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risali negli anni

1 ottobre 2014

Steven Pinker e i segnali stradali

The Sense of Style di Steven Pinker è uscito ieri, preceduto da un notevole battage sui media anglosassoni. Si capisce: l’estroso e riccioluto psicologo del linguaggio di Harvard è una vera star.

Le interviste dei giorni scorsi mi avevano molto incuriosita e così il sottotitolo del libro: The Thinking Person’s Guide to Writing in the 21st Century. L’ho prenotato e ieri mattina è puntualmente comparso sul mio Kindle. Ho cominciato a leggere le quasi 400 pagine e non ho più smesso. Il libro è splendido e mi ha fatto riassaporare tutto il piacere di un testo impegnativo (non faticoso o complicato!), che ti chiede concentrazione e attenzione, ma ti ripaga con una visione fresca e vivida di cose con cui hai a che fare tutti i giorni e con cento scintille che si accendono nella tua testa. Ma ve ne parlerò meglio a lettura finita.

Ho deciso quindi di frenare la mia lettura vorace e di soffermarmi su quello che mi colpisce, prenderne nota e scriverne su questo blog. Prendeteli come i miei appunti di lettura. Aiutano me, mi auguro possano aiutare anche voi o fornirvi qualche spunto.

Un primo tema che mi è piaciuto molto, perché mi ci sono scontrata innumerevoli volte nei documenti aziendali, è quello dei “cartelli stradali”. Lui li chiama così, io alla buona li ho sempre scherzosamente chiamati “le anteprime” o “il riassunto delle puntate precedenti”.

Le anteprime sono gli annunci sul contenuto dei documenti – libri, progetti e altri testi sequenziali e lunghetti. Di solito li troviamo nell’introduzione, per esempio:

Nel primo capitolo si parla della storia della carta stagnola, inquadrata alla luce delle innovazioni del settore di riferimento. Nel secondo di come la carta è stata applicata nell’industria del cioccolato. Nel terzo si dà conto delle più belle confezioni di cioccolatini. Nel quinto del perché i cioccolatini di lusso ne fanno a meno. Nel sesto infine, si illustrano le strategie espositive delle boutique di cioccolateria.

I riassunti delle puntate precedenti sono i rituali inizi di sezione, e persino capoverso. Per continuare con il nostro esercizietto di stile:

Come illustrato fin qui, la carta stagnola si è affermata soprattutto per esigenze igieniche.

Abbiamo appena visto che il color oro è stato a lungo il preferito per avvolgere i cioccolatini.

Nel capitolo precedente abbiamo analizzato il colore della carta stagnola. Ora passiamo alla consistenza.

Il primo tema di questo capitolo è il cambiamento dell’industria dolciaria negli anni venti del secolo scorso.

Queste costruzioni si allineano alla famosa raccomandazione: “Annuncia cosa dirai, dillo, alla fine dillo di nuovo.” Pinker è chiaro: nella stragrande maggioranza dei casi non servono a niente. Anzi, servono, ma allo scrittore insicuro, non al lettore.

Il modello è raccomandato anche dai retori antichi e resta valido per i discorsi, in particolare per quelli lunghi. “Verba volant” e all’ascoltatore è utile sapere prima di cosa si parlerà, perché saprà riconoscere quel tema quando l’oratore vi arriverà, così come gli è utile sentir ripetere i concetti mentre le parole scorrono per non tornare più. Ma non è un buon modello per il testo scritto, dove il vero annuncio è nell’indice, cui si può tornare con calma innumerevoli volte. Meglio utilizzare l’introduzione o il primo capitolo non per pedanti annunci, ma per inquadrare il tema, lo spirito e gli obiettivi del documento, preparare il terreno, suscitare aspettative. Pinker lo fa benissimo nel suo libro.

Quanto ai riassunti delle puntate precedenti, se il ragionamento è chiaro e la progressione logica, anch’essi raramente servono. Per Pinker ogni testo è una conversazione in cui autore e lettore sono alla pari (che bella questa idea): attraverso le parole l’autore cerca di creare nella mente del lettore ciò che lui stesso vede. Le parole come ponte tra due visioni. E che conversazione noiosa è quella in cui una persona ripete in continuazione: “Come ti ho appena detto…”, “Dunque, ricapitoliamo…”, Ora ti parlerò di…”!

I cartelli stradali vanno ridotti al minimo, e collocati solo dove il lettore rischia realmente di perdersi. Quanto al riassunto finale, il “dillo di nuovo” è utile, ma se espresso con parole diverse:

Un riassunto dovrebbe riprendere solo le parole chiave che permettono al lettore di riconnettersi con quanto esposto prima nel dettaglio. Ma queste parole devono essere inserite in frasi fresche, che formano un nuovo periodo, autonomo e autoconsistente, come se il testo precedente non fosse mai esistito.

Ho parlato di Steven Pinker su questo blog non molto tempo fa:

Scrivere: una visione e una conversazione

0 risposte a “Steven Pinker e i segnali stradali”

  1. Grazie sempre Luisa di tutte le tue suggestioni (anche per tutte le volte che non ti ringrazio). Su questo tema, mi viene da proporre un’eccezione. Quando c’è da studiare, i segnali sono tanto utili. Qualche libro su cui ho studiato all’università li usava, e li ho apprezzati tutti tantissimo (servono anche allo studente insicuro! 🙂 Ciao buona giornata laura

      • Eh sì ma se devi imparare (solo in quel caso) se ti aiutano a capire “questo è proprio importante, non puoi scordartelo” ecco a me quello fa piacere… 🙂

  2. Anche a me incuriosisce molto, come gli altri libri di Pinker: a distanza di anni ricordo ancora il gusto di leggere The Language Instinct, “prendeva” come se fosse un romanzo. Un’altra delle moltissime interviste, What Can Linguistics Tell Us About Writing Better? An Interview with Steven Pinker. ieri su Slate, accennava proprio al legame tra stile e piacere della lettura: It’s about clarity, which is not to neglect grace and beauty—language ought to be a source of pleasure. When a striking image effectively conveys an idea or a feeling, you simultaneously know what the author is trying to communicate and you get that shiver of pleasure that makes reading an enjoyable experience. […] Classic style prizes clarity as the ultimate virtue: It simulates a scenario where the writer has noticed something in the world that the reader has not yet noticed, and so the writer places the reader in a position to notice that thing and the reader can see it with their own eyes. The goal is to get the reader to see the truth, which the writing has made self-evident.

  3. Mi fa pensare alle serie di asana da sperimentare che, all’inizio dello studio del sistema Iyengar, usavo andare a vedere in altri insegnanti senior più esperti: ottimi “cartelli stradali”, ma come buoni quando si è inesperti. Ora ci si diverte di più a creare con la propria abilità nuovi sentieri più originali e interessanti. Come nella scrittura, così nello yoga! 😉

    • Io sono una cultrice di “annunci”, recap e ripetizioni, nei saggi. Mi aiutano a riprendere fiato e a mettere ordine quando leggo o ascolto. Non me li togliete!

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