Su Vanity, wow!

5 mar

Grazie a Barbara Sgarzi, che mi ha intervistata per il suo blog Social Me(dia) su Vanity Fair.

Da che punto guardi la lingua tutto dipende

2 mar

Solo qualche post fa accennavo a quante situazioni comunicative diverse ci troviamo ad affrontare rispetto al passato, anche vicinissimo, e a come è difficile sintonizzarsi ogni volta su un registro diverso.
Non ci sono più solo il linguaggio formale e quello informale, ma anche il formale email (comunicazione al fornitore), il formale relazionale email (comunicazione al cliente), l’istituzionale social (l’azienda su twitter e facebook), l’sms tra amici e l’sms aziendale (quando la compagnia mi avverte che la polizza sta per scadere), il tablet formale ma diretto (l’app per i correntisti della banca), il formalissimo ma semplice e preciso (un contratto), il precisissimo ma caldo e diretto (la comunicazione interna sull’intranet), il conversational di un blog come questo… la nostra capacità di modulare secondo il registro viene messa a dura prova.

Ci sono cose accettabilissime in una situazione e censurabili in un’altra. Dipende. “Dipende” mi trovo sempre più spesso a rispondere di fronte ai più diversi quesiti in un’aula di formazione. E “dipende” risponde anche un bel manuale “sull’italiano giusto in ogni situazione”, Si dice? Non si dice? Dipende. L’autore Silverio Novelli di quesiti ne riceve infinitamente più di me e sa di cosa parla perché cura le pagine dedicate alla lingua italiana sul sito Treccani, consulenza linguistica compresa.

È quel “dipende” a farne un manuale diverso dagli altri, oltre che uno stile particolarmente brillante e divertente. Ogni quesito è analizzato lungo l’intera gamma delle situazioni comunicative più attuali, dalla classe di liceo all’email, dall’articolo di giornale alla lingua parlata, alle canzoni, sempre con esempi molto appropriati. Si può leggere tutto di seguito – dalla pronuncia alla preposizione, passando per articolo, verbo, aggettivi, pronome… – o cercare il nostro quesito nell’indice ragionato finale. E se andiamo proprio veloci, ci sono le icone a dirci , no o tollerabile nelle diverse situazioni.

In Si dice? Non si dice? Dipende ci sono i temi più classici come il congiuntivo o il genere femminile nelle professioni, le eterne questioni che riguardano la “norma scolastica sommersa” come “ma si può cominciare un nuovo periodo con E e con Ma?”, la deriva del piuttosto che, l’uso corretto degli accenti e una montagna di altre cose. Quello che mi ha colpito di più però sono state cose che si sono insinuate pian piano nella lingua negli ultimi anni senza che ce ne siamo accorti. Ho sorriso quindi quando alla fine del libro ho letto buona serata.

È proprio così, ho pensato. Tra le cose che sono cambiate di più sono proprio i congedi, i saluti. Più diretti, più caldi e personali anche nelle email formali. Oltre a buona serata, io ho buona giornata e persino buon inizio di settimana, quando sbrigo la posta in una domenica come questa. Ecco cosa ne scrive il nostro Novelli:

Negli ultimi vent’anni si è fatta largo, rispetto alla tradizionale coppia buon giorno/buona sera, la coppia buona giornata/buona serata. Coppia che possiede due caratteristiche tra di loro collegate in una relazione di causa ed effetto: poiché il suffisso -ata attribuisce valore di durata (la giornata è il giorno considerato in tutto il suo svolgimento, dall’inizio alla fine con tutto quel che c’è in mezzo), il saluto di congedo può suonare come un augurio vero e proprio. Infatti, come nota Lorenzo Renzi, buon giorno e buona sera, saluti “puri”, vogliono una risposta identica (o, eventualmente, arrivederci, arrivederLa), mentre buona giornata e buona serata inducono a rispondere grazie, grazie altrettanto, grazie anche a lei. L’elemento augurale contenuto in buona giornata e buona serata risente forse dell’inglese (I hope) you have a nice day; in ogni caso bisognerà tenere conto del fatto che in francese esistono i calzanti corrispettivi bonne journée e bonne soirée. In definitiva, buona giornata e buona serata mi sembrano buoni acquisti, aggiungono qualcosa di nuovo. Solo che io non posso sapere se adesso che state finendo di leggere questo libro è giorno oppure sera. Continuo a pensare che sia meglio un bell’arrivederci/arrivederLa.

