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risali negli anni

2 Aprile 2005

Colore e dolore

Stamattina ho realizzato che la grande piazza sulla quale sono puntati gli occhi e le telecamere di tutto il mondo non è troppo lontana da casa mia.
Mi è venuto spontaneo andarci direttamente. Per partecipare a un momento storico e a una delle tante reali conclusioni del Novecento, oltre che di un uomo che ha segnato il secolo in maniera così forte. Ma anche per provare su me stessa – in un’epoca in cui viviamo tutto via internet o in televisione – cosa significa per una volta stare in un luogo vero, non virtuale, in mezzo a molte migliaia di persone, circondata dalle loro emozioni, in attesa di un evento che tutto il mondo aspetta. Sentire voci, incrociare sguardi, percepire sentimenti nel mio vicino.

Ho spento il computer che mostrava sul sito del principale quotidiano nazionale una foto di donne con gli occhi al cielo e le braccia levate e il primo piano di un viso pieno di lacrime. La mano che le asciugava stringeva un rosario.Tempo mezz’ora ed ero a Piazza San Pietro in un primo pomeriggio caldo e dorato. Quello che ho trovato dentro l’abbraccio del colonnato berniniano, che sembrava ruotare intorno a me come una bianca macchina barocca, è stato qualcosa di veramente diverso dalla retorica e dall’emotività “effetti speciali” cercato e filtrato nelle nostre case dalle telecamere. Non ho visto lacrime, né braccia levate al cielo, né gente inginocchiata. Ho visto tante persone come me, famiglie intere, giovani seduti tranquilli per terra a leggere e a pregare, un incredibile numero di carrozzine con bambini piccolissimi, bambini più grandi cui i genitori parlavano del papa come di una persona di famiglia. Mi ha colpito il numero di turisti stranieri che scrivevano su un taccuino, sicuramente il ricordo e le emozioni di una giornata particolare.

C’erano serenità, pacatezza, rispetto. Molti sorrisi, molte parole, ma sommesse, come quando non si vuole disturbare qualcuno nella stanza accanto. Eravamo tantissimi, ma le voci non soverchiavano lo scrosciare dell’acqua nelle due fontane.

mi allontanavo e passavo in mezzo ai satelliti e alle telecamere, non ho potuto fare a meno di notare – in tanta evidente normalità – la caccia di giornalisti e fotografi al “pezzo di colore”: un gruppo di cinesi, un ragazzo pieno di piercing ma munito di bibbia, un drappello di ragazzini francesi con cappellini rossi. In televisione saranno venuti benissimo.

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8 risposte a “Colore e dolore”

  1. Il tuo post Luisa mi fa pensare, tra le altre cose, a quanti in piazza San Pietro si accalcano attorno agli speaker delle televisioni cercando di farsi inquadrare dalle telecamere, anche stasera, a morte del Papa avvenuta. Credo tra queste persone non ci sia tutta quella retorica che in modo più o meno inevitabile stiamo vedendo nei canali televisivi.

  2. Non sopporto i “pezzi di colore” in queste circostanze. Ho seguito tutto per radio, mi è sembrata una cronoca più pacata. Ma avrei voluto essere anch’io in piazza.

  3. “l’abbraccio del colonnato berniniano, che sembrava ruotare intorno a me come una bianca macchina barocca”.
    questo è un’effetto speciale.
    la televisione cerca i suoi.
    saluti

  4. La storia si ferma e riflette su una persona che è stata megafono della verità, anche se questa verità non è tale per tutti.
    Flavia

  5. Confesso che il fiume di parole e di immagini passate in Tv mi imbarazza, mi sembrano troppo esposte, eccessive nel mostrare il dolore che, a mio avviso, deve rimanere più riservato e silenzioso. Ora questa tua testimonianza mi conforta: migliaia di uomini e donne accorsi con i loro bambini nella piazza con il cuore veramente trafitto dalla sofferenza.

  6. Venerdì 18 giugno 1981 la Rai mandò in onda a reti unificate (primo e secondo canale, come si chiamavano allora), la più lunga diretta della storia della televisione italiana. Molti negozianti misero per l’occasione degli apparecchi televisivi nelle vetrine per i passanti, e sembrava che l’Italia si fosse fermata. A posteriori molti riconobbero che fu una spettacolarizzazione dell’evento. Così come lo sono stati, tra gli altri quello delle Torri Gemelle, della seconda Guerra del Golfo, di Erica e Omar, di Cogne, di Terri Schiavo e lo è, perché non è ancora finito, quello della morte di Karol Woitila. Ripetere ossessivamente le stesse notizie o proporre a rullo immagini di repertorio o dibattiti dallo scorso giovedì o, come ieri mattina, la messa trasmessa in contemporanea su un minimo di sei reti, più le locali, è mancanza di rispetto per il morto, e non giova all’informazione. Sembra che ieri non ci sia stata nessuna autobomba in Palestina, nessun attentato in Iraq, nessun morto sul lavoro, nessuna elezione regionale in Italia. Bene hai scritto tu “quello che ho trovato […] è stato qualcosa di veramente diverso dalle retorica e dall’emotività, effetti speciali “cercato e filtrato” nelle nostre case dalle telecamere. Dovremmo dunque, fidarci di questa televisione (e per estensione di questi altri media)? Seconda riflessione: quasi nessuno ha parlato degli aspetti negativi del pontificato di Karol Woitila, che pur ci sono stati, forse non è il momento? Ciao, Ardovig

  7. Le valutazioni sul pontificato di Giovanni Paolo II verranno nei prossimi mesi, ora lasciamo che il dolore e la riflessione per la perdita di un grande uomo scorra nelle nostre vene.
    Quello che ci propone la TV, filtriamola con la nostra intelligenza. Cerchiamo di completare questo quid con letture e analisi provenienti da altre fonti mediatiche meno propense allo scoop della TV.

    Mi è piaciuto lo speciale di Minoli. Mandato in onda ad un’ora troppo assurda per essere vera, per non oscurare i programmi tipo “Orgoglio 2”, programmi fiction vere droghe per gli italiani.
    Si riferiva allo sforzo ecumenico fatto da Wojtyla in tutti questi anni (era centrato soprattutto dal 78 al 91, Polonia e Sudamerica). Ho rivisto, con orrore velato di malinconia, certi assassinii e certi fatti degli anni ’80.

    Questa perdita mi ha toccato più di quello che potessi pensare e mi sono accorto che le parole (tante) che lui ha speso nelle sue encicliche e nei suoi discorsi, non le ho mai prese in considerazione veramente.
    Va bene, mi faceva arrabbiare per le posizione su preservativi, coppie omosex e fecondazione assistita. Eppure, in mezzo alla rigidità di interpretazione e ortodossia ecclesiastica, GPII si riferiva costantemente a speranza, coraggio di vivere e verità. Non sono questi principi universali che dovrebbero ispirarci tutti?

    Un cristiano quasi laico

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