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risali negli anni

23 gennaio 2012

Ministre e signore

Fornero e un articolo di troppo è il titolo di un articolo sulla Stampa di oggi in cui Mariella Gramaglia fa il punto sulla vecchia questione del genere femminile nel linguaggio della politica e delle professioni. “Vecchia” solo perché dovrebbe essere ormai superata da tempo, ma evidentemente ancora attuale se la ministra Fornero ha dovuto dire espressamente di non voler essere chiamata “la” Fornero.
Come ricorda Mariella Gramaglia, già era stato detto tutto quel che c’era da dire in un libretto del 1987, Per un uso non sessista della lingua italiana, a firma di Alma Sabatini e pubblicato addirittura per i tipi della Presidenza del Consiglio:

Il libro è ancora attualissimo. I consigli erano molti, ma quello più elementare era il più importante. Via il dannato articolo, ma via anche la declinazione al maschile delle funzioni istituzionali. Niente «la Fornero», dunque. Ma sì a Fornero «ministra del Lavoro». Niente «la Camusso». Ma sì a Camusso «segretaria della Cgil». Così penseranno che sia la segretaria del segretario – si obietterà. Ma quanto più spesso ci saranno uomini segretari di segretarie, tanto meno si cadrà nell’errore.

Nel frattempo tutte queste buone indicazioni sono state in gran parte disattese. A sinistra le “ministre” ci hanno tenuto a essere chiamate tali, a destra invece a essere chiamate “ministri” come i maschi. Fin qui le donne. Gli uomini di destra e di sinistra, tranne qualche eccezione, sono andati un po’ a casaccio, fino alla “signora” Merkel di Berlusconi. Ma le vere signore, ci ricorda Mariella Gramaglia, sono altre:

La Signora, maiuscola e senza aggettivi, nella cultura cattolica è una sola, intercede per noi e sta nei cieli. C’è un’unica Signora terrena per un piccolo popolo oppresso e per chi si batte per i diritti umani. Se in Birmania si dice la Signora con una devozione che risuona, si può parlare solo di lei: Aung San Suu Kyi. Lo merita. Se il popolo Birmano ritroverà libertà e democrazia lo dovrà alla sua abnegazione.

La questione del genere si pone anche in tutta la scrittura di impresa e spesso mi ci scontro quando scrivo testi per i miei clienti. Anche quando non mi viene chiesto, cerco di evitare di scrivere “un cliente fedele come lei”, “se non è soddisfatto del nostro prodotto”, “se è attratto da investimenti più remunerativi”, “all’interno del pacchetto è libero di scegliere tra…”  Ci sono tanti modi:

  • con il plurale: “per i clienti fedeli come lei”
  • con il cambio di soggetto: “se il nostro prodotto non la soddisfa”
  • con una domanda: “Cerca un investimento più remunerativo?”
  • con il passaggio dall’aggettivo al sostantivo: “Il pacchetto le lascia ampia libertà di scelta tra…”.

PS Ho cercato invano in rete il libretto di Alma Sabatini. Pubblicato dalla Presidenza del Consiglio, dovrebbe essere di patrimonio comune, ma anche lì non ce n’è traccia. Se qualcuno lo trova, ce lo dica che lo linkiamo.
Altri link interessanti sono sul sito della Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale.

0 risposte a “Ministre e signore”

    • Grazie Paola e Chiara,

      un estratto è meglio di niente, però curioso che non ci sia la versione integrale di un documento pubblico così importante.

      Aspettiamo fiduciose 🙂

      Luisa

    • Alessandro,

      concordo con il commento di Laura qui sotto.

      Abolire tout court non so, ma aggirarlo quando è possibile e opportuno sì. Io almeno quando scrivo mi regolo così.

      Luisa

  1. Ottimo spunto di riflessione! Da storica del femminismo mi viene da scrivere che il 1987 è ormai lontano. In quell’anno, il femminismo-movimento era finito, ma continuava ad animare il dibattito intellettuale italiano ed era ancora in grado di influenzare le istituzioni o, addirittura, la cultura (e lo dimostrò la pubblicazione del libro di Alma Sabatini).
    Oggi il discorso è più complesso, ampio. Le suggestioni sono infinite, così come le manipolazioni e le distorsioni. Alcune buone abitudini di scrittura, ad ogni modo, mi sembrano necessarie ed appropriate. @Alessandro Del Rosso, non credo sia eccessivo, in alcuni contesti. La lingua modella e reinterpreta le nostre vite, ed ogni rivoluzione culturale è anche rivoluzione linguistica. Perché non cominciare proprio da lì, allora?

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