Alphonse Mucha, generoso e fortunato bohémien

31 Lug

Alphonse Mucha, Manifesto per la tipografia Champenois, 1897.

Credevo di avere una certa confidenza con l’artista cecoslovacco Alphonse Mucha, se non altro perché ho ospitato per anni nella mia camera di bambina e di ragazza il suo manifesto che apre questo post. E invece la mostra che gli dedica il Vittoriano a Roma fino all’11 settembre mi ha rivelato un artista sfaccettatissimo ben oltre i celeberrimi manifesti, una persona di straordinaria generosità, una vita vissuta con pienezza e consapevolezza rare.

Un bambino prodigio, il piccolo Alphonse, che impara a disegnare prima ancora che a camminare e già adolescente ha ben chiaro cosa vuole fare: diventare un artista. Dopo aver studiato a Vienna, capitale dell’impero, la meta è Parigi dove i giovani come lui, poveri di mezzi e ricchi di talento, danno vita a un termine destinato a grande fortuna: bohémien, dalla loro terra d’origine.

Alphonse Mucha, Ritratto della moglie Marushka, 1905.

Povero di mezzi Alphonse lo rimane per pochissimo tempo. È baldanzoso e fortunato: dopo aver incontrato e sposato la sua giovane musa, un’altra donna incrocia la sua strada, Sarah Bernhardt, l’attrice più famosa del suo tempo. Le basterà dare un’occhiata al bozzetto che Mucha ha dedicato al suo spettacolo, Gismonda, per ingaggiarlo per ben sei anni: manifesti, scenografie, inviti… tutto il mondo teatrale parigino sarà firmato Mucha, che trasloca in uno studio più grande, arredato nello stile che furoreggia e che anche lui contribuisce a creare: l’art nouveau.

Arte nuova sì, arte che coinvolge ogni dettaglio della vita quotidiana, ma che per Mucha si nutre di una profondissima cultura figurativa. È entusiasmante scovare in ogni sua opera il riferimento, trasfigurato, a un artista del passato: Sarah campeggia sui muri di Parigi in un formato lungo e stretto e con una palma in mano, proprio come una santa martire in una sacra conversazione rinascimentale, oppure sfodera una lunghissima chioma bionda, che ha i ritmi della Venere botticelliana; suo figlio Jiri sfodera una consapevolezza e una posa da artista rinascimentale; e i suoi profili tondi… come non pensare a Piero della Francesca?

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti di Gismonda di Mucha (1894). Santa Giustina nel polittico di San Luca di Andrea Mantegna (1453-55).

 

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti della Samaritana di Mucha (1897). La Nascita di Venere di Botticelli (1482-85 circa).

 

Alphonse Mucha, Ritratto del figlio Jiri, 1925.

 

Il ritratto di Battista Sforza di Piero della Francesca (1472 circa). Zodiaco di Mucha (1896).

I passanti, gli appassionati di teatro o i visitatori del padiglione austriaco all’esposizione universale del 1900 non si accorgono di questi richiami profondi, ma sono stregati dalle sue donne avvolte di panneggi, piante, fiori e stelle. Quasi nude a volte, ma una sensualità strana, un po’ raggelata nei colori metallici, nelle geometrie bizantine.

Alphonse Mucha, La stella del mattino, 1902.

Alphonse piace, piace a tutti. Agli artisti ombrosi come Gauguin, che trovano in lui un amico generoso, ma anche ai consumatori: le sue campagne pubblicitarie per aziende di biciclette, dolci e biscotti, champagne, saponi e profumi, accompagnano l’epoca delle esposizioni universali e dei grandi magazzini. Per lo stampatore Champenois disegna anche il calendario aziendale.

Alphonse Mucha, manifesto per l’azienda britannica Cycla Perfecta (1890).

Alphonse è felice e instancabile, si dedica a tutte le tecniche: la litografia a colori dei manifesti, il disegno per i quaderni di elementi decorativi di ispirazione per gli artigiani, l’olio per i ritratti, l’acquerello e il carboncino per gli schizzi e i bozzetti di affreschi e vetrate, la fotografia che documenta la sua opera e la sua vita, ma soprattutto i magnifici gioielli. Li disegna per l’amatissima moglie, poi per il gioielliere più famoso di Parigi, Fouquet, che arriverà a commissionargli l’intero arredamento del suo negozio.

Il regalo di nozze di Mucha alla moglie (1906).

