Gianni Berengo Gardin, un italiano vero

27 Ago

Dietro ogni stampa fotografica di Gianni Berengo Gardin c’è un timbro verde con la scritta “Fotografia vera”. È anche il titolo della mostra che si chiude domani al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

E “vero” sembra proprio l’aggettivo più adatto per il fotografo e le sue foto. Vero l’uomo dietro la Leica, vero il suo racconto dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, profondamente veri e autentici la passione per la fotografia e per le persone tutte.

Il fotografo si avvicina ai novanta e ha la macchina fotografica in mano da sempre: durante la guerra i tedeschi sequestravano le macchine, ma il ragazzino incosciente se ne fregava del divieto e se ne andava in giro a fotografare. Da allora non la molla mai, per lui le vacanze non esistono perché il suo lavoro coincide con la sua passione.

Da ragazzo, la sua Venezia lo incanta e la fotografa come farebbe un pittore, liricamente. Ma è il trasferimento a Milano a metterlo a contatto diretto con il mondo della fabbrica e con le due durezze. Comincia a fotografare le persone che lavorano: gli operai alla catena di montaggio o sospesi sulle impalcature, i tramvieri nei depositi, i ferrovieri affacciati ai finestrini.

Il fotografo Gianni è discreto, rispettoso e molto paziente. Renzo Piano racconta che per scattare la foto di cantiere qui sopra rimase fermo immobile per dieci minuti. Alla fine scattò, si voltò verso di lui e disse: “Fatto!”. Fermo, ma dopo aver trovato il “suo” punto:

“Quando fotografo amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Se devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dove e come è fatto il paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è questo; si tratta di seguire un percorso logico, semplice, capace di rivelare un paese, una città, una nazione. E così conoscere l’uomo.”

Con questo muoversi, nascondersi e fermarsi riesce a cogliere istantanee compositive che ci lasciano immaginare intere storie, come nella prossima foto, colta nel gioco di aperture e di specchi di un vaporetto veneziano. Sembra un quadro di Magritte, ma nessuno è in posa, sono la mente e l’occhio del fotografo a fermare l’attimo di un possibile racconto:

“Volevo essere artista: le belle fotografie. Ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che in fondo non mi interessava più diventare artista ma giornalista. Se prima per me la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore: uno strumento per raccontare cose.”

Racconta l’Italia del boom, l’Italia contadina e anche l’Italia che non vuol vedere. Offre il suo occhio a Franco Basaglia, impegnato nella battaglia per la chiusura dei manicomi. Dietro quelle mura e quelle grate ci va in punta di piedi e ci rimane a lungo. Rivela le atrocità, le sofferenze, ma anche meravigliosi e resistenti barlumi di individualità nei volti che decidono di guardare con fiducia verso la macchina fotografica.

Gianni Berengo Gardin ha fotografato sempre e solo in bianco e nero. “L’emozione di un bianco nero così particolare che sembra trasformarsi in un colore sconosciuto.” ha scritto Carlo Verdone commentando una fotografia in mostra.

“Nasco col cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come lo scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello.”

Sebastião Salgado definisce Berengo Gardin “il fotografo dell’uomo”. Anche nel suo ultimo libro, che denuncia il passaggio delle grandi navi nella sempre più fragile Venezia, l’uomo c’è sempre. Minuscolo, o solo mentre si avvia nella calle incontro a un destino misterioso.

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Gli aggettivi del terremoto

26 Ago

Percorrere tanti anni di questo blog mi ha fatto ritrovare decine di piccoli post ispirati dal momento. Molti belli e preziosi. Cose che oggi posterei su Facebook e che quindi non avrei più ritrovato. Per questo ho deciso di ricominciare a postare prima di tutto qui quello che voglio conservare perché penso sarà importante anche tra qualche anno. Non necessariamente parole e riflessioni mie, ma anche quelle di altri che mi hanno colpita.

Comincio con due piccoli post che riguardano il racconto del terremoto, uno di Roberto Cotroneo, l’altro di Luca Sofri. Ci fanno riflettere sull’etica della scrittura. Se alcune parole e pratiche nel momento del dolore ci feriscono di più, è pur vero che sono malpratiche sempre, anche nel nostro modesto lavoro quotidiano.

