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19 Novembre 2015

Ravenna Future Lessons: quando la scuola finisce, la scrittura comincia

Solo ora, dopo quasi un mese, trovo il tempo di condividere le slide e i contenuti della mia Ravenna Future Lesson. È stata una bellissima esperienza, soprattutto perché rivolta ai ragazzi, studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. Man mano che vado avanti, infatti, sento sempre più come un gioioso dovere quello di passare ai più giovani ciò che ho imparato fin qui.

Uno di loro, ispirandosi alla mia lezione, ha vinto persino il premio per il miglior elaborato: doppia gioia.

Ecco le slide:

 

E questo è, più o meno, quello che ho detto:

Quando la scuola finisce, la scrittura comincia

Il titolo di questo mio intervento vi sembrerà un controsenso o almeno un po’ paradossale. Lo era sicuramente fino a una o due generazioni fa, quando la prova di italiano all’esame di maturità – o l’esame di stato, come si dice oggi – era l’ultimo ostacolo da superare prima di liberarsi per sempre dell’incubo di arrivare alla fine della quarta colonna del foglio protocollo. Sì, poi qualcuno avrebbe scritto ancora, per esempio la tesi di laurea. Qualcuno un libro, un discorso. Un magistrato le sentenze. Moltissimi delle lettere, dei progetti, delle relazioni, dei verbali, ma si trattava di testi in cui si seguiva uno schema preciso, che si imparava facilmente, si ripeteva più o meno all’infinito, in cui si metteva molto poco di se stessi.

Oggi, invece, tra le tantissime cose che la rivoluzione digitale ha cambiato nel giro di pochissimi anni c’è anche questa: la scrittura, cioè la capacità di ogni persona di esprimersi attraverso la parola scritta, diventa essenziale proprio quando la scuola finisce. Essenziale perché in ballo c’è molto di più di un voto o di una promozione. C’è la vostra capacità di presentarvi al mondo, di farvi conoscere e apprezzare, di realizzare un progetto o un sogno, di trovare il lavoro dei sogni, di farlo crescere nel tempo. Tutto questo con le parole? Sì, anche con le parole.

Non facciamo che leggere e scrivere. Tutti

Nessuna civiltà è stata ad alta densità di scrittura quanto la nostra. Se ci pensate bene, non facciamo altro che leggere e scrivere e non avete ancora idea di quanto lo si faccia nel mondo del lavoro. Praticamente non si fa altro.

Con un giro di email si preparano riunioni. Le notizie che riguardano l’interno di un’azienda o di un’amministrazione si leggono sull’intranet. Per far conoscere un prodotto o un progetto si preparano delle slide come queste. Su tutti questi strumenti si scrive, e spesso le parole di una persona arrivano prima della persona stessa. La annunciano, la rappresentano, come un ambasciatore.

Saper scrivere serve non solo a chi fa un lavoro che una volta si diceva “intellettuale”. Saper scrivere vi sarà indispensabile anche se sceglierete di fare la ristoratrice, il parrucchiere, la makeup artist, l’erborista, il web designer. Tutti questi professionisti entrano oggi in contatto con clienti e fan attraverso immagini e parole. Per promuoversi, raccontare quello che fanno, rispondere a un cliente, anche a una critica. Le insegne dei negozi o la targa dello studio professionale oggi sono i social.

Le nostre parole arrivano ancor prima di noi

Le parole arrivano dove la persona non può arrivare, la precedono – dicevamo. Le buone parole danno mille opportunità, anche a chi abita lontano dai grandi centri dove sembra che tutto accada, come Roma o Milano. Vi faccio l’esempio di due siciliani: un ragazzo e un’insegnante. Si chiamano Salvatore ed Emanuela.

Salvatore lo conoscete sicuramente, perché basta che abbiate un qualsiasi problema con un programma o lo smartphone, che Google vi indirizza a lui, che con parole garbate e precise vi conduce passo passo verso la soluzione.

Salvatore Aranzulla, anni 25, è il più autorevole e conosciuto divulgatore informatico in Italia con 12 milioni di visite al mese. Quando ha cominciato, a dodici anni, era un ragazzino con cinque fratelli, un padre infermiere, e viveva in un paesino della Sicilia. A sedici anni fonda il suo blog. A diciotto la sua prima azienda. Sei anni dopo dà lavoro a quindici persone. Certamente Salvatore è un informatico brillante, un conoscitore profondo dei motori di ricerca e dei loro meccanismi, ma sa integrare le parole chiave in testi costruiti secondo regole ferre, eppure di grande chiarezza e naturalezza per chi legge.

