Cambiate passo, ma soprattutto fiorite!

24 mag

D’accordo, le pagine potevano essere anche un po’ meno, lei è furbissima e con la faccia di plastica, l’operazione editoriale altrettanto furba e di un tempismo perfetto, ma a me Thrive di Arianna Huffington è piaciuto e spero che anche qui in Italia – dove è pubblicato da Rizzoli con il titolo così così di Cambiare passo – lo leggano molte persone, soprattutto persone che comandano e che possono cambiare il modo in cui nelle aziende si vive e si lavora.

Il libro si apre con una scena cruenta: la donna prodigio Arianna, due anni dopo aver fondato l’Huffington Post, baciata dal successo ma abbandonata dal sonno e dalla tranquillità, crolla nel suo ufficio, batte la testa, si rompe una mascella e si ritrova in un lago di sangue.
Siccome la signora è molto sveglia e anche molto secchiona, una volta appurato che non ha nessuna grave malattia, capisce che così non può andare avanti, che deve cambiare vita e si mette a studiare come. Il libro racconta questo cambiamento dal 2007 a oggi, un cambiamento che parte da sé, ma poi investe la sua azienda, i suoi collaboratori e dipendenti e infine – dato che la signora è anche molto ambiziosa e non si ferma – il mondo delle organizzazioni e la stessa idea di successo.
Le due tradizionali metriche con cui abbiamo sempre misurato il successo, soldi e potere, non bastano più. Almeno non da sole. La terza metrica è data da quattro parole chiave: benessere, saggezza, stupore, dono.

Detta così sembra la tardiva scoperta new age di una cui la vita ha già dato tutto, ma il merito del libro è proprio quello di strappare temi come la meditazione, lo yoga, il benessere, la generosità dall’aura scemenziale new age e di portarle con forza nel mainstream cui oggi di fatto appartengono. La forza è quella di un lavoro da una parte straordinariamente documentato (un quinto del libro è fatto di note a libri, ricerche, articoli, esperienze di prim’ordine), dall’altra intessuto di emozioni, letture ed esperienze di vita, tra cui spiccano bellissime quelle della sua infanzia greca dominata da una mamma saggia e naive, che certe scoperte le aveva già fatte ben prima della sua coltissima e scafatissima figlia.

Il cambiamento è fatto di rivelazioni e attenzioni apparentemente semplici: rubare tempo al sonno non ci rende più efficienti, al contrario; lavorare senza interruzioni non ci rende più brillanti, al contrario; tenere le proprie competenze per sé non ci rende più preziosi, al contrario. La cosa interessante, dati alla mano, è vedere quanti disastri lo stress e un rapporto sballato con il tempo provocano non solo a livello individuale ma anche sul piano della produttività e dei risultati aziendali. Uno su tutti: i paesi europei più competitivi e produttivi sono quelli in cui si lavorano meno ore, l’Olanda, la Germania, i paesi scandinavi. Vivere di più fuori dall’azienda fa bene ai singoli, all’azienda e alla società tutta intera. Se poi in azienda è anche possibile fare dei sonnellini – come nelle nap room del’Huffington Post – si riparte rigenerati e brillanti.

L’appendice dedicata alle app meditative e antistress fa un po’ sorridere, anche se ci sono delle cose carine. Per cominciare a “cambiare passo” in realtà basta fermarsi dove si è e soffermarsi su una cosa che è sempre con noi: il respiro. Se appartenete alla schiera di chi è sempre in lotta con il tempo e si sorprende spesso con il fiato in gola ma è anche affetto da un inguaribile scetticismo verso le ricette facili e le americanate, allora cominciate da un bellissimo librino di uno psichiatra e psicoanalista italiano: Mindfulness di Gherardo Amadei, pubblicato dal Mulino.

Quanto alla nostra Arianna, potete guardare il video del Commencement Speech tenuto l’anno scorso allo Smith College, in cui invita le neolaureate a ridefinire l’idea imperante di successo:

 

Su questo blog leggi anche:

Un respiro tra l’essere e il fare

 

Tra ripetizione e variazione

20 mag

Buffa giornata oggi, in cui mi trovo a fare un’operazione opposta su due testi diversi.
Nella revisione di un lungo contratto devo assicurarmi non solo di aver usato sempre le stesse parole per dire le stesse cose, ma anche le stesse strutture sintattiche e lo stesso ordine per lo stesso tipo di informazioni.
La ripetizione che rassicura, chiarisce, orienta.