Roberto Cotroneo, su Facebook il 25 agosto:

Molti giornali, non tutti, oggi hanno dimostrato una palese inadeguatezza sul dramma del terremoto. E non è una inadeguatezza sulla capacità di coprire i fatti o di dare le notizie. È qualcosa d’altro, è un linguaggio falsamente lirico, standardizzato nel voler riportare sensazioni, emozioni e drammi. Un modo da cattivi scrittori che diventa persino di cattivissimo gusto quando ha a che fare con il dolore vero, il lutto e la tragedia. Per buona parte il giornalismo italiano – della carta stampata soprattutto – è vecchio e inadeguato, persino un po’ irritante, malato di un opinionismo e di cronache sul campo ingenue, goffe e un po’ grossier. Da parvenu della cultura e della letteratura. C’è bisogno di riflettere. C’è da tornare a una serietà che è fatta di scrittura che non si atteggia a scrittura, di sguardo discreto, di qualche parola in meno per capire qualcosa in più. E soprattutto di rispetto per lettori che non ne possono più di equilibristi ed esibizionisti dell’aggettivo.

Luca Sofri, sul Post il 26 agosto:

Il modo in cui vengono confezionate per i lettori le notizie di questi giorni è la più efficace dimostrazione della cosa che dicevamo qui, l’inclinazione non a dare informazioni ma a dare “emozioni” già precostituite: neanche a “suscitarle”, ma a decidere a priori quali debbano essere, a predefinirle e a far prevalere l’emozione sul fatto, scegliendo e indicando per ogni fatto l’emozione relativa, come da un menu (menu piuttosto povero, tra l’altro: brividi, paura, una manciata di aggettivi). Leggo in una stessa homepage di grande sito di news in questo momento:

“Amatrice, la scossa è in diretta: da paura il rombo”
“Amatrice, salvato il cane: il commovente incontro con il padrone”
“Gli sfollati e il doloroso recupero dei loro oggetti”
“Gli applausi, le lacrime: il salvataggio di Giorgia e Giulia emoziona il mondo
“Pescara del Tronto, le terribili immagini del drone”
(e trascuro i titoli fatti solo di virgolettati di persone e delle loro, di emozioni)

Il risultato è – non parliamo qui della qualità dell’informazione sui fatti trasmessa in questo modo – di abituarci non solo alla necessità di emozioni sempre più artificiosamente esagerate per interessarci a una notizia o a una storia (che invece sarebbero sufficienti a impressionarci per il loro contenuto), ma anche a che queste emozioni siano decise al posto nostro, impoverite in una piccola scelta dal catalogo dell’enfasi, prefabbricate.

Nuovi appunti digitalanalogici

25 Ago

Questa estate ho affrontato un problema ormai ineludibile, il “taggamento” degli oltre 2000 post di questo blog. Sono quasi a metà, ma questo lavorone che avevo tanto temuto mi sta dando talmente tanti spunti di riflessione che gli dedicherò presto un post. E non sarà breve.

Intanto, però, questo continuo domandarsi “cosa significa?”, “cosa volevo dire?”, “ma è proprio questa la cosa più importante?”, questo lenzuolone di parole che si connettono tra loro e nella mia mente, questo dover scegliere e discriminare tra le parole, mi spingono ad andare di più verso la capacità di sfaccettatura, di smontabilità e ricombinabilità del testo digitale. Più profondamente nella sua natura. Cose dai contorni confusi, ma vedo una strada.

Per ora mi accontento di usufruirne da lettrice più che da autrice. E sto leggendo tanto in questi giorni tranquilli, di serena intercapedine tra la disconnessione vacanziera e il turbinio che ricomincerà già lunedì.

Tranquilla sì, ma l’urgenza di trasferire nuove letture, spunti e pensieri sulle slide degli impegni formativi di settembre è sempre lì a farsi sentire. Per questo condivido volentieri una piccola scoperta e un metodo nuovo per fare mio rapidamente il succo delle letture e trasformarlo in qualcosa di utile per me e per gli altri.

Il mio nuovo Paperwhite al posto del vecchissimo Kindle mi fa inviare per email tutte le evidenziazioni che faccio sul libro. Entusiasta della scoperta, ho riflettuto bene su cosa evidenziare e ho letto con maggiore consapevolezza. Quando ho ricevuto il pacchettino in forma di file pdf, l’ho stampato all’istante. Ho riletto con calma quello che mi aveva colpito e volevo conservare.

