Il rientro: da così a così

17 giu

We live today not in the digital, not in the physical, but in the kind of minestrone that our mind makes of the two.

Mi piace molto questa affermazione di Paola Antonelli, direttrice del dipartimento di Ricerca e Sviluppo del MoMA, e ne ho fatto una slide che uso molto spesso.

È proprio vero: la mente è una sola, che legga sulla carta, sullo schermo di un pc, di un tablet o di uno smartphone. Passa da un medium all’altro in continuazione, si abitua ai cambiamenti molto in fretta e ormai si aspetta di trovare gli stessi codici testuali e visivi ovunque si trovi. I cambiamenti avvengono soprattutto nel testo digitale, dove i tanti vincoli aiutano a innovare per mantenere e migliorare comprensibilità e leggibilità.

Per me che lavoro tra carta e schermi, è sempre interessante cercare di riportare sulla carta quanto imparo sugli schermi. Funziona (quasi) sempre. Alcune cose sono vistose, per esempio l’uso di sottotitoli interni – chiari precisi e informativi – nei lunghi documenti aziendali. O il takeaway alla fine di un capitolo o di una sezione. Altri sono dettagli, che però uno dietro l’altro fanno la differenza.

Uno di questi mi è tornato in mente oggi, mentre i miei occhi zigzagavano tra i continui rientri dei capoversi di una lunga circolare normativa. Una cosa così:

        

Per fortuna queste cose si vedono sempre meno. Leggerle a video fa venire il mal di mare. Il rientro oggi è una riga di spazio. Punto. Anzi. Superpunto.

Ma il rientro non è sparito. Ha solo cambiato funzione. Oggi, se in un articolo o un blog come questo vediamo un blocco di testo rientrato, il messaggio è chiaro solo dalla forma, ancor prima di leggere una sola parola: è una citazione, un virgolettato di qualcuno che ha detto qualcosa.

Il bello è che funziona favolosamente anche sulla carta, anche sui documenti più lunghi e tradizionali, dove introduce chiarezza, leggibilità e varietà visiva. Può essere la dichiarazione dell’amministratore delegato in un comunicato stampa, una definizione tratta dallo Zingarelli per una parola difficile in un progetto, il parere di un esperto tratto da un articolo o un libro in una proposta.

Ma dove fa davvero la differenza è per le citazioni normative in documenti già complicati. Isolate e arieggate nello spazio, non più introdotte da espressioni quali ai sensi del comma 10 dell’art. 25 del DL 345/2012 e successive modificazioni, dichiarano a colpo d’occhio chi sono, si possono saltare o leggere meglio, si ritrovano con estrema facilità quando si consulta il documento nel tempo.

Le resistenze dei legali & affini (“ma questo mica è un blog!”) si sbriciolano all’istante quando si prova a vedere l’effetto che fa. Un bellissimo effetto.

PS Se siamo propensi a pensare che oggi trionfino solo i testi brevi, è solo perché quelli lunghi non li vediamo, ma trionfano anche loro. Gli interventi regolatori e normativi su qualsiasi aspetto di un’impresa – dall’audit alla compliance, fino alla sicurezza sul lavoro – hanno moltiplicato i testi lunghi. Che però possono farsi leggeri se imparano anche loro la lezione del web.

Scrivere: una visione e una conversazione

15 giu

Il video con l’intervento dello psicolinguista Steven Pinker che Edge ha pubblicato nei giorni scorsi è stato citatissimo e segnalatissimo in rete, ma 37 minuti e la lunghissima trascrizione nelle mie dense giornate lavorative proprio non ci stavano. Così ho tenuto la lettura per il fine settimana. Ho apprezzato molto alcuni libri di Pinker e il titolo del video, altisonante e banalotto, era comunque invitante: Writing in the 21th century.

Pinker si chiede subito come debba essere oggi un manuale di scrittura e quali i consigli per una “prosa limpida e moderna”. Sicuramente qualcosa di molto diverso dai manuale prescrittivi che ci accompagnano da almeno un secolo e che ci dicono quello che si deve o non si deve fare. La differenza la fanno gli studi scientifici sul linguaggio, la mente, il cervello e tutto quello che sappiamo oggi su cosa succede lì dentro quando scriviamo e leggiamo. Un punto di partenza che mi è piaciuto molto, visto che le cose più interessanti sulla lettura, e quindi sulla scrittura, negli ultimi anni le ho imparate soprattutto da una scienziata.

