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risali negli anni

23 Febbraio 2004

Il male oscuro degli scrittori nascosti

Oggi sia il Corriere della Sera sia Repubblica parlano del libro di Silvia Pertempi Romanzi per il macero, appena pubblicato da Donzelli. Un libro sull’Italia che scrive invano e che invano spera in una pubblicazione che non arriverà mai.
Identikit dello scrivente: maschio, colto, quarantenne, settentrionale, infelice e frustrato, molto simile al personaggio del film Caterina va in città interpretato da Sergio Castellitto.
I temi: solitudine, infelicità, erotismo.

Dov’è la felicità? si domanda l’autrice del libro. È più o meno la domanda che mi faccio anch’io quando ricevo – e ne ricevo tante – le mail di scrittori in cerca di pubblicazione. E il mio è chiaramente un sito di scrittura professionale, non creativa. Non riesco a immaginare cosa possono ricevere le case editrici o le agenzie letterarie.
Ma riesco facilmente a immaginare il tempo rubato al sonno, alla famiglia, all’aria aperta. Scrivere è un’attività solitaria, che esige isolamento, distacco e silenzio. Non sempre se ne ha voglia. Ci sono spesso mille cose migliori da fare.

L’idea di tutte queste persone chiuse in una stanza di notte a scrivere, ma poi soprattutto a dannarsi l’anima per pubblicare mi mette tristezza.
Naturalmente sono solitudini e ambizioni che sono sempre esistite, ma internet le mette in luce come mai prima e dà delle illusioni cui è difficile sottrarsi.
Il mio non è certo un invito a rinunciare a scrivere, se questo fa piacere, gratifica e aiuta a vivere (tutti noi in fondo – e io per prima – lo facciamo per questo), ma a cercare il riconoscimento a tutti i costi, questo sì.

Non è meglio allora confezionarsi il libro in casa, farsi fare una stampa on demand, pagarsela, organizzare una bella cena e regalare il libro ad amici e parenti?
Io, dieci anni fa, l’ho fatto con la storia della mia famiglia, che mi è costata weekend di clausura, revisioni su revisioni, e laboriose ricerche in archivio. Alla fine il libro è stato fatto in casa e distribuito a tutti i parenti in occasione del pranzo di Natale.
È stata una cosa memorabile, molto meglio di una presentazione in una libreria alla moda.

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5 risposte a “Il male oscuro degli scrittori nascosti”

  1. Io scrivo per me. Perche’ scrivere – quando riesco a farlo – alleggerisce la mia solitudine. In giornate feroci, a volte un’immagine riesce a farsi strada in me, e a rompere la cortina grigia delle ore.

    La mimosa scuote
    gialli fiori
    disperata nel vento

    La scrittura e’ l’unica terapia che conosco.

  2. Ma certo, l’angoscia da pubblicazione non riesco a capirla. Pero’ posso ammettere che esista.
    C’e’ che si deprime per un amante inesistente, chi si stressa sul lavoro, non vedo perche’ non dovrebbero esserci gli scrittori frustrati.
    E se questi si palesano meglio di altre categorie, è perche’ esistono le case editrici che raccolgono manoscritti su manoscritti.
    Se esistessero editori -per cosi’ dire- verticali, tipo
    “Edizioni L’Amante Che non C’era” o “Poltrone Mancate Editore”, credo che emergerebbero molte altre tristezze.
    Scrivere, comunque, credo che faccia compagnia, indipendentemente dallo spirito con cui uno si accinge a farlo. Se poi ci sente soli, allora si, può essere davvero una terapia.

  3. Il problema è che molti non scrivono perché amano scrivere o perché hanno qualcosa di urgente da comunicare (una storia, un’immagine, un idea del o sul mondo, un’emozione, un sentimento), ma perché amano sentirsi e vorrebbro farsi riconoscere come scrittori (un po’ come amare l’idea di essere innamorati e non una persona concreta, in carne e ossa). Beh…questo sì che è molto triste. Se non si ha nulla da dire, meglio, molto meglio stare zitti. A meno che scrivere non sia un lusso/sfizio da tardo impero (e così ?!).

  4. Io scrivo per un lettore ignoto, un lettore che ancora non sa di essere tale, come per i messaggi in bottiglia – un lettore che non si cerca, e che può solo essere trovato.
    Dunque niente letture in famiglia please.

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