Le parole, prima indispensabile interfaccia

7 Feb

Il titolo è essenziale, Language design, ma il libro di Yvonne Bindi è un tripudio di racconti, consigli, esperienze di lavoro e di vita determinate dalle conseguenze delle parole, dalla loro scelta, dalla loro collocazione in contesti quotidiani quali un bar sul mare, un aeroporto, un sito web.

Si esce dalla lettura con un un senso di consapevolezza e di responsabilità forte rispetto alle piccole entità che nascono dalle infinite combinazioni di 26 lettere e determinano ciò che siamo e pensiamo, le nostre relazioni con altre persone e oggetti, la piacevolezza e la riuscita di tante nostre esperienze di tutti i giorni.

Il bello del libro è che mentre ci spiega come scegliere, scartare, aggiungere e combinare le parole, ci parla soprattutto di noi e di come funzioniamo. Siamo esseri distratti, pigri, che si accontentano delle prime parole che vedono e leggono, facili da ingannare, pieni di imbarazzo di fronte all’abbondanza delle scelte, ma anche pieni di gratitudine e pronti ad affezionarci a chi ci spiana la strada, ci facilita un compito, si rivolge a noi con chiarezza ed onestà.

Language design spiega come usare le parole per progettare ambienti ed esperienze – fisici, digitali o le due cose insieme – che rispettano il nostro modello mentale, ci fanno trovare quello che cerchiamo, rispondono ai nostri bisogni e alle nostre domande, insomma ci fanno vivere meglio.

Yvonne Bindi ci chiede di seguirla nella sua vita quotidiana, nei suoi viaggi e nelle sue letture, e man mano ci indica quante parole non funzionano e come potrebbero invece funzionare meglio: si va dagli annunci di Trenitalia ai varchi delle ZTL delle nostre città, dalle indicazioni negli aeroporti ai caselli autostradali, dagli interruttori della luce alle prenotazioni dei voli sul web, fino alle interfacce vocali, solo un assaggio della rivoluzione che sta per arrivare.

È questa attenzione costante al quotidiano, a ciò che ci circonda ma non sempre riusciamo a vedere (finché non ci sbattiamo contro) a fare di Language Design un libro per tutti. Ci mostra che tutti, nel nostro piccolo, siamo progettisti, pieni di responsabilità nei confronti degli altri: anche il ristoratore che scrive il menu del giorno, il negoziante che espone il cartello sulla porta, il dipendente pubblico che scrive una delibera.

Io vi ho ritrovato cose che già sapevo (scrivere semplice chiaro, i forestierismi, scrivere e fare una presentazione efficace, tutto il mondo del non detto), ma in una cornice originale, quella del nostro modo di pensare. Ho anche imparato tantissime cose che non sapevo, soprattutto i modi in cui attraverso le parole le aziende riescono a ingannarci e le nuove attenzioni che dobbiamo avere quando scriviamo i messaggi vocali, più un buon numero di riferimenti – persone, siti, libri – per approfondire.

Insomma, il libro mi è piaciuto assai e lo consiglio come uno dei migliori sulla scrittura che abbia letto ultimamente, anche per  il tono di voce ironico e coinvolgente (che bello il racconto di Yvonne ragazzina che chiacchiera con la nonna in cucina mentre preparano piatti abruzzesi, una in italiano l’altra in dialetto!).

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Le parole di Repubblica

29 Gen

Con il 14° volumetto, Le parole di Repubblica, si conclude la collana L’Italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile, frutto della collaborazione tra il quotidiano e l’Accademia della Crusca. Li ho presi quasi tutti e ne ho letti alcuni con agio e con grande piacere. I linguisti della Crusca sono riusciti ad affrontare problemi specialistici e a volte spinosi con elegante disinvoltura, con un linguaggio preciso ma alla portata di tutti.

Se penso  che qualche anno fa la Crusca era a rischio chiusura e un altro importante quotidiano lanciava una petizione per tenerla in vita, plaudo a questa vitalità, apprezzatissima da tanti visto il successo della collana.

In quest’ultimo volume la palla passa a Repubblica, al suo direttore e ai suoi giornalisti di punta, che presentano la guida di stile del quotidiano, cioè l’elenco delle parole che possono presentare difficoltà di comprensione, scrittura, pronuncia, interpretazione. Difficoltà che poi sono di tutti noi.

È un segno importante che i giornali italiani aprano finalmente anche questa porta sul loro modo di valutare e scegliere le parole. Ha cominciato la La Stampa, che ha messo il manuale dei giornalisti a disposizione di tutti, e gratis. All’estero sono in tanti a pubblicare la loro guida di stile: sul Mestiere di Scrivere ho raccolto le più interessanti, dei più diversi settori di mercato o di istituzioni pubbliche.

