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16 Settembre 2011

Pieno di cose, ma di poche parole

Domenica scorsa l’inserto di Repubblica dedicava un paginone al “metodo Simenon”: rituali, tic, fissazioni, ritmi e feticci di uno dei più prolifici, amati e venduti scrittori di tutti i tempi.


La gabbia di cose, luoghi e tempi di cui il creatore del commissario Maigret aveva bisogno per riuscire a scrivere è impressionante nella sua rigidità e immutabilità, ma l’immagine che più mi ha colpito è quella dello scrittore che, una volta terminato un romanzo, prende il pacco di fogli, lo scuote davanti i figli e spiega “Faccio cadere gli avverbi.”  Un lavoro di revisione tutto all’insegna della sottrazione:

Avete presente una mela dipinta da Cezanne? Tre tocchi e c’è tutto: il colore, il peso, la polpa. Vorrei che le parole che uso avessero il peso delle mele di Cezanne.

Via gli avverbi, gli aggettivi superflui, le parole letterarie come crepuscolo. Via le frasi che suonano troppo bene, e che chiamo versi bianchi.

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