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risali negli anni

28 Settembre 2012

L’editing e il suo lato dolce

Per lungo tempo mi sono ripetuta e amavo dire in giro – un po’ come un vezzo – che al lavoro di editor sono arrivata per caso, perché il mio sogno era fare tutt’altro. Poi arriva il giorno che ormai hai abbastanza anni da guardarti indietro e capisci che ben poche cose nella vita succedono per caso. Quel giorno il mio mestiere, in cui tutto deve stare al suo posto, mi apparve come un destino e la realizzazione della mia principale nevrosi, quella del controllo. Che goduria per una nevrotica di tal fatta andare a scovare refusi, leggere e rileggere finché il suono di un titolo o il ritmo di un testo non la convince! L’improvvisa scoperta da una parte mi consolò, dall’altra mi atterrì.

In questi giorni un bel libro appena uscito mi sta mostrando il lato dolce della mia nevrotica attività. The great work of your life: a guide for the journey to your true calling di Stephen Cope, a dispetto del furbesco e americanissimo titolo, è il racconto di come grandi artisti e persone comuni sono riuscite a riconoscere e a realizzare nella vita la loro vera vocazione. Si incontrano infermiere, insegnanti, manager, fisioterapisti, insieme a poeti come Robert Frost, John Keats, al pittore Jean-Baptiste Corot, a Beethoven, fino a Gandhi. Lo sfondo e la chiave interpretativa è uno dei più antichi testi in cui l’umanità ha riflettuto su se stessa, la ricerca della felicità e il funzionamento della mente: la Bhagavadgītā, uno dei testi sacri dell’induismo.

L’autore è scrittore, psicologo, studioso e insegnante di yoga e meditazione (per gli appassionati di yoga il suo libro più bello, La saggezza dello yoga, è pubblicato in Italia nell’Economica Feltrinelli).

Uno dei concetti chiave del libro è quello della “pratica consapevole”, che significa lavorare con intensità al compito presente, per il piacere di farlo, con un’attenzione concentrata, ma distaccata verso i suoi frutti o il successo che potrebbe portare. Un equilibrio tra impegno e distacco che ci fa vedere l’oggetto della pratica in modo completamente nuovo, quello  che spesso viene chiamato la “mente del principiante”.

Chi scrive sa bene quando sia prezioso guardare – non solo leggere – un testo con intenzione pura e occhi freschi. È quello che permette di vedere insieme sia il dettaglio, le singole parti, sia le loro relazioni e l’insieme. Non è un “padroneggiare” le regole, scrive Cope, ma un “conoscere” il testo sempre più in profondità e nel suo contesto più ampio. Una ricerca del significato attraverso il linguaggio, che alla fine è anche conoscenza e ricerca di sé. È da questa immersione concentrata che nasce il piacere del fare, quello che invidiamo alle persone felici del loro lavoro, cui brillano gli occhi quando lo raccontano.

Concentrata, appunto, non “controllata”. Con la sua bella dose di abbandono al piacere del momento.

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