In questa di Repubblica, l’elenco delle parole – dalla “a” preposizione a “zulu” – è preceduta da alcuni contributi davvero ben fatti. A cominciare da quello del direttore Mario Calabresi, che racconta cos’è oggi un quotidiano anche a chi non segue queste questioni per mestiere. Per esempio il cambiamento dei titoli:

Anche i titoli sono cambiati in questi ultimi anni: sono finalmente tramontati quelli filmici o letterari, che facevano il verso a pellicole e romanzi famosi. Per anni siamo stati pieni di governi, ministri, allenatori “sull’orlo di una crisi di nervi”,  abbiamo avuto un “Arancia meccanica” quasi in ogni città e indagini su banchieri, politici, sindaci “al di sopra di ogni sospetto”. Gabriel García Márquez è stato uno degli autori più amati ma anche più vandalizzati dai titolisti di politica (“Cronaca di una rottura annunciata”), come di sport  (“Cronaca di una sconfitta annunciata”).

Oggi invece i titoli sono più didascalici e descrittivi, vogliono andare al cuore del problema, abbondano i come i perché e tra le parole più gettonate ci sono motivo e ragione. Questo accade perché di fronte a una soglia dell’attenzione più bassa è necessario rendere subito esplicito, con chiarezza, di cosa  si parla e di cosa si tratta. Inoltre bisogna sempre tenere presente che molti articoli, con la loro titolazione, potranno essere pubblicati anche in Rete e finiranno negli archivi digitali dove rischierebbero di essere incomprensibili e introvabili se non contengono in evidenza le parole chiave.

In questo senso anche le ripetizioni non sono più un errore grave, da sottolineare con la matita blu, ma vengono considerate necessarie per orientare il lettore, perché ogni articolo è destinato a vivere di vita  propria. Tradizionalmente è stato considerato inaccettabile usare in una stessa pagina due volte la stessa parola o lo stesso nome, così se c’erano tre articoli su Berlusconi, uno solo poteva avere il cognome nel titolo e per gli altri si era costretti a far ricorso a formule come “cavaliere”, “leader di Forza Italia”, o semplicemente “Silvio”. Questi titoli letti nel loro contesto mantenevano senso ed era chiaro il significato, ma pubblicati singolarmente sul sito internet o messi in archivio potevano essere incomprensibili e anche grotteschi. Oggi questa attenzione esiste ancora ma la preoccupazione di essere chiari fa premio su tutto e, come ultimo tabù, è rimasta solo la prima pagina del giornale di carta: ogni sera un vicedirettore la rilegge con la matita in mano alla ricerca delle ripetizioni, omaggio romantico alla tradizione.

Come si interpreta questo bisogno di chiarezza e di pulizia nella scrittura divistica ed eccessiva per natura come quella sportiva? Risponde una delle penne che più amo di Repubblica, Emanuela Audisio:

Come tradurre questa attualità e trasformazione? Come scegliere parole che abbiano vivacità, profondità, conoscenza?. Hemingway, anche lui giornalista sportivo, diceva: non fare il furbo, racconta. Significa: non siate tifosi (se non della notizia), non siate gergali, abbiate equilibrio, non alzate la voce, cercate di vedere, ascoltate più voci. E oggi non siate gelosi di tv, radio, web, tablet, cellulari. Sono tutti partner dell’avventura. Cercate di completare l’informazione con spunti, interpretazioni, ricerca. Non siete competitivi con chi fa vedere e ascoltare lo sport voi lo dovete far leggere. Trovare le parole.

Conclude, impietosa, la carrellata del giornalese di Vittorio Zucconi, “quello scaffale sul quale sono riposte le espressioni prêt-àporter che l’autore o l’autrice utilizza per pigrizia, per non cercare una formula propria, per non pestare calli e per facilitare la propria fatica”. E ricorda il direttore che a lui, giovane redattore, urlò: “La polizia ritiene?!… Si ritiene l’urina, asino!”

Le pagine del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini suonano quasi indulgenti dopo la filippica di Zucconi, anche se “un po’ di purismo non  guasta, nell’epoca della permissività”. Ma mi ha strappato un sorriso l’unica parola difficile che ha usato in un testo così piano e divulgativo: acribìa. Perché una parola che io amo molto e perché sono convinta che proprio nei testi piani e divulgativi funziona ogni tanto una spruzzatina di ricercatezza linguistica.