Come sempre, rileggere accendeva scintille e connessioni. Ho preso le penne colorate e ho appuntato sulla carta tutto quello che ancora mi veniva in mente. Alla fine avevo sotto gli occhi una mappa ordinata dei brani più interessanti, intrecciati con i miei pensieri. Ancora una volta, quando si studia, digitale e analogico si danno la mano.

PS Tutti i post sono già revisionati, controllati nei link e taggati fino a tutto il 2010. Quindi, se volete esplorare le connessioni, accomodatevi pure.
Magari cominciando da quelli qui sotto.

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Alphonse Mucha, generoso e fortunato bohémien

31 Lug

Alphonse Mucha, Manifesto per la tipografia Champenois, 1897.

Credevo di avere una certa confidenza con l’artista cecoslovacco Alphonse Mucha, se non altro perché ho ospitato per anni nella mia camera di bambina e di ragazza il suo manifesto che apre questo post. E invece la mostra che gli dedica il Vittoriano a Roma fino all’11 settembre mi ha rivelato un artista sfaccettatissimo ben oltre i celeberrimi manifesti, una persona di straordinaria generosità, una vita vissuta con pienezza e consapevolezza rare.

Un bambino prodigio, il piccolo Alphonse, che impara a disegnare prima ancora che a camminare e già adolescente ha ben chiaro cosa vuole fare: diventare un artista. Dopo aver studiato a Vienna, capitale dell’impero, la meta è Parigi dove i giovani come lui, poveri di mezzi e ricchi di talento, danno vita a un termine destinato a grande fortuna: bohémien, dalla loro terra d’origine.

Alphonse Mucha, Ritratto della moglie Marushka, 1905.

Povero di mezzi Alphonse lo rimane per pochissimo tempo. È baldanzoso e fortunato: dopo aver incontrato e sposato la sua giovane musa, un’altra donna incrocia la sua strada, Sarah Bernhardt, l’attrice più famosa del suo tempo. Le basterà dare un’occhiata al bozzetto che Mucha ha dedicato al suo spettacolo, Gismonda, per ingaggiarlo per ben sei anni: manifesti, scenografie, inviti… tutto il mondo teatrale parigino sarà firmato Mucha, che trasloca in uno studio più grande, arredato nello stile che furoreggia e che anche lui contribuisce a creare: l’art nouveau.

Arte nuova sì, arte che coinvolge ogni dettaglio della vita quotidiana, ma che per Mucha si nutre di una profondissima cultura figurativa. È entusiasmante scovare in ogni sua opera il riferimento, trasfigurato, a un artista del passato: Sarah campeggia sui muri di Parigi in un formato lungo e stretto e con una palma in mano, proprio come una santa martire in una sacra conversazione rinascimentale, oppure sfodera una lunghissima chioma bionda, che ha i ritmi della Venere botticelliana; suo figlio Jiri sfodera una consapevolezza e una posa da artista rinascimentale; e i suoi profili tondi… come non pensare a Piero della Francesca?

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti di Gismonda di Mucha (1894). Santa Giustina nel polittico di San Luca di Andrea Mantegna (1453-55).

 

Il ritratto di Sarah Bernhardt nelle vesti della Samaritana di Mucha (1897). La Nascita di Venere di Botticelli (1482-85 circa).

 

Alphonse Mucha, Ritratto del figlio Jiri, 1925.

 

Il ritratto di Battista Sforza di Piero della Francesca (1472 circa). Zodiaco di Mucha (1896).

I passanti, gli appassionati di teatro o i visitatori del padiglione austriaco all’esposizione universale del 1900 non si accorgono di questi richiami profondi, ma sono stregati dalle sue donne avvolte di panneggi, piante, fiori e stelle. Quasi nude a volte, ma una sensualità strana, un po’ raggelata nei colori metallici, nelle geometrie bizantine.

Alphonse Mucha, La stella del mattino, 1902.

Alphonse piace, piace a tutti. Agli artisti ombrosi come Gauguin, che trovano in lui un amico generoso, ma anche ai consumatori: le sue campagne pubblicitarie per aziende di biciclette, dolci e biscotti, champagne, saponi e profumi, accompagnano l’epoca delle esposizioni universali e dei grandi magazzini. Per lo stampatore Champenois disegna anche il calendario aziendale.