Già, ma per email non ci sta. Ecco perché scrivendo mi piacciono tanto buona giornata e buona serata.

Le piroette slideologiche di Nancy

28 feb

Quando oggi ho intercettato il nuovo libro di Nancy Duarte, mi sono precipitata su duarte.com, dove ho avuto la bella sorpresa di poterlo scaricare subito, e gratuitamente. Ma la vera sorpresa è stato il tema, tra i più attuali in tutte le organizzazioni: come creare presentazioni fatte non per essere di supporto a un oratore, ma per “girare” come documento autonomo?

Da almeno dieci anni persone come Nancy Duarte e Garr Reynolds ci invitano a non riempire le slide di testo, ci insegnano a creare slide rarefatte e visive, e ci diffidano dal realizzare presentazioni che non siano lo sfondo di una persona che parla. E proprio ora che ci hanno definitivamente convinti a non creare “slidumenti”, ecco il colpo di scena. Ok alle presentazioni documento, ma fatte come si deve. Anche la paladina del primato delle immagini e dei testi minimali si è arresa all’evidenza. In tutte le organizzazioni gli slidumenti impazzano più che mai. Tanto vale allora passare dagli slidumenti agli slidedocs.

Quando ho letto l’introduzione di Slidedocs ho pensato che a Nancy la piroetta è riuscita proprio bene, perché sciorina un bel po’ di buoni motivi per elaborare i documenti aziendali in powerpoint:

  • siamo sempre più abituali ai testi brevi e modulari e quale spazio migliore della slide che si vuole autonoma parte di un tutto (un’idea, una slide)?
  • il formato orizzontale è invitante e permette di organizzare il testo in colonne, che ne aiutano la leggibilità
  • l’unione tra testo e immagine è vincente su tutti i media, dai quotidiani a facebook, ma non tutti siamo grafici; tutti però sappiamo usare più o meno bene  powerpoint
  • la presentazione permette di focalizzarsi allo stesso tempo sulla singola idea/slide e sull’insieme, operazione più semplice in powerpoint che in word
  • dalla slide al tablet il passo è breve e trasformare la presentazione in un ebook da sfogliare on the go è semplicissimo.

Slideocs è uno slidedoc: in formato orizzontale, è stato realizzato proprio in powerpoint. Contiene parecchio testo, ma io ho letto le 165 pagine con attenzione e prendendo appunti in non più di due ore. Chi già conosce gli altri libri di Nancy Duarte vi troverà molti concetti già espressi in Slideology e Resonate – per me è stato un ottimo ripasso – ma anche molte cose nuove. Cose pratiche, fattibili da subito.

Per esempio non mi ero mai soffermata sul fatto che anche powerpoint ha le colonne – l’impaginazione consigliata per gli slidedoc. E mi sono piaciuti molto i consigli su come confezionare documenti con le note, una cosa che sapevo, ma non immaginavo che le note permettessero tanta flessibilità e tante soluzioni. Insomma, bello e molto utile. Da mettere a disposizione in ogni intranet aziendale.

