La comunicazione tecnica cerca umanisti

6 nov

Ogni tanto, negli ultimi anni, mi è stato chiesto di scrivere la prefazione di un libro. Il primo è stato quello di una famosa blogger, sono seguiti un manuale di scrittura per bambini e l’edizione italiana di un bestseller mondiale sulle presentazioni. Qualche mese fa mi è stato chiesto di “prefare” (sì, si dice proprio così) un libro sulla comunicazione tecnica.

Ho accettato volentieri perché la comunicazione tecnica è la Cenerentola della comunicazione, ma una Cenerentola importantissima, che ha un gran bisogno di buoni scrittori. Sarà pure meno glamour di SEO e SMM, ma saper spiegare con chiarezza il funzionamento di un telefono cordless, di un software o di un complicato macchinario è un vero servizio sociale e in più è un lavoro di soddisfazione molto meno inflazionato di altri.

Il comunicatore tecnico. Guida pratica alla professione di Gianni Angelini, appena pubblicato da FrancoAngeli, getta nuova luce su questa professione così poco conosciuta, che, nonostante l’aggettivo tecnico, è sempre più aperta anche a chi ha una laurea umanistica. Ecco la mia breve prefazione:

Lo ammetto, ero proprio rimasta indietro, anche dal punto di vista della definizione. La figura professionale che Gianni Angelini delinea in questo libro per me era ancora quella del technical writer. In inglese, quasi a marcarne la marginalità in Italia, dove la comunicazione tecnica conta sicuramente su comunità vivaci ma poco note, soprattutto ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro e non prendono in considerazione questa strada. E con l’accento forte sulla scrittura, che invece è sempre più solo una componente, seppure fondamentale, di un ventaglio di competenze molto più ampio che in passato.

Lo si scopre proprio percorrendo questa guida, che non solo ci racconta come sia cambiata e stia cambiando la professione del comunicatore tecnico, ma ci rivela anche quante insospettate affinità la colleghino alle altre professioni del mondo della comunicazione. Un mondo che conosce oggi molte specializzazioni, percorse però da alcuni fili in comune.

Il primo filo è sicuramente l’idea della modularizzazione del testo, della fine del testo sequenziale che ha dominato in modo esclusivo fino a pochissimo tempo fa. Un’idea che accomuna il web writer e il comunicatore tecnico, entrambi alle prese con testi ricombinabili in molti modi e contesti diversi. Frammenti sì, ma completi, autonomi, rigorosi. Gli stessi sistemi di pubblicazione dei manuali tecnici hanno molto in comune con i CMS con cui si pubblicano i contenuti sul web.

Il secondo filo è quello dell’integrazione tra parole e immagini, che amplia la sfera di interesse di chi scrive. Come i siti, come le app, anche i manuali affidano oggi informazioni e istruzioni alla forza e all’immediatezza delle immagini. Anche qui, saper solo scrivere non basta più.

Il terzo filo è un’esigenza di chiarezza, precisione e struttura che la comunicazione tecnica conosce da tempo ma che si sta facendo strada con forza in tutte le scritture professionali. L’attenzione alle parole chiave e la necessità di taggare e classificare i contenuti obbliga tutti – non solo i comunicatori tecnici – a una scrittura più attenta e precisa.

E tutti abbiamo ormai dimestichezza con termini quali usabilità e user experience, che significa soprattutto capacità di mettersi dalla parte delle persone che ci leggeranno e dovranno usare le indicazioni che abbiamo preparato per loro. L’essenza della comunicazione, in qualsiasi campo.

Così, il comunicatore tecnico ci appare molto più vicino agli architetti dell’informazione, agli editor e ai copywriter che progettano e scrivono brochure di prodotto, app e siti web. E la comunicazione tecnica come una componente della più grande famiglia della comunicazione professionale.

È una bella notizia, che abbatte pregiudizi e steccati per aprire il mondo della comunicazione tecnica anche agli umanisti, uno dei messaggi più interessanti e seducenti di questo libro.

