TED Talks, un inno alle parole

23 Lug

Anche se non ci capiterà mai di raccontare qualcosa di importante nei famosi e invalicabili 18 minuti di un intervento TED, vale davvero la pena di leggere TED Talks, di Chris Anderson. Perché la presentation literacy – l’alfabetizzazione retorica, la capacità di raccontare in parole e immagini – oggi riguarda tutti: professionisti, giornalisti, docenti, studenti. Chiusa la parentesi Gutenberg – con le parole del sapere confinate nei libri – oggi la conoscenza è dappertutto, dilaga su mille strumenti, è immortalata in rete dove vivrà una lunghissima vita.

Nessuno prima ha mai avuto questa straordinaria opportunità di connettersi e poter condividere quello che ha imparato, pensato o sognato con un numero sterminato di altre persone. Non solo reading, ‘riting, ‘rithmetic, ma anche e soprattutto rhetoric. Per Anderson l’antica arte della persuasione e del discorso efficace torna centrale e deve ritrovare il posto che le spetta tra le competenze di base, soprattutto a scuola.

Anderson, che ha guidato TED nella sua marcia trionfale degli ultimi anni, ha scritto un libro che insegna a tutti, ma proprio tutti, a coinvolgere gli altri raccontando una propria idea. A me è piaciuto moltissimo, soprattutto perché sfata parecchi miti e demolisce alcuni tra i luoghi comuni più diffusi. Per esempio:

Ripartiamo dal cosa, per arrivare al come

Per anni ci siamo sentiti dire che il segreto di ogni comunicazione efficace è tutto nel come e pochissimo nel cosa. Ricordate il famoso “55% di elementi non verbali, 38% di paraverbali e un misero 7% di parole”? A TED qualsiasi oratore, anche il più strabiliante, deve ripartire dall’idea e tradurla prima in parole, tutto il resto viene dopo.

“OK, hai qualcosa di molto interessante da dire, e il tuo obiettivo è ri-creare la tua idea chiave dentro la mente di chi ti ascolta. Come si fa? Gli esseri umani hanno sviluppato una tecnologia che lo rende possibile. Si chiama linguaggio. E fa fare al cervello cose incredibili.”

Il linguaggio è la nostra tecnologia di base, che ci permette di trasferire immagini dalla nostra mente in quella di chi ci legge o ci ascolta, la forma più antica ed efficace di multimedialità. Le parole bastano e avanzano, come dimostra tutta la letteratura, dai grandi poemi epici a oggi. In 18 minuti ci stanno più o meno 2500 parole, ma il consiglio è di partire condensando la propria idea in sole 15 parole. Finché non ne siamo capaci, è inutile fare slide o imbarcarsi in lunghi discorsi.

Un testo o un discorso sono prima di tutto un viaggio

Convincere qualcuno a muoversi e a seguirci, sia pur solo con la mente e l’immaginazione, è tutt’altro che scontato. Deve essere il nostro interlocutore a volerlo e ad aprire volentieri la sua mente:

“Nessuna conoscenza può essere spinta dentro la mente di qualcuno. Deve essere la mente stessa a tirarla dentro.”

Insomma, chi ci legge o ci ascolta ci deve dare prima il permesso. E come si fa a farselo dare? Per esempio con un contatto immediato, prima ancora di cominciare: può bastare lo sguardo giusto o la magia di un sorriso, ma poi abbiamo solo il fatidico primo minuto per promettere un viaggio dal quale torneremo tutti diversi. Il capitolo dedicato agli inizi (e alle conclusioni) offre tantissimi esempi di partenze emozionanti ed efficaci, tutti veri, tratti dalle conferenze TED.

Il carburante del viaggio è la curiosità, conquistata passo passo in un equilibrio continuo tra mistero e disvelamento. Non funziona anticipare tutto subito, ma nemmeno tenere il pubblico continuamente con il fiato sospeso:

Non serve un grande balzo per portare chi vi ascolta alla vostra idea. Conduceteli passo passo, pezzo per pezzo, con esempi e metafore, e mostrate come tutti i pezzi si incastrano perfettamente tra loro.

Tutto si tiene, ma solo se abbiamo ben progettato

La perfezione dei TED più famosi, la loro naturalezza, quell’essenzialità in cui non ci sono né un gesto né una parola di troppo o di meno, sono il frutto di una preparazione maniacale, lo sappiamo. Ma solo leggendo questo libro capiamo quanto maniacale. Ogni oratore si prepara con lo staff per mesi e tiene il suo discorso solo quando tutti sono d’accordo che è davvero pronto. Il viaggio è analizzato parola per parola, perché il pubblico non abbia neanche un secondo di disorientamento:

Chi parla deve essere sicuro che chi lo ascolta capisca esattamente come ogni frase si collega logicamente a quella precedente: se la loro relazione è la similarità, il contrasto, l’elaborazione, l’esemplificazione, la generalizzazione, il prima-dopo, il causa-effetto. Chi ascolta deve sempre sapere in quale punto si trova: lungo il tema principale, in una svolta, in una digressione.

La parola chiave della progettazione è throughline, qualcosa di molto diverso da una scaletta che mette con ordine un argomento dopo l’altro. È il filo invisibile che tiene unita una storia: tutto deve essere attaccato a questo filo. Se qualcosa non lo è, si taglia via. Drasticamente.

