Un mago e le sue storie

4 dic

Non capita tutti i giorni di incontrare un mago, anzi a me non era mai capitato, almeno fino a un paio di settimane fa quando ho partecipato come docente a un evento formativo per la direzione risorse umane in una grande banca italiana. Il mago in questione – docente anche lui, anzi magic experience designer –  era piuttosto diverso dal mio immaginario: un ragazzo in jeans, simpatico e alla mano. Il suo nome è Ferdinando Buscema e il suo mestiere quello di creare esperienze magiche, cioè stupefacenti, emozionanti, sorprendenti. Lo fa per grandi aziende quali Ferrari, Microsoft, Moleskine e, come avrei presto scoperto, anche nella sua vita quotidiana.

È quindi con grandissima curiosità che ho letto il libro che ha scritto con Mariano Tomatis: L’arte di stupire, un vero museo delle meraviglie contemporaneo, organizzato dall’Anticamera della meraviglia al Gift Shop. Ci trovate magie di tutti i tipi e di tutti i tempi: dalle feste a sorpresa ai racconti di Buzzati, dai giganteschi cerchi nei campi attribuiti agli Ufo alla magia di una sera per conquistare definitivamente una fidanzata, dalle macchine delle meraviglie di Erone di Alessandria di duemila anni fa a un piccolo episodio dell’infanzia di Pablo Neruda decisivo per la sua vocazione letteraria. Ciò che le accomuna è la capacità di stupire e di stupirsi, preziosa sempre ma soprattutto oggi in cui tutto sembra a portata di mano, senza incognite e senza attese:

Il tempo risparmiato usando un motore di ricerca ha un prezzo che non ci accorgiamo di pagare: la curiosità che emerge dal “non sapere” è una tensione creativa che tiene svegli, spinge alla ricerca, espone alla sorpresa e stimola percorsi mentali inediti.

Resistere alla tentazione di trovare la scatola giusta e di approdare subito a una risposta, consente di esplorare con più attenzione l’immensa rosa di soluzioni possibili, probabili, assurde o inconcepibili, che possono rivelarsi mattoni preziosi per creare qualcosa di nuovo e originale.

Nel libro, che si legge passando di stanza in stanza, non troverete nemmeno un trucco di magia alla mago Silvan (anche se gli autori sono bravissimi anche in quelli!) ma tante storie e suggerimenti per ritrovare e far ritrovare lo stupore nella vita quotidiana. A clienti, amici, familiari. La storia che mi è piaciuta di più è semplicissima, una magia alla portata di tutti, eppure un’esperienza indimenticabile. Questa:

Nel gennaio 2007 il nostro amico Tommaso Traiani andò a trovare il nonno con un vecchio album di fotografie di famiglia, e sfogliandolo gli chiese di raccontare i retroscena di ciascuna immagine. Nascosto sotto il bavero, un microfono registrava ogni parola. Il dispositivo elettronico memorizzò oltre tre ore di storie e aneddoti, dall’infanzia negli anni Venti fino ai giorni nostri. L’obiettivo era di salvare dall’oblio il racconto della sua vita, considerato da figli e nipoti un prezioso tesoro di famiglia. Lo stesso lavoro si prestava alla progettazione di un’esperienza magica su misura.

Come in una conversazione informale, il racconto non si era svolto in maniera cronologica. Fu necessario un lungo lavoro di collage per ricavarne una storia lineare: dieci tracce di un’ora complessiva divennero la voce fuori campo di un documentario le cui immagini erano le stesse fotografie commentate.

Completato il montaggio audiovideo, Tommaso lo registrò su un dvd e lo portò a casa del nonno, coinvolgendolo in una non ben definita “proiezione film-evento”. Quando si spensero le luci del salotto e partì il documentario, l’uomo impiegò qualche istante a riconoscere la voce che parlava. La storia che sentiva gli era familiare, e così l’inflessione dialettale di colui che la raccontava. Ancora ignaro di essere stato registrato qualche mese prima, faticò a credere a quello che stava succedendo. Poi si arrese, esclamando sbalordito: “Ehi, ma… sono io” e ammettendo di essere diventato a sua insaputa il protagonista e narratore unico di un film documentario, un privilegio solitamente riservato ai grandi personaggi della storia.

