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5 Aprile 2014

Ebbri di storie

Sono diventata una blogger da weekend, ma non è che durante la settimana non lavori a questo blog. Anche senza accorgermene, metto da parte gli spunti e quando ho più tempo i puntini si connettono nella mia testa un po’ da soli. Così, stamattina, si sono miracolosamente messi in fila:

domenica 30 marzo
La Domenica del Sole 24 Ore apre in prima pagina con l’anticipazione dell’uscita di un libro promettente: L’istinto del narrare, Come le storie ci hanno resi umani, di Jonathan Gottschall:

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.

La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa.

martedì 1 aprile
Finisco di leggere Story di Robert McKee, un librone lunghissimo, l’unico sullo storytelling che sia riuscito ad appassionarmi, e sì che ne ho letti tanti. Mi ha appassionata perché parla della costruzione di una storia nel contesto più complicato, quello del cinema, e perché mi ha ricordato cosa sia realmente una storia e come sia difficile costruirne una che funzioni, anche piccola piccola:

Mentre la vita separa il significato dall’emozione, l’arte li riunisce. La storia è lo strumento che crea queste epifanie, il fenomeno che conosciamo come emozione estetica.

La storia non è una fuga dalla realtà, ma un veicolo che ci conduce nella nostra ricerca della realtà. È il nostro massimo sforzo per dare un significato all’anarchia dell’esistenza.

Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento.

L’arte narrativa è sempre e comunque l’esperienza di un’emozione estetica: l’incontro simultaneo di pensiero e sentimento.

I grandi narratori non spiegano mai. Fanno invece una cosa difficile e dolorosamente creativa: mettono in scena. Una grande storia sostiene le proprie idee unicamente attraverso la dinamica dei suoi eventi.

Una storia diventa una specie di filosofia vivente che gli spettatori afferrano nel suo insieme, in un istante, senza un pensiero conscio: una percezione che si unisce alla loro esperienza di vita.

McKee è un docente di sceneggiatura e ha tra i suoi allievi un buon numero di premi Oscar. Il libro è un manuale narrato che affronta ogni aspetto della sceneggiatura in modo preciso e divulgativo, con gli esempi tratti da decine e decine di film. Il minimo che può offrirvi è vedere i film in modo completamente diverso e più consapevole. Già moltissimo. McKee ha un sito e un blog, con tantissimi spunti anche per lo storytelling di impresa; molti sono in una bella intervista sull’Harvard Business Review: Storytelling that moves people.

mercoledì 2 aprile
Leggo questo tweet di Alessandra Farabegoli:

e subito dopo il post di Drinkpop Le informazioni prima delle storie. Alle prese con testi complicati, da rileggere almeno due volte, dove non si capisce dov’è il punto, mi dico che sì, prima di mettersi a raccontare le storie forse vale la pena chiarirsi le idee.

sabato 5 aprile
Apro la posta e una mia deliziosa cliente mi scrive che nelle mie proposte di tagline c’è poco linguaggio emozionale, poco “cinque sensi”. Riapro il file, rileggo. Un po’ forse ha ragione, ma ci avevo tenuto molto alla chiarezza e al valore dei servizi di questa azienda, il cui obiettivo non è proprio quello di far battere il cuore.
Però l’insoddisfazione emotiva della mia interlocutrice mi è servita: ho riscritto più proposte, più coinvolgenti, ma ho cercato di non perdere di vista la lezione di McKee. Ho tenuto ben saldo il pensiero, oltre a lasciare un po’ più di spazio alle emozioni.

Scrivo questo post e il tarlo continua a scavare. Non è che con emozioni e storytelling stiamo esagerando? Che sia un po’ un’ubriacatura collettiva? E sappiamo veramente che cos’è una storia? Quale meccanismo complicato bisogna costruire perché scatti la famosa emozione estetica? E una bella brochure, chiara e precisa, non sarà meglio di una scialba storia?
Mi faccio queste domande perché credo molto al valore delle storie, tanto da averne scritto già tantissimo tempo fa. Ma il tarlo resta, la confusione pure, e anche per questo ho deciso di uscire dalla tana e di andare a If Book Then il 22 maggio prossimo. Tema: There are more stories than books.

0 risposte a “Ebbri di storie”

  1. Sul tema non si può non segnalare il delizioso film di Charlie Kaufman: “Adaptation” (titolo italiano: “Il ladro di orchidee”), cui ha contribuito lo stesso Robert McKee…

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