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risali negli anni

7 febbraio 2017

Le parole, prima indispensabile interfaccia

Il titolo è essenziale, Language design, ma il libro di Yvonne Bindi è un tripudio di racconti, consigli, esperienze di lavoro e di vita determinate dalle conseguenze delle parole, dalla loro scelta, dalla loro collocazione in contesti quotidiani quali un bar sul mare, un aeroporto, un sito web.

Si esce dalla lettura con un un senso di consapevolezza e di responsabilità forte rispetto alle piccole entità che nascono dalle infinite combinazioni di 26 lettere e determinano ciò che siamo e pensiamo, le nostre relazioni con altre persone e oggetti, la piacevolezza e la riuscita di tante nostre esperienze di tutti i giorni.

Il bello del libro è che mentre ci spiega come scegliere, scartare, aggiungere e combinare le parole, ci parla soprattutto di noi e di come funzioniamo. Siamo esseri distratti, pigri, che si accontentano delle prime parole che vedono e leggono, facili da ingannare, pieni di imbarazzo di fronte all’abbondanza delle scelte, ma anche pieni di gratitudine e pronti ad affezionarci a chi ci spiana la strada, ci facilita un compito, si rivolge a noi con chiarezza ed onestà.

Language design spiega come usare le parole per progettare ambienti ed esperienze – fisici, digitali o le due cose insieme – che rispettano il nostro modello mentale, ci fanno trovare quello che cerchiamo, rispondono ai nostri bisogni e alle nostre domande, insomma ci fanno vivere meglio.

Yvonne Bindi ci chiede di seguirla nella sua vita quotidiana, nei suoi viaggi e nelle sue letture, e man mano ci indica quante parole non funzionano e come potrebbero invece funzionare meglio: si va dagli annunci di Trenitalia ai varchi delle ZTL delle nostre città, dalle indicazioni negli aeroporti ai caselli autostradali, dagli interruttori della luce alle prenotazioni dei voli sul web, fino alle interfacce vocali, solo un assaggio della rivoluzione che sta per arrivare.

È questa attenzione costante al quotidiano, a ciò che ci circonda ma non sempre riusciamo a vedere (finché non ci sbattiamo contro) a fare di Language Design un libro per tutti. Ci mostra che tutti, nel nostro piccolo, siamo progettisti, pieni di responsabilità nei confronti degli altri: anche il ristoratore che scrive il menu del giorno, il negoziante che espone il cartello sulla porta, il dipendente pubblico che scrive una delibera.

Io vi ho ritrovato cose che già sapevo (scrivere semplice chiaro, i forestierismi, scrivere e fare una presentazione efficace, tutto il mondo del non detto), ma in una cornice originale, quella del nostro modo di pensare. Ho anche imparato tantissime cose che non sapevo, soprattutto i modi in cui attraverso le parole le aziende riescono a ingannarci e le nuove attenzioni che dobbiamo avere quando scriviamo i messaggi vocali, più un buon numero di riferimenti – persone, siti, libri – per approfondire.

Insomma, il libro mi è piaciuto assai e lo consiglio come uno dei migliori sulla scrittura che abbia letto ultimamente, anche per  il tono di voce ironico e coinvolgente (che bello il racconto di Yvonne ragazzina che chiacchiera con la nonna in cucina mentre preparano piatti abruzzesi, una in italiano l’altra in dialetto!).

 

4 risposte a “Le parole, prima indispensabile interfaccia”

  1. Un libro che mi è piaciuto moltissimo per motivazioni simili. Ho imparato molto non solo da argomenti e riferimenti per me nuovi ma anche da quelli che già conoscevo bene perché sono presentati da angolazioni diverse che fanno scoprire nuovi tipi di rilevanza, interazione e applicabilità. L’esposizione è chiarissima e ho apprezzato la capacità di sintetizzare alcuni concetti potenzialmente complessi. Gli esempi sono molto efficaci e sono sicura che invoglieranno i lettori a cercarne di nuovi nel proprio quotidiano.
    Per chi preferisce leggere i libri su carta va però segnalata la mancanza dell’indice analitico: bisogna avere una buona memoria fotografica per ritrovare velocemente riferimenti specifici.

  2. Grazie per la recensione, comprerò sicuramente questo libro. “La caffettiera del masochista. Psicopatologia degli oggetti quotidiani” di Donald A. Norman mi aveva affascinato e credo che questo libro non si discosti da quella analisi *_*

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