Nella stesura dei testi per un sito web devo invece dare fondo a tutte le mie capacità di variazione. Si tratta di un portfolio che racconta come lo stesso prodotto-servizio permetta di dare vita a un progetto sempre diverso: il design e la realizzazione di allestimenti fieristici. Il portfolio è ricco, il mercato lo stesso, il prodotto lo stesso – uno stand o un insieme di stand. Ma chi sfoglia il portfolio deve “vedere” un ventaglione di possibilità e cogliere tutte le differenze tra un progetto e l’altro. Per esprimerle bisogna essere capaci di un ventaglione di variazioni. Quando non ce la faccio più con le parole, vario di sintassi, di ordine, di suoni. Ma non basta: ogni scheda del portfolio ha il suo microtesto di 160 battute in home page, che non possono essere uguali identiche a quelle della scheda. Parenti, assonanti, simili sì, ma identiche no
La variazione che uccide la monotonia e accende l’immaginazione.

 

Cari manager, riscoprite Cicerone!

19 mag

“La retorica, grazie all’uso delle figure, riesce a porre davanti agli occhi un mondo che ancora non c’è. Non solo. Lo fa vivere, lo rende presente, ne fa cogliere i vantaggi e i limiti. Con un potere di envision, una capacità quasi sciamanica, riesce a portare il pensiero verso il nuovo che, per definizione, nessuno ha ancora visto, ma che potrebbe essere la soluzione cercata per conquistare mercati, per aumentare la produttività, per salvare posti di lavoro.”

È qui che l’antica arte della retorica si salda con l’innovazione e diventa una competenza sempre più necessaria nelle organizzazioni di oggi, da studiare come si faceva nella Magna Grecia, dove è nata, fino al Seicento, secolo in cui comincia la sua discesa, fino al revival di oggi. Andrea Granelli e Flavia Trupia lo raccomandano in un bel libro che ho letto nel fine settimana:Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale. (Eh sì, ho postato e twittato meno, ma in compenso ho letto di più: cincischiare sui social significa spesso rubare tempo alle letture che richiedono tutta la nostra attenzione).

Lo sapevamo, ma il libro lo dice e lo argomenta molto bene: negli ultimi duemila anni non abbiamo inventato poi molto quanto ai fondamentali della comunicazione efficace, i cui obiettivi rimangono quelli enunciati dal principe dei retori latini, Cicerone: docere, movere, delectare, insegnare, commuovere, divertire. Anche oggi, in piena era digitale. Senza emozioni non c’è impatto, né visione, né cambiamento. Ma non possono esserci emozioni senza un vocabolario ricco e pieno di senso, capace di far vedere  e trascinare anche con le sole parole. E senza una struttura studiata, sia al livello delle singole figure, sia al livello del discorso complessivo. Cose che hanno un effetto forte non solo su chi ascolta, guarda o legge, ma sugli stessi meccanismi e processi cognitivi dell’autore o dell’oratore. Le parole espandono il nostro mondo e il nostro pensiero.

Il libro non è un librone, ma nelle 150 pagine c’è tanto: una breve ma intensa storia della retorica, un’analisi di alcuni passaggi di grandi comunicatori – Adriano Olivetti, Enrico Mattei Oscar Farinetti, Steve Jobs, Papa Francesco –, una rassegna di alcune situazioni di vita aziendale in cui applicare gli strumenti della retorica classica e un capitolo molto interessante sulle nuove forme che la retorica assume nel mondo digitale, soprattutto in relazione alle immagini.

È un libro limpido, convincente e assai ben scritto. Come molti altri si ferma però alle soglie del “Che fare?”, cui sono dedicate solo otto pagine finali. È un peccato, perché sono rimasta con molte domande e curiosità. A meno che gli autori non abbiano intenzione, come mi auguro, di rispondere in un prossimo libro.