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L’arte fecondata dalle parole

21 Gen

La battaglia di Roncisvalle, c. 1475-1500

[Questa settimana ho visto una mostra straordinaria, in cui le parole giocano un ruolo decisivo. Se sono riuscita a ritagliare una mattina ferrarese all’interno della mia trasferta lavorativa lo devo a mio fratello Giovanni, che me ne aveva parlato con entusiasmo. Aveva ragione, per cui questa volta lascio la parola a lui, che come ideatore e curatore di mostre vi sa raccontare meglio di me perché questa è così speciale.]

Diventare testimoni di un miracolo nella comunicazione del nostro patrimonio culturale non è difficile. Basta visitare la mostra Orlando Furioso 500 Anni a Palazzo dei Diamanti, a Ferrara.

Il miracolo consiste nel trasformare un noioso ricordo dei tempi della scuola in un’esperienza culturale straordinaria. Peccato esserci stati quando la mostra era quasi in chiusura. Ma la sua lezione sull’uso delle parole, e soprattutto per chi le usa o le dovrebbe usare per far parlare il nostro patrimonio culturale, è senza prezzo.

Anonimo portoghese Carta del Cantino, 1501-02

Prima idea geniale: anziché concentrarsi sull’opera letteraria, la mostra cerca di farci condividere l’immaginario di Ludovico Ariosto. Da qui il suo sottotitolo: “Che cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Ma come si può condividere l’immaginario di un uomo di cinquecento anni fa, che viveva in un mondo così diverso ed era immerso in una cultura così lontana?

Seconda idea geniale: facendoci vedere quello che Ariosto ha visto, con gli occhi bene aperti, e che ha nutrito il suo immaginario. Da questo punto di vista, la mostra è anzi una festa continua per gli occhi: Leonardo, Raffaello, Sebastiano del Piombo, Botticelli, Mantegna, ma anche il corno di Orlando (o almeno quello creduto tale per secoli), la spada di Francesco I, il più antico cimiero da giostra completo giunti fino a noi, prime edizioni rarissime, la prima carta geografica che rappresenta il Nuovo Mondo appena scoperto.

Ma è la terza idea la più geniale di tutte: un tessuto di parole capaci di usare quelle opere d’arte e quegli oggetti per farci entrare nel mondo di Ariosto, sotto forma della più semplice, ma più intelligente delle audioguide. Non un’audioguida fancy, come quelle delle grandi mostre inglesi, a più voci, con la musica e gli effetti, ma il racconto filato per cinquanta minuti di uno dei curatori, Guido Beltramini, che come farebbe un amico colto, in modo personale ma mai paternatistico, ci accompagna passo passo, da un exhibit all’altro della mostra, facendoli parlare uno per uno. Se volete ascoltarlo, potete scaricare l’audioguida dal sito di Palazzo dei Diamanti.

Paolo Uccello San Giorgio e il drago, c. 1440

Paolo Uccello San Giorgio e il drago, c. 1440

La piccola rivoluzione copernicana della mostra è quella di non parlare delle opere d’arte e degli oggetti, se non per dirci che cosa stiamo vedendo insieme a qualche notizia capace di esaltarne il valore, ma di usarli per raccontare qualcosa di diverso o di più grande. Dall’uso dell’arte come strumento del potere nelle corti rinascimentali al passaggio dal mondo medievale a quello moderno, dalle influenze della mitologia classica nella cultura di Ariosto alla struttura di un genere letterario la cui più recente incarnazione sono le soap opera televisive.

In altre parole, il curatore non usa le parole per cercare di farci diventare dei piccoli esperti di questa o quell’opera, ma per costruire un grande racconto nel quale le opere d’arte – con la loro bellezza e il loro carisma – sono dei punti di appoggio e di partenza per la nostra immaginazione, appunto come lo furono per Ludovico Ariosto.

Olifante detto “Corno d’Orlando”, circa XI secolo

E davvero le parole riescono a “fecondare” le opere d’arte e gli altri oggetti raccolti, per far nascere dentro di noi qualcosa di nuovo e di diverso, e che è molto più importante di loro. Il curatore infatti è riuscito a liberarsi di ogni curiosità “antiquaria” per tirare fuori da ogni opera un significato più profondo e più rilevante per lo scopo che si era dato: entrare e farci entrare nell’immaginario di Ludovico Ariosto.

Nel suo racconto, Guido Beltramini vola alto, a volte altissimo, entrando a volte in questioni specifiche e sottili, ma riesce sempre a parlare a tutti, portando per mano a passeggiare nel mondo di Ariosto anche chi al liceo non è mai stato, e che forse di quel tempo e di quella storia non sa quasi nulla, dimostrando che la cultura – quella vera – può essere condivisa con tutti. Basta saperlo fare, e soprattutto volerlo fare. Ce lo rivelano le sue parole mai venate di condiscendenza o di snobismo, nelle quali cogliamo innanzitutto un grande rispetto per il visitatore.