Scrivere è un modo in cui una mente fa accendere idee in un’altra mente.

Non è questione di regole, ma di collocazione
Le poche regole cui attenersi si imparano in fretta. Tutte le altre sono fatte per essere infrante, come ci dimostrano gli scrittori che valgono qualcosa. Quel che è più difficile ma necessario imparare è decidere come e dove ci collochiamo quando scriviamo. “Scrivere è cognitivamente innaturale” afferma Pinker, perché non abbiamo di fronte una persona che reagisce alle nostre parole come in una conversazione; nessuno ci lancia uno sguardo di approvazione o riprovazione, ci interrompe o ci fa una domanda. Dobbiamo andare avanti da soli, scommettendo su un pubblico che potrà esserci o non esserci.
Ma qual è la posizione migliore in cui collocarci, l’atteggiamento da assumere? È una combinazione di visione e conversazione. Scrivendo dobbiamo immaginare di vedere nel mondo qualcosa di interessante e portarvi l’attenzione del lettore attraverso le sole parole, cioè gli strumenti della conversazione.

Cercare e studiare le irregolarità
Un’altra chiave per scrivere in modo limpido è leggere con attenzione. Il linguaggio è fatto di due meccanismi diversissimi: regole rigorose, che possono essere applicate come un algoritmo, e irregolarità lessicali, che si memorizzano solo con la forza bruta, cioè leggendo tanto e con consapevolezza.

Ogni lingua possiede regole logiche, potenti ed eleganti per combinare le parole in modo che il significato della combinazione scaturisca sia dal significato delle parole sia dal modo in cui sono disposte.

Scrivere bene non è solo questione di aver imparato le regole logiche per combinare le parole, ma soprattutto di aver assorbito decine o centinaia di migliaia di costruzioni, espressioni, parole, infinite irregolarità dalla pagina scritta (il “magazzino dei modelli testuali” l’ho chiamato in Lavoro, dunque scrivo!). Leggere tanto non basta. Bisogna leggere tanto e con tanta attenzione, fermarsi a riflettere sul perché un testo ci piace o non ci piace, smontarlo per capirne il meccanismo. E dopo rileggere una frase, un capoverso con la consapevolezza del perché scorre così bene.

Andare oltre la maledizione della conoscenza
La maledizione della conoscenza è ciò che ci impedisce di immaginare com’è non sapere qualcosa che noi già sappiamo, cioè di metterci nei panni e nella mente giustamente “ignorante” di chi ci ci legge. Superare la nostra “onniscienza” di autori ed esperti. È presuntuoso e quasi impossibile farcela da soli. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di chiedere, di fare domande, di sottoporre le nostre bozze a chi ne sa poco o niente, di selezionare editor tra colleghi ed amici. Resteremo stupefatti: moltissime cose che ci sembrano ovvie non lo sono affatto per gli altri.

L’auspicio del riccioluto psicologo del linguaggio è che le discipline scientifiche e umanistiche superino conflitti e barriere e il suo lungo intervento dalla scrittura si estende anche alla musica, alle arti visive, alle scienze sociali. Leggere, vedere e ascoltare conoscendo meglio i meccanismi di funzionamento della mente può solo aumentarne gusto e godimento.

 

Imparare a dire “ci dispiace”

9 giu

Qualche giorno fa Hannah Moffatt, docente all’agenzia londinese di language consultancy The Writer, ha scritto un articolo veramente interessante su Customer Experience Magazine: Don’t let “sorry” be the hardest word for your business.
È un tema, quello delle scuse da parte di un’azienda, di cui mi sono occupata molto negli ultimi anni. Ho analizzato centinaia di reclami, insegnato come rispondere nei casi più diversi e scritto alcune guide aziendali sul tema “reclami”, soprattutto in ambito bancario e finanziario dove la risposta reticente o sbagliata e la cattiva reputazione possono avere conseguenze molto serie.
La cosa più difficile da far passare è proprio che se l’azienda ha torto, c’è solo una cosa da fare, senza se e senza ma: chiedere scusa.