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

19 nov

Nei musei di solito non patisco troppo il divieto di fotografare, ma domenica mattina alla Fondation Beleyer di Basilea avrei davvero voluto fermare qualche immagine, qualche istante. Non della pur splendida mostra di Gustave Courbet, ma del luogo straordinario in cui mi trovavo.

Eppure da fuori non vedi molto: solo un basso padiglione in pietra, con un grande vetrata, uno specchio d’acqua davanti, in un sobborgo residenziale di Basilea, ai limiti della campagna. Solo quando ci sei dentro capisci la genialità dell’architetto, che ha creato un luogo quasi trasparente, al solo servizio delle opere e dei visitatori. Grandi pareti bianche, un parquet chiaro, una luce perfetta, modulata sui cambiamenti di quella esterna attraverso tende sottilissime che si alzano e si abbassano impercettibilmente. Da ogni punto vedi almeno uno scorcio dell’esterno: una villetta adiacente, un campo coltivato, bambini che giocano. Cose che cambiano in continuazione ed entrano nel museo attraverso gli sguardi tutti diversi dei visitatori.

Alla mostra di Courbet non c’erano cartellini, né cartelloni, né “apparati didattici”. Eppure è stata un’esperienza appagante, ricca, istruttiva, riposante, di un’usabilità assoluta, in cui mi sono sentita in the flow come raramente mi è capitato.
Accanto ai quadri solo le informazioni essenziali trasferite sul bianco della parete in una leggibilissima font senza grazie. Molti avevano vicino una piccola icona, o due. Il simbolo della pagina, che rimandava alla guida gratuita che avevi ricevuto all’ingresso e che ti leggevi da sola in santa pace. O quello della cuffietta, che rimandava all’audioguida. Non una lettera o una virgola in più, ma nemmeno una in meno. Nessuna sovrapposizione, solo l’informazione che desideravi, al momento giusto, sullo strumento giusto. Nessun assembramento per leggere da testi fitti fitti appesi alle pareti ad altezze improbabili, una delle cose più inutili e faticose cui gli architetti di mostre e musei raramente riescono a fare a meno.

Quando alla fine mi sono seduta su uno dei tanti enormi divani bianchi di fronte alla parete di vetro e al paesaggio autunnale, circondata da bellissimi libri da sfogliare liberamente, ho pensato con orgoglio e amarezza insieme che chi ha progettato un luogo tanto semplice e tanto bello è un grande italiano. Noi Renzo Piano l’abbiamo fatto senatore a vita – se lo merita -, ma perché non gli abbiamo fatto costruire dieci, cento musei così a casa nostra?

Nomade e lettrice

11 nov

L’ultimo scorcio dell’anno è sempre il più denso e nelle prossime due settimane sarò quasi sempre in giro. Meno tempo per i post (ma poi chissà!), più tempo per i libri, perché niente come il treno mi predispone alla lettura. Intanto, però, ho risposto ad alcune domande di Serena Spitalieri, che ringrazio, sul blog di Marketing Arena.

A colazione con l’Economist

7 nov

L’Economist non è solo il migliore settimanale economico del mondo e il meglio scritto, ma ormai anche una vera scuola di scrittura digitale. Dopo essersi cimentati, solo qualche settimana fa, con il long form journalism di From papyrus to pixels ora passano alla miniedizione giornaliera per smartphone The Economist Espresso.

Esce la mattina presto con sette articolini, di cui uno gratuito a scelta. È un minitutto perfetto: mini titoli, mini articoli, mini frasi. Da leggere al volo mentre si beve il caffè o si aspetta la metro. Che si stiano preparando alla versione per Apple Watch, uno sguardo e via?

E anche il testo del video per ritmo ed efficacia. In 32 secondi c’è proprio tutto:

La comunicazione tecnica cerca umanisti

6 nov

Ogni tanto, negli ultimi anni, mi è stato chiesto di scrivere la prefazione di un libro. Il primo è stato quello di una famosa blogger, sono seguiti un manuale di scrittura per bambini e l’edizione italiana di un bestseller mondiale sulle presentazioni. Qualche mese fa mi è stato chiesto di “prefare” (sì, si dice proprio così) un libro sulla comunicazione tecnica.