Parole parlate, ma prima scritte, scrittissime!

Più tempo hai a disposizione, più puoi parlare a braccio. Ma se hai solo 18 minuti, devi pesare ogni parola e se te le scrivi prima il lavoro di pesatura viene molto meglio. Tutti gli oratori sono invitati a scriversi prima l’intervento; sono pochissimi quelli che non lo fanno. È così che si capisce se si rimane fedeli alla throughline e quali elementi o parole si possono ancora eliminare. Ma tutti, che lo abbiano scritto o no, devono ripetere il discorso moltissime volte – da soli o davanti a un pubblico – finché quelle parole non diventano parte di loro. L’agio e la naturalezza che vediamo nei video di TED derivano da questo instancabile lavoro di rehearsing, proprio come gli attori di teatro che imparano la loro parte. Scorciatoie non ce ne sono, nemmeno per le star, quelle da milioni di visualizzazioni.

Parole, parole, parole. Ma non eravamo la società dell’immagine?

Un terzo delle conferenze più viste di TED non ha slide, solo parole. L’avreste mai detto? Io no, probabilmente perché le immagini suscitate dalle parole nel mio teatro mentale erano già abbastanza forti e potenti da non farmene desiderare altre. Quando invece le immagini ci sono, hanno la loro specifica funzione.

Il principale obiettivo dei visual non è di comunicare parole. La nostra bocca lo fa già benissimo. L’obiettivo è condividere cose che la bocca non riesce a raccontare altrettanto bene: fotografie, video, animazioni, dati.

Spesso, nelle spiegazioni migliori, parole e immagini lavorano insieme. La mente è un sistema integrato. Se vogliamo spiegare qualcosa di nuovo, il modo più semplice e potente è “show and tell”.

Immagini e parole insieme, senza sovrapporsi e senza saturare i nostri canali cognitivi. Ma con un diverso equilibrio quantitativo: se per le parole l’imperativo è togliere, l’invito di Anderson per le immagini è di abbondare senza timori. Non tutte infatti vanno commentate e spiegate, anzi possono scorrere rapidamente una dopo l’altra con effetti di grande ritmo e bellezza.

Con l’autenticità non si scherza (e nemmeno con le emozioni)

I video di TED emozionano, e tanto, anche quando parlano di argomenti apparentemente freddissimi. Ma Anderson è chiaro: l’emozione autentica è un effetto, non un’intenzione, un obiettivo, un punto di partenza. A un mondo del marketing che si vuole sempre più personale, umano, emozionale, ispiratore, autentico, questo libro dà una grande lezione: ogni intervento di TED è un dono, non una richiesta. Per questo funzionano. E per questo non funzionano non solo gli interventi pitch (quelli che sotto sotto ti vogliono vendere qualcosa), ma nemmeno quelli che si propongono di essere inspirational. Le emozioni non si creano, si possono solo suscitare. Con il desiderio sincero di condividere qualcosa di importante e con l’umiltà di prepararsi a fondo nel migliore dei modi possibile, ma senza l’obiettivo del successo e della standing ovation.

Non si può recitare l’ispirazione. L’ispirazione è la risposta del pubblico all’autenticità, al coraggio, all’impegno altruistico e alla saggezza genuina.

Allora, scritto, parolato o tutti e due?

Ogni idea e ogni suggerimento sono esemplificati con casi e ampi brani tratti dai tantissimi interventi di TED. Il bello è che sono godibilissimi anche da leggere sulle pagine di un libro. Allora viene da chiedersi se le conferenze più seguite del pianeta siano testi, performance teatrali, o raffinatissime chiacchierate. Io penso che vi converga il meglio dello scritto e del parlato, della preparazione e dell’improvvisazione, dell’amplificazione e dell’intimità. Sono uno degli ibridi più felici di questi tempi, la testimonianza di un grande rinascimento della parola e, come scrive Anderson, forse di una nuova “età del fuoco”.

TED Talks è un libro di idee su come ciascuno può trovare il proprio personalissimo tono di voce quando desidera condividere un’idea o una passione. Qualcosa di molto diverso dai tradizionali libri sul public speaking, pieni di regole sulla voce e la gestualità che dovrebbero valere per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano consigli molto pratici, anzi ce ne sono tantissimi, da quali font usare sulle slide a quali orecchini evitare di mettersi, fino a un originalissimo sistema di note per modulare la voce sulle nostre parole che mi ripropongo di mettere in pratica alla prima occasione (chi l’ha detto che contano solo le pause? Ci sono casi in cui è meglio accelerare!).
La lezione che mi porto a casa è che ognuno deve rispettare la sua natura e il suo modo di essere e comunicare, perché il linguaggio – verbale, visivo o del corpo – è lo strumento più versatile che ci sia, e in più è sempre con noi.

Su questo blog leggi anche:

I 10 comandamenti di TED
Alle radici dell’eterna mutimedialità

 

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Cliente, prego, prima tu!

28 Mag

Human-to-Human, sembra facile!