L’articolo della Moffatt, che lavora in un’agenzia internazionale e ha una casistica ben più varia e ampia della mia, mi conforta fin dal titolo e poi lungo i cinque consigli di base:

  • partire non dal proprio stato d’animo o da quello aziendale, ma da quello del cliente: analizzare il suo linguaggio ci dà mille chiavi per capire chi è, perché è così arrabbiato e cosa possiamo fare a questo punto per lui
  • scusarsi con un’intenzione sincera; se non lo è, il cliente lo capisce subito e si arrabbia ancora di più
  • essere sinceri davvero, per esempio con il coraggio della forma attiva (abbiamo verificato e le confermiamo che la Banca le ha addebitato una commissione non dovuta, non le è stata addebitata una commissione non dovuta)
  • ammettere l’errore, non in termini vaghi e generici, ma precisi e circostanziati
  • non edulcorare il messaggio con formule da brochure o comunicato stampa su quanto l’azienda sia attenta al cliente, lo metta al centro e simili formulette.

Di mio aggiungerei:

  • scusarsi all’inizio (prima di tutto desideriamo scusarci per averle addebitato la commissione non dovuta), non alla fine o in un inciso (scusandoci per l’erroneo addebito della commissione, porgiamo cordiali saluti); se ci si scusa subito, il cliente arrabbiato comincia a calmarsi e legge il seguito in un altro stato d’animo invece di chiedersi “ma questi dove vanno a parare?”
  • fare estrema attenzione alle parole e chiamare le cose con il loro nome: un errore dell’azienda non è un semplice inconveniente per il cliente, casomai un problema che ha causato disagi e difficoltà; non è e nemmeno un disguido, che indica qualcosa di leggero e dovuto a circostanze fortuite
  • non ricorrere a un vocabolario antiquato: non ci si rammarica né ci si duole, casomai ci si dispiace; e il cliente non ha lamentato un problema, ma lo ha comunicato, espostopresentato (avete fatto caso che Trenitalia non ricorda, ma rammenta?)
  • aggiungere qualcosa, magari anche un dettaglio, che faccia capire che il reclamo è stato letto per bene e che la risposta è personale, non un template buono per tutti: ci dispiace che questo errore le abbia fatto perdere del tempo prezioso se il cliente ha evidenziato questo aspetto, ci auguriamo di riottenere la sua più piena fiducia se ha minacciato di chiudere il conto corrente.

La classica obiezione all’ammissione trasparente di un errore viene dal legale: e se poi il cliente se ne approfitta? L’articolo cita dati che dicono il contrario. Secondo una ricerca recente della società britannica di mediazione e risoluzione delle controversie Ombudsman la maggior parte dei clienti, in caso di disservizio o prodotto scadente, apprezza le scuse. E le scuse non aumentano ma diminuiscono il contenzioso. Da quando il sistema sanitario dell’università del Michigan ha permesso a medici e infermiere di chiedere scusa ai pazienti in caso di problemi, le spese legali sono diminuite di quasi il 50%.

Ma noi siamo in Italia, direte voi. Io non ho fatto ricerche ma di reclami ne ho esaminati tanti; leggendo neanche tanto tra le righe, per la maggior parte dei clienti insoddisfatti o arrabbiati quel che conta davvero è che l’azienda sia onesta e trasparente, e quindi degna di fiducia.

 

Pensare con la penna in mano

4 giu

“Sbaglierò, ma continuo a lavorare con carta, penna, dizionari, mappe e un sacco di altra roba antiquata e a diffidare delle liste di nomi generate con l’aiuto del computer…”

Annamaria Testa conclude così il suo ultimo articolo su Internazionale dedicato al naming, Chiamare i prodotti per nome. Ho alzato lo sguardo sulla mia scrivania di appoggio (ne ho tre, piccole, ma tutte attaccate per avere tutto a portata di mano) e ho visto un sacco di roba antiquata anch’io, soprattutto pennarelli e post-it di tutti i tipi. Nonostante il suo piccolo ed efficacemente retorico “Mi sbaglierò”, Annamaria sa perfettamente di aver ragione. Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.

Lo conferma un articolo pubblicato ieri dal New York Times (grazie, Licia Corbolante, che me lo hai segnalato di prima mattina): What’s lost as handwriting fades.
La questione è quella, dibattutissima, della scrittura a mano nelle scuole. In molti stati degli USA si scrive a mano solo nella scuola di primo grado per passare esclusivamente alla tastiera alle superiori. Ma molti studi dimostrano che abbandonare la calligrafia, se ha sicuramente qualche vantaggio in termini di velocità e produttività, ha numerosi svantaggi, meno evidenti ma più incisivi e profondi.

