Le parole precise di Carofiglio

12 Sep

Mi era piaciuto molto La manomissione delle parole, saggio di Gianrico Carofiglio sul linguaggio e i nostri maltrattamenti. Ora lo scrittore, politico e magistrato torna sui temi che gli sono più cari con un altro saggio, pubblicato da Laterza: Con parole precise, breviario di scrittura civile (arrivate in fondo perché c’è una breve clip di presentazione dell’autore).

Chi ha già letto La manomissione ritroverà molte cose note, così come chi si interessa – per lavoro o per passione – alla chiarezza e alla precisione del linguaggio. I riferimenti sono quelli molto amati e molto citati anche dall’autrice di questo blog: Italo Calvino, Tullio De Mauro, Bice Mortara Garavelli, Michele Cortelazzo, Emanuela Piemontese.

Il “breviario” è un testo leggero e divulgativo, e questo è il suo pregio. Io l’ho letto in un paio d’ore, ma appunto perché parla di cose che studio da anni e l’ho preso come un piacevolissimo ripasso. Infatti, tutto quello che dice lo dice veramente bene, in modo preciso, convincente e molto semplice. Questo fa sperare che le sue raccomandazioni su come e perché dobbiamo riflettere sulle nostre parole – e averne la massima cura – arrivino dove i libri dei pur bravissimi linguisti non sempre riescono ad arrivare. Ne abbiamo tutti un gran bisogno.

La parte che mi è piaciuta di più è quella sul linguaggio dei giuristi. Linguaggio che Carofiglio conosce fin nelle pieghe più riposte e che considera “esemplare nella sua antidemocratica bruttezza. Una lingua che racchiude in sé, più di ogni altra, i vizi dello scrivere male come conseguenza del pensare male”.

La lingua dei giuristi è la lingua del potere per eccellenza, perché condiziona le nostre vite e può arrivare a stravolgerle. Gli esempi sono tanti, qualcuno tragicamente ridicolo: Carofiglio ne mostra tutti i vizi e riscrive parti di leggi e sentenze per mostrarci come si può e si deve scrivere in modo più semplice e comprensibile. Sapere come fare può aiutare tutti noi a scrivere meglio (e la seconda parte del Breviario è prodiga di consigli), ma soprattutto fa cadere il velo della falsità e mostra per quella che è (quando è brutta e disonesta) la lingua delle leggi e dello stato: “una lingua sacerdotale e stracciona in cui formule misteriose e ridicole si accompagnano a violazioni sistematiche della grammatica e della sintassi”.

È un appello a non rassegnarsi e a pretendere che lo stato e i suoi rappresentanti ci parlino con una lingua trasparente e precisa. Un appello a praticarla in prima persona:

“Ciascuno di noi dovrebbe prestare una cura disciplinata della parola, non solo nell’esercizio attivo della lingua – quando parliamo, quando scriviamo – ma ancor più in quello (apparentemente) passivo: quando ascoltiamo, quando leggiamo. Anche perché solo parole che rispettino i concetti, le cose, i fatti possono rispettare la verità.”

Molto godibile anche il capitolo sulle metafore e il linguaggio politico, in cui Carofiglio non risparmia nessuno, soprattutto la sua parte politica. Per gli specialisti non sono cose nuove, ma a tutti gli altri l’autore spiega benissimo perché le metafore di Renzi si spengono lì, quelle di Bersani sono solo giochetti di parole, quelle di Obama sono trascinanti e trasformative, quelle di Berlusconi geniali invenzioni (non a caso ci sono costate tanto care).

Chiudo con la citazione iniziale del libro, tratta dai Quattro quartetti di T.S. Eliot:

E ogni frase
e sentenza che sia giusta (dove
ogni parola è a casa, e prende il suo posto
per sorreggere le altre, la parola
non diffidente nè ostentante, agevolmente
partecipe del vecchio e del nuovo, la comune
parola esatta senza volgarità, la formale
parola precisa ma non pedante
perfetta consorte unita in una danza).
Ogni frase e ogni periodo è una fine e un inizio,
ogni poema un epitaffio.

Per i romani: Gianrico Carofiglio presenta il libro martedì prossimo 15 settembre alle 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Colonna. Con lui il giurista Stefano Rodotà e il linguista Giuseppe Antonelli.

PS Qualcuno ora deve scrivere qualcosa di simile per il linguaggio accademico. Fa danni d’altro tipo, ma ne fa.