Ho letto parecchi libri sul tono di voce, ci ho scritto su un bel po’ di post e anche qualche guida di stile per le aziende. Tutte aspirano alla relazione human-to-human, a parlare e scrivere come le persone, a mettere il cliente “al centro”, le sue esigenze e le sue aspirazioni al primo posto. Dichiararlo è facile, praticarlo molto meno.

Io ho imparato soprattutto su quel terreno pieno di insidie che è la relazione diretta con il cliente, soprattutto nei momenti difficili. Quando la relazione è in pericolo, quando il cliente ti sta scappando via, dai fondo a tutte le tue capacità e risorse linguistiche e relazionali – anche le più sottili – per sintonizzarti con lui, farti capire, spiegare perché è successa una cosa spiacevole o al contrario esprimere gioia e gratitudine per un apprezzamento o un suggerimento felice. E poi modulare il tono di voce a seconda del canale che stiamo usando.

Un letterale passo indietro

Quando descriviamo invece un prodotto – su una brochure, sul sito, in un post – quel famoso cliente che vogliamo mettere al centro se ne sta lontano, non incombe con urgenza su di noi e… i buoni propositi vanno facilmente a farsi benedire. Eppure a volte si può cominciare a fare qualcosa di veramente molto semplice: mettere fisicamente, letteralmente, il cliente all’inizio, cioè all’inizio del testo, del paragrafo, del periodo. Evitare come la peste di cominciare con “noi”.

Ci ripensavo nei giorni scorsi, in cui ho rivisto parecchi testi di due aziende importanti e molto consapevoli e avvertite sull’importanza del tono di voce, dell’ordine e del modo di dire le cose. Eppure la fatidica frase di inizio “Il nostro fantastico aspirabriciole ti consentirà di avere sempre una tavola superpulita!” (si fa per dire, si trattava in realtà di servizi molto più astratti e complicati”) si insinuava spessissimo a spingere il cliente in secondo piano, all’ombra del fantastico aspirabriciole.

Una triade di verbi pericolosi

La colpa è tutta di quel verbo “consentire” e dei suoi primi cugini “permettere” e “mettere in grado”: fanno cadere dall’alto anche il migliore dei vantaggi, il più agognato miglioramento della nostra quotidianità; danno al testo un tono concessivo e paternalistico da azienda “so-tutto-io”, che parla al cliente dall’alto del suo piedistallo. Sono verbi-scorciatoia, quelli su cui si adagia il copywriter quando è stanco. Per me, ormai, funzionano da allarme: quando li leggo o si affacciano alla mia mente, driiiinnn, Luisa sveglia! Se sei stanca, riposati e tornaci su. Ripartendo dal cliente, dal suo problema, non dall’azienda o dal prodotto: “Dopo la colazione la tavola è un campo di battaglia. E tu che fai? Passi Aspirabriciole e la tavola è già pronta e pulita per la cena. E voi siete pronti per uscire.”

Anche qui, torniamo ai classici

Come per moltissima scrittura di marketing non stiamo inventando nulla, ma solo (ri)scoprendo l’acqua calda. Comunque facciamo bene a riscoprirla superando “l’omogeneizzata voce del business”, per dirla con quelli del Cluetrain Manifesto.
Steven Pinker, in The Sense of Style, ci dice molto bene che la premessa di qualsiasi testo efficace è l’atteggiamento dell’autore, che deve porsi sullo stesso piano del lettore in maniera sincera: l’unica cosa che li distingue è che l’autore sa qualcosa che il lettore ancora non sa. Punto. E ne rintraccia la consapevolezza nello stile “classico” degli scrittori francesi del seicento come Descartes e La Rochefoucauld (di questo parliamo un’altra volta, ma ne parliamo!):

Lo stile classico, che ipotizza l’assoluta uguaglianza tra autore e lettore, fa sentire il lettore un genio. La cattiva scrittura lo fa sentire un’idiota.

È quello che pensano anche i copywriter dell’Economist, che certo non trattano argomenti leggerini:

Scrivi come se stessi parlando a un amico intelligente e curioso. Non fare il sostenuto.

Ecco, che bello sarebbe se le aziende, mentre scrivono, pensassero ai clienti e ai prospect come amici! Ma sul serio, con attenzione e cura, non solo come numeri sulla pagina Facebook.

Su questo blog leggi anche:

Testi naturali e conversevoli
Scrivere per farsi ascoltare
La (dis)umanità del customer care
Imparare a dire “ci dispiace”
Contro le bare verbali e le parole zombie
Scrivere: una visione e una conversazione
Naturale come il parlato, preciso come lo scritto

I cinque sensi e la memoria

8 Mag

Come forse si è capito dai post di quest’anno, sono tornata a leggere molti libri. Qui parlo di quelli belli, che vale la pena di segnalare, condividere e ricordare. Gli altri finiscono nella mia libreria, e sono tanti. Da alcuni imparo comunque: perché mi insegnano con chiarezza cosa non fare e cosa non scrivere, o perché sono talmente brutti e inefficaci da rinsaldare la mia autostima (dai, Luisa, non sei poi così male!).

Leggo molti libri anche per arginare la dispersione che sento sui social. Belli, utili, divertenti anche, ma in un buon libro l’autore ha fatto uno sforzo di connessione e organizzazione diverso e da questo impegno scaturiscono sempre nuove idee. Vale per me e vale per molte altre persone: si scrive un libro per strutturare, imparare, fare un salto verso un nuovo livello di comprensione.