Alphonse è felice, instancabile e generoso. Alla fine della prima guerra mondiale finisce l’impero austroungarico e la Cecoslovacchia diventa indipendente. Lui si mette a completa disposizione del suo paese: disegna le prime monete e i primi francobolli, realizza vetrate e affresca importanti edifici pubblici. Ma vuole fare ancora di più: realizzare l’epopea slava, venti grandi tele da regalare alla città di Praga. Ci vogliono molti soldi e lui va in America a cercarli; glieli darà il ricchissimo industriale e mecenate Charles Richard Crane.

Torna in Boemia, compra un castello e si mette all’opera: le foto ce lo mostrano con il camice bianco sotto il quale si intravedono sempre giacca e cravatta. È in questo periodo che si avvicina al sogno della pace universale della massoneria e alla filosofia mistica di August Strindberg: dalla pace per tutti i popoli slavi alla pace per tutti. Il suo ultimo grande progetto è un trittico di cui abbiamo solo i bozzetti, dedicato alle tre future età dell’amore, della  saggezza e della ragione.

L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, ma costruire, collegare. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci.

Il sogno della pace e della comprensione tra i popoli si infrange nell’aprile del 1938, quando i nazisti occupano la Cecoslovacchia. Mucha è tra i primi a essere interrogati. Sarà rilasciato, ma riuscirà a sopravvivere ai suoi sogni soltanto tre mesi. Le venti tele dell’epopea slava, invece, sopravvivono al nazismo e alla guerra, arrotolate e nascoste per quindici anni, fino al 1960.

Online, il posto più bello per scoprire Mucha: Mucha Foundation.

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TED Talks, un inno alle parole

23 Lug

Anche se non ci capiterà mai di raccontare qualcosa di importante nei famosi e invalicabili 18 minuti di un intervento TED, vale davvero la pena di leggere TED Talks, di Chris Anderson. Perché la presentation literacy – l’alfabetizzazione retorica, la capacità di raccontare in parole e immagini – oggi riguarda tutti: professionisti, giornalisti, docenti, studenti. Chiusa la parentesi Gutenberg – con le parole del sapere confinate nei libri – oggi la conoscenza è dappertutto, dilaga su mille strumenti, è immortalata in rete dove vivrà una lunghissima vita.

Nessuno prima ha mai avuto questa straordinaria opportunità di connettersi e poter condividere quello che ha imparato, pensato o sognato con un numero sterminato di altre persone. Non solo reading, ‘riting, ‘rithmetic, ma anche e soprattutto rhetoric. Per Anderson l’antica arte della persuasione e del discorso efficace torna centrale e deve ritrovare il posto che le spetta tra le competenze di base, soprattutto a scuola.

Anderson, che ha guidato TED nella sua marcia trionfale degli ultimi anni, ha scritto un libro che insegna a tutti, ma proprio tutti, a coinvolgere gli altri raccontando una propria idea. A me è piaciuto moltissimo, soprattutto perché sfata parecchi miti e demolisce alcuni tra i luoghi comuni più diffusi. Per esempio:

Ripartiamo dal cosa, per arrivare al come

Per anni ci siamo sentiti dire che il segreto di ogni comunicazione efficace è tutto nel come e pochissimo nel cosa. Ricordate il famoso “55% di elementi non verbali, 38% di paraverbali e un misero 7% di parole”? A TED qualsiasi oratore, anche il più strabiliante, deve ripartire dall’idea e tradurla prima in parole, tutto il resto viene dopo.

“OK, hai qualcosa di molto interessante da dire, e il tuo obiettivo è ri-creare la tua idea chiave dentro la mente di chi ti ascolta. Come si fa? Gli esseri umani hanno sviluppato una tecnologia che lo rende possibile. Si chiama linguaggio. E fa fare al cervello cose incredibili.”

Il linguaggio è la nostra tecnologia di base, che ci permette di trasferire immagini dalla nostra mente in quella di chi ci legge o ci ascolta, la forma più antica ed efficace di multimedialità. Le parole bastano e avanzano, come dimostra tutta la letteratura, dai grandi poemi epici a oggi. In 18 minuti ci stanno più o meno 2500 parole, ma il consiglio è di partire condensando la propria idea in sole 15 parole. Finché non ne siamo capaci, è inutile fare slide o imbarcarsi in lunghi discorsi.

Un testo o un discorso sono prima di tutto un viaggio

Convincere qualcuno a muoversi e a seguirci, sia pur solo con la mente e l’immaginazione, è tutt’altro che scontato. Deve essere il nostro interlocutore a volerlo e ad aprire volentieri la sua mente:

“Nessuna conoscenza può essere spinta dentro la mente di qualcuno. Deve essere la mente stessa a tirarla dentro.”

