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risali negli anni

25 maggio 2008

Atelier



Dal post precedente si capirà che in questi giorni non mi sto certo librando nei cieli di testi particolarmente evocativi, ma sto lavorando per rendere dei testi letteralmente “comprensibili” per chi li leggerà.
Non me ne lamento affatto, anzi considero da sempre il lavoro di editing tra i più istruttivi e anche divertenti in assoluto. Taglia, sostituisci, sposta, smonta, rimonta, ripro… il mio schermo diventa come il tavolo di una sarta. E come una diligente sartina, quello che scarto lo metto da parte e lo trasformo in un esempio, una slide, un breve post, un approfondimento o una ricerca per me.
Per proseguire con la metafora sartoriale, non ho frequentato l’accademia della moda, ma mi sono sempre ritrovata a lavorare direttamente con rotoloni di testo da tagliare e aggiustare, oppure con testi-vestiti da creare di sana pianta.
Quindi sono una gran praticona: che li debba solo riparare o ideare e realizzare, in genere i vestiti escono bene, ma a lungo non ho saputo spiegare il perché. Ero tutta solo istinto, occhio e orecchio.
Poi il sito e questo blog mi hanno pian piano instillato il gusto di capire, approfondire, diventare consapevole di quello che faccio mentre scrivo. Ma ancora oggi se qualcuno mi chiede una regola precisa di grammatica o la spiegazione di un termine di retorica, linguistica e affini, corro a sfogliare Serianni, Mortara Garavelli & Co.
Così ieri, leggendo un libro serissimo, ho finalmente dato un nome a un altro perverso fenomeno della scrittura delle organizzazioni: gli iperonimi, cioè quelle parole generiche che ne includono molte altre o, per dirla con lo Zingarelli, “vocabolo di significato più generico ed esteso rispetto a uno o più vocaboli di significato più specifico e ristretto, che sono in essi inclusi (per es. animale rispetto a cavallo, cane, gatto).
Ecco, secondo la mia esperienza, gli iperonimi più diffusi e malsani nelle aziende e nelle amministrazioni:

  • eventi per seminari, fiere, workshop, mostre, conferenze…
  • contenuti per testi, presentazioni, report, case study, brochure…
  • materiali multimediali per filmati, immagini, podcast, slide…
  • informativa per lettera, email, circolare, report…
  • nelle assicurazioni, sinistri per incidente stradale, infortunio, malattia, furto…

 

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0 risposte a “Atelier”

  1. Molto utilizzati per le parolacce, per cui si potrebbero fare svariati esempi…ma non mi sembra il caso. A voler parlare seriamente mi viene in mente la parola TICKET che viene utilizzata davvero tanto. Mi viene in mente la tassa sui farmaci mutuabili, una segnalazione scritta e registrata nei call center, il buono pasto, lo sconto benzina, ecc.
    Ah, dimenticavo…l’altro giorno ero in coda al banco gastronomia del supermercato quando una gentile commessa mi ha chiesto: scusi, lei l’ha preso il ticket?

  2. Un esempio di iperonimi, forse improprio o forse generalizzato, lo ritrovo in un articolo sull’arredamento di interni a cui sono arrivata tramite un tuo link: “Il corpo, la pietra, l’ambiente bagno”. Qui non solo parole onnicomprensive e usurate, come processo, soggetto, contesto culturale, prodotto di design, ma interi flussi di termini vuoti e circonvoluti come “osservazione condotta in parallelo tra i caratteri del progetto di design”, “unitamente al complesso portato di valori intellettuali traslati che essa conserva per l’immaginario collettivo”, “flussi comunicativi dello scenario globale attuale” e “plasmare pesantemente la sfera cognitiva del soggetto”…

    Sarà un problema della mia testa che ha deciso di prendersi una vacanza dopo un paio di righe, ma questa sequenza di nomi disincarnati e astratti mi risulta più illegibile del burocratese.
    Mi sembra la figliastra deforme di un certo linguaggio filosofico
    moderno, rivestita di firme costose su un corpo senza eleganza.

    Mi chiedo anche, questa creazione litica, il bagno rappresentato nella foto, un non-luogo, mi dà un’impressione di cappella mortuaria ingannevolmente luminosa per l’antipatia suscitata dalla scrittura o perchè è un riflesso di questo modo di fare e parlare di architettura?

    Giupina

  3. MAMMA MIA! Ho letto anche io il testo che riguarda quel bagno-loculo.
    E’ veramente… spudoratamente vocato a pompare estrema importanza a degli oggetti che devono essere acquistati.
    Leggendolo mi è venuta in mente tutta quella massa di persone ricca e pseudo acculturata che fa bella figura nelle mostre d’arte e poi spende migliaia di Euro per acquistare qualcosa che non sa nemmeno lei bene cosa sia.

    IacopoR

  4. Dove lavoro io proprio “condividere” è una delle famigerate parole-prezzemolo. Oltre che nel significato proprio viene usata (più che come iperonimo) come mantello per coprire aree semantiche diverse: da noi una decisione non viene presa da qualcuno e comunicata a qualcun altro, bensì (almeno lessicalmente) “condivisa”; valori e strategie non sono eleborati e veicolati da chi di dovere, ma di nuovo “condivisi” con l’universo mondo; e gli indicatori delle prestazioni vengono “condivisi” anche loro…
    Giacché non vivo nell’Eden dei lavoratori, viene il sospetto che manchi più l’onestà intellettuale che la precisione lessicale…

    Marina

  5. Nel mio lavoro l’iperonimo più diffuso è PC utilizzato per cpu, monitor, tastiera, mouse, posta elettronica, internet, word, a volte per estensione si arriva persino a stampante …qualunque cosa funzioni male viene segnalato che il PC non va. Ma forse in questo caso si potrebbe parlare di sineddoche….A noi operatrici l’infausto compito di decoficare.

    http://unavitaquasinormaleanzi2.blogspot.com

  6. I bibliotecari usano estensivamente un iperonimo (?) assurdo: documento, per includere libri, cd, dvd, vhs ecc. Peccato che nel linguaggio comune significhi prevalentemente altro. Ti arriva a casa una mail… “Il documento da lei prenotato…” ma quale documento? Io volevo un libro!

  7. la parola filosofia usata a sproposito!! vai dal gommista e ti dice : queste nuove gomma hanno una nuova filosofia! sono adatte a tutti i tipi di strada. L’assicuratore: la mia polizza ha una filosofia più performante! chi ti vende gabinetti: questo nuovo bagno risponde a una nuova filosofia abitativa.
    Per me la filosofia era quella sacra materiata studiata (neanche molto bene) nei tre anni di liceo di cui rimando sempre l’approfondimento a tempi migliori. Trovo insopportabile l’uso di tale termine a casaccio!! con simpatia emma

  8. Quante idee! Grazie.
    Ad alcune non avevo proprio pensato anche se le ho sempre sotto gli occhi.
    “Pacchetto”, con tutta la sua famiglia di “spacchettamenti”… 🙂

    Luisa

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