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risali negli anni

11 Febbraio 2006

La missione dei provinciali

Oggi, su Io Donna del Corriere, Beppe Severgnini ha dedicato la sua rubrica alla parola “mission”.
In questo caso non particolarmente originale, né tempestivo – il nostro Italian – ma sempre garbato e divertente.
A dire il vero la mission – nel mondo della comunicazione – è ormai talmente superata e abusata da fare piuttosto “provinciale”. Difficilmente la troverete sui siti dei grandi brand italiani e internazionali, ormai scafatissimi con i loro testi diretti, leggeri e conversational.

No, la “mission” no!
di Beppe Severgnini

Qual è la parola più ridicola nel vocabolario nazionale? L’ho capito ricevendo una lettera da Rivoli, meritevole città piemontese (riassume, nel nome incolpevole, i mille sprechi italiani). Rossella Stella detesta il termine “mission”. Ha ragione: non se ne può più. Società, enti, aziende, gruppi e associazioni non dicono più cosa intendono fare. No: annunciano la “mission”. Uno si chiede: cosa vi costa aggiungere una vocale (“e”) e spiegare la vostra “missione”, in italiano? Niente da fare. “Missione” sembra vecchio e polveroso. “Mission” suona profumato, sexy, futuribile.
Stella Rossella – nome bolscevico, signora: il presidente del Consiglio potrebbe chiederle di cambiarlo – cita un film di vent’anni fa, “The Mission”, con Robert De Niro che si buttava giù dalle cascate, o qualcosa del genere. L’ossessione sarà nata allora?, si domanda. Mi sento d’escluderlo. Il protagonista di “The Mission” era un missionario, interpretato da un attore americano: ci poteva stare. Ma perché una ditta di bottoni di Bologna deve annunciare “la mission aziendale”? Dica invece: “Facciamo bottoni”. Non astronavi, non antibiotici: bottoni. Obiettivo degno e socialmente utile: le astronavi e gli antibiotici hanno molti meriti, ma non tengono chiuse le camicie.
Qualcuno dirà: non è stato “Mission” del 1986, è stato “Mission: Impossible” del 1996, con Tom Cruise che faceva l’agente speciale: l’epidemia è partita da lì. Errore. L’unica missione impossibile, nel 2006, è impedire a tanti esagitati di ripetere: “La mission della nostra associazione…”. Oltretutto quella doppia “s” all’inglese, per molti italiani, è impegnativa: penso agli emiliani, ai laziali, ai siciliani. “Mission” diventa “miscion”a Modena, “mizzion” a Latina, “misssion” (tre “s”) a Messina. Tutti capiscono, è chiaro. Ma qualcuno ascolta e sorride.
Esiste un modo non-violento per dissuadere i malintenzionati verbali? Credo di sì. Si potrebbe introdurre un boicottaggio soffice – ho detto “soffice”, non soft – così organizzato. Appena un dirigente d’azienda – ho detto “dirigente d’azienda”, non manager – s’avvicina al microfono e dice “La nostra mission…” il pubblico aggiunga in coro una “e”. Quando una società commerciale spiega, su internet o sul giornale, qual è “la mission della compagnia”, basta rispondere: “Quella lasciatela ai gesuiti, che se ne intendono!”. E se in quella società non capiscono la battuta, meglio ancora: vuol dire che sono un po’ ignoranti. Cambiate società, e non sbagliate.

da Io Donna, 11 febbraio 2006

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