Ho accettato volentieri perché la comunicazione tecnica è la Cenerentola della comunicazione, ma una Cenerentola importantissima, che ha un gran bisogno di buoni scrittori. Sarà pure meno glamour di SEO e SMM, ma saper spiegare con chiarezza il funzionamento di un telefono cordless, di un software o di un complicato macchinario è un vero servizio sociale e in più è un lavoro di soddisfazione molto meno inflazionato di altri.

Il comunicatore tecnico. Guida pratica alla professione di Gianni Angelini, appena pubblicato da FrancoAngeli, getta nuova luce su questa professione così poco conosciuta, che, nonostante l’aggettivo tecnico, è sempre più aperta anche a chi ha una laurea umanistica. Ecco la mia breve prefazione:

Lo ammetto, ero proprio rimasta indietro, anche dal punto di vista della definizione. La figura professionale che Gianni Angelini delinea in questo libro per me era ancora quella del technical writer. In inglese, quasi a marcarne la marginalità in Italia, dove la comunicazione tecnica conta sicuramente su comunità vivaci ma poco note, soprattutto ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro e non prendono in considerazione questa strada. E con l’accento forte sulla scrittura, che invece è sempre più solo una componente, seppure fondamentale, di un ventaglio di competenze molto più ampio che in passato.

Lo si scopre proprio percorrendo questa guida, che non solo ci racconta come sia cambiata e stia cambiando la professione del comunicatore tecnico, ma ci rivela anche quante insospettate affinità la colleghino alle altre professioni del mondo della comunicazione. Un mondo che conosce oggi molte specializzazioni, percorse però da alcuni fili in comune.

Il primo filo è sicuramente l’idea della modularizzazione del testo, della fine del testo sequenziale che ha dominato in modo esclusivo fino a pochissimo tempo fa. Un’idea che accomuna il web writer e il comunicatore tecnico, entrambi alle prese con testi ricombinabili in molti modi e contesti diversi. Frammenti sì, ma completi, autonomi, rigorosi. Gli stessi sistemi di pubblicazione dei manuali tecnici hanno molto in comune con i CMS con cui si pubblicano i contenuti sul web.

Il secondo filo è quello dell’integrazione tra parole e immagini, che amplia la sfera di interesse di chi scrive. Come i siti, come le app, anche i manuali affidano oggi informazioni e istruzioni alla forza e all’immediatezza delle immagini. Anche qui, saper solo scrivere non basta più.

Il terzo filo è un’esigenza di chiarezza, precisione e struttura che la comunicazione tecnica conosce da tempo ma che si sta facendo strada con forza in tutte le scritture professionali. L’attenzione alle parole chiave e la necessità di taggare e classificare i contenuti obbliga tutti – non solo i comunicatori tecnici – a una scrittura più attenta e precisa.

E tutti abbiamo ormai dimestichezza con termini quali usabilità e user experience, che significa soprattutto capacità di mettersi dalla parte delle persone che ci leggeranno e dovranno usare le indicazioni che abbiamo preparato per loro. L’essenza della comunicazione, in qualsiasi campo.

Così, il comunicatore tecnico ci appare molto più vicino agli architetti dell’informazione, agli editor e ai copywriter che progettano e scrivono brochure di prodotto, app e siti web. E la comunicazione tecnica come una componente della più grande famiglia della comunicazione professionale.

È una bella notizia, che abbatte pregiudizi e steccati per aprire il mondo della comunicazione tecnica anche agli umanisti, uno dei messaggi più interessanti e seducenti di questo libro.

Lo stesso Gianni Angelini è un laureato in lettere classiche che scrive manuali software in Siemens Building Technologies.

Per approfondire la comunicazione tecnica, vi segnalo le risorse che conosco in italiano:

L’artigiano di Babele
Il blog del comunicatore tecnico Alessandro Stazi. Online dal 2009, è ricchissimo di post e risorse.