Lo stesso Gianni Angelini è un laureato in lettere classiche che scrive manuali software in Siemens Building Technologies.

Per approfondire la comunicazione tecnica, vi segnalo le risorse che conosco in italiano:

L’artigiano di Babele
Il blog del comunicatore tecnico Alessandro Stazi. Online dal 2009, è ricchissimo di post e risorse.

COM&TEC
L’associazione professionale di riferimento per i redattori, traduttori e comunicatori tecnici italiani. L’associazione organizza seminari, conferenze e corsi per la formazione e l’aggiornamento professionale.

Writec
L’agenzia di communication engineering e technical writing fondata dalla “pioniera” Vilma Zamboli.
Sul Mestiere di Scrivere potete leggere un’intervista a Vilma: Chi è il technical writer?

Per studiare, o partecipare

4 nov

Su questo blog non faccio mai promozione, se non per i libri che mi sono piaciuti, ma oggi mi sento di fare un’eccezione per due iniziative che conosco bene.

La prima, anzi, la conosco benissimo perché insegno al masterCom dell’Università di San Marino e dell’Università IUAV di Venezia dal 2001, forse la mia più lunga esperienza professionale.
Dura due anni, è comodo anche per chi lavora perché si frequenta nei fine settimana, è uno dei meno costosi e anche uno dei pochi a elencarvi tutti i docenti. Oltre alla sottoscritta, ci insegnano altre persone che sicuramente conoscete: Alessandra Farabegoli, Gianluca Diegoli, Paolo Iabichino. Più tante donne e uomini d’azienda con le loro esperienze concrete.
Sono disponibili borse di studio: per saperne di più, c’è il post di Giovanna Cosenza (e sicuramente conoscete anche lei), responsabile della direzione scientifica del master. Le lezioni cominciano a metà dicembre.

La seconda è Turboblogging, contest lanciato da ASTER, il consorzio che coordina la Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna, in tutto 89 laboratori di ricerca e centri per l’innovazione.
Il tema del contest è proprio la ricerca: ASTER invita laureandi, laureati, blogger, giornalisti, creativi, appassionati di comunicazione e new media a raccontare storie di eccellenza di giovani, imprese e docenti universitari che hanno fatto un percorso di Apprendistato di Alta Formazione e Ricerca.
Il racconto potrà prendere la forma di un post, un’infografica, un video, un’animazione.
L’evento si svolgerà a Bologna il 10 dicembre, per iscriversi c’è tempo fino al 18 novembre.
In bocca al lupo a chi vorrà partecipare!

Storie, vederne delle belle!

2 nov

Nell’ultimo post cominciavo sul tanto (stra)parlare di storytelling. Non ho mai studiato il tema a fondo – anche se mi interessa da molto tempo –, però almeno negli ultimi due anni ho la sensazione che il perimetro del termine “storytelling” sia diventato ormai immenso, tanto da includere tutto quello che non rientra nella più fredda e antiquata comunicazione istituzionale.

Non penso che un video che si vuole pieno di emozioni sia automaticamente una buona storia, e per buona storia intendo una che fin dalle prime immagini o parole hai davvero voglia di vedere, leggere, ascoltare. Né credo che chiamare una qualsiasi comunicazione aziendale “storia” – una cosa che ormai fan tutti – la faccia diventare tale.

Una comunicazione emozionale non parla di emozioni, ma sa suscitarle. E tra le emozioni di una storia c’è da sempre anche la sorpresa, cioè il non sapere come va a finire, il rimanere sospesi, in attesa. Sarà per questo, forse, che i due commercial che potete vedere qui sotto mi sono piaciuti tanto e, sì, mi hanno emozionata.

Il primo si svolge in una città tailandese e vuole rappresentare i valori del brand delle telecomunicazioni TrueMove H:

Il secondo è della Maison Cartier, e riesce a parlare veramente a tutti, anche a chi non comprerà mai un suo gioiello:

Sono molto famosi, e giustamente, perché hanno hanno tutti gli ingredienti di una buona storia.

