, leggere che in francese “mouse” si dica “souris” e “hashtag” ” mot-dièse”, fa un certo effetto.

      Se da un lato ammiro lo spirito fiero dei francesi, che si ergono a paladini della propria identità linguistica, dall’altro non nego l’anacronismo e la impercorribilità della strada da loro intrapresa.
      Mi chiedo allora: qual è il punto di equilibrio tra l’isolazionismo e l’arrendevolezza post-invasione?

      Eccovi il link:
      http://www.academie-francaise.fr/la-langue-francaise/terminologie-et-neologie

      Naturalmente correrò a comprare il libro che hai consigliato: mi interessa molto scoprire come è stato affrontato l’argomento.
      Buona giornata a tutti e grazie sempre a te, Luisa, per essere la nostra bussola editoriale

      Marinella Simioli
      marinella.simioli@virgilio.it

  2. A 62 anni riuscissi ad apprendere un po’ di Inglese mi sentirei più cittadino e forse più capace anche di capire gli strumenti che mi consentono di ascoltare parlare con gli altri ormai vicinissimi.

  3. Contro le barriere sempre ma anche contro ciò che diventa dominante se attecchisce sulla povertà. Il punto dolente infatti è la povertà di lessico che ammala i giovani, e non solo, e la facilità con cui si ricorre a quello che va di moda come lingua utilizzandolo senza una consapevolezza reale, semantica e sociolinguistica. Badge lo dicono tutti, e in questo bisogno di omologazione e di appartenenza cresce la pigrizia espressiva che fa dimenticare le parole in italiano (che esistono) e frena anche la creatività del parlante che smette di cercarle. E una lingua senza cercatori diventa una miniera in abbandono. Non vi pare?

  4. Sono felice di avere stimolato queste riflessioni.

    Vorrei dire a Marinella che la (tanto criticata e derisa) legge Toubon francese arriva dopo una serie di analoghi provvedimenti che risalgono agli anni ’60, proposti da governi sia di destra sia di sinistra (che la lingua sia il francese, da loro, è espresso nella Costituzione) e ho dimostrato che queste leggi hanno funzionato. L’esempio della Spagna è ancora più forte ed efficace delle leggi: lì esistono una ventina di accademie finanziate spesso da banche private, che si adoperano attivamente per l’unità dello spagnolo diffuso in mezzo mondo, con un lavoro di divulgazione di alternative spagnole agli anglicismi che è un punto di riferimento per gli ispanici di tutto il mondo,ed è uno strumento utilizzato proprio dagli organi di informazione. Sono modelli che funzionano cui bisognerebbe guardare perché noi abbiamo invece adottato la “strategia degli Etruschi” che hanno aderito alla romanità fino a esserne inglobati ed estinguersi. Se le alternative non circolano, è chiaro che non possiamo più chiamare “franchising” per esempio “programma di affiliazione” o “catena (o concessione) commerciale”. Non lo sappiamo più fare perché circola un monolinguismo anglicizzato e la gente ripete quel che sente: perde la capicità delle alternativa che alla fine regrediscono e scompaiono. Non bisogna confondere l’internazionalismo, la modernità, il bisogno di una lingua viva di adeguarsi alle novità e la necessità dei neologismi con l’inglese. Un fashion blogger non ha alcun bisogno di dire “spray and splash” (che significa che il tappo a spruzzo si può anche svitare per fare uscire il prodotto direttamente dalla boccetta) invece per esempio di “spremi e spruzza”: questo non è un “prestito di necessità” è una mancata volontà di tradurre. Davanti a un neologismo straniero, se non esiste un equivalente italiano, è possibile inventare una parola nuova (in Spagna chiamano la baby sitter canguro, che trovo una metafora meravigliosa) oppure adattare il forestierismo ai nostri suoni come è avvenuto ai tempi del francese che ci ha arricchiti per esempio di tutte le parole che terminano in -zione, compresa una parola bellissima come emozione. Un tempo questo era un processo istintivo, e davanti al revolver è spontanemanete sorto il termine rivoltella. Ma oggi tutto questo non lo vogliamo né sappiamo più fare, anzi ci appare ridicolo anche se proprio Leopardi diceva che è solo l’uso che ci fa apparire una parola ridicola o meno).

    A Stefano voglio dire che tocca un problema cruciale: quello della trasparenza di certi anglicismi, di difficile comprensione, ma spesso usati proprio con questo scopo: per mascherare come stanno le cose. Questo è tipico del linguaggio pubblicitario o anche di quello politico. RIbattezzare le agenzie di collocamento job center serve per confondere le acque, per far credere che si siano introdotti dei cambiamenti, ma si è solo riverniciata la facciata di strutture che non hanno cambiato nulla a parte il nome, con il risultato che la gente fatica a comprendere e subisce questi anglicismi imposti dall’alto.

    A Sandra dico che ha sviscerato il problema: l’attecchire degli anglicismi si inserisce in un italiano fragile, parlato senza consapevolezza, ripetendo in modo istintivo quello che gli apparati mediatici diffondono. Se questi meccanismi non cambiano, la nostra lingua è destinata a involvere. Ci vuole un cambio di mentalità, un recupero dell’orgoglio linguistico ma ci vogliono anche delle inizative culturali e delle leggi per il rilancio e la salvaguardia della lingua come accade in Svizzera, a proposito dell’italiano.