COM&TEC
L’associazione professionale di riferimento per i redattori, traduttori e comunicatori tecnici italiani. L’associazione organizza seminari, conferenze e corsi per la formazione e l’aggiornamento professionale.

Writec
L’agenzia di communication engineering e technical writing fondata dalla “pioniera” Vilma Zamboli.
Sul Mestiere di Scrivere potete leggere un’intervista a Vilma: Chi è il technical writer?

Per studiare, o partecipare

4 nov

Su questo blog non faccio mai promozione, se non per i libri che mi sono piaciuti, ma oggi mi sento di fare un’eccezione per due iniziative che conosco bene.

La prima, anzi, la conosco benissimo perché insegno al masterCom dell’Università di San Marino e dell’Università IUAV di Venezia dal 2001, forse la mia più lunga esperienza professionale.
Dura due anni, è comodo anche per chi lavora perché si frequenta nei fine settimana, è uno dei meno costosi e anche uno dei pochi a elencarvi tutti i docenti. Oltre alla sottoscritta, ci insegnano altre persone che sicuramente conoscete: Alessandra Farabegoli, Gianluca Diegoli, Paolo Iabichino. Più tante donne e uomini d’azienda con le loro esperienze concrete.
Sono disponibili borse di studio: per saperne di più, c’è il post di Giovanna Cosenza (e sicuramente conoscete anche lei), responsabile della direzione scientifica del master. Le lezioni cominciano a metà dicembre.

La seconda è Turboblogging, contest lanciato da ASTER, il consorzio che coordina la Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna, in tutto 89 laboratori di ricerca e centri per l’innovazione.
Il tema del contest è proprio la ricerca: ASTER invita laureandi, laureati, blogger, giornalisti, creativi, appassionati di comunicazione e new media a raccontare storie di eccellenza di giovani, imprese e docenti universitari che hanno fatto un percorso di Apprendistato di Alta Formazione e Ricerca.
Il racconto potrà prendere la forma di un post, un’infografica, un video, un’animazione.
L’evento si svolgerà a Bologna il 10 dicembre, per iscriversi c’è tempo fino al 18 novembre.
In bocca al lupo a chi vorrà partecipare!

Storie, vederne delle belle!

2 nov

Nell’ultimo post cominciavo sul tanto (stra)parlare di storytelling. Non ho mai studiato il tema a fondo – anche se mi interessa da molto tempo –, però almeno negli ultimi due anni ho la sensazione che il perimetro del termine “storytelling” sia diventato ormai immenso, tanto da includere tutto quello che non rientra nella più fredda e antiquata comunicazione istituzionale.

Non penso che un video che si vuole pieno di emozioni sia automaticamente una buona storia, e per buona storia intendo una che fin dalle prime immagini o parole hai davvero voglia di vedere, leggere, ascoltare. Né credo che chiamare una qualsiasi comunicazione aziendale “storia” – una cosa che ormai fan tutti – la faccia diventare tale.

Una comunicazione emozionale non parla di emozioni, ma sa suscitarle. E tra le emozioni di una storia c’è da sempre anche la sorpresa, cioè il non sapere come va a finire, il rimanere sospesi, in attesa. Sarà per questo, forse, che i due commercial che potete vedere qui sotto mi sono piaciuti tanto e, sì, mi hanno emozionata.

Il primo si svolge in una città tailandese e vuole rappresentare i valori del brand delle telecomunicazioni TrueMove H:

Il secondo è della Maison Cartier, e riesce a parlare veramente a tutti, anche a chi non comprerà mai un suo gioiello:

Sono molto famosi, e giustamente, perché hanno hanno tutti gli ingredienti di una buona storia.

Tra le cose migliori che ho letto su come creare e raccontare buone storie ci sono due libri di grande successo ma che raramente ho visto citati nei libri italiani sullo storytelling:

Ogni altro suggerimento è il benvenuto.

Su questo blog leggi anche:

Ebbri di storie
Storytelling: dove si racconta di arance, patate, pesche e pomodorini
Le storie fuori dai libri
Storytelling: la chimica si racconta

 

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