Alphonse Mucha, manifesto per l’azienda britannica Cycla Perfecta (1890).

Alphonse è felice e instancabile, si dedica a tutte le tecniche: la litografia a colori dei manifesti, il disegno per i quaderni di elementi decorativi di ispirazione per gli artigiani, l’olio per i ritratti, l’acquerello e il carboncino per gli schizzi e i bozzetti di affreschi e vetrate, la fotografia che documenta la sua opera e la sua vita, ma soprattutto i magnifici gioielli. Li disegna per l’amatissima moglie, poi per il gioielliere più famoso di Parigi, Fouquet, che arriverà a commissionargli l’intero arredamento del suo negozio.

Il regalo di nozze di Mucha alla moglie (1906).

Alphonse è felice, instancabile e generoso. Alla fine della prima guerra mondiale finisce l’impero austroungarico e la Cecoslovacchia diventa indipendente. Lui si mette a completa disposizione del suo paese: disegna le prime monete e i primi francobolli, realizza vetrate e affresca importanti edifici pubblici. Ma vuole fare ancora di più: realizzare l’epopea slava, venti grandi tele da regalare alla città di Praga. Ci vogliono molti soldi e lui va in America a cercarli; glieli darà il ricchissimo industriale e mecenate Charles Richard Crane.

Torna in Boemia, compra un castello e si mette all’opera: le foto ce lo mostrano con il camice bianco sotto il quale si intravedono sempre giacca e cravatta. È in questo periodo che si avvicina al sogno della pace universale della massoneria e alla filosofia mistica di August Strindberg: dalla pace per tutti i popoli slavi alla pace per tutti. Il suo ultimo grande progetto è un trittico di cui abbiamo solo i bozzetti, dedicato alle tre future età dell’amore, della  saggezza e della ragione.

L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, ma costruire, collegare. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci.

Il sogno della pace e della comprensione tra i popoli si infrange nell’aprile del 1938, quando i nazisti occupano la Cecoslovacchia. Mucha è tra i primi a essere interrogati. Sarà rilasciato, ma riuscirà a sopravvivere ai suoi sogni soltanto tre mesi. Le venti tele dell’epopea slava, invece, sopravvivono al nazismo e alla guerra, arrotolate e nascoste per quindici anni, fino al 1960.

Online, il posto più bello per scoprire Mucha: Mucha Foundation.

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TED Talks, un inno alle parole

23 Lug

Anche se non ci capiterà mai di raccontare qualcosa di importante nei famosi e invalicabili 18 minuti di un intervento TED, vale davvero la pena di leggere TED Talks, di Chris Anderson. Perché la presentation literacy – l’alfabetizzazione retorica, la capacità di raccontare in parole e immagini – oggi riguarda tutti: professionisti, giornalisti, docenti, studenti. Chiusa la parentesi Gutenberg – con le parole del sapere confinate nei libri – oggi la conoscenza è dappertutto, dilaga su mille strumenti, è immortalata in rete dove vivrà una lunghissima vita.

Nessuno prima ha mai avuto questa straordinaria opportunità di connettersi e poter condividere quello che ha imparato, pensato o sognato con un numero sterminato di altre persone. Non solo reading, ‘riting, ‘rithmetic, ma anche e soprattutto rhetoric. Per Anderson l’antica arte della persuasione e del discorso efficace torna centrale e deve ritrovare il posto che le spetta tra le competenze di base, soprattutto a scuola.

Anderson, che ha guidato TED nella sua marcia trionfale degli ultimi anni, ha scritto un libro che insegna a tutti, ma proprio tutti, a coinvolgere gli altri raccontando una propria idea. A me è piaciuto moltissimo, soprattutto perché sfata parecchi miti e demolisce alcuni tra i luoghi comuni più diffusi. Per esempio:

Ripartiamo dal cosa, per arrivare al come

Per anni ci siamo sentiti dire che il segreto di ogni comunicazione efficace è tutto nel come e pochissimo nel cosa. Ricordate il famoso “55% di elementi non verbali, 38% di paraverbali e un misero 7% di parole”? A TED qualsiasi oratore, anche il più strabiliante, deve ripartire dall’idea e tradurla prima in parole, tutto il resto viene dopo.