Per una volta, possiamo davvero dire che una mostra non si è limitata a meravigliare – come le mostre blockbuster costruite esclusivamente intorno al nome di una celebrità artistica – ma ha davvero prodotto e diffuso cultura. Su un tema, per di più, contro il quale pensavamo che la scuola ci avesse vaccinato per sempre.

Giovanni Carrada

Su questo blog leggi anche:

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Leggere sullo smartphone: qualche sorpresa

14 Dic

Sono piuttosto sorprendenti i risultati dell’ultima ricerca di Jakob Nielsen & Co. sulla leggibilità dei testi sullo smartphone, ma ci dicono molto sulla straordinaria capacità di noi umani di adattarci al nuovo, anche se all’inizio facciamo sempre un sacco di storie.

La sorpresa, infatti, è che stiamo imparando a leggere sugli schermi piccoli. Non proprio tutto, ma quando i testi sono semplici e non trattano argomenti particolarmente complessi, la capacità di comprensione e la memorabilità del contenuto letto sullo smartphone è addirittura uno zic migliore dello stesso contenuto letto sul desktop.

Uno dei motivi potrebbe essere il minor tasso di distrazione: sullo smartphone, non abbiamo altre finestre intorno e questo aumenterebbe la concentrazione durante la lettura. Concentrazione che ci aiuterebbe a recuperare quanto perdiamo nella difficolta di ricostruire e memorizzare il contesto del pochissimo testo che vediamo nel minischermo.

Altri possibili motivi: scrollare con le dita è molto più comodo e naturale che farlo con il mouse, la definizione sugli smartphone è molto migliorata.

Quando però i testi sono particolarmente lunghi e trattano temi più complessi con un linguaggio appena più ricercato, le cose cambiano: sullo smartphone la velocità di lettura è più bassa, si torna spesso indietro a rileggere, la comprensione è decisamente migliore sullo schermo grande.

Questo per i testi cosiddetti “lineari”, come gli articoli dei giornali, da leggere e basta. Invece sullo smartphone i testi spesso ci chiedono di agire e interagire (vedi comprare), cosa che sul desktop facciamo ancora molto meglio e con più tranquillità.

Takeaway: allentiamo pure un po’ l’imperativo della brevità e concisione assolute per i testi che si rivolgono al grande pubblico, con obiettivi informativi e di intrattenimento. Per tutti gli altri, continuiamo a tenere alta la soglia di attenzione sulle difficoltà e i limiti dello schermo piccolo e a scrivere di conseguenza.

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Gli ibuk di Zandegù

8 Dic

Uno me l’ha regalato l’autrice (Annamaria Anelli), uno l’ho comprato (quello di Roberto Pasini) e un altro me lo ha mandato la casa editrice (quello di Francesca Marano). Fatto sta che negli ultimi tempi ho divorato ben tre ebook di Zandegù, casa editrice torinese che conoscevo ma di cui non avevo mai letto nulla.

Nessuno dei tre temi – scrivere email efficaci, costruire un’identità visiva, farsi un sito da freelance – mi trovava completamente digiuna, eppure da tutti e tre ho imparato e messo a punto parecchie cosette che in questo periodo di riflessioni e ripensamenti mi sono tornate utili. Li leggi in un paio d’ore – e di questi tempi non è male –, ma ti lasciano una scia di idee e spunti che continuano a lavorarti dentro e sui quali ritorni.

La linea editoriale è chiara e tutti e tre gli autori la seguono con precisione millimetrica: idee da mettere in pratica con facilità, che rispondono alle domande di base che ciascuno di noi si fa, utili per far da soli o per chiedere ad altri con consapevolezza e attenzione. Più due ingredienti che io apprezzo in qualsiasi libro che ti vuole insegnare a fare: tanti esempi e tutti ben scelti (sì, molti di più che in libroni con il doppio delle pagine e il doppio del prezzo), un tono di voce amichevole e diretto che si traduce in credibilità e piacevolezza, come se l’autore fosse lì a parlarti. Così è stato per la pacatezza arguta di Annamaria e l’understatement leggero ed elegante di Roberto, che ho riconosciuto fin dalle prime battute. Francesca invece non la conosco personalmente, ma ora è come se la conoscessi e probabilmente sentendola parlare riconoscerei subito la sua sorridente praticità.

Evviva la leggerezza intelligente degli ebook di Zandegù, abbasso la presunzione delle “guide definitive”!

PS Grazie all’ABC di Francesca Marano ho scoperto il bellissimo blog C+B, che pure conoscevo di striscio e che invece ora mi sono messa a studiare come si deve.