Emanuela Pulvirenti è una professoressa di storia dell’arte che insegna in una scuola superiore in provincia di Enna. I primi giorni di scuola sono disastrosi perché alle sue alunne della storia dell’arte non importa un fico secco e glielo dicono pure. Emanuela si ingegna, si inventa dei modi originalissimi per coinvolgere le sue riottose studentesse. Ci riesce e le conquista. Ma non si ferma qui: racconta come fa in un blog appassionante, che pian piano conquista decine di migliaia di persone: altri studenti, tanti altri professori in tutto il mondo, semplici appassionati come me.
Oggi Emanuela è conosciutissima, scrive libri di storia dell’arte, tiene conferenze. E, proprio come Salvatore, continua a scrivere.

Vi possono sembrare due casi limite di persone molto tenaci, appassionate e fortunate, ma la fortuna non c’entra molto. C’entra tantissimo invece la capacità di scegliere le parole giuste, di allenare questa capacità nel tempo sui blog e sui social, strumenti che sono alla portata di tutti.

Con le parole Salvatore ed Emanuela sono diventati due brand, anzi due personal brand.

Scrivere: sei capacità che vi serviranno d’ora in poi

Saper scrivere richiede allenamento. Ogni momento è buono per cominciare, che sia il tema in classe di dopodomani, un blog su un tema che vi appassiona, o un social network. Molto prima di quanto pensiate potreste infatti aver bisogno di:

  • scrivere a un esperto o una persona famosa per chiedergli un’intervista per la vostra ricerca o tesina
  • scrivere il curriculum
  • scrivere una lettera di presentazione
  • redigere un progetto di una startup e chiedere un finanziamento
  • chiedere uno stage o candidarvi per un lavoretto estivo
  • scrivere a un professore per presentarvi o chiedere la tesi
  • iscrivervi a un social network professionale come Linkedin.

Le parole ci rappresentano in un mondo che però oggi è affollatissimo di testi e in cui è molto difficile farsi notare e ascoltare. Inoltre, non leggiamo più su carta, ma su schermi sempre più piccoli e per lo più in mobilità, circondati da un alto rumore di fondo.

Per farci ascoltare e per allenarci bene, ci servono moltissime delle cose che impariamo a scuola, ma anche qualcuna di più. Mi piacerebbe ora metterle a fuoco insieme a voi. Ne ho scelte sei, quelle di cui non potrete proprio fare a meno.

1. Capacità di sintesi

La prima è la capacità di sintesi. La metto al primo posto, perché a scuola diventiamo molto bravi a scrivere molto. Si capisce: i compiti in classe servono sì a dimostrare le nostre capacità espressive, ma anche a dimostrare che abbiamo studiato, che conosciamo bene un autore e le sue opere, o un periodo storico. Per questo abbiamo sempre paura di scrivere troppo poco.

Be’, nel mondo del lavoro vi sarà richiesto soprattutto di essere efficaci nella concisione, nella sintesi. Nessun direttore del personale sarà disposto a leggere la vostra lettera di presentazione se vi dilungate su due cartelle; il vostro capo apprezzerà email che arrivano subito al punto e così un vostro cliente cui chiedete la spiegazione di un prodotto su facebook.

All’inizio di questo anno scolastico il giornalista Massimo Gramellini, che tiene la rubrica Buongiorno sul quotidiano La Stampa, ha proposto di reintrodurre a scuola il dettato: “un dettato al giorno guarisce l’analfabeta di ritorno”. Gli ha risposto Luigi La Spina chiedendo invece a gran voce il riassunto. E per dimostrare che tutto si può riassumere, alla fine del suo articolo fa proprio il riassunto. Eccolo:

Riassunto.  

Macché dettato, è meglio che a scuola si faccia il vecchio riassunto. Solo così si impara ad ascoltare gli altri e a capire che cosa ci vogliano dire. E, magari, si capirà anche che cosa diciamo noi e che cosa vogliamo dire agli altri.  

