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risali negli anni

27 giugno 2007

La parola che non c’è, la scrittrice la inventa

Non so quante parole abbia l’italiano. “Oltre 135.000 voci con 370.000 significati” è scritto sulla quarta di copertina del mio Zingarelli 2006.
Ne usiamo così poche, eppure sembra che non ci bastino mai. Per quanto mi riguarda, credo che la molla ad apprendere altre lingue sia stata proprio l’ansia di espansione, il desiderio di poter disporre di più parole per esprimere anche le sfumature più sottili. E poi la scoperta di poterlo fare davvero.

Ci sono per me stati d’animo e momenti tedeschi, francesi, spagnoli. Meno momenti inglesi, forse perché è una lingua in cui leggo tutti i giorni per lavoro.
Dalle differenze, dai confronti, ho imparato a scrivere e a ragionare sulla mia, di lingua.

Renata, la protagonista di Giochi d’infanzia, è una bibliotecaria che sa interpretare le lingue più diverse e sconosciute, lontane da noi nel tempo e nello spazio.
Per dare un senso a ciò che prova, ricorda e immagina, la soccorrrono le lingue di isolette in mezzo all’oceano o di innevate regioni del nord.
Le frasi che la colpiscono le appende alle pareti della sua casa, dove vive circondata di parole.

Il Bliondico, una lingua oscura della Lapponia, ricca di quasi-sinonimi, abbonda di termini prashmensti, bugie bianche, non vere menzogne, ma menzogne dette per convenienza e per non ferire i sentimenti altrui, e anche le parole usate in modo impreciso o insincero, per confondere (prashmenosi), distrarre (prashimina) e forviare l’interlocutore, evitando così verità pericolose (prashmial), o parole usate per pura stupidità, o per riempire un vuoto quando c’è bisogno…

L’Etinoi, invece, distingue con parole diverse tutti i tipi di zio e cognato, e tutti i più diversi tipi di perdita. Ogni perdita può essere modificata con dei suffissi che indicano se la cosa perduta può essere riconquistata o se è persa per sempre.

E’ con questa presa possibile su migliaia di parole che Renata riesce a fare i conti con le perdite della sua infanzia e con l’inafferrabilità degli amori, che vanno, vengono e mai stanno.
E con il dramma collettivo che accompagna il racconto personale. Giochi d’infanzia comincia con uno sguardo al ponte di Brooklyn, “un mattino di settembre così perfetto”. Esattamente l’11, dell’anno 2001.

PS.1 Giochi d’infanzia mi è stato regalato, anche se l’ho comprato. E’ arrivato in un messaggio email di qualche mese fa, all’interno di una lista di libri “che probabilmente mi sarebbero piaciuti”.
Di solito diffido dei consigli di chi non conosco di persona, e i libri me li scelgo rigorosamente da me. Questa volta però il primo della lista me lo sono comprato, e ho fatto bene, perché era davvero un libro per me. Un libro bellissimo.
Un grazie di cuore alla professoressa napoletana di cui non riesco più a ritrovare l’email.

PS.2 Lynne Sharon Schwartz, l’autrice di Giochi d’infanzia, ha tradotto in inglese molti scrittori italiani, tra i quali Natalia Ginzburg.

8 risposte a “La parola che non c’è, la scrittrice la inventa”

  1. cara Luisa
    “la soccorrrono …le lingue di ” se non sbaglio si scrive con 2 erre ne hai messa una di troppo!
    la tua correttrice di bozze free on line (per me è un onore) sei un mitooooooo
    gio

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