Insomma, chi ci legge o ci ascolta ci deve dare prima il permesso. E come si fa a farselo dare? Per esempio con un contatto immediato, prima ancora di cominciare: può bastare lo sguardo giusto o la magia di un sorriso, ma poi abbiamo solo il fatidico primo minuto per promettere un viaggio dal quale torneremo tutti diversi. Il capitolo dedicato agli inizi (e alle conclusioni) offre tantissimi esempi di partenze emozionanti ed efficaci, tutti veri, tratti dalle conferenze TED.

Il carburante del viaggio è la curiosità, conquistata passo passo in un equilibrio continuo tra mistero e disvelamento. Non funziona anticipare tutto subito, ma nemmeno tenere il pubblico continuamente con il fiato sospeso:

Non serve un grande balzo per portare chi vi ascolta alla vostra idea. Conduceteli passo passo, pezzo per pezzo, con esempi e metafore, e mostrate come tutti i pezzi si incastrano perfettamente tra loro.

Tutto si tiene, ma solo se abbiamo ben progettato

La perfezione dei TED più famosi, la loro naturalezza, quell’essenzialità in cui non ci sono né un gesto né una parola di troppo o di meno, sono il frutto di una preparazione maniacale, lo sappiamo. Ma solo leggendo questo libro capiamo quanto maniacale. Ogni oratore si prepara con lo staff per mesi e tiene il suo discorso solo quando tutti sono d’accordo che è davvero pronto. Il viaggio è analizzato parola per parola, perché il pubblico non abbia neanche un secondo di disorientamento:

Chi parla deve essere sicuro che chi lo ascolta capisca esattamente come ogni frase si collega logicamente a quella precedente: se la loro relazione è la similarità, il contrasto, l’elaborazione, l’esemplificazione, la generalizzazione, il prima-dopo, il causa-effetto. Chi ascolta deve sempre sapere in quale punto si trova: lungo il tema principale, in una svolta, in una digressione.

La parola chiave della progettazione è throughline, qualcosa di molto diverso da una scaletta che mette con ordine un argomento dopo l’altro. È il filo invisibile che tiene unita una storia: tutto deve essere attaccato a questo filo. Se qualcosa non lo è, si taglia via. Drasticamente.

Parole parlate, ma prima scritte, scrittissime!

Più tempo hai a disposizione, più puoi parlare a braccio. Ma se hai solo 18 minuti, devi pesare ogni parola e se te le scrivi prima il lavoro di pesatura viene molto meglio. Tutti gli oratori sono invitati a scriversi prima l’intervento; sono pochissimi quelli che non lo fanno. È così che si capisce se si rimane fedeli alla throughline e quali elementi o parole si possono ancora eliminare. Ma tutti, che lo abbiano scritto o no, devono ripetere il discorso moltissime volte – da soli o davanti a un pubblico – finché quelle parole non diventano parte di loro. L’agio e la naturalezza che vediamo nei video di TED derivano da questo instancabile lavoro di rehearsing, proprio come gli attori di teatro che imparano la loro parte. Scorciatoie non ce ne sono, nemmeno per le star, quelle da milioni di visualizzazioni.

Parole, parole, parole. Ma non eravamo la società dell’immagine?

Un terzo delle conferenze più viste di TED non ha slide, solo parole. L’avreste mai detto? Io no, probabilmente perché le immagini suscitate dalle parole nel mio teatro mentale erano già abbastanza forti e potenti da non farmene desiderare altre. Quando invece le immagini ci sono, hanno la loro specifica funzione.

Il principale obiettivo dei visual non è di comunicare parole. La nostra bocca lo fa già benissimo. L’obiettivo è condividere cose che la bocca non riesce a raccontare altrettanto bene: fotografie, video, animazioni, dati.

Spesso, nelle spiegazioni migliori, parole e immagini lavorano insieme. La mente è un sistema integrato. Se vogliamo spiegare qualcosa di nuovo, il modo più semplice e potente è “show and tell”.

Immagini e parole insieme, senza sovrapporsi e senza saturare i nostri canali cognitivi. Ma con un diverso equilibrio quantitativo: se per le parole l’imperativo è togliere, l’invito di Anderson per le immagini è di abbondare senza timori. Non tutte infatti vanno commentate e spiegate, anzi possono scorrere rapidamente una dopo l’altra con effetti di grande ritmo e bellezza.