Sono molto d’accordo. Sappiatelo: finita la scuola, difficilmente dovrete scrivere un tema o qualcosa che gli assomigli, ma riassunti sì, tantissimi.

Il saggio breve vi dà l’opportunità di esercitare l’arte della sintesi. Soprattutto alla fine, ogni buon saggio sa tirare bene le fila e imprimere così la vostra conclusione, il vostro pensiero, nella mente di chi legge. L’altra grande scuola di sintesi, non dimenticatelo, è la poesia. Tutta, ma soprattutto quella del Novecento.

2. Capacità di titolare

La seconda è la capacità di titolare e sottotitolare. Avete notato – vero? – che tutti i testi che si leggono in rete sono scanditi da tanti piccoli sottotitoli? E che le home page sono solo titoli? I primi permettono di scorrere rapidamente un testo sullo schermo senza doverlo leggere tutto e di ritrovare facilmente il punto se interrompiamo la lettura. I titoli di pagine, articoli, sezioni di un sito devono invece annunciare con chiarezza cosa c’è dietro, incuriosire e spingere a cliccare in pochissime parole.

Ricordatevi di titoli e sottotitoli se vi sentite portati verso l’articolo di giornale all’esame di stato. Così come i lettori di un giornale, anche i professori leggeranno più volentieri un articolo scandito da titoletti chiari, precisi e – perché no? – brillanti.

Avete un anno scolastico per prepararvi. Consiglio: partite dalla newsletter che il direttore della Stampa Mario Calabresi invia ogni mattina per email a chi ne fa richiesta. Si legge in due o tre minuti, vi informa sui principali fatti del giorno, è scritta benissimo da uno dei nostri migliori giornalisti, ha titoli da manuale.

E non dimenticate che uno dei segreti per essere sintetici e scrivere ottimi titoli è avere un vocabolario molto ricco. Se la parola è quella giusta, basterà quella, senza tanti giri di parole.

3. Capacità di scrivere un grande inizio

La terza è la capacità di scrivere un grande inizio. L’incipit è sempre stato importante, ma oggi lo è molto di più. Perché siamo circondati da testi di tutti i tipi che, se non ci conquistano fin dalle prime parole, smettiamo immediatamente di leggere. Tutte le ricerche confermano che il nostro modo di leggere è profondamente cambiato: da una lettura sequenziale, lineare, profonda (quella che in genere si fa su carta) a una lettura disordinata e saltellante, alla ricerca di quello che ci interessa di più (quella che si fa in rete e da uno schermo). Conquistare chi è dall’altra parte dello schermo dipende in gran parte da quello che scriviamo all’inizio.

Qui la letteratura è la vostra migliore maestra: ripercorrete i grandi incipit, vedrete quanto presto l’autore riesce a catapultarvi in un altro mondo o nella mente di un personaggio. Quel mondo potrebbe essere il negozio che avete appena aperto, quella mente quella di un cliente cui il vostro prodotto il vostro servizio può risolvere un problema. Niente premesse, niente indugi: portate chi legge “in medias res”, come raccomandava il poeta latino Orazio.

4. Capacità di modulare il tono di voce

La quarta è la capacità di modulare lo stile, il tono di voce, sulla base dello strumento, dell’obiettivo e del destinatario. Questa è più difficile da esercitare a scuola, dove è sempre il professore a leggere quello che scrivete, ma sarà decisiva nella vostra vita, e molto presto. Sapete quanto conta scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum con il giusto tono di voce? Ecco tre lettere ricevute dalla manager ed esperta di comunicazione Mariella Governo, con le sue note:

Sono Carlo Bianchi, con la seguente sono a inviarLe tramite mail la mia autocandidatura per una possibile collaborazione lavorativa. Sperando ci sia la possibilità per un colloquio conoscitivo, Le inserisco in allegato il mio Cv personale.

Tono burocratico, distante, lettera inutile

Toc toc! Spero di non disturbare: giovane laureato cerca aiuto.  Mi chiamo Giorgio Rossi,  e sono uno dei tanti neolaureati che sta inondando la rete con la sua versione digitale in formato cv. Ed eccomi ad allegarle il mio cv e la mia lettera di presentazione. Non vorrei rubarle altro tempo, ma visto che ci sono uso tutte le mie cartucce:….

Tenero, allegro ma troppo confidenziale il ragazzo!