Per me leggere è sottolineare e annotare. Nel mio astuccio ci sono sempre un paio di matite belle appuntite, un righello lungo più o meno la larghezza di una pagina e un pacchetto di post-it colorati. Con i libri di carta, che per lo studio e il lavoro tuttora prediligo, tutto fila liscio ed è facile ritrovare una citazione, un’annotazione. I libri su Kindle soddisfano molto meno la mia foga di appuntatrice: annoto, sì, ma è come se l’annotazione scivolasse via subito, inghiottita in una specie di nulla.

Così ho preso l’abitudine di trasferire in un file le annotazioni scivolose. Ma che fatica! Così ho cambiato metodo e l’ho esteso anche ai libri su carta. Funziona benissimo, mi aiuta a ricordare e a mettere via in forma ordinata i miei takeaway su ogni libro, una cosa preziosa per i post di questo blog, ma anche se hai in mente un altro libro tuo.

Eccolo:

1. leggo velocemente, come sempre, ma annotare mi fa fermare su quanto mi ha colpito e voglio ricordare; a volte è soltanto un’espressione particolarmente felice (e in quel caso metto sul margine un grande punto esclamativo); se leggo sul kindle mi accontento di evidenziare

2. a libro finito lo ripercorro piano piano di nota in nota, ma lo faccio rileggendo a voce alta davanti a un traduttore voce-testo. Scandire e “sentire” la mia nota mi costringe a rallentare e a pensare, spesso dando vita a nuovi pensieri che annoto anch’essi. Ma intanto “vedo” sullo schermo la mia voce prendere forma. Ho provato anche programmi molto costosi, come Dragon per pc, ma li ho trovati terribilmente macchinosi per l’uso che ne faccio io; poi ho scoperto TalkType, che funziona con Chrome. Semplicissimo, devi solo parlare e lui scrive, per di più capendo molto bene, anche se ci sono nomi propri stranieri o parole in inglese. Il punto debole è la punteggiatura, ma nel passo successivo diventa quasi un punto di forza.

3. infatti la copia finale è tutto fuorché perfetta e ha bisogno di un editing energico: punteggiatura, spaziature, grassetti, virgolette, corsivi.  Rileggo di nuovo e provvedo. E mentre leggo, connetto con altre idee, integro, inserisco titoletti.

Per far questo ci vuole veramente poco e il risultato sono appunti ragionati e ordinatissimi, ricchi di spunti e pronti per la cartella “libro_a_venire”. Se poi verrà, non si sa, ma intanto sento di preparare un terreno fertile per quando vorrà fiorire.

La verità è che sono una gran smemorata e tutto questo smuovere, concimare e seminare mi aiuta a ricordare. È una mobilitazione di tutti i sensi: sfioro le pagine con matita e righello, vedo le annotazioni e la mia voce farsi testo, ascolto con lentezza la mia voce che risuona e a volte cambia e personalizza il testo originale, riesco persino a esprimere a voce i pensieri nuovi che emergono, ri-vedo e trasformo mentre faccio l’editing. Quanto al gusto, è quello di vedere il succo personalissimo del libro pronto per fluire da qualche altra parte. Un post o il capitolo di un libro di cui quasi quasi riesco persino a sentire il profumo.

Roma, Via Asiago 10

29 Apr

Sala A della sede storica della RAI in via Asiago 10 a Roma.

Oggi sono tornata nel mio primo luogo di lavoro, dove sono entrata neolaureata, dove ho trascorso cinque anni decisivi e dove ho imparato a scrivere. È la prima sede della Rai, quella storica dell’Eiar, in Via Asiago 10, inaugurata nel 1927.

In questi anni ero stata in altre sedi Rai, ma mai lì, e mi sono emozionata nel ritrovarla bellissima e scenografica, con la scala di marmo centrale che si avvolge su sé stessa, i corrimano di ottone, gli splendidi lampadari degli anni ’30, le panche di legno originali, in puro stile razionalista.
In quell’edificio ho pestato i miei primi testi su monumentali macchine da scrivere – che il computer era arrivato, ma ancora non ci scrivevamo – mentre l’archivio era un’affascinante stanza di faldoni polverosi pieni di ritagli.
Mi sono emozionata, ma di un’emozione allegra. In fondo ero tornata lì per parlare di scrittura, quella contemporanea – così liquida, eterea, ma anche così vitale, multiforme e sorprendente.

L’intervista che mi ha fatto Giuseppe Antonelli andrà in onda domenica 1 maggio all’interno della trasmissione di Radio 3 La lingua batte, dedicata tutta al lavoro. Mi ha fatto delle belle domande, affatto scontate, e io sono uscita dal grande portone tutta contenta, pensando a che bel regalo mi ha fatto la vita: aver seguito il filo delle parole e non aver perso niente di quella curiosità, quella voglia di scoprire, di studiare e di entusiasmarmi che avevo allora.

PS Sul sito di La lingua batte potete ascoltare i podcast di tutte le trasmissioni, ma da non perdere è anche il vivacissimo gruppo su Facebook.

PS Aggiornamento: l’intera puntata si può riascoltare qui (la mia intervista è alla fine, al 49° minuto).