“OK, hai qualcosa di molto interessante da dire, e il tuo obiettivo è ri-creare la tua idea chiave dentro la mente di chi ti ascolta. Come si fa? Gli esseri umani hanno sviluppato una tecnologia che lo rende possibile. Si chiama linguaggio. E fa fare al cervello cose incredibili.”

Il linguaggio è la nostra tecnologia di base, che ci permette di trasferire immagini dalla nostra mente in quella di chi ci legge o ci ascolta, la forma più antica ed efficace di multimedialità. Le parole bastano e avanzano, come dimostra tutta la letteratura, dai grandi poemi epici a oggi. In 18 minuti ci stanno più o meno 2500 parole, ma il consiglio è di partire condensando la propria idea in sole 15 parole. Finché non ne siamo capaci, è inutile fare slide o imbarcarsi in lunghi discorsi.

Un testo o un discorso sono prima di tutto un viaggio

Convincere qualcuno a muoversi e a seguirci, sia pur solo con la mente e l’immaginazione, è tutt’altro che scontato. Deve essere il nostro interlocutore a volerlo e ad aprire volentieri la sua mente:

“Nessuna conoscenza può essere spinta dentro la mente di qualcuno. Deve essere la mente stessa a tirarla dentro.”

Insomma, chi ci legge o ci ascolta ci deve dare prima il permesso. E come si fa a farselo dare? Per esempio con un contatto immediato, prima ancora di cominciare: può bastare lo sguardo giusto o la magia di un sorriso, ma poi abbiamo solo il fatidico primo minuto per promettere un viaggio dal quale torneremo tutti diversi. Il capitolo dedicato agli inizi (e alle conclusioni) offre tantissimi esempi di partenze emozionanti ed efficaci, tutti veri, tratti dalle conferenze TED.

Il carburante del viaggio è la curiosità, conquistata passo passo in un equilibrio continuo tra mistero e disvelamento. Non funziona anticipare tutto subito, ma nemmeno tenere il pubblico continuamente con il fiato sospeso:

Non serve un grande balzo per portare chi vi ascolta alla vostra idea. Conduceteli passo passo, pezzo per pezzo, con esempi e metafore, e mostrate come tutti i pezzi si incastrano perfettamente tra loro.

Tutto si tiene, ma solo se abbiamo ben progettato

La perfezione dei TED più famosi, la loro naturalezza, quell’essenzialità in cui non ci sono né un gesto né una parola di troppo o di meno, sono il frutto di una preparazione maniacale, lo sappiamo. Ma solo leggendo questo libro capiamo quanto maniacale. Ogni oratore si prepara con lo staff per mesi e tiene il suo discorso solo quando tutti sono d’accordo che è davvero pronto. Il viaggio è analizzato parola per parola, perché il pubblico non abbia neanche un secondo di disorientamento:

Chi parla deve essere sicuro che chi lo ascolta capisca esattamente come ogni frase si collega logicamente a quella precedente: se la loro relazione è la similarità, il contrasto, l’elaborazione, l’esemplificazione, la generalizzazione, il prima-dopo, il causa-effetto. Chi ascolta deve sempre sapere in quale punto si trova: lungo il tema principale, in una svolta, in una digressione.

La parola chiave della progettazione è throughline, qualcosa di molto diverso da una scaletta che mette con ordine un argomento dopo l’altro. È il filo invisibile che tiene unita una storia: tutto deve essere attaccato a questo filo. Se qualcosa non lo è, si taglia via. Drasticamente.

Parole parlate, ma prima scritte, scrittissime!

Più tempo hai a disposizione, più puoi parlare a braccio. Ma se hai solo 18 minuti, devi pesare ogni parola e se te le scrivi prima il lavoro di pesatura viene molto meglio. Tutti gli oratori sono invitati a scriversi prima l’intervento; sono pochissimi quelli che non lo fanno. È così che si capisce se si rimane fedeli alla throughline e quali elementi o parole si possono ancora eliminare. Ma tutti, che lo abbiano scritto o no, devono ripetere il discorso moltissime volte – da soli o davanti a un pubblico – finché quelle parole non diventano parte di loro. L’agio e la naturalezza che vediamo nei video di TED derivano da questo instancabile lavoro di rehearsing, proprio come gli attori di teatro che imparano la loro parte. Scorciatoie non ce ne sono, nemmeno per le star, quelle da milioni di visualizzazioni.