Tra le cose migliori che ho letto su come creare e raccontare buone storie ci sono due libri di grande successo ma che raramente ho visto citati nei libri italiani sullo storytelling:

Ogni altro suggerimento è il benvenuto.

Su questo blog leggi anche:

Ebbri di storie
Storytelling: dove si racconta di arance, patate, pesche e pomodorini
Le storie fuori dai libri
Storytelling: la chimica si racconta

 

Storytelling: dal condominio alla libreria

26 ott

Si (stra)parla tanto di storytelling, di transmedialità, di crossmedialità. Be’, ieri sera ho assistito a uno storytelling avvincente realizzato con mezzi che più semplici non si può: solo voci, ma voci vere.

La mia amica Alessia Rapone, che si occupa di comunicazione interna in una grande azienda, ha la passione della radio e dei documentari. Abita in un palazzo romano sulla via Prenestina, con tanti piani e tantissimi appartamenti. Un giorno ha deciso di raccontarne la storia e le storie e ha cominciato bussando alla porta della sua dirimpettaia, registratore alla mano. Poi ha continuato con oltre cento condomini.

Alla fine ha tagliato, montato, collegato, integrato con musica e brani letterari. Il risultato è l’audiodocumentario Condominium. Come ti rompo le scatole, trasmesso a puntate su Radio3 (qui una versione più breve di 18 minuti).

Ieri sera ha riproposto l’ascolto invitando proprio i suoi condomini, portiere compreso, alla libreria Il Mattone di Roma. Le luci si sono spente e ci siamo messi tutti ad ascoltare. E qui è arrivato il bello: incoraggiati dal buio, tutti hanno preso a commentare e a raccontare nuove storie che si intrecciavano a quelle registrate. Così, dal vivo. Proprio come avveniva, intorno al fuoco, in cerchio, cento e mille anni fa. Dalle vetrine vedevamo la gente passare e i tram sfrecciare. E noi lì al buio, in mezzo alle voci.

Quando le luci si sono riaccese, mi sono messa a gironzolare per la libreria. Il Mattone è l’antilibreriasupermercato, e il suo libraio Alessio uno di quei librai di cui si favoleggia quando si difendono le poche vere librerie rimaste. Ebbene sì, quei librai esistono. Alessio sceglie e sistema i libri per temi dentro tante piccole antiche valigie. C’era anche quella dedicata alla scrittura, con Scrivere Zen di Natalie Goldberg in bella vista. Proprio una bella serata.

Densità informative e pepite d’oro

24 ott

In The Sense of Style Steven Pinker non dice cose nuovissime – io ho avuto soprattutto conferme di intuizioni e pratiche cui negli anni ero arrivata da sola –, ma da scienziato del linguaggio ti spiega molto bene perché devi scrivere in un modo e non in un altro e ti mostra moltissimi esempi.

Il quarto capitolo è dedicato alla sintassi, “il codice che traduce una rete di relazioni concettuali nella nostra testa in un prima-e-dopo sulle nostre bocche o in un da-sinistra-a-destra sulla pagina”. Il problema è che chi ci ascolta o legge deve poi ritradurre tutto questo in immagini e relazioni concettuali nella sua, di testa. Un’operazione tutt’altro che semplice e che dipende molto da quale ordine scegliamo per le nostre parole.

Un  periodo può essere grammaticalmente impeccabile, eppure complicato da leggere, un vero “sentiero nel giardino” come i linguisti anglosassoni chiamano le ambiguità di significato dovute a una sintassi poco chiara, quelle che ci costringono a fare su e giù nel testo per capire meglio.

Non illudiamoci: la nostra mente non è affatto multitasking, anzi è capace di elaborare pochi elementi alla volta, per cui un periodo con troppe informazioni già la mette a dura prova:

Poiché fino a oggi, in prossimità della scadenza del corso obbligatorio Sicurezza sul lavoro, prevista per mercoledì 5 aprile, solo un terzo dei dipendenti ha completato il corso sulla piattaforma AlfaBeta, contrariamente a quanto previsto dalla Circolare 12/2014 emessa dalla Direzione del Personale, quest’ultima raccomanda di procedere allo svolgimento del corso nei termini previsti.