Su questo blog leggi anche:

I tre moschettieri della retorica
10 strategie retoriche del discorso perfetto
Oggi, più che mai, verba manent
Esageratamente iperbolici
Il risveglio delle metafore
Cosa c’è dietro
Alle radici dell’eterna multimedialità
Retorica quotidiana

 

Intimissimi libri

8 mag

Oggi è il primo giorno del Salone del Libro di Torino. Anche se ho tempo solo per fuggevoli sbirciatine, Twitter mi sciorina una novità dietro l’altra.
Una è il flipback, il nuovo formato lanciato da Mondadori: un libro che “cambia verso”, anche lui, nel senso che si legge dall’alto verso il basso invece che da sinistra a destra. Un ibrido, anche lui, né carne né pesce. Il vantaggio dovrebbe essere di tenerlo con una mano e sfogliarlo con la stessa mano, come se fosse un tablet.

Mi accorgo di essere ormai oltre, come credo molti altri lettori. L’ereader fa parte delle cose che porto sempre con me e che sposto quando cambio borsa, come il portafoglio, la trousse, le chiavi, i fazzolettini di carta. Con i libri e i loro autori vivo una nuova, irrinunciabile, intimità.

Mi piace anche solo l’idea di poter aprire un libro ovunque, anche solo per tre minuti.
Mi piace poter leggere proprio ora il libro di cui ho bisogno per sentirmi meno sola e meno triste o per poter glorificare con la lettura un momento di grazia. Può essere anche il polpettone d’amore o il giallo disimpegnato, come mi è successo nei giorni scorsi. Cerco, clic, arriva, sprofondo.
Mi piace ingrandire e diminuire i caratteri secondo la luce, la stanchezza, l’ambiente. Vedere un testo che mi viene incontro, non solo un testo che è lì ad aspettarmi.
Mi piace viaggiare con una biblioteca al seguito, che sta nella tasca del mio zaino già pieno.
Mi piace non farmi scoraggiare dallo spessore di quattro centimetri e affrontare con baldanza e noncuranza cinquecento pagine.
Mi piace continuare a leggere finché le palpebre si chiudono, grazie alla leggerezza che tengo tra le mani.

Agli editori non chiedo un flipback, ma un ebook che possa anche prestare – non dico a tanti, ma almeno a due –, annotare meglio e in modo più personale. E quelle note, quei brani sottolineati, portarli fuori con facilità perché possano dar vita a qualcosa di nuovo. Per queste cose sarei dispostissima a pagare di più, giuro.
L’intimità, la vicinanza, la promiscuità tra libri e lettori. Cari editori, scommettete su questo!

 

5 consigli per 40 caratteri

7 mag

Il Nielsen Norman Group (dove Nielsen sta per il famoso Jakob) ha pubblicato un paio di giorni fa un articolo con 5 consigli per scrivere oggetti efficaci per le email, oggetti che facciano subito capire se il messaggio interessa o meno. Senza un oggetto chiaro e informativo, molte email rischiano di finire direttamente nel cestino. Con un oggetto chiaro e informativo la via del cestino è almeno frutto di una decisione consapevole. Mentre leggevo, sbirciavo la mia casella email per vedere quanti e quali oggetti seguivano i cinque consigli.

1. Includere contenuto nell’oggetto
Non farsi tentare dall’idea che un oggetto generico porti comunque ad aprire l’email. Per mantenere una buona relazione, meglio lasciar decidere al destinatario che lasciarlo indispettito e deluso perché il contenuto non gli interessa.

comunicazione – Notiziario 2-2013
chi? cosa? mistero!

Newsletter Tv2000 – Newsletter Tv2000 numero 164
a cosa mi servirà mail il numero? non siamo in biblioteca

Corriere della Sera – Scegli la tua Europa
quale Europa? più che una notizia, un tema

Jakob Nielsen – Alertbox: Better Email Subject Lines,  Responsive Design & UX
l’oggetto che annuncia l’articolo in questione; informativo, non c’è che dire

Timbuktu – FREE APP: Timbuktu Pasta!
informativo e conciso, ci sta bene perfino il famigerato “tutto maiuscolo”

Amazon.it – I cento libri da leggere nella vita
c’è tutto, forse ci potevano mettere persino il numero in cifre: 100

Notiziario Zanichelli – Word of the Day: bank
se la parole mi interessa apro, sennò cestino; decisione informata

ufficio stampa zanichelli – i talent show secondo il Dizionario del Pop-Rock 2014
mi piace il tutto minuscolo: così risalta il titolo del libro

2. Mettere le cose più importanti all’inizio e comunque entro 40 caratteri
I piccoli schermi tagliano i nostri oggetti e inoltre altre ricerche di Nielsen mostrano che nell’affollamento della casella email tendiamo comunque a leggere solo le prime parole.