    Un saluto a tutti

    • Caro Antonio,
      grazie per la risposta precisa e interessante. Prima di aggiungere altre mie considerazioni sul topic, oppps, ci stavo cascando, sull’argomento, aspetto di leggere il suo libro, che mi offrirà sicuramente altri spunti di riflessione. La questione linguistica è così appassionante e attuale che potrebbe intrattenerci all’infinito.
      Nel frattempo, per chiudere con un sorriso amaro, dico che in Italia potremmo dedicarci alla ricerca di equivalenti invece di trastullarci con neologismi-meteore come Italicum, Porcellum e Rosatellum, che ingombrano la mente e l’affaticano in maniera improficua.
      Saluti a tutti

      Marinella Simioli

  5. Salve a tutti, è la prima volta che entro su questo blog, e subito l’occhio mi è caduto su questo post. Vorrei esprimere il mio parere su un po’ tutti gli argomenti affrontati nel post e nei vari commenti.
    Per prima cosa concordo con Sandra, e con il successivo appoggio di Zoppetti [tra l’altro abbiamo un cognome curiosamente simile 🙂 ]. Il problema risiede alla radice, e credo sia colpa di un aumento più che esponenziale degli smartphone e dei discorsi “alla buona”. Ho 25 anni, non sto sempre attaccato al telefono come i miei coetanei, e vi posso garantire che faccio una difficoltà enorme a fare determinate conversazioni serie e stimolanti! A volte le devo persino programmarle! E poi mi ritrovo in stanze con gente di vent’anni più grande di me, per discutere di qualche libro, stupito io e stupiti loro. I ragazzi non leggono più, e credo basterebbe anche solo quello per avere una piccola inversione di tendenza. Io sinceramente sono orgoglioso di me quando riesco a sviscerare qualche bella parola dall’etimologia abbastanza oscura per me, e sono un accanito sostenitore (qua poteva benissimo starci un “fan”) dei sinonimi e dei mezzi giri di parole, per non ripetermi o per rendere anche solo un po’ più originale la lettura.
    Quindi ammetto di non avere un punto di vista esclusivo sulla faccenda, credo però che quando qualcuno vuole fare uno sforzo per trovare il giusto termine, anche solo il più appropriato, lo trova. Quindi qua mi trovo d’accordo con Luisa Carrada, nel senso che istituzioni pubbliche, politici, grandi aziende <> Debbano cercare di trovare questi termini, in ogni contesto possibile.
    Per quanto riguarda invece il francese, vivo nell’unica regione bilingue, dove le ore di Italiano devono essere pari a quelle di francese. Non vi so descrivere come le varie professoresse che ho avuto negli anni decantino la lingua francese. “La langue de l’amour” si sente spesso dire con fare altezzoso. Sinceramente, io sono orgoglioso dell’italiano, del Mio italiano, e credo che sia a portata di tutti. Credo anche che seppur abbiano preso provvedimenti in Francia, di questi tempi potrebbero avere qualche problemino.

    Ps. Attualmente ho la terza media, e ho ripreso i serali a settembre, a caccia di una terza, quarta, quinta superiore e con l’obbiettivo dell’università. Ma ad oggi il mio titolo è terza media inferiore, giusto per dire che il discorso è alla portata di tutti, e mi sembra più di volontà che altro. Certo se volessimo parlare di un contesto molto più ampio, proporrei come soluzione una capatina a Roma al Ministero dell’Istruzione, e aggiungerei alle molte ore in più di italiano che quasi tutta Italia possiede rispetto alla mia regione autonoma, qualche lettura in più di un certo Pirandello, o di Leopardi per l’appunto (tra l’altro un magnifico aforisma quello citato) o ancora venendo a tempi più recenti un certo Italo Calvino. Perchè va bene la Divina Commedia e L’inferno di Dante, va bene i Promessi Sposi di Manzoni, come contestare questi pilastri, ma dopotutto stiamo parlando di italiano moderno, e problemi Attuali che ha la nostra lingua. Almeno le persone sapranno che “badge” si può tradurre con “tesserino magnetico”; poi ovviamente useranno la seconda più concisa e più da XXI secolo, ma almeno lo sapranno.

    Sean

  6. I forestierismi li troviamo ormai ovunque e in alcune discipline in particolare, come l’economia, si zigzaga, e annaspa, tra un anglismo e l’altro. La mia opinione è che non sia in corso un normale, e fisiologico, processo di subordinazione nei confronti della cultura dominante, scientifica e umanistica, di lingua anglosassone, o almeno non solo. Perché la mia sensazione, accanto all’affollarsi di forestierismi, è quella di un progressivo processo di svuotamento e impoverimento della lingua italiana. A mio avviso prende piede sempre più una sorta di neo-lingua, dalla sintassi semplice e dal lessico povero, che dell’italiano ha solo l’apparenza.
    Ritengo che questa neo-lingua ostacoli la trasmissione di pensieri complessi e, di conseguenza, che ne impedisca anche la formazione, con risultati forse imprevedibili, ma comunque immaginabili.

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