Con l’autenticità non si scherza (e nemmeno con le emozioni)

I video di TED emozionano, e tanto, anche quando parlano di argomenti apparentemente freddissimi. Ma Anderson è chiaro: l’emozione autentica è un effetto, non un’intenzione, un obiettivo, un punto di partenza. A un mondo del marketing che si vuole sempre più personale, umano, emozionale, ispiratore, autentico, questo libro dà una grande lezione: ogni intervento di TED è un dono, non una richiesta. Per questo funzionano. E per questo non funzionano non solo gli interventi pitch (quelli che sotto sotto ti vogliono vendere qualcosa), ma nemmeno quelli che si propongono di essere inspirational. Le emozioni non si creano, si possono solo suscitare. Con il desiderio sincero di condividere qualcosa di importante e con l’umiltà di prepararsi a fondo nel migliore dei modi possibile, ma senza l’obiettivo del successo e della standing ovation.

Non si può recitare l’ispirazione. L’ispirazione è la risposta del pubblico all’autenticità, al coraggio, all’impegno altruistico e alla saggezza genuina.

Allora, scritto, parlato o tutti e due?

Ogni idea e ogni suggerimento sono esemplificati con casi e ampi brani tratti dai tantissimi interventi di TED. Il bello è che sono godibilissimi anche da leggere sulle pagine di un libro. Allora viene da chiedersi se le conferenze più seguite del pianeta siano testi, performance teatrali, o raffinatissime chiacchierate. Io penso che vi converga il meglio dello scritto e del parlato, della preparazione e dell’improvvisazione, dell’amplificazione e dell’intimità. Sono uno degli ibridi più felici di questi tempi, la testimonianza di un grande rinascimento della parola e, come scrive Anderson, forse di una nuova “età del fuoco”.

TED Talks è un libro di idee su come ciascuno può trovare il proprio personalissimo tono di voce quando desidera condividere un’idea o una passione. Qualcosa di molto diverso dai tradizionali libri sul public speaking, pieni di regole sulla voce e la gestualità che dovrebbero valere per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano consigli molto pratici, anzi ce ne sono tantissimi, da quali font usare sulle slide a quali orecchini evitare di mettersi, fino a un originalissimo sistema di note per modulare la voce sulle nostre parole che mi ripropongo di mettere in pratica alla prima occasione (chi l’ha detto che contano solo le pause? Ci sono casi in cui è meglio accelerare!).
La lezione che mi porto a casa è che ognuno deve rispettare la sua natura e il suo modo di essere e comunicare, perché il linguaggio – verbale, visivo o del corpo – è lo strumento più versatile che ci sia, e in più è sempre con noi.

Su questo blog leggi anche:

I 10 comandamenti di TED
Alle radici dell’eterna mutimedialità

 

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Cliente, prego, prima tu!

28 Mag

Human-to-Human, sembra facile!

Ho letto parecchi libri sul tono di voce, ci ho scritto su un bel po’ di post e anche qualche guida di stile per le aziende. Tutte aspirano alla relazione human-to-human, a parlare e scrivere come le persone, a mettere il cliente “al centro”, le sue esigenze e le sue aspirazioni al primo posto. Dichiararlo è facile, praticarlo molto meno.

Io ho imparato soprattutto su quel terreno pieno di insidie che è la relazione diretta con il cliente, soprattutto nei momenti difficili. Quando la relazione è in pericolo, quando il cliente ti sta scappando via, dai fondo a tutte le tue capacità e risorse linguistiche e relazionali – anche le più sottili – per sintonizzarti con lui, farti capire, spiegare perché è successa una cosa spiacevole o al contrario esprimere gioia e gratitudine per un apprezzamento o un suggerimento felice. E poi modulare il tono di voce a seconda del canale che stiamo usando.

Un letterale passo indietro

Quando descriviamo invece un prodotto – su una brochure, sul sito, in un post – quel famoso cliente che vogliamo mettere al centro se ne sta lontano, non incombe con urgenza su di noi e… i buoni propositi vanno facilmente a farsi benedire. Eppure a volte si può cominciare a fare qualcosa di veramente molto semplice: mettere fisicamente, letteralmente, il cliente all’inizio, cioè all’inizio del testo, del paragrafo, del periodo. Evitare come la peste di cominciare con “noi”.