Si scrive forse più velocemente, ma si impara più lentamente e si è meno capaci di ricordare quello che si è scritto e di generare nuove idee. Scrivere a mano o sulla tastiera attiva parti e funzioni del cervello diverse. I bambini che scrivono i pensierini a mano ci mettono un po’ di più ma il loro vocabolario è più ricco ed esprimono più idee.

L’articolo del NYT è ben documentato e vi rimanda alle fonti, tutte da esplorare. Io noto che afferro carta e pennarelli quando ho bisogno di indugiare. Alla tastiera quel prezioso cincischiare mi sembra una perdita di tempo, con la carta no, forse perché non posso far scomparire all’istante quello che ho buttato giù e che comunque continua a lavorare sotto i miei occhi. Insomma, qualcosa ho pur fatto!

“Scrivendo a mano, il solo fatto di buttar giù ti costringe a concentrarti su ciò che è importante. Forse ti aiuta a pensare meglio” dichiara al NYT uno degli studiosi più scettici sull’impatto della scrittura a mano sul cervello. E ti pare poco.

La studiosa della lettura Maryanne Wolf pensa che oggi sia più che mai necessario sviluppare due capacità parallele: saper leggere velocemente per captare dalla rete quello che ci serve al momento in cui ci serve e saper leggere lentamente i testi che ci trasportano lontano o ci permettono di capire idee e situazioni complesse. Credo che possiamo augurarci lo stesso per la scrittura, per capire al volo quando è meglio afferrare la tastiera o con carta e penna cercare una forma per i nostri pensieri.

Su questo blog leggi anche:

Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello
Continuare a danzare con i testi

 

Storytelling: dove si racconta di arance, patate, pesche e pomodorini

2 giu

Per narrare le loro attività e i loro prodotti, quante aziende mettono in piedi superpiattaforme digitali, lanciano contest, li condiscono di hashtag, li sostengono con campagne multimediali! E poi magari le storie, invece di raccontarcele, le chiedono a noi.

Forse per questo mi ha colpito la ricca e gustosa semplicità dei video con i quali Coltura & Cultura racconta la ricerca sui prodotti della terra. Per aiutarci a capire quanta innovazione, di ieri e di oggi, è stata necessaria per farli diventare quelli che sono.

Non so se ad attirarmi di più sia stato il breve testo che accoglie il visitatore

Come nasce quello che mangiamo?
Il vero racconto dei prodotti della terra.
Da leggere, guardare, scoprire.

 o i titoli curiosi e fiabeschi dei brevi video di quattro minuti

L’amore salva la pesca

La patata sdoganata

Le arance con l’ombelico

La mela addormentata

Il mostro e la carota

Fatto sta che mi sono ritrovata a guardarmi i video uno dietro l’altro. In ognuno l’agronomo Duccio Caccioni arriva, prende una sedia, ci si spaparanza, appoggia i gomiti sul tavolo, ci guarda fisso e comincia a raccontare una storia che ha per protagonisti pesche, spighe, fragole, patate, uva e pomodorini.

Ogni tanto si abbassa, tira fuori un oggetto e lo piazza sul tavolo: piatti, piante, cartine geografiche, mappamondi, lampade, pagnotte, fotografie incorniciate, un mostro giocattolo… e intanto smangiucchia, annaffia e rompe uova, lascia cadere lì paroloni difficili quali antociani, fenoli, terpeni…Tutto qui, più qualche semplice e deliziosa animazione che prende vita sullo sfondo bianco.

Mentre lui chiacchiera e si agita, tu impari un sacco di cose sulla storia dell’agricoltura e la scienza dell’alimentazione. Per esempio che la patata, così calorica e nutriente, fino al Settecento era considerata il cibo del diavolo perché cresce sottoterra e veniva evitata anche durante le peggiori carestie, finché un giorno un famoso chef…

 

La storia degli agrumi prende avvio dalle arance Navel, cioè quelle “con l’ombelico” e da Bahia in Brasile ci porta in Sicilia passando dalla California. Non so voi, ma io non sapevo che arance e limoni hanno solo pochi secoli perché sono stati inventati incrociando altri agrumi. Il limone, per esempio, nasce dall’incrocio tra cedro e arancio amaro. L’arancio, invece…

 

Tra tante, la storia più sorprendente è quella del pomodoro pachino, new entry che nasce solo nel 1989 in Israele ma da genitori italiani, cresce temprato da una vita dura e da condizioni ambientali e climatiche tra le più difficili. Sarà per questo che alla fine viene su così buono:

 

Per altre storie sorprendenti e istruttive, brevi miracoli di fantasia e intelligenza low cost, non c’è che da andare su Coltura & Cultura.