Su Nancy Duarte e i suoi libri, su questo blog leggi anche:

Pensare e scrivere vivido
O visual strepitosi. O niente
Ballando ballando
A suon di immagini

 

Livraghi, un maestro

26 feb

Giancarlo Livraghi è stato uno dei padri della pubblicità italiana, una delle prime persone in Italia a interessarsi e a scrivere di web “dalla parte delle persone” e un grandissimo signore. Ho dialogato molte volte con lui per email: era semplice e di rara generosità, proprio come il suo sito, Gandalf.
Da sabato lui non c’è più, ma abbiamo i suoi articoli e i suoi bellissimi libri, primo tra tutti L’umanità dell’internet (sottotitolo: Le vie della rete sono infinite. Come usare la rete per arricchire le proprie esperienze e relazioni personali. Ed era il 2001!).
Ha fatto bene stamattina Massimo Mantellini a raccomandare di “salvare tutte queste cose e insegnarle nelle scuole”.

Su Giancarlo Livraghi su questo blog leggi anche:

Un pomeriggio diverso dal solito

Design quotidiano

21 feb

La Society of News Design ha appena premiato i quotidiani col miglior design a livello mondiale. Quelli “ridisegnati” da Mario Garcìa hanno fatto man bassa di premi e lui li analizza uno alla volta, un post per ciascuno. L’ultimo è dedicato al quotidiano tedesco Die Zeit, noto da sempre per la sua serietà e sobrietà, nonché per i testi lunghissimi.
Le immagini e il colore sono entrati prorompenti anche qui, ma in un modo che non stravolge, anzi asseconda il primato del testo. Alle infografiche luna park, i designer della Zeit contrappongono le loro cristalline soluzioni. La pagina con il manager sotto pressione mi sembra potentissima, ma sul blog di Mario Garcìa potete vedere altre bellissime pagine e leggere l’intervista all’art director Haika Hinze.

Less needs more

20 feb
Giacomo Balla, Danza serpentina, 1921.

Giacomo Balla, Danza serpentina, 1921.

A fine gennaio su Slate è apparso l’articolo Will we use commas in the future? Maybe è la laconica e pilatesca risposta del sottotitolo.
“I social media massacrano la lingua!”. “Macché, anzi ora scriviamo molto di più!”
Comunque la si pensi, è un fatto che le questioni linguistiche sembrano appassionare più che mai. Le testate online come Slate ne tirano fuori una almeno ogni due mesi: questa della virgola che sparisce o quella del punto altezzoso e scoraggiante. I libri su come si parla e si scrive sono un successo assicurato. La nostra Accademia della Crusca, mentre scrivo, ha raggiunto i 12.500 follower su Twitter.

A me questa cosa della virgola che sparisce fa un po’ ridere. Sì, perché mi sembra che più farsi leggere diventa difficile, più i testi diventano brevi, più gli strumenti di comunicazione si moltiplicano, più sono gli attrezzi e le competenze che ci servono.
Il testo breve – che sia un titolo o un tweet – ha un disperato bisogno di tutti i segni interpuntivi e non solo per la chiarezza, ma proprio per l’espressività e il respiro.

Un post su Facebook è soprattutto una bella didascalia, che vive della complementarità dell’immagine, che sia un video, una foto o un’illustrazione. E dove studiamo questo dialogo tra testo e immagine se non nella storia dell’arte o nel miglior design editoriale?

Quanto ai testi più lunghi, non è niente vero che non si leggono. Si leggono, eccome, se sono di qualità. Che non significa solo qualità del contenuto, ma anche dello stile. Si leggono, se la sintassi è così fluida e piacevole da condurci di periodo in periodo senza fatica. Se le parole sono precise ma sanno riecheggiarsi in un efficace gioco di rimandi. Se, insomma, si riesce a creare quella che mi piace chiamare “la staffetta tra le frasi”. Ognuna consegna qualcosa a quella seguente: una stessa parola, un concetto, una sospensione, una domanda, una curiosità, un ritmo, un suono. Sono soprattutto le figure retoriche a insegnarci come creare nei testi questi schemi riconoscibili ma sempre diversi. Cose antiche e attualissime, che troviamo anche nelle 140 battute di un tweet.

