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risali negli anni

15 Giugno 2003

Worst practice

In azienda una delle espressioni con cui la maggior parte dei manager si riempie la bocca è quella delle “best practices” (con la “s” alla fine, naturalmente, e se tu non la metti c’è sempre qualcuno che ti corregge).
In parole povere, le best practice sono le esperienze positive e più riuscite, quelle che è bene tenere a mente e analizzare per trarvi linee-guida ed elementi da riutilizzare per il nostro lavoro. Insomma, i buoni esempi da seguire.Al povero scrittore/redattore/editor l’ambiente di lavoro ben raramente offre modelli di best practice, per cui io nel tempo ho elaborato la teoria delle “worst practice”: si impara molto più per differenza dagli esempi negativi, dai testi che non riusciamo a leggere per quanto sono scritti male, che dai rarissimi esempi positivi.

Io devo ringraziare le pile di brutti testi che ho dovuto leggere e correggere negli anni. È lì, con le mie penne Pilot colorate tra le dita, che ho imparato come “non dovevo scrivere” e mi sono sforzata di inventare dei modi alternativi per dire le stesse cose in maniera più piacevole e leggera e non stancare il lettore.
Così oggi conservo sempre gelosamente i documenti “editati”, con tutte le mie correzioni e le alternative. Qualche volta, di fronte a testi che sembrano quasi inventati tanto sono contorti e pieni di errori, mi faccio l’elenco dei consigli per scrivere bene partendo dall’errore, dal “contrario”.
E poi ho una preziosa cartellina con l’etichetta “orrori”. Le mie colleghe lo sanno e appena trovano un brutto testo – da una pagina web a un’email – me lo stampano e fotocopiano. “Per la tua collezione” mi dicono.

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3 risposte a “Worst practice”

  1. Eccoti qui.
    Non sapevo facessi una collezione di una cosa così originale. Ho delle cose conservate anche io. Te ne faro’ dono.
    Beh, insomma…benvenuta. Si sta bene sul tuo blog.
    E tu, cosa si prova a ricevere commenti? 🙂

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