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risali negli anni

29 Maggio 2014

La poesia, dove lungo e breve convivono

Da domenica scorsa l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola tiene una rubrica – a dire il vero, un paginone – sulla Domenica del Sole 24 Ore. “Riflessioni sparse sulla società, la scuola, la cultura” dice l’occhiello.
La sua prima riflessione è su un tema che mi sta molto a cuore e riguarda da vicino il mio lavoro e quello di molte persone che leggono questo blog: la sintesi, la brevità, la concisione, così necessarie in tanti dei nostri strumenti comunicativi quotidiani. Paola Mastrocola ne prende atto, ma la sua prima riflessione è un’accorata difesa della perifrasi, cioè del dire le stesse cose con molte più parole di quelle strettamente necessarie. Una cosa che trionfa nella poesia:

Chi usa più perifrasi oggi? C’è il mito dell’esser brevi, concisi, brillanti e lancinanti. Lancinare l’altro con un bit, twit, cip. Più si è brevi, più si è bravi. La perifrasi è l’esatto opposto. Usare più parole possibili per dire una parola sola. Più sono lungo, più son bravo.
Qualcuno obietterà: usare perifrasi vuol dire essere verboso, inutile, dire parole non necessarie: menare il can per l’aia.
Vero, e così. Aggiungerei che perifrasare è tergiversare, girovagare, vagabondare.
La perifrasi è il corrispondente del vagabondo, perdigiorno, randagio… È l’andare intorno, l’andare in tondo, l’andare in giro.
Perdere tempo.
La meraviglia del perder tempo… e parole! La perdita di parole. L’usare parole a spreco, senza badare a spese. In tempi di spending review.
Dire per esempio “quel bottone argentato che illumina la notte” invece che dire “luna”. Dire “quel pezzo di tela semitrasparente che si mette davanti a un vetro per offuscare lievemente la luce in modo che non ci abbagli”, per dire “tenda”.
Dire, invece che “giovinezza”, “quel tempo della tua vita mortale…”. Che strano… l’inizio di A Silvia è tutto una sola immensa perifrasi per dire “quand’eri giovane”: “Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?”
Gli esempi di perifrasi che ci vengono in mente sono quasi sempre in poesia. Sarà casuale? No. La poesia è di per sé un giro di parole, si nutre di perifrasi. Petrarca non fa altro. Per esempio quando dice:” quando il pianeta che distingue l’ore ad albergar col Tauro si ritorna, cade vertù dall’infiammate corna, che veste il mondo di novel colore”, vuol solo dire che è primavera…
E allora?
E allora viviamo nel tempo della comunicazione, non certo della poesia. Se diciamo “Silvia, ti ricordi quando eri giovane?” abbiamo detto la stessa cosa molto più in breve. Abbiamo comunicato. Abbiamo fatto un gesto di… comunicazione. Cioè, abbiamo rivolto a qualcuno di ben definito una ben definita domanda che aspetta una, altrettanto ben definita, risposta: sì mi ricordo, no non mi ricordo. Fine. Breve, conciso, efficace… economico. Ma abbiamo fatto, appunto, solo una domanda. E ci siamo persi gli occhi ridenti e fuggitivi, il limitare di gioventù, il monito che la vita mortale…
Oggi ci piace così. Oggi chiediamo ai ragazzi a scuola poche righe, molti schemi, molte crocette. Concisione, brevità, risparmio… crocette!
Oggi mandiamo sms.
Altro è il tempo della letteratura…
Fine.

Tutto vero, ma potremmo aggiungere che al tempo stesso non c’è niente di più concentrato e conciso della poesia. E che le perifrasi che infestano tanti testi professionali e che quasi sempre raccomandiamo di togliere a favore di un’espressione più breve o di una sola parola, nulla hanno a che fare con l’evocazione, la vividezza, l’espansione emotiva delle perifrasi di Leopardi e Petrarca.

Eppure, la nostra professoressa ha ragione: di poesia abbiamo un grandissimo bisogno. Tutti: dai ragazzi a scuola a noi che scriviamo testi destinati a spazi sempre più minuti. Ne abbiamo bisogno perché il vero problema della scrittura professionale oggi non è la lunghezza dei testi – in diverse circostanze ci servono tutti, quelli lunghi e quelli brevi –, ma l’estrema povertà lessicale.
La poesia ci insegna il valore, il peso, il colore, il suono, la necessità di ogni singola parola. Una cosa preziosa proprio quando dobbiamo scrivere testi brevi, dove ogni singola battuta conta. Dove bisogna vincere i vincoli imposti dallo spazio con la capacità delle parole di evocare l’immagine di cose precise e persino di spazi immensi. Sintassi più semplice, lessico più ricco: lo scrivevo tempo fa, non come una facile formula, ma come un’indicazione per tenerci alla larga dai testi brevi-ma-piatti per andare verso testi brevi-ma-profondi.

Non a caso, quando a Ravenna Future Lessons mi fu chiesto di dare indicazioni a un pubblico di giovani che ancora studiavano o si affacciavano al mondo del lavoro, l’ultima era indicazione era proprio “Frequentare di più la poesia”.

Il titolo della lezione era Nuove scritture professionali: cosa portare con sé dall’era Gutenberg. Qui ci sono le slide, e questo è il video:

 

0 risposte a “La poesia, dove lungo e breve convivono”

  1. Complimenti per la bella riflessione.
    Sì, sono assolutamente d’accordo: la poesia è necessaria.
    Ma la poesia è difficile, perché costringe alla riflessione, al pensiero. E questo sembra essere diventato un tabu nella società dei biglietti da visita. Ormai non ci si presenta più se non con un biglietto da visita, estrema sintesi di una vita intera. Una vita di carta.

    Anche la Poesia è sintesi, ma sintesi tra forma e sostanza, e non necessariamente brevità. La brevità nelle poesie è spesso sinonimo di pigrizia o di uno scarso vocabolario (almeno questo è quello che vedo io).
    Chiaramente parlo della poesia priva di struttura, perché è impensabile evitare la perifrasi quando si ha uno schema metrico da seguire.
    E’ difficile sostituire : “Quando il gioiello che abita la casa/delle tempeste si desta all’albore/e nasce a nuova vita e nuovo ardore/il legno frange l’onda alla cimasa” con “All’albe la nave riparte” volendo scrivere una quartina di un sonetto.

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