Su questo blog leggi anche:

Parole-materia
Limpide parole sull’oscurità dei giuristi
Dì qualcosa di sinistra… anzi no
(quest’ultimo post ha dieci anni, ma il linguaggio della sinistra, ahimé, non sembra abbia fatto mezzo progresso dalla impietosa analisi di Luca Ricolfi)

Verbi da rimettere in piedi

9 Sep

La prima volta che ho incontrato l’espressione “verbo debole” è stato in quel magistrale documento che è A Plain English Handbook,  con cui la Security and Exchange Commission degli Stati Uniti (la loro Consob, per intenderci) spiegano gli investitori come scrivere i documenti di trasparenza. Tra i problemi più comuni i verbi deboli sono al terzo posto, dopo i periodi lunghi e la forma passiva.

Da quando ho imparato a riconoscerli, di verbi deboli ne ho incontrati tantissimi. Ieri mi sono tornati in mente perché ho letto due lunghe offerte di un’azienda a una grande amministrazione pubblica e ne ho fatta una vera indigestione.

I verbi deboli sono i verbi che non camminano da soli. Per farlo, hanno bisogno di un sostantivo. Ma con due parole invece di una il testo si appesantisce e il lettore arranca. Se sono tanti, dopo un po’ non ce la fa più. Ecco qualche esempio di verbi deboli, con le loro alternative forti e spedite, anzi “robuste” come scriveva Hemingway:

debole forte
assumere/prendere una decisione decidere
provvedere al pagamento pagare
apporre la firma firmare
aver termine terminare, finire
avere scadenza scadere
dare comunicazione comunicare
effettuare la verifica verificare
essere comprensivo di comprendere
fare richiesta di richiedere
porre rimedio rimediare
prevedere il convolgimento di coinvolgere

La “triade maledetta” dei verbi deboli: effettuare, procedere, provvedere. Quando ne incontrate o ne scrivete uno, campanello di allarme! Nel 90% dei casi è possibile sostituirlo con l’alternativa più breve e robusta.

Su questo blog leggi anche:

Contro le bare verbali e le parole zombie
Quegli immobili dei sostantivi!
Verbi in palcoscenico
Il doppio gioco di certi verbi

La poesia raccontata da chi la fa

6 Sep

Sono meravigliose le quattro lezioni sulla poesia che il poeta Franco Loi ha scritto per la Domenica del Sole 24 Ore.
Le prime tre sono online:

La poesia secondo me
I suoni: guida per l’inconscio
Usare le parole dell’inconscio

La quarta, Versi per fare vasto il mondo, è sul supplemento di oggi.

Una scuola di poesia divulgativa ma profonda, perché scritta da chi i versi li fa e lo sa raccontare.
Uno splendido viatico per chi comincia l’anno scolastico tra pochi giorni. Studenti, prof e anche genitori, insomma tutti.

PS Questo è un blog di scrittura professionale, ma ci trovi altri 50 post sulla poesia.

Senza voltarsi indietro

2 Sep

Leggere è spostarsi da un punto a un altro, anche in questi tempi di letture veloci e distratte. Online, per esempio, sappiamo ormai bene che lettrici e lettori vanno dove gli pare, ma il nostro obiettivo è spianargli comunque la strada verso quel punto, quella fine, quella parola o quella call-to-action. Più la strada è spianata – senza intralci, dossi o buche – più il testo è leggibile.

Ci aiuta che la natura stessa del leggere sia il movimento in avanti. La nostra mente è fatta così: vuole sapere cosa viene dopo e man mano che procede nella lettura tende a correre più avanti degli occhi che guardano la pagina o della vocina interiore che ci fa ascoltare le parole. Mentre legge, accumula informazioni, e intanto indovina. È alla riga tre e già immagina come va a finire. Qualche volta è talmente convinta di averci preso, che smette di leggere e prende comunque le sue decisioni. Nella comunicazione professionale, questa sicurezza di sé è spesso fonte di molti guai.

Se siamo autori, questa naturale spinta in avanti può essere la nostra migliore alleata, ma dobbiamo imparare ad assecondarla. Con la chiarezza, certo, con la precisione, con il ritmo, con contenuti originali e interessanti, ma anche con quelle “cernierine” nascoste che sono i passaggi tra un periodo e l’altro. Perché se il punto chiude, come abbiamo imparato fin da piccoli, bisogna comunque seminare verso la fine o collocare all’inizio del nuovo periodo una ulteriore “spintarella”.