Ci ripensavo nei giorni scorsi, in cui ho rivisto parecchi testi di due aziende importanti e molto consapevoli e avvertite sull’importanza del tono di voce, dell’ordine e del modo di dire le cose. Eppure la fatidica frase di inizio “Il nostro fantastico aspirabriciole ti consentirà di avere sempre una tavola superpulita!” (si fa per dire, si trattava in realtà di servizi molto più astratti e complicati”) si insinuava spessissimo a spingere il cliente in secondo piano, all’ombra del fantastico aspirabriciole.

Una triade di verbi pericolosi

La colpa è tutta di quel verbo “consentire” e dei suoi primi cugini “permettere” e “mettere in grado”: fanno cadere dall’alto anche il migliore dei vantaggi, il più agognato miglioramento della nostra quotidianità; danno al testo un tono concessivo e paternalistico da azienda “so-tutto-io”, che parla al cliente dall’alto del suo piedistallo. Sono verbi-scorciatoia, quelli su cui si adagia il copywriter quando è stanco. Per me, ormai, funzionano da allarme: quando li leggo o si affacciano alla mia mente, driiiinnn, Luisa sveglia! Se sei stanca, riposati e tornaci su. Ripartendo dal cliente, dal suo problema, non dall’azienda o dal prodotto: “Dopo la colazione la tavola è un campo di battaglia. E tu che fai? Passi Aspirabriciole e la tavola è già pronta e pulita per la cena. E voi siete pronti per uscire.”

Anche qui, torniamo ai classici

Come per moltissima scrittura di marketing non stiamo inventando nulla, ma solo (ri)scoprendo l’acqua calda. Comunque facciamo bene a riscoprirla superando “l’omogeneizzata voce del business”, per dirla con quelli del Cluetrain Manifesto.
Steven Pinker, in The Sense of Style, ci dice molto bene che la premessa di qualsiasi testo efficace è l’atteggiamento dell’autore, che deve porsi sullo stesso piano del lettore in maniera sincera: l’unica cosa che li distingue è che l’autore sa qualcosa che il lettore ancora non sa. Punto. E ne rintraccia la consapevolezza nello stile “classico” degli scrittori francesi del seicento come Descartes e La Rochefoucauld (di questo parliamo un’altra volta, ma ne parliamo!):

Lo stile classico, che ipotizza l’assoluta uguaglianza tra autore e lettore, fa sentire il lettore un genio. La cattiva scrittura lo fa sentire un’idiota.

È quello che pensano anche i copywriter dell’Economist, che certo non trattano argomenti leggerini:

Scrivi come se stessi parlando a un amico intelligente e curioso. Non fare il sostenuto.

Ecco, che bello sarebbe se le aziende, mentre scrivono, pensassero ai clienti e ai prospect come amici! Ma sul serio, con attenzione e cura, non solo come numeri sulla pagina Facebook.

Su questo blog leggi anche:

Testi naturali e conversevoli
Scrivere per farsi ascoltare
La (dis)umanità del customer care
Imparare a dire “ci dispiace”
Contro le bare verbali e le parole zombie
Scrivere: una visione e una conversazione
Naturale come il parlato, preciso come lo scritto

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I cinque sensi e la memoria

8 Mag

Come forse si è capito dai post di quest’anno, sono tornata a leggere molti libri. Qui parlo di quelli belli, che vale la pena di segnalare, condividere e ricordare. Gli altri finiscono nella mia libreria, e sono tanti. Da alcuni imparo comunque: perché mi insegnano con chiarezza cosa non fare e cosa non scrivere, o perché sono talmente brutti e inefficaci da rinsaldare la mia autostima (dai, Luisa, non sei poi così male!).

Leggo molti libri anche per arginare la dispersione che sento sui social. Belli, utili, divertenti anche, ma in un buon libro l’autore ha fatto uno sforzo di connessione e organizzazione diverso e da questo impegno scaturiscono sempre nuove idee. Vale per me e vale per molte altre persone: si scrive un libro per strutturare, imparare, fare un salto verso un nuovo livello di comprensione.

Per me leggere è sottolineare e annotare. Nel mio astuccio ci sono sempre un paio di matite belle appuntite, un righello lungo più o meno la larghezza di una pagina e un pacchetto di post-it colorati. Con i libri di carta, che per lo studio e il lavoro tuttora prediligo, tutto fila liscio ed è facile ritrovare una citazione, un’annotazione. I libri su Kindle soddisfano molto meno la mia foga di appuntatrice: annoto, sì, ma è come se l’annotazione scivolasse via subito, inghiottita in una specie di nulla.