Oggi, siamo ciò che connettiamo

25 Apr

Architettura della comunicazione, di Federico Badaloni

Riemergo dalla lettura del libro Architettura della Comunicazione (versione cartacea qui) di Federico Badaloni con la sensazione di galleggiare in uno spazio e in un tempo infiniti e con un grande senso di inadeguatezza e insoddisfazione nei confronti dei tantissimi contenuti che ho orgogliosamente scritto e accumulato sul sito e sul blog. Ne sono un po’ meno fiera e una domanda mi assilla: sono trasportabili, condivisibili, riutilizzabili, interoperabili, adattabili? La risposta è: mi sa di no. Faccio fatica persino a trovarli, alcuni li ho scritti due volte perché me ne ero dimenticata. Solo negli ultimi tempi faccio il lavoro di connettere ogni nuovo post con tutti quelli che possono essere utili e interessanti sullo stesso argomento.

Metto tutta l’attenzione nella scrittura e poi, sì certo, rilancio il post su Twitter, Facebook e Linkedin, ma sono ben lontana dal ritratto della redattrice consapevole e contemporanea tratteggiato da Federico Badaloni: la produzione di un sia pur ottimo contenuto è solo la metà dell’opera; l’altra metà è strutturarlo con le informazioni sulle informazioni, cioè dotarlo di un buon paio di ali perché possa prendere il volo:

In una rete aperta e interoperabile, il messaggio, grazie alla propria struttura, è dotato di ali, non ha più bisogno di altri mezzi per volare.

Le ali, costituite dalla trama sottile delle meta informazioni, consentono all’informazione di attraversare i canali, i contesti e gli spazi rimanendo fedele a se stessa. Anche in diversi tempi e momenti. Solo una buona meta informazione ci potrà aiutare a capire il senso, il contesto di un’informazione, persino ad anni di distanza. È questa la rivoluzione digitale. È  il collassare del medium sul messaggio che fa esplodere i processi di produzione, i business, i rapporti di forza fra gruppi sociali che si erano costituiti nel mondo precedente. Il valore è il significato che perdura nel tempo.

Adoro i libri che mi mettono in crisi, che mi spostano il punto di vista o che mi fanno vedere il paesaggio consueto attraverso un paio di lenti nuove. Architettura della Comunicazione è uno di questi.

Federico Badaloni, oltre a essere uno dei maggiori esperti italiani di architettura dell’informazione, è un giornalista che nel Gruppo Espresso ha vissuto in prima persona il passaggio dal mondo lineare della Parentesi Gutenberg al mondo senza confini e potenzialmente infinito della rete:

La frattura radicale tra il mondo prima e dopo la rete sta nel passaggio tra un sistema di comunicazione che faceva perno su tempo e spazi limitati a un sistema che si basa sulla disponibilità illimitata di spazio e su una forma di tempo sospeso, che assume le sembianze di un eterno presente.

Sa perciò spiegare molto bene la portata della rivoluzione che stiamo vivendo sia attraverso esempi molto semplici, sia attraverso i “contesti” in cui siamo abituati a cogliere e connettere le informazioni.

Uno è il giornale cartaceo, un ambiente dalla logica completamente lineare, in cui la rilevanza delle informazioni è data dalla loro collocazione all’interno di un’architettura fissa e definita: dalla prima all’ultima pagina, dall’articolo principale all’ultimo trafiletto. L’altro è meno scontato, ma efficacissimo: il rilievo del portale centrale della cattedrale di Notre Dame a Parigi, il cui significato si coglie solo allargando la visuale attraverso una serie di cerchi concentrici, dal singolo rilievo al portale, dal portale alla faccciata, all’intera architettura. Il fedele medievale non sfogliava e leggeva la Bibbia, percorreva un luogo.

Oggi per i nostri contenuti non ci sono percorsi prestabiliti, né concentrici, né lineari. Se un contenuto è connesso, è sempre raggiungibile e può apparire contemporaneamente in luoghi diversi, a persone diverse, in tempi diversi. E il contesto può avere mille variabili e mille sfaccettature:

Il concetto di contesto è da intendersi in maniera estesa: il dispositivo con il quale accedo alle informazioni, la velocità della mia connessione, il clima, il mio particolare umore o le mie aspettative.

Le mie aspettative, appunto, il mio bisogno. Bisogni sempre più ampi, che vanno oltre il comprendere e il fare, ma che “si estendono al condividere, al sentirsi apprezzati, al risparmiare tempo: è una gamma di bisogni che deriva dal nostro essere animali sociali e dalle esigenze imposte dal vivere quotidiano”.

Il valore dei contenuti non è quindi in sé, ma nella connessione che ne fanno le persone. Non contenuti, ma relazioni e quindi esperienze. Non prodotti, ma ambienti. Ambienti la cui struttura e architettura manifesti direttamente il suo senso, il suo funzionamento.

Creare e pubblicare sì, ma poi strutturare, taggare, linkare, predisporre il contenuto a vivere la sua vita, lunghissima e imprevedibile:

Pubblicare un contenuto online significa renderlo linkabile e disporre di un piccolo capitale di fiducia: dal punto di vista di chi naviga, l’esistenza di un link rappresenta il nuovo percorso possibile, una nuova relazione, una nuova conoscenza disponibile. Un link è un dono.