IBS.it – 5 libri per te con i libri di sei grandi editori!
I numeri staccano sul testo e si vedono subito: conciso e completo, gioca bene anche con i due numeri. Quello più importante in cifre, l’altro in lettere.

Il Segnalibro di Bookrepublic – Tutti (TUTTI) i classici Garzanti a 0.99 euro. E le altre promozioni
Ci sta anche la studiata ridondanza e persino il tutto maiuscolo.

3. Non ripetere informazioni che sono già nel mittente
Questo invece, per qualche ragione, lo fanno in tantissimi, anche gli scafati come Amazon. Forse perché gli oggetti sono molto brevi e la ripetizione non esclude comunque altre informazioni.

Amazon.it – Amazon.it consiglia “Memorie di un vecchio giardiniere (Raggi)” e altro ancora
Cosa sia, o siano, Raggi rimane un mistero… e come lo esaltano le parentesi!

Trony – Da Trony Una Pasqua Di Sconti
Quante, troppe, maiuscole confondono anche in un oggetto così breve. L’occhio sulle montagne russe.

4. Non inserire il nome del destinatario nell’oggetto
Secondo gli esperti di usabilità, l’utente è sempre più accorto e di questi trucchetti non ne può più. Se comunque si decide di mettere il nome, i consigli sono: solo il nome di battesimo, solo l’iniziale maiuscola, non cominciare l’oggetto col nome perché il destinatario lo deve “scavalcare” alla ricerca della notizia. Nella mia casella di Luisa e LUISA ne ho contate moltissime, eccone alcune:

IKEA FAMILY Newsletter – Ciao LUISA, in IKEA sta arrivando il SOTTOCOSTO!
Quante maiuscole, ma poteva Luisa essere da meno di Ikea?

Lufthansa – Solo per lei: il suo buono da 20, Signora Carrada
Molto cerimoniosi, ‘sti tedeschi.

Campagna Riparte il futuro – Luisa qual è il tuo sogno?
Teaser ma non mi intriga.

5. Attenzione ai simboli e ai caratteri speciali
Non ci avevo proprio mai fatto caso, ma un piccolo sole nella mia casella c’era. Lo fanno per attirare l’attenzione, pare, ma evidentemente non la mia. Nielsen Norman sconsiglia simboli e caratteri speciali, soprattutto all’inizio del messaggio. Meglio in mezzo, suggerisce, per esempio con una stellina di separazione, ma la raccomandazione è di non sacrificare battute utili a informare per inserire un piccolo effetto speciale.

Giordano Shop – ☼ Ecco le Offerta di questa Settimana ☼
Due soli non sono bastati a illuminare l’offerta della settimana.

Terzani Day

7 mag

Oggi su Amazon l’Offerta Lampo Kindle è su tre libri bellissimi di Tiziano Terzani: L’ultimo giro di giostra, La fine è il mio inizio e Un indovino mi disse. Anche se li avete già su carta, costano talmente poco che vale la pena prenderli per portarli sempre con sé.

Su Tiziano Terzani leggi anche:

Terzani: dopo le parole, le foto
L’India di Terzani, e di tutti
Le parole di Tiziano 1
Le parole di Tiziano 2
Giri di parole, giri di giostra
Ciao Tiziano

Guido & Wendy

6 mag

Conoscevo l’uno e l’altra, ma le Segnalazioni di Claudia Neri sul blog dell’ADCI mi hanno portato dritta ai loro siti.
Sono un illustratore italiano, Guido Scarabottolo, e una illustratrice e drawn journalist californiana, Wendy Macnaughton.

Di prima mattina, rifacciamoci gli occhi.


www.scarabottolo.com

www.wendymacnaughton.com

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