Quanto alla molteplicità degli strumenti di comunicazione – alcuni assolutamente informali – ci impone un’attenzione sempre maggiore ai “registri” comunicativi. È fondamentale saper passare dall’uno all’altro, a seconda del tema, dell’interlocutore, dello strumento, della situazione. Nel suo blog Terminologia Licia Corbolante ha scritto un interessantissimo post su come molti studenti si rivolgono a lei per chiedere “dritte” e consigli per la tesi: spesso nella maniera meno appropriata per ricevere un aiuto.

Less needs more è il mio nuovo motto, così come un po’ di sano ritorno al classici. “Rem tene, verba sequentur” mi ha soccorso di fronte al foglio bianco ieri mattina tanto da costringere il mio cliente a raccontarmi tutto ma proprio tutto, anche quello che pensava di non sapere. “Nulla dies sine linea” è il mantra di oggi: scrivere questo post mi ha ormai preparata alle tante pagine che mi aspettano di qui a stasera.

Email marketing cinque stelle

11 feb

Il suo ultimo libro, Email marketing in pratica, Alessandra Farabegoli me lo ha regalato. Arrivata alle ultime pagine, mi sono accorta che ha pure parlato bene di me. Sono cose che un po’ in imbarazzo mi mettono, ma non abbastanza da non farmi dire che il libro di Alessandra è un assoluto cinque stelle. Ci ho passato ormai quasi tutta la giornata e non so se essere più depressa per la mia ignoranza o più contenta di avere a disposizione un bel libro per colmarla. O più benevolmente invidiosa per il lavoro monumentale che l’autrice è riuscita a fare.

Il titolo è eloquente e sul sito di Alessandra potete scaricare l’indice completo, per cui vi elenco a caldo i motivi del mio entusiasmo:

  • È un libro completo. C’è tutto, ma proprio tutto. Dai motivi – dati alla mano – che rendono l’email marketing uno strumento vincente per informare, promuovere e vendere, a tutte le accortezze in materia di privacy. Dalla scelta della piattaforma all’importanza delle email transazionali (se non sapete cosa sono, il libro vi è ancora più indispensabile) alla definizione delle personas (non sappiamo neanche questo? brrrr!).
  • È un libro per tutti, dagli smanettoni ai più digiuni. Non dà nulla per scontato perché nei box vi spiega con parole semplici anche sigle come KPI e API, oppure la content curation e il crowdfunding, e persino cosa è un CMS.
  • È un libro aggiornato, attentissimo alle evoluzioni del mobile, che ci dice come realizzare newsletter che si leggono bene anche nel microschermo dello smartphone.
  • È un libro lungo e molto dettagliato, ma leggero e navigabile. Si legge d’un fiato, ma è organizzato per la consultazione, per ritrovare anche una minuta informazione al momento in cui ti servirà.
  • È un libro veramente ben scritto. Preciso nelle indicazioni ma con quel tono naturale e umano che Alessandra ci raccomanda di usare nelle newsletter. Insomma, predica bene ed è credibile perché razzola anche molto bene.
  • È un libro generoso, con una quantità di indicazioni ad altro, di link e soprattutto di esempi veramente rara di questi tempi che pur si vogliono all’insegna della condivisione e della socialità.
  • È un libro davvero pratico. Che non vuol dire la consueta listarella di tip, ma un sacco di spunti su come utilizzare la newsletter e su cosa scriverci, suddivisi per settori. Non tutti, ma i più importanti: hotel e turismo, associazioni di categoria, eventi, palestre e corsi, uffici stampa, siti e business legati a una passione come erboristerie e vivai, blogger.

Come abbia fatto a mettere insieme a tempo di record tanti esempi così diversi, a studiare cose complicate come la normativa sulla privacy e a restituircele in indicazioni limpide e ordinate resta un mistero. Ma lo ha fatto e noi possiamo esserne solo contenti.

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