Un’informazione pubblicata in rete può occupare uno spazio largo o lungo a piacere, e resta disponibile teoricamente per sempre. Questo significa che ogni informazione può essere costantemente riutilizzata per spiegare una nuova informazione, può essere inserita all’interno di nuove relazioni significative.

Più vive, si connette e si muove, più un contenuto acquista valore perché porta con sé le tracce dei bisogni, dei desideri, degli appagamenti e persino dei morsi delle persone che ha incontrato, per dirla con il New Clues Manifesto.

Creare contenuti, prodotti e ambienti che abbiano un senso per le persone, che sappiano attraversare i device e il tempo per incontrare i loro bisogni e le loro aspettative, è il compito dell’architettura dell’informazione.

Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla progettazione funzionale: la funzione, cioè la risposta alla domanda delle persone, è l’elemento costante, il ponte migliore tra tutti i ponti possibili. Federico Badaloni illustra il metodo, non le technicality: ricerca sui bisogni delle persone, schema delle relazioni funzionali, mappe funzionali, wireframe, per approdare solo alla fine alla home page, esattamente come facciamo noi oggi.

Quindi non spaventatevi pensando sia un libro tecnico. Non parla di tecnologie, parla di noi umani e della rivoluzione che abbiamo la fortuna di vivere.

Una bella intervista a Federico Badaloni è su Kloe: La cultura non sta dietro alla tecnologia perché le sta davanti.

L’eloquentissimo potere del non detto

11 Apr

Leggere è un andare, dicevamo solo un post fa. Se leggiamo una storia, ci spinge la curiosità per quanto sta per avvenire, se cerchiamo una risposta o un’informazione, non ci fermiamo finché non la troviamo. Ostacoli, frenate, disorientamenti non ci piacciono in ogni caso. Come ho già scritto in questo blog, bisognerebbe tornare indietro solo per riassaporare una parola, una frase o un paragrafo che ci sono piaciuti moltissimo.
A volte è l’ambiguità a farci perdere:

Un problema particolare legato all’ambiguità riguarda il fatto che spesso siamo portati ad anticipare la struttura delle frasi e, quando la frase si sviluppa in modo per noi imprevisto, siamo costretti a tornare indietro e rileggerla. A questo proposito i linguisti parlano di frasi “garden path”. Per intenderci, il nostro cervello è veloce, si butta a capofitto in una direzione e di solito coglie l’interpretazione corretta. Ma se ci imbattiamo in elementi che ci fanno capire che l’interpretazione in corso non è corretta, siamo costretti a fare marcia indietro e ripercorrere il cammino fino alla biforcazione del sentiero che ci aveva fuorviato, in modo tale da prendere così l’altra strada.

Questa tersa definizione dei “sentieri nel giardino” è in un bel libretto italiano che ho letto e molto annotato negli ultimi giorni: Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, pubblicato da Laterza.

L’espressione garden path mi aveva già colpito in The Sense of Style di Steven Pinker, ma i due autori italiani hanno allargato il mio campo delle metafore giardiniere. I cespugli sono le espressioni che mitigano il contenuto di quanto esprimiamo. Per esempio quelle di vaghezza: una sorta di, più o meno, circa, un certo. Le siepi ci permettono invece di prendere le distanze da un’affermazione troppo netta:

C’è la porta di casa aperta. Saranno stati i ladri.
Ti chiederei di abbassare la voce.
Se ti va / se hai voglia, potresti scendere la comprare il latte.

Cespugli e siepi sono strategie di mitigazione, che mettiamo in atto per attenuare i rischi della relazione e ottenere distanza e deresponsabilizzazione.

Ho abbordato Come non detto stimolata dall’ottima recensione di Giovanna Cosenza. Ho fatto bene, perché il libro ha permesso a una praticona come me di dare nomi precisi e corretti a concetti e strategie che conosco e applico in modo istintivo, ma che non ho mai studiato in modo sistematico, spesso scoraggiata da testi troppo accademici.

Stereotipi, presupposizioni, verbi fattivi, impliciti, implicature convenzionali, proprietà della cancellabilità, metafore, contesto, deissi, atti linguistici, fallacie e tutto l’eloquentissimo universo del non detto spiegati in modo semplice e rigoroso, con tantissimi esempi tratti dalla pubblicità, dal giornalismo, dalla comunicazione politica.

Come scrittrice professionale ho molto apprezzato, per esempio, la parte dedicata al dialemma chiarezza / cortesia, che si ripropone immancabilmente in ogni aula in cui si discute di email, comunicazione interna e comunicazione al cliente. Meglio asciutti e chiari o pomposi e gentili? “Dipende dal contesto” rispondono i nostri autori, che ci forniscono un’utilissima scala di possibilità, dalla più rude alla troppo sofisticata:

0. Riportami il libro domani!
1. Mi riporti il libro domani?
2. Puoi riportarmi il libro domani per favore?
3. Ti spiacerebbe riportarmi il libro domani?
4. Cosa ne diresti di riportarmi il libro domani?
5. Mi chiedo se potresti, con tua discrezione, far sì che magari in tempo ragionevole, per esempio domani, ci fosse la possibilità per me di leggere un libro che qualche mese fa ti avevo prestato, magari se lo hai finito e non lo leggi più.

