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8 marzo 2011

Limpide parole sull’oscurità dei giuristi

La manomissione delle parole è un bel libretto piuttosto ineguale.
Gianrico Carofiglio dà decisamente il meglio di sé quando si muove nel suo campo, quello del diritto, e devo dire che ho trovato molto più affascinante la manomissione della parola “lodo” piuttosto che quella di “scelta” o bellezza”.

E così ho particolarmente apprezzato l’ultimo capitolo, Le parole del diritto. Forse perché l’oscurità del linguaggio dei giuristi, e la pretesa della sua legittimità, si sono riversate a cascata sul linguaggio amministrativo e poi su quello di tutte le organizzazioni, anche le aziende private.
Ecco come, in poche limpide righe, Carofiglio dirime la questione degli pseudotecnicismi:

Gli pseudotecnicismi sono parole o locuzioni dall’apparenza specialistica, ma in realtà prive di un’autentica necessità concettuale. Esse vengono utilizzate per pigrizia, per conformismo, e per conferire ai testi una parvenza di formalità se non, addirittura, di sacralità.
Diversamente dallo pseudotecnicismo, il termine tecnico è indispensabile per indicare un concetto o una categoria esistente solo in un determinato settore del sapere: nel nostro caso, nel mondo del diritto. “Società in accomandita” è un’espressione tecnica; “incidente probatorio” è un’espressione tecnica; “contumacia” è un’espressione tecnica. Quando il giudice o il giurista adopera una di queste espressioni lo fa perché solo con esse può indicare quel dato tipo di società o quegli specifici istituti processuali. Quando invece, in una sentenza o in un’ordinanza, il giudice dice che si è proceduto all’escussione di un teste, adopera uno pseudotecnicismo. Lo stesso concetto può (e dovrebbe) essere espresso dicendo, semplicemente, che è stato esaminato un teste.
Gli pseudotecnicismi raggelano, ostacolano la comprensibilità, circoscrivono (senza che ve ne sia una necessità tecnica) la comunicazione ai soli specialisti.

Ora, se ci riuscite, provate a leggere il decreto di rinvio a giudizio di Berlusconi.

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