Il problema non è solo la frase lunga, né solo la densità informativa, ma la “geometria della frase”.

La mente non riesce a ricordare tutto quello che gli diciamo all’inizio mentre aspetta di arrivare all’informazione principale; quando ci arriva è già stanca morta. Le informazioni vanno date nell’ordine in cui il destinatario può accoglierle integrandole man mano in ciò che già sa: quindi meglio prima il cosa, poi il come e il perché:

La Direzione del Personale raccomanda a tutti i dipendenti di completare il corso obbligatorio Sicurezza sul lavoro entro mercoledì 5 aprile sulla piattaforma AlfaBeta (Circolare 12/2014), perché solo uno su tre lo ha fatto finora e la scadenza è vicinissima.

L’inizio di un periodo è una vera pepita d’oro e la cosa più importante dobbiamo metterla lì.

A sinistra l’informazione principale, a destra quelle complementari. A sinistra l’informazione più semplice, a destra quelle più complesse. Non vale sempre sempre, ma il più delle volte sì.

Avete voglia di sentire e vedere il professor Pinker? Ecco una recente conferenza in cui parla per più di due ore. TED, invece, lo ha costretto nei tassativi 18 minuti. Ancora troppo lungo? Allora godetevi il dialogo socratico di cui è protagonista insieme alla moglie in un delizioso film di animazione di soli 15 minuti, con sottotitoli anche in italiano.

Su questo blog leggi anche:

Thanks, William, una frase perfetta
Frasi di fiume e di mare
Il critico letterario che colleziona le frasi
Dietro la porta della frase lunga
Sintassi più semplice, lessico più ricco
I geometrici labirinti sintattici di Maria Popova

Evviva l’italiano, più vivo che mai!

21 ott

Non ho ancora visto Il giovane favoloso di Mario Martone, ma intanto ho sbirciato nella dimensione più familiare e informale di Giacomo Leopardi attraverso la lettura di Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, libretto brillante e illuminante di Giuseppe Antonelli.

Il docente universitario di linguistica italiana è anche il conduttore della trasmissione di Radio3 La lingua batte, nonché grande appassionato ed esperto di canzoni. Lo si vede, e soprattutto lo si sente, dal bel ritmo di questo libro, che passa con disinvoltura da Dante alle canzonette, da Manzoni al web.

Ebbene sì, Leopardi diceva e scriveva le parolacce, quando ci volevano ovviamente. Dante le mette più che credibilmente in bocca ai suoi personaggi nell’Inferno. E Manzoni, se non proprio “un attimino” non disdegnava di scrivere “un momentino”. Per non parlare di altri famosi scrittori che facevano i loro bravi errorucci o incorrevano in quelli che oggi ci sembrano tali. L’obiettivo di Antonelli non è certo di prendere in castagna i nostri miti del liceo, ma di dimostrarci che “l’italiano” perfetto, immutabile, il riferimento di una fantomatica “bella scrittura” non esiste e non è mai esistito.

“Bisogna farsene una ragione: il purismo alle lingue fa male.”

E per fortuna, perché “solo le lingue morte non cambiano nel tempo”. La nostra, la quarta lingua più studiata nel mondo, “gode oggi di ottima salute. Anzi, per certi versi non è mai stata così in forma.” In forma perché viva, accogliente, mutevole, scritta quotidianamente da milioni di italiani in email, chat e social media. Mai l’italiano scritto è stato praticato come oggi.

“Se si prende per buona l’idea della lingua come una sorta di organismo vivente, infatti, si può paragonare il lessico all’epidermide, le cui cellule sono sottoposte a un ricambio rapido e incessante.”