Possiamo riprendere all’inizio una parola chiave del periodo precedente. Come ho fatto con “strada” nel primo capoverso di questo post.
O tenere sempre lo stesso soggetto per più periodi. L’ho fatto con “mente”, nel secondo capoverso.
O cominciare con una preposizione o una congiunzione, che promettono il come, la spiegazione, suscitando curiosità. L’ho fatto con “con” e “perché” nel terzo capoverso.
O si può usare una struttura parallela per più periodi di seguito: la mente ama gli schemi e ci scivola su come se si mettesse i pattini. L’ho fatto in questo ultimo paragrafo.

Ma non starete mica pensando che abbia costruito questo post meditando e studiando le spintarelle… ormai mi conoscete. Corre il lettore, se corre l’autore. E io ho corso, senza sapere bene dove sarei arrivata. Però mi piace – ormai sapete anche questo – fermarmi, voltarmi indietro e divertirmi a capire come ha lavorato la scrittrice interiore.

Se ha lavorato bene, i lettori dovrebbero invece voltarsi indietro per un solo motivo: per il piacere, non per il dovere o la necessità, di rileggere.

Su questo blog leggi anche:

Come ti connetto coerenza e coesione
Lasciar fare allo scrittore interiore

Tante parole per la comunicazione veloce

31 Aug

Sintassi più semplice, lessico più ricco era il titolo di un mio post di un po’ di tempo fa e un consiglio con cui spesso concludo i miei laboratori di scrittura nelle aziende. È praticone e casareccio, lo so – e in questo mi assomiglia – ma credo compendi bene la chiave di una semplificazione intelligente e quindi di una maggiore leggibilità dei testi.

Ieri l’ho in qualche modo ritrovato in un articolo di Roberto Casati sulla Domenica del Sole 24 Ore (se riuscite a recuperarlo, è un numero fantastico): Non bastano 500 parole.

No, non bastano per niente, soprattutto quando abbiamo a disposizione poco spazio e poco tempo, condizione permanente nella comunicazione professionale di oggi. Anzi, più dobbiamo essere fulminei, farci capire o catturare l’attenzione all’istante, più parole dobbiamo conoscere.

“Un buon lessico ti fa risparmiare” scrive Casati e cita una ricerca di Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia Sperimentale a Roma 3 e grande esperto di sistemi educativi:

Benedetto Vertecchi, che ha analizzato il corpus linguistico nei documenti degli studenti intorno ai 14 anni di età dal 1966 al 2006, sostiene che nel corso del tempo si nota un’evoluzione netta: a minor lessico, testi più lunghi. Se nel 1966 i testi erano di cento parole, nel 2006, a parità di contenuto, ne contavano 120. Se non hai le parole per dirlo, devi inventarti una perifrasi. Il lessico povero ti fa assomigliare a chi non parla una lingua straniera e si trova costretto a fare dei giri di parole. Ti tocca usare quello che hai. E dato che la perifrasi va generata sul momento, fai molta più fatica. È come se dovessi utilizzare un cacciavite come un martello; magari alla fine il chiodo lo pianti, ma a che prezzo?
La risposta migliore è dunque che disporre di un buon lessico non è un lusso. Al contrario! Offre un modo vantaggioso ed econimico di esprimersi, risparmiando sulle inevitabili e costose perifrasi chi deve dedicarsi chi un buon lessico non ha. Non c’è bisogno di scomodare il vocabolario tecnico o accademico. “Frullare” è una parola, “ridurre in poltiglia” ne contiene tre; e se non sai cos’è la poltiglia?

Su questo blog leggi anche:

Sintassi più semplice, lessico più ricco
Caro vecchio Guy
Meditazione sulle parole, lì dove capita
Pieno di cose, ma di poche parole
Le ristrettezze della rete e gli orizzonti del vocabolario

Il mio prana scribacchino

27 Aug

Giacomo Balla, Automobile in corsa, 1925

Vivo giorni strani, una specie di intercapedine, di limbo, tra il non far niente vacanziero e gli impegni serrati che mi aspettano a settembre. Ho deciso di concedermi il lusso di fare quello che mi va, che sia lavoro, letture, riflessioni o altro.

In questo ritmo pacato sto stranamente riuscendo a combinare più di qualcosa, ma soprattutto sto osservando il mio rapporto con i tempi di lavoro. Non per ricavarne la solita lista di buoni propositi – per carità! che quella non fa altro che aumentare la mia ansia – piuttosto per provare o prolungare il gusto di lasciarmi andare.

