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risali negli anni

26 Giugno 2004

Miniature novecentesche

Picasso lo chiamava “pittore di miniature” e in effetti la maggior parte delle sue oltre 10.000 opere sono di formato minuscolo. Come francobolli, cartoline, foglietti di blocchi per schizzi.
Tante piccole finestre, in qualche caso buchi della serratura attraverso i quali scrutare quello strano paese in cui “il regno vegetale, quello minerale e quello animale si incontrano”.

Tre regni, tre foglie di una stessa pianta, come il significato del suo nome in tedesco: Klee, trifoglio.

Mentre il suo amico Kandinsky improvvisava con la tavolozza del colore come sulla tastiera del pianoforte, toccando le corde delle emozioni e del cuore, Klee cercava e si immergeva “nel grembo della natura”.

E quale luogo più adatto per un artista del paese segreto in cui le forme germinano, nascono, crescono? Un paese che può essere buio e silenzioso: un vivaio notturno in cui le piante si sviluppano solo a a forza di luce, un mare profondo in cui avviene una pesca miracolosa. Oppure ospitare due grattacieli sfavillanti, che catturano il sole come cristalli, una montagna colore del cielo, un oriente di sogno in cui il giovane acquafortista svizzero esclama “Siamo una cosa sola io e il colore. Sono pittore.”

Piccoli mondi ricostruiti in economia, che estraggono l’essenza di quanto ci circonda, pensiamo di giorno, sognamo di notte, immaginiamo ad occhi aperti. Con linee precarie e sottilissime, graffiti in moderne caverne, un castello si disegna in equlibrio nel cielo, la testa di una donna si riempie di pensieri. Con pochi colori, modulati di piano in piano e di forma in forma, i giardini si popolano di alberi, fiori, padiglioni, pesci dorati. E il cielo di stelle, di luna e di sole, contemporaneamente.

E’ difficile uscire dai giardini incantati di Klee, perché sono un luogo della nostalgia che sappiamo esiste da qualche parte, ma che spesso cerchiamo inutilmente per tutta la vita.

Ci vorranno la malattia, il dolore e la guerra per rompere l’incanto. E allora i fili sottili dei tessuti di carta diventano travi nere e pesanti a sostenere un mondo di mostri, di angeli sterminatori, di porte sbarrate, di pesci famelici. I quadri sfondano i piccoli confini, si allargano sulle pareti come quelli di Matisse, il rosso del sangue intinge le tele pesanti come sacchi di Burri.

Alla fine della mostra, che finisce domani a Roma, da un quadro lungo e stretto, come lo spazio di una porta che si chiude, una figura ci guarda e pare congedarsi. Oltre c’è “Il mondo dei morti e dei non nati. Più vicino del solito al centro della creazione, ma non ancora abbastanza vicino”, come Klee volle si scrivesse sulla sua tomba, a Berna.

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Una replica a “Miniature novecentesche”

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