Parole, parole, parole. Ma non eravamo la società dell’immagine?

Un terzo delle conferenze più viste di TED non ha slide, solo parole. L’avreste mai detto? Io no, probabilmente perché le immagini suscitate dalle parole nel mio teatro mentale erano già abbastanza forti e potenti da non farmene desiderare altre. Quando invece le immagini ci sono, hanno la loro specifica funzione.

Il principale obiettivo dei visual non è di comunicare parole. La nostra bocca lo fa già benissimo. L’obiettivo è condividere cose che la bocca non riesce a raccontare altrettanto bene: fotografie, video, animazioni, dati.

Spesso, nelle spiegazioni migliori, parole e immagini lavorano insieme. La mente è un sistema integrato. Se vogliamo spiegare qualcosa di nuovo, il modo più semplice e potente è “show and tell”.

Immagini e parole insieme, senza sovrapporsi e senza saturare i nostri canali cognitivi. Ma con un diverso equilibrio quantitativo: se per le parole l’imperativo è togliere, l’invito di Anderson per le immagini è di abbondare senza timori. Non tutte infatti vanno commentate e spiegate, anzi possono scorrere rapidamente una dopo l’altra con effetti di grande ritmo e bellezza.

Con l’autenticità non si scherza (e nemmeno con le emozioni)

I video di TED emozionano, e tanto, anche quando parlano di argomenti apparentemente freddissimi. Ma Anderson è chiaro: l’emozione autentica è un effetto, non un’intenzione, un obiettivo, un punto di partenza. A un mondo del marketing che si vuole sempre più personale, umano, emozionale, ispiratore, autentico, questo libro dà una grande lezione: ogni intervento di TED è un dono, non una richiesta. Per questo funzionano. E per questo non funzionano non solo gli interventi pitch (quelli che sotto sotto ti vogliono vendere qualcosa), ma nemmeno quelli che si propongono di essere inspirational. Le emozioni non si creano, si possono solo suscitare. Con il desiderio sincero di condividere qualcosa di importante e con l’umiltà di prepararsi a fondo nel migliore dei modi possibile, ma senza l’obiettivo del successo e della standing ovation.

Non si può recitare l’ispirazione. L’ispirazione è la risposta del pubblico all’autenticità, al coraggio, all’impegno altruistico e alla saggezza genuina.

Allora, scritto, parlato o tutti e due?

Ogni idea e ogni suggerimento sono esemplificati con casi e ampi brani tratti dai tantissimi interventi di TED. Il bello è che sono godibilissimi anche da leggere sulle pagine di un libro. Allora viene da chiedersi se le conferenze più seguite del pianeta siano testi, performance teatrali, o raffinatissime chiacchierate. Io penso che vi converga il meglio dello scritto e del parlato, della preparazione e dell’improvvisazione, dell’amplificazione e dell’intimità. Sono uno degli ibridi più felici di questi tempi, la testimonianza di un grande rinascimento della parola e, come scrive Anderson, forse di una nuova “età del fuoco”.

TED Talks è un libro di idee su come ciascuno può trovare il proprio personalissimo tono di voce quando desidera condividere un’idea o una passione. Qualcosa di molto diverso dai tradizionali libri sul public speaking, pieni di regole sulla voce e la gestualità che dovrebbero valere per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano consigli molto pratici, anzi ce ne sono tantissimi, da quali font usare sulle slide a quali orecchini evitare di mettersi, fino a un originalissimo sistema di note per modulare la voce sulle nostre parole che mi ripropongo di mettere in pratica alla prima occasione (chi l’ha detto che contano solo le pause? Ci sono casi in cui è meglio accelerare!).
La lezione che mi porto a casa è che ognuno deve rispettare la sua natura e il suo modo di essere e comunicare, perché il linguaggio – verbale, visivo o del corpo – è lo strumento più versatile che ci sia, e in più è sempre con noi.

Su questo blog leggi anche:

I 10 comandamenti di TED
Alle radici dell’eterna mutimedialità

 

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