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risali negli anni

4 settembre 2012

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Domani esce in Italia un libro straordinario. Questa è una buona notizia. La notizia un po’ meno bella è che La storia del mondo in 100 oggetti di Neil MacGregor costa un occhio della testa, 49 euro dice l’anteprima di Amazon.

Sono certa che l’edizione fuori collana di Adelphi sarà una meraviglia da sfogliare e da leggere, ma questo non è un libro da salotto buono. Dovrebbe essere dato in mano ai ragazzi con le mani sporche di Nutella, letto insieme ad alta voce da nonni e nipotini, goduto stravaccati per terra, ma soprattutto dovrebbe far parte di ogni biblioteca scolastica.

L’autore, Neil MacGregor, è il vulcanico direttore del British Museum. Nel 2002 ha preso in mano un museo ricchissimo, ma stanco e polveroso, con un deficit di 5 milioni di sterline. Ha rimesso a posto i conti, ma soprattutto ne ha fatto un luogo meraviglioso, e il quinto museo più visitato al mondo.
La storia del mondo in 100 oggetti nasce da una scommessa vinta. Tre anni fa i vertici della BBC, incantati dalle mostre organizzate da MacGregor e dalla sua capacità di avvicinare all’arte il grande pubblico, gli proposero una trasmissione radiofonica: raccontare la storia dell’umanità alla radio attraverso 100 oggetti del British Museum, uno al giorno, per un quarto d’ora, cinque giorni alla settimana.

“Raccontare oggetti alla radio, dove non si possono vedere”? fu la prima obiezione di MacGregor. Meglio, gli fu risposto, così le parole sprigioneranno tutta la loro magia. E così è stato.
La trasmissione ha avuto un successo strepitoso, e il libro è seguito. L’edizione inglese, uscita nel 2010, ha già avuto milioni di lettori.
È un libro che ti strega, di 800 pagine, ma facile da leggere: ogni oggetto racconta una tappa o un aspetto della storia dell’umanità in sole 5 pagine. Le leggi anche prima di dormire o mentre aspetti dal dentista.

Il primo oggetto è la Mummia di Hornedjitef, un funzionario tebano morto intorno al 240 avanti Cristo. Serve da introduzione e a spiegare quante cose può raccontare un oggetto a tanti secoli di distanza, cose che aumentano man mano che la tecnologia evolve. Il secondo è l’oggetto più antico che conosciamo, una piccola accetta in pietra di circa due milioni di anni fa, “una delle prime cose che l’uomo abbia realizzato con consapevolezza”. Viene da dove tutto cominciò: Tanzania, Africa.

L’ultimo oggetto è una lampada solare prodotta in Cina nel 2010. In mezzo, tanti oggetti di tutte le civiltà. È come guardare il mondo dall’alto, dove l’Europa è solo un pezzettino.

Pochi i capolavori famosi: una scultura del Partenone, un Buddha del Gandara, il Rinoceronte di Dürer, l’Onda di Hokusai. Ma MacGregor riesce a far raccontare storie meravigliose anche ai sassi. E una tira l’altra, perché tutte legate da mille fili sottili, come la storia della scrittura, quella dell’evoluzione del cervello umano, oppure i continui rimandi all’attualità di oggi (bellissimo il capitolo sul faraone Ramsete II, progenitore di tutti i dittatori).

Questo è un libro tradizionale, che si legge bene su carta, ma è uno di quei libri – quanto mi colpiscono in questo periodo! – che incarnano meglio di altri lo spirito del tempo: scanditi in ordinati capitoli, eppure navigabili e veramente multidirezionali, documentatissimi ma affascinanti come i racconti delle Mille e una notte, veloci da leggere eppure profondi, anche per la capacità di trascinarti giù giù verso una preistoria lontanissima e sempre mal studiata. Con un messaggio di fondo: studiare la storia e l’arte ci aiutano a capire chi siamo oggi e che veniamo tutti dallo stesso posto, una vallata dell’Africa Orientale. Le differenze sono cose davvero molto superficiali, come il colore della pelle.

Sperando che Adelphi pubblichi al più presto il libro anche in edizione paperback, intanto possiamo:

  • esplorare la sezione dedicata sul sito del British Museum
  • scaricarci i podcast di tutte le trasmissioni sul sito della BBC
  • goderci la TED Conference di Neil MacGregor (sottotitoli in italiano)

 

22 risposte a “L’uomo che fa parlare gli oggetti”

    • Certo, Petula, hai ragione; io forse l’ho dato troppo per scontato.
      In più, sul Kindle puoi cercarti sul dizionario le parole che non sai, una cosa utile perché il libro ha un tono di voce e una sintassi molto piani, ma un lessico veramente ricco

      Io in questo periodo ho bisogno di riprendere molta confidenza con la comprensione dell’ascolto in inglese, e allora dopo essermi letta un bel po’ di capitoli sul libro, quando ho tempo me li ascolto sui podcast.

      Luisa

  1. Ciao Luisa, avrei una domanda, ma prima mi inquadro: sono un fan del Kindle, leggo volentieri in inglese, ma ho anche una passione feticista per i bei libri con tante immagini. Ti leggo da un po’ e so che su questo ci capiamo… 🙂 Ho dato un occhio all’edizione hardcover inglese su amazon uk e mi sembra piuttosto ricca (tra l’altro al momento è esaurita). Tu che hai il libro in mano… Che si fa? A tuo parere le foto all’interno meritano la patina dell’hardcover, è buona anche la brossura (che immagino avrà foto in bianco e nero internamente) o via di kindle e pedalare?

    • Ciao Matteo,

      io ho il paperback in inglese. Le immagini sono una schifezza, è vero, ma io mi guardo gli oggetti sul sito del British Museum.

      L’edizione hardcover in inglese è molto bella, e costa 20 sterline.
      Non credo sia esaurita, perché un mio amico l’ha comprata al bookshop del museo non più di una settimana fa.

      Comunque l’accoppiata kindle+immagini in rete mi sembra economicamente vincente.

      Luisa

      • Hai ragione, sullo shop del British in effetti l’hardcover è disponibile. Maledetto Amazon, mi trovo così bene che dimentico le alternative… Comunque seguirò il tuo consiglio.

        Grazie Luisa, molto gentile.

        Ciao,
        Matteo

  2. Ne avevo sentito parlare e poi me ne sono completamente dimenticata, grazie del reminder! Sicuramente come suggerisce Petula prenderò l’edizione ebook in inglese.

  3. Ecco perché non lo trovavo su Amazon… ho fatto copia e incolla dal tuo testo, e mi sono poi accorto che hai scritto “storia del modo” 🙂

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