Eh già, dipende. Perché migliorare la nostra scrittura non è tanto questione di buone regole, ma di buone alternative e quindi di buone scelte. Più alternative si presentano alla nostra mente, meglio possiamo scegliere. Oggi questa capacità di scelta è molto più cruciale di prima, perché nella comunicazione le variabili in gioco sono sempre di più: sì, l’obiettivo, il canale e il destinatario, ma anche l’ora e il luogo in cui potrebbe leggere il nostro messaggio, la sua disposizione e il suo stato d’animo in quel momento. Gran parte di quello che scriviamo e ci viene richiesto online è costituito da “atti linguistici”: dire è fare, esporsi, impegnarsi.

I buoni testi brevi – e per buoni intendo efficaci, capaci di conseguire l’obiettivo – non nascono dalla contrazione, ma dalla selezione. Scegliere con consapevolezza quali parole usare, quali enfatizzare, quali lasciar fuori è il gran lavoro che c’è dietro. Da scrittori e da lettori, Come non detto ci aiuta a capire meglio cosa c’è sotto “l’iceberg della comunicazione”:

Dietro la comprensione di scambi verbali e di situazioni nuove c’è sempre un mare di sottintesi: ciò che si dice in modo esplicito rappresenta solo la punta visibile di un’enorma massa nascosta di informazioni comunicate in modo implicito.

Una buona storia è un moto perpetuo

6 Apr

Eccomi con un post pieno di libri. Li racconto insieme, perché sono complementari e li ho letti in parallelo, trovando tante connessioni tra l’uno e l’altro.

La copertina di Into the woods. How stories work and why we tell them è rigorosamente nera, come il bosco che deve attraversare ogni eroina o eroe di una storia. Nel libro non c’è nemmeno una figura, solo qualche schema in bianco e nero. Ma John Yorke – sceneggiatore e produttore di famose serie per la BBC – nel suo libro solo apparentemente austero riesce a farci vedere tantissime cose.

Le circa 200 pagine sono quanto di meglio abbia letto finora su come funziona una storia. Non perché dica cose originalissime, ma perché:

  • le dice molto bene, in modo piano e scorrevole, ma immaginifico, persino meglio del pur bravo Robert McKee di Story
  • esemplifica ogni concetto e idea con scene tratte da film che tutti conosciamo e amiamo: Gente comune, Thelma e Louise, Il padrino, Notting Hill, Alien, Star Wars, Short cuts, Witness, e tantissimi altri.

Il cinema come quintessenza dell’arte di costruire e narrare storie, ma c’è un buon numero di incursioni anche nella letteratura e nelle arti figurative.

“Ogni forma di composizione artistica, come ogni linguaggio, ha una grammatica, e questa grammatica, questa struttura, non è semplicemente una costruzione – è l’espressione più bella e complessa del funzionamento della mente umana.”

Ascoltiamo e narriamo storie per dare ordine al caos dentro e fuori di noi, per scoprire e realizzare chi siamo davvero, per conciliare gli opposti, per imparare, qualche volta per rinascere a nuova vita. Perché la mente, la biologia e la fisica funzionano così, secondo quella semplicissima struttura tripartita che governa tutta la nostra vita e quella della natura:

nascita > crescita > morte

crisi > climax > risoluzione

crisi > scelta > cambiamento

partenza > viaggio > ritorno

Così, la struttura drammatica di base è quella in tre atti, che si ripete man mano che si scende verso le minime unità del film: le scene e infine i beat. Proprio come un frattale, l’unità più piccola si ripete continuamente nella struttura fino a creare l’insieme.

Mentre spiega come e soprattutto perché funziona un film, Yorke ci parla di noi: ogni protagonista è il nostro avatar, ogni antagonista è la nostra parte oscura e le nostre paure, ogni crisi la nostra opportunità di rinascita.

“Il bravo scrittore è quello capace di connetterci con chiunque”

Anche il personaggio più cattivo e detestabile rappresenta una parte di noi. Forse la più nascosta, la più difficile da stanare. Ma stanarla è proprio quello che fa una grande storia.

Al cinema la verità, la nostra verità – e quindi l’emozione – scaturisce da ciò che non si vede, da ciò che non viene detto, ma siamo noi a prevedere, a intuire, a immaginare, a cogliere da una contraddizione o da un’azione impercettibile come uno sguardo. Perché, proprio come noi, i personaggi affascinanti e complessi spesso fanno e dicono il contrario di quello pensano e vogliono davvero. Il capitolo sul sottotesto è forse il più bello e il più istruttivo per tutti, anche per noi scrittori professionali: le emozioni non si proclamano e non si annunciano, si suscitano.

“La spiegazione uccide il dramma, così come l’impulso di rendere immediatamente tutto chiaro a tutti.”

Una struttura archetipica tripartita è alla base di ogni storia. Tutto il resto è ritmo e stile, come nella musica:

“Sembra impossibile capire come, con sole otto note in un’ottava, semplicemente non finiamo mai la musica, ma proprio come dai toni nascono i semitoni e le indicazioni del tempo, così il ritmo e lo stile cambiano il contenuto e noi cominciamo a vedere che uno schema semplicissimo contiene in sé la possibilità di infinite variazioni.”

