Il passaggio massiccio dalla lettura sulla carta a quella sugli schermi dà molto da pensare a linguisti e scienziati. Come cambia la lettura? Il nostro cervello si adatta o è disorientato? Riusciremo a coniugare la ricchezza offerta dagli ipertesti con quello che Proust chiamava “il cuore della lettura”, cioè la capacità di andare oltre le parole dell’autore per esplorare il profondo di noi stessi?
La questione naturalmente interessa molto anche a chi per gli schermi scrive.
Ieri il New York Times ha fatto un giro di pareri: Does the brain like e-books?
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15 Ottobre 2009
secondo mè lè una roba bruta, e non cambia una virgola
come dice Umberto Eco "i libri non moriranno mai!"… e per fortuna… aggiungo io!
Molto interessante, grazie.
In proposito, il mio parere è che il libro non è quella cosa fatta di carta e legatura, ma il testo … e questo è in parte indipendetente dal contenitore; anche se, ovviamente, i nuovi contenitori sono molto più versatili, e capaci di veicolare questo e molto altro.
Consiglio anche di seguire il link all’inizio dell’intervento di Gelernter: books vs. e-books è appena la punta dell’iceberg di ciò che ci attende.
La discussione sul libro che lascia il posto alla lettura su uno schermo va avanti da un bel po’ e riporta alla mente la celebre frase di Victor Hugo: "Ceci tuera cela". In effetti le cattedrali gotiche segnano il passo, ma sono anche un bel po’ più ingombranti di un libro. Probabilmente il libro e lo schermo conviveranno felicemente per un bel po’ e il fatto di avere a disposizione due modalità di lettura anziché una non può essere che positivo. Poi, chissà. Nel frattempo è bene interrogarsi sulle differenze e il pezzo nel NYT è interessante.