La poesia, dove lungo e breve convivono

29 mag

Da domenica scorsa l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola tiene una rubrica – a dire il vero, un paginone – sulla Domenica del Sole 24 Ore. “Riflessioni sparse sulla società, la scuola, la cultura” dice l’occhiello.
La sua prima riflessione è su un tema che mi sta molto a cuore e riguarda da vicino il mio lavoro e quello di molte persone che leggono questo blog: la sintesi, la brevità, la concisione, così necessarie in tanti dei nostri strumenti comunicativi quotidiani. Paola Mastrocola ne prende atto, ma la sua prima riflessione è un’accorata difesa della perifrasi, cioè del dire le stesse cose con molte più parole di quelle strettamente necessarie. Una cosa che trionfa nella poesia:

Chi usa più perifrasi oggi? C’è il mito dell’esser brevi, concisi, brillanti e lancinanti. Lancinare l’altro con un bit, twit, cip. Più si è brevi, più si è bravi. La perifrasi è l’esatto opposto. Usare più parole possibili per dire una parola sola. Più sono lungo, più son bravo.
Qualcuno obietterà: usare perifrasi vuol dire essere verboso, inutile, dire parole non necessarie: menare il can per l’aia.
Vero, e così. Aggiungerei che perifrasare è tergiversare, girovagare, vagabondare.
La perifrasi è il corrispondente del vagabondo, perdigiorno, randagio… È l’andare intorno, l’andare in tondo, l’andare in giro.
Perdere tempo.
La meraviglia del perder tempo… e parole! La perdita di parole. L’usare parole a spreco, senza badare a spese. In tempi di spending review.
Dire per esempio “quel bottone argentato che illumina la notte” invece che dire “luna”. Dire “quel pezzo di tela semitrasparente che si mette davanti a un vetro per offuscare lievemente la luce in modo che non ci abbagli”, per dire “tenda”.
Dire, invece che “giovinezza”, “quel tempo della tua vita mortale…”. Che strano… l’inizio di A Silvia è tutto una sola immensa perifrasi per dire “quand’eri giovane”: “Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?”
Gli esempi di perifrasi che ci vengono in mente sono quasi sempre in poesia. Sarà casuale? No. La poesia è di per sé un giro di parole, si nutre di perifrasi. Petrarca non fa altro. Per esempio quando dice:” quando il pianeta che distingue l’ore ad albergar col Tauro si ritorna, cade vertù dall’infiammate corna, che veste il mondo di novel colore”, vuol solo dire che è primavera…
E allora?
E allora viviamo nel tempo della comunicazione, non certo della poesia. Se diciamo “Silvia, ti ricordi quando eri giovane?” abbiamo detto la stessa cosa molto più in breve. Abbiamo comunicato. Abbiamo fatto un gesto di… comunicazione. Cioè, abbiamo rivolto a qualcuno di ben definito una ben definita domanda che aspetta una, altrettanto ben definita, risposta: sì mi ricordo, no non mi ricordo. Fine. Breve, conciso, efficace… economico. Ma abbiamo fatto, appunto, solo una domanda. E ci siamo persi gli occhi ridenti e fuggitivi, il limitare di gioventù, il monito che la vita mortale…
Oggi ci piace così. Oggi chiediamo ai ragazzi a scuola poche righe, molti schemi, molte crocette. Concisione, brevità, risparmio… crocette!
Oggi mandiamo sms.
Altro è il tempo della letteratura…
Fine.

Tutto vero, ma potremmo aggiungere che al tempo stesso non c’è niente di più concentrato e conciso della poesia. E che le perifrasi che infestano tanti testi professionali e che quasi sempre raccomandiamo di togliere a favore di un’espressione più breve o di una sola parola, nulla hanno a che fare con l’evocazione, la vividezza, l’espansione emotiva delle perifrasi di Leopardi e Petrarca.