Gentile dottoressa Governo, 

seguo dai giornali e sul vostro sito il progetto di trasformazione di Fiera Milano. So che lei è a capo della struttura di comunicazione e forse può avere bisogno in questo momento di ampliare la rete dei suoi collaboratori. Io non ho molta esperienza sul campo visto che sono uscita dall’università solo l’anno scorso. Ho cercato di prepararmi a fondo sull’argomento giornalismo e uffici stampa con passione e tenacia.  Le chiedo solo di avere l’opportunità di un’intervista con lei. Se non sarà possibile la ringrazio comunque per l’attenzione e da parte mia continuerò con ottimismo a perseverare.  Un cordiale saluto,   

Informata, relazionale, umile ma sicura di sé

5. Capacità di scrivere di sé

La quinta forse vi stupirà un po’, perché è la capacità di scrivere di sé. Una cosa che a scuola si abbandona presto, forse perché considerata un po’ infantile. Si scrive su Dante, Manzoni, Leopardi e la guerra del trent’anni, ma non si scrive delle proprie emozioni, delle aspirazioni, dei sogni, di quello che ci succede. Ne parliamo, e questo ha già un grandissimo valore, ma la scrittura – anche nella modalità privata del diario – aiuta come poche cose a dare un senso alla nostra vita, soprattutto ora che tante parole scorrono via inghiottite dalla velocità del digitale. Scriverle sulla pagina significa scegliere, pensare, riflettere. Rileggerle a distanza di tempo significa capire avvenimenti importanti anche della nostra vita interiore.

Interiore, ma non solo. Teresa Amabile insegna alla prestigiosa Harvard Business School. Ai suoi studenti fa tenere un diario lungo un intero anno accademico o un importante progetto. E sapete cosa? La sua più importante ricerca, durata dieci anni, ha evidenziato che la carriera di chi tiene un diario ha molto più successo ed è molto più gratificante.

6. Capacità di saper scegliere tra carta e web

Siamo alla fine, alla capacità numero sei. La capacità di capire quando per scrivere è meglio la carta e quando il digitale. Abbiamo tantissimi strumenti di comunicazione, nessuna generazione ne ha avuti così tanti. Paradossalmente, a scuola usiamo ancora la carta dove ci aiuterebbe di più il digitale, cioè nella fase di redazione, di stesura. Quella fase in cui, una volta ben preparati, gioverebbe correre un po’ di più.

La carta rimane invece imbattibile prima e dopo questa fase: per studiare sui libri, prendere appunti, fare mappe e scalette, buttare giù le idee. Il tempo più lento e il collegamento della mano al cervello aiutano a produrre ed elaborare nuove idee, a ricordare. La carta ci aiuta infine nella fase di revisione, quando dobbiamo essere sicuri che il nostro testo funzioni e non contenga nemmeno il più piccolo refuso. Lo sapete vero che anche il miglior curriculum al primo refuso prende la via del cestino?

Quindi: riscoprite carta, pennarelli, evidenziatori, post-it e taccuini. Ve lo dice un’entusiasta del digitale, una cui il digitale ha cambiato la vita.

E intanto il video è andato online, quindi eccolo:

7 risposte a “Ravenna Future Lessons: quando la scuola finisce, la scrittura comincia”

  1. Grande articolo come sempre. Solo una riflessione in particolare sul punto 6. Direi non solo di “scegliere” tra carta e web ma anche capire che sono due strumenti molto diversi tra loro e necessitano di strumenti e modi di comunicazione diversi. Insomma non si può semplicemente scrivere sul tuo blog come se dovessi scrivere per una rivista.

    • Grazie ancora una volta Luisa per tutto il materiale che ci fornisci ogni volta. Con te sto imparando ad apprezzare e riconoscere le scritture, è il caso di dire, e in diversi contesti in cui si usano.

      Acquisire consapevolezza del medium e del destinatario sono un requisito fondamentale per chi scrive.
      Buon lavoro a te e a tutti voi

      Marinella Simioli

  2. Immagini e voce sono purtroppo il punto debole di questo video che esprime bene la sensazione da Lei espressa all’inizio dell’intervento. In merito ai contenuti invece ho un’unica perplessità: il mondo del lavoro cerca davvero persone motivate, preparate e corrette?

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