E così, mentre gironzolo in rete, incontro un podcast (poi di questa storia dei podcast nei siti di scrittura ne riparliamo) di Copyblogger dedicato proprio ai tempi e alla produttività. Finalmente qualcuno contro la famosa tecnica del pomodoro! Quella che ti chiede di settare il timer della cucina per 25 minuti, cominciare a scrivere e prenderti una breve pausa solo quando questo suona. La mia mente non assomiglia a una pentola dove l’acqua deve bollire e basta accendere il fuoco e comincia a scaldarsi. Io sono una da attesa, da cincischio, da prima caffè e tisana, da prima giretto in rete, da prima post mattutino come questo. Non vuol dire che non sappia scrivere come un soldatino, ma che non è la mia dimensione, non ne ricavo piacere.

Per me, la scrittura è anche un fatto di energia che si deve mettere in moto: lo chiamo il prana scribacchino. Ha bisogno di respiro, di stretching, di allungamento, di nutrimento, ma quando si mette in circolo comincia a correre e mi pone in quello stato di flow da cui derivano sia la produttività alta sia la gioia di lavorare. Non potrei sopportare di essere “svegliata” dal driiiin del pomodoro e riposare a comando. Proprio io, una precisissima che non porta orologi.

Su questo blog leggi anche:

L’arte della corsa
Questione di ritmi
Scrivere in affollata solitudine
Non insistere, cambia strada e soprattutto corri
C’è un tempo per ogni testo
A tappe, o tutto d’un fiato

Io, laureata in lettere stagionata e felice

25 Aug

In vacanza e in parziale disconnessione, ho seguito molto di straforo le polemiche e le discussioni suscitate dall’articolo del vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri sull’inutilità delle lauree umanistiche.

Feltri ha scritto cose arcinote, con quale obiettivo non ho capito. Non condivido il suo articolo, ma nemmeno molte delle motivazioni di chi ha levato alti gli scudi. Non credo affatto che una laurea in storia dell’arte o in filosofia ti renda più aperto e duttile di una in ingegneria o in giurisprudenza, né che fare il lavoro dei propri sogni sia un diritto come molti oggi sembrano pensare. Quasi tutto dipende solo da te. Da come studi, da chi sei, da che esperienze fai oltre agli studi universitari.

Io non ho dati, ma solo la mia esperienza di laureata in lettere che dopo molti anni dalla laurea (ho finalmente l’età in cui non dire quanti diventa un vezzo) è contenta della scelta fatta. Sottolineo: da molti anni.

Eppure allora tutti mi sconsigliarono e fu un bene, perché mi avviai agli studi con la piena consapevolezza che facevo una scelta rischiosa, che magari avrei dovuto fare qualcos’altro per pagare le bollette, che quello che avrei imparato era solo uno dei tanti strumenti da affinare per affrontare la vita lavorativa. Insieme a molti altri che ancora non conoscevo.

Quel senso di gioiosa precarietà – perché ero felicissima di studiare intanto quello che mi piaceva – e qualche volta di paura per il futuro ha guidato tutte le mie scelte lavorative, anche quando sembravano portarmi molto lontano dal lavoro dei miei sogni. Che mi ha comunque aspettata e mi ha sorpresa perché diverso da quello della mia gioventù.

Nelle tante aziende che ho frequentato e che frequento ho incontrato – anche in posizioni importanti – classicisti, storiche dell’arte e un sacco di filosofi. Il lavoro per noi c’è, anche se non tantissimo. Ma gli studi universitari sono solo un mattoncino e qualche volta nemmeno il più importante.

Rispetto alla mia generazione, inoltre, quella che si affaccia oggi all’università ha un sacco di vantaggi in più: viaggiare costa pochissimo, imparare non costa niente se non tempo e passione, la vita lavorativa è lunga sì, ma presenta un orizzonte più vasto per cambiamenti anche radicali. Il mio consiglio: studiate quello che vi appassiona, coltivate voi stessi, pensate piuttosto che quel lavoro può non essere per sempre, ma lo studio sì. Lì, davvero, oggi chi si ferma è perduto. I ragazzi come le signore laureate un bel po’ di anni fa.

Su questo blog leggi anche:

Lavoro, coraggio e passioni

Ciò che insegna la passione

Il suono della vita