Eppure, la nostra professoressa ha ragione: di poesia abbiamo un grandissimo bisogno. Tutti: dai ragazzi a scuola a noi che scriviamo testi destinati a spazi sempre più minuti. Ne abbiamo bisogno perché il vero problema della scrittura professionale oggi non è la lunghezza dei testi – in diverse circostanze ci servono tutti, quelli lunghi e quelli brevi –, ma l’estrema povertà lessicale.
La poesia ci insegna il valore, il peso, il colore, il suono, la necessità di ogni singola parola. Una cosa preziosa proprio quando dobbiamo scrivere testi brevi, dove ogni singola battuta conta. Dove bisogna vincere i vincoli imposti dallo spazio con la capacità delle parole di evocare l’immagine di cose precise e persino di spazi immensi. Sintassi più semplice, lessico più ricco: lo scrivevo tempo fa, non come una facile formula, ma come un’indicazione per tenerci alla larga dai testi brevi-ma-piatti per andare verso testi brevi-ma-profondi.

Non a caso, quando a Ravenna Future Lessons mi fu chiesto di dare indicazioni a un pubblico di giovani che ancora studiavano o si affacciavano al mondo del lavoro, l’ultima era indicazione era proprio “Frequentare di più la poesia”.

Il titolo della lezione era Nuove scritture professionali: cosa portare con sé dall’era Gutenberg. Qui ci sono le slide, e questo è il video:

 

Le storie fuori dai libri

26 mag

Giovedì pomeriggio sono stata a If Book Then, quarta edizione dell’evento dedicato al futuro dell’editoria (now!) organizzato da Bookrepublic. Il tema di quest’anno era più intrigante che mai: There are more stories than books. Sì, sono talmente tante le storie e ci circondano da tutte le parti, che una sempliciotta come me si domanda cosa sia oggi veramente una “storia”.

Una storia in italiano, non una story, che in inglese tutto è story, anche un articolo di giornale. Così ho deciso di seguire un unico criterio: una storia è qualcosa che ho voglia di ascoltare, o guardare. Qualcosa che mi fa interrompere quello che sto facendo, che sospende il tempo e mi porta da qualche altra parte. Se con le parole o le immagini, o tutte e due o con qualunque vattelappesca piattaforma o app non importa. Basta la sospensione. È stato così dalla notte dei tempi e sono convinta sia ancora così.

Così ho cercato di applicare il mio criterio anche giovedì pomeriggio e mi sono appuntata tutto quello che mi incuriosiva, che mi prometteva la famosa sospensione, che mi avrebbe portata verso una storia, al di là delle teorie e dei guru, che pure sono stati fascinosi, come potete vedere sull’imperdibile Storify realizzato da Bookrepublic.

Maptia, la piattaforma di storytelling dedicata ai luoghi e ai viaggi mantiene davvero quello che la giovanissima fondatrice e relatrice Dorothy Sanders prometteva: mappe che comprendono luoghi, che comprendono storie fatte di personalissimi racconti di viaggio in parole e immagini. Il progetto è appena partito e di storie ce ne sono ancora poche, ma che storie! La cura è estrema e la qualità richiesta davvero alta, basta vedere le raccomandazioni che il team di Maptia fa agli aspiranti collaboratori: Guide to storytelling.

 

 

 

 

 

 

Un’altra bella storia è quella che il team dell’agenzia zurighese Interactive Things ha realizzato per il quotidiano Neue Zürcher Zeitung: Keine Zeit für Wut, Non c’è tempo per la rabbia, disponibile (per ora) solo in tedesco (ma dateci un’occhiata lo stesso perché immagini e visualizzazioni dei dati valgono più che una sfogliata).

Long form journalism fatto di parole, immagini, visualizzazioni dinamiche di dati, Keine Zeit für Wut narra la vita a Fukushima due anni dopo il disastro della centrale nucleare attraverso il racconto di quattro protagonisti – una famiglia, una direttrice di scuola, un tassista e un pescatore –. Dai dati alle emozioni il passo per noi è breve, ma arrivare a questo risultato è stato lungo e complesso come racconta, in inglese, il team di lavoro: How we visualized life after Fukushima.

Su questo blog leggi anche:

App + documentario = Appumentary
Ebbri di storie
A occhi aperti
The Snow Fall and the Speech
Storytelling: la chimica si racconta

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