Il libro fa piazza pulita – con garbo, ironia, decisione e dati alla mano – di un sacco di pregiudizi: il congiuntivo è usatissimo, e con proprietà, dai giornali alle canzoni; “ma però” si può scrivere, eccome; il punto e virgola è in ribasso da tanto tempo, ben prima del web; le parole straniere, se usate quando servono e senza alzare inutili barriere,  arricchiscono la lingua, non la depauperano.

“Forse basterebbe avere un’immagine meno polverosa – meno libresca, appunto – del nostro italiano. Basterebbe smettere di accostarsi alla lingua usando la vecchia grammatica dei tempi di scuola. Abbandonare l’idea che l’italiano corretto sia come il pappagallo impagliato che l’amica di nonna Speranza tiene accanto al busto d’Alfieri e alle altre ‘buone cose di pessimo gusto’.
Ci si renderebbe subito conto che in una lingua viva e finalmente parlata (e scritta) da quasi tutti gli italiani in quasi tutti gli usi comunicativi, la norma non può che rifrangersi in una pluralità di norme.”

Io ho tratto dal libro molte conferme e spunti per il mio lavoro e anche la frase che mi rivenderò quando nell’aula di un’azienda mi sentirò arrivare la fatidica domanda “Ma a scuola mi hanno insegnato che secondo la grammatica… si può dire?” D’ora in poi risponderò, à la Antonelli:

“In fondo la grammatica è l’arte di dire le cose nel modo giusto al momento giusto.”

Su questo blog leggi anche:

Contro il perbenismo linguistico
Da che parte guardi la lingua tutto dipende
La Crusca su Twitter, che autorevole leggerezza!
Per il neo-crusc che è in noi
Le consolazioni del congiuntivo

Zen in the city

18 ott

Qualche giorno fa ho preso un segnalibro in un libreria romana, attirata dalla scritta:

Meditazione del segnalibro
Questo potrebbe essere il momento giusto per prenderti una pausa.
Chiudi il libro, chiudi gli occhi e recita mentalmente questi versi:

Inspirando, sento l’aria che entra
espirando, lascio andare le tensioni.

Inspirando, calmo il mio corpo
espirando, sorrido.

Apri gli occhi e riprendi le tue attività.

Giro e leggo:

zeninthecity.org
Il sito di riferimento sulla meditazione,
lo yoga e la mindfulness per chi vive in città
e usa tutti i giorni un dispositivo digitale.

Immaginavo un centro yoga e meditazione di Roma, mi aspettava invece il più ricco, generoso e pratico sito su questi temi che abbia mai incontrato, quale può nascere solo da una grande passione.

Paolo Subioli, che non conosco ma che ringrazio di cuore, non ha un centro yoga ma lavora in azienda come tanti di noi. Forse per questo è riuscito a creare un sito fatto proprio per noi che corriamo dalla mattina alla sera, siamo sempre connessi e irretiti dalle sirene del multitasking, incuriositi dalla meditazione ma convinti di non averne proprio il tempo.

In zeninthecity troviamo anche piccole meditazioni da fare mentre laviamo i piatti o puliamo la verdura, mangiamo, guidiamo, siamo fermi al semaforo, portiamo a passeggio il cane, facciamo le fotocopie in ufficio. Possiamo seguire le indicazioni, scaricare il pdf o l’mp3 di moltissime meditazioni, anche di grandi maestri come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, cui Subioli soprattutto si ispira.

E ancora: letture, testi, poesie e tantissimi articoli accessibili ma mai superficiali su come introdurre piccoli, graduali ma fondamentali cambiamenti nelle nostre frenetiche e caotiche vite digitali. Per i romani, ci sono anche gli appuntamenti e i luoghi per praticare la meditazione in città, dai sangha di vicinato ai parchi.

Il tutto in un sito arioso e usabilissimo, con tante chiavi per trovare proprio quello che stiamo cercando, magari senza saperlo: per temi, maestri, sensazioni, luoghi, cose da fare.

Ora, fate una pausa ed entrate in zeninthecity.org

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