Le infinite variazioni testuali determinate dal ritmo e dallo stile sono il tema di The art of X-ray reading di Roy Peter Clark. Clark è il decano del Poynter Institute, uno dei più noti docenti di scrittura statunitensi per il quale sono passati diversi premi Pulitzer. Io lo seguo da molti anni, ho letto tutti i suoi libri e lo annovero tra i miei maestri. Questo libro, uscito a febbraio, lo aspettavo con ansia perché Clark vi mette in pratica la raccomandazione di Steven Pinker: imparate a scrivere facendo il reverse engineering di testi eccellenti, cioè smontateli, capite perché funzionano così bene, prendete il meccanismo e applicatelo ai vostri testi.

Clark smonta per noi 25 capolavori della letteratura mondiale. Ora non vi spaventate pensando che Moby Dick, Madame Bovary, Macbeth e Addio alle armi sono modelli inarrivabili… Clark non è un linguista, ma un giornalista e un bravissimo divulgatore. In ogni capitolo esamina solo un breve brano, anzi lo passa appunto ai raggi X, lo disseziona per farci vedere lo scheletro, i tessuti, i muscoli e le vene, frase per frase, parola per parola, virgola per virgola. Ogni capitolo un tema, che ci viene restituito alla fine in forma di strumento, di attrezzo che possiamo usare anche noi nei nostri testi quotidiani. Senza timori reverenziali.

“Il tuo testo deve muoversi, muoversi, muoversi. Dal concreto all’astratto. Dal particolare al generale. Dal’idea all’esempio. Dal’informazione all’aneddoto. Dall’esposizione al dialogo. Un buon testo è una macchina del moto perpetuo che porta avanti la storia e fa che il lettore senta l’energia.”

Sì, leggere è proprio questo: un andare.  Nel libro di Clark, ogni scrittore ci offre uno strumento per far correre, rallentare, fermare, inchiodare, stupire il nostro lettore: Nabokov è il mago dei suoni, Hemingway di ripetizioni sottili di parole semplici “che risuonano come battiti del cuore”. Sylvia Plath ci insegna a usare le metafore in prosa e a moltiplicarne l’effetto collocandole alla fine del periodo, Shakespeare a spostare le parole per effetti di enfasi, anche (soprattutto!) in una frase brevissima. Garcia Marquez è maestro nel creare il curiosity gap, quel mistero che ci porta necessariamente a leggere oltre. Flaubert fa parlare l’anima di Madame Bovary attraverso quello che la donna non dice. E i classici, Omero e Virgilio, sono registi ante litteram, tanto sono capaci di volare su un paesaggio e subito dopo zoommare su un dettaglio.

Il testo più lungo esaminato è Il grande Gatsby, perché Clark ne coglie la coerenza attraverso un leitmotiv che lo apre, lo percorre e lo chiude, ma così leggero da rivelarsi solo alla lettura ripetuta e profonda. Il più breve è una battuta di Macbeth: “The queen, my lord is dead”.
Perché – proprio come sottolinea anche Yorke in Into the woods –  un’opera cresce dalla moltiplicazione delle sue unità minime, come un frattale. L’unità minima di un testo è la frase e Clark dedica uno degli ultimi capitoli a dieci frasi iniziali di altrettanti capolavori della letteratura: ognuna un mondo.

Il Clark docente è sempre accanto al lettore appassionato: alla fine di ogni capitolo trovate le Writing Lessons, chiare e divulgative, con suggerimenti utili per tutti.

Le storie sono uno dei principali strumenti del leader, anzi del torchbearer, insieme ai discorsi, alle cerimonie, ai simboli. Ne parla Nancy Duarte nel suo ultimo libro, Illuminate. Anche la regina californiana del presentation design è tra i miei maestri: Illuminate non ha l’impatto pratico di Slideology o di Slidedocs, né l’afflato lirico di Resonate, ma è il libro frutto di molta ricerca, con tanti casi interessanti e in più è esteticamente impeccabile, con illustrazioni originali e bellissime fotografie in bianco e nero.

Ogni grande cambiamento aziendale è un’avventura epica in cinque atti – dream, leap, fight, climb, arrive – e il leader è il suo eroe. Per trascinare le persone nel suo sogno e portarle alla vittoria tiene discorsi, racconta storie, organizza cerimonie rituali, usa simboli.

Oltre un po’ di ripetitività, che ormai è la costante di tanta saggistica anglosassone sulla comunicazione, il libro ha due pregi:

  • per essere nato nella più importante azienda di design della Silicon Valley è un vero inno alla fisicità: niente web né app, ma tantissimi oggetti quotidiani, modalità di incontro e scontro tra persone, luoghi veri – bar, fabbriche abbandonate, villaggi africani –, abbracci, lacrime, disegni, pitture, persino lanci di uova
  • ci sono tanti casi veri di crisi superate grazie alle visioni e alla tenacia del leader-eroe, e non solo i soliti Steve Jobs e Martin Luther King. Per ognuno, c’è il kit di strumenti con tanti esempi di discorsi, storie, cerimonie e simboli.

Molto human-to-human, insomma.