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risali negli anni

21 Febbraio 2011

E alla fine, apporre un sigillo

“Ma cominciare una frase con la congiunzione ‘e’ dopo il punto fermo è sbagliato?”

Non so quante volte mi sono sentita ripetere in aula questa frase. Confesso che all’inizio non capivo, perché io la ‘e’ all’inizio della frase la uso senza problemi e dei divieti scolastici non mi ricordo più da tanto tempo.
Sto solo attenta a non esagerare, ma lo faccio con molte cose che mi scappano sul foglio con troppa facilità, quali i due punti, i superlativi assoluti, gli aggettivi “prezioso” e “delizioso”, che detesto negli altri e nondimeno mi scappano, eccome se mi scappano.

Andrea De Benedetti, nel suo Val più la pratica, smonta il divieto caro ai neocrusc.
Quando si scrive (quasi) tutto è lecito, purché abbia una la sua funzione, descrittiva, chiarificatriche o espressiva che sia. E De Benedetti, per spiegarsi meglio, riporta e commenta un breve brano di Stefano Benni, tratto da Margherita Dolcevita:

Quei signori e signore e ragazzi e ragazze seduti, tutti avevano ragione. e parlandone, si rafforzavano in questa loro certezza. E la loro ragione era costituita sul dileggio, sulla rovina, sul disprezzo per gli altri. E più parlavano, più la ragione cresceva e chiedeva il suo tributo di parole, di minacce, di gesti. E sempre più gli altri, quelli dalla parte del torto, diventavano lontani e miserabili.

Avete notato come è strutturato il brano? È come una vertiginosa rampa di scale i cui gradini sono costituiti da frasi che si susseguono una dopo l’altra, introdotte ciascuna da una ‘e’. Ma l’impressione di andare in salita non è solo frutto di una suggestione metaforica. Sentite anche cosa dicono le parole: più, sempre più, si rafforzavano, crescevano, diventavano. Se questa non è un’arrampicata da togliere il respiro! Pare quasi di sentire il clima che cambia man mano che si salgono gli scalini, e infatti questa sovrapposizione di immagini che poco per volta si gonfiano e quasi minacciano di straripare, in retorica si chiama proprio così, climax. Ovviamente Stefano Benni lo sa benissimo, e sa anche che la accumumazione di ‘e’, nella climax, è strumento prezioso e assai utile alla causa.

Dopo aver riletto questa pagina, ho cominciato a fare caso alle frasi che cominciano con ‘e’ con un inserto domenica del Sole 24 Ore di un paio di settimane fa.
Ne ho trovate una quantità impressionante, ma quasi tutte alla fine, come un suggello dell’articolo:

E s’intuisce come si possa scrivere un romanzo tanto dotto nella sostanza, lavorando, al tempo stesso, a un’opera storica che a sua volta si legge col piacere di chi ama la letteratura.

E anch’io, grazie al vastissimo, vociante e appassionato pubblico di lettori là fuori, so di aver cambiato idea. Molte volte.

È più aderente alla vita. E per questo diventa anche esperienza.

È difficile che un monito così importante venga preso sul serio, in un miscuglio di messaggi così contraddittori. Ed è un peccato.

E sulla fame nel mondo meglio sarebbe combatterla investendo nella produttività agricola nei paesi invia di sviluppo.

E quale parola migliore si poteva evocare per esprimere l’ottimismo che – come sapeva anche il leopardiano venditore di almanacchi – alberga anche nel più pessimista dei nostri cuori: “Speriamo!”

E diventa avvincente.

Esistere non è apparire. E i viandanti della poesia ovunque ne riconoscono le tracce.

Ma, alla faccia della società liquida e della democrazia su internet, Castellina una soluzione ce l’avrebbe. E si chiama partito.

E in fondo, la piccola ‘e’ non segna anche la fine di tutte le prime storie che abbiamo ascoltato? “E vissero felici e contenti”.

0 risposte a “E alla fine, apporre un sigillo”

  1. Bel post Luisa. Anch'io uso la "E" in quel modo e la amo molto.

    E che dire di:

    E quindi uscimmo a rimirar le stelle.

    Sono in giro e non posso controllare. Se non sbaglio è addirittura il finale dell'Inferno di Dante…

    Domani parto per l'Etiopia e torno dopo l'8 marzo. Ti abbraccio forte. E ti seguirò a distanza.

    Tua Mariella

     

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