Così ho preso l’abitudine di trasferire in un file le annotazioni scivolose. Ma che fatica! Così ho cambiato metodo e l’ho esteso anche ai libri su carta. Funziona benissimo, mi aiuta a ricordare e a mettere via in forma ordinata i miei takeaway su ogni libro, una cosa preziosa per i post di questo blog, ma anche se hai in mente un altro libro tuo.

Eccolo:

1. leggo velocemente, come sempre, ma annotare mi fa fermare su quanto mi ha colpito e voglio ricordare; a volte è soltanto un’espressione particolarmente felice (e in quel caso metto sul margine un grande punto esclamativo); se leggo sul kindle mi accontento di evidenziare

2. a libro finito lo ripercorro piano piano di nota in nota, ma lo faccio rileggendo a voce alta davanti a un traduttore voce-testo. Scandire e “sentire” la mia nota mi costringe a rallentare e a pensare, spesso dando vita a nuovi pensieri che annoto anch’essi. Ma intanto “vedo” sullo schermo la mia voce prendere forma. Ho provato anche programmi molto costosi, come Dragon per pc, ma li ho trovati terribilmente macchinosi per l’uso che ne faccio io; poi ho scoperto TalkType, che funziona con Chrome. Semplicissimo, devi solo parlare e lui scrive, per di più capendo molto bene, anche se ci sono nomi propri stranieri o parole in inglese. Il punto debole è la punteggiatura, ma nel passo successivo diventa quasi un punto di forza.

3. infatti la copia finale è tutto fuorché perfetta e ha bisogno di un editing energico: punteggiatura, spaziature, grassetti, virgolette, corsivi.  Rileggo di nuovo e provvedo. E mentre leggo, connetto con altre idee, integro, inserisco titoletti.

Per far questo ci vuole veramente poco e il risultato sono appunti ragionati e ordinatissimi, ricchi di spunti e pronti per la cartella “libro_a_venire”. Se poi verrà, non si sa, ma intanto sento di preparare un terreno fertile per quando vorrà fiorire.

La verità è che sono una gran smemorata e tutto questo smuovere, concimare e seminare mi aiuta a ricordare. È una mobilitazione di tutti i sensi: sfioro le pagine con matita e righello, vedo le annotazioni e la mia voce farsi testo, ascolto con lentezza la mia voce che risuona e a volte cambia e personalizza il testo originale, riesco persino a esprimere a voce i pensieri nuovi che emergono, ri-vedo e trasformo mentre faccio l’editing. Quanto al gusto, è quello di vedere il succo personalissimo del libro pronto per fluire da qualche altra parte. Un post o il capitolo di un libro di cui quasi quasi riesco persino a sentire il profumo.

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Roma, Via Asiago 10

29 Apr

Sala A della sede storica della RAI in via Asiago 10 a Roma.

Oggi sono tornata nel mio primo luogo di lavoro, dove sono entrata neolaureata, dove ho trascorso cinque anni decisivi e dove ho imparato a scrivere. È la prima sede della Rai, quella storica dell’Eiar, in Via Asiago 10, inaugurata nel 1927.

In questi anni ero stata in altre sedi Rai, ma mai lì, e mi sono emozionata nel ritrovarla bellissima e scenografica, con la scala di marmo centrale che si avvolge su sé stessa, i corrimano di ottone, gli splendidi lampadari degli anni ’30, le panche di legno originali, in puro stile razionalista.
In quell’edificio ho pestato i miei primi testi su monumentali macchine da scrivere – che il computer era arrivato, ma ancora non ci scrivevamo – mentre l’archivio era un’affascinante stanza di faldoni polverosi pieni di ritagli.
Mi sono emozionata, ma di un’emozione allegra. In fondo ero tornata lì per parlare di scrittura, quella contemporanea – così liquida, eterea, ma anche così vitale, multiforme e sorprendente.

L’intervista che mi ha fatto Giuseppe Antonelli andrà in onda domenica 1 maggio all’interno della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, dedicata tutta al lavoro. Mi ha fatto delle belle domande, affatto scontate, e io sono uscita dal grande portone tutta contenta, pensando a che bel regalo mi ha fatto la vita: aver seguito il filo delle parole e non aver perso niente di quella curiosità, quella voglia di scoprire, di studiare e di entusiasmarmi che avevo allora.

PS Sul sito di La lingua batte potete ascoltare i podcast di tutte le trasmissioni, ma da non perdere è anche il vivacissimo gruppo su Facebook.

PS Aggiornamento: l’intera puntata si può riascoltare qui (la mia intervista è alla fine, al 49° minuto).

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