Una sola fonte al giorno? Questa.

17 set

Appena due giorni d’aula e oggi mi ritrovo un Feedly pieno all’inverosimile e centinaia di tweet da scorrere (eh sì che sono già molto selettiva con le mie fonti). Finito di spulciare e sistemare le cose utili in Evernote (devo a Gianluca Diegoli la spinta a utilizzare questo servizio come si deve e qui pubblicamente lo ringrazio), il senso di annegare nelle informazioni e di essere comunque sempre indietro è tornato a farsi sentire.

Allora ho ripensato a This., il servizio di The Atlantic di cui ha parlato Barbara Sgarzi sul suo blog qualche giorno fa. In perfetto stile slow web, This. “permette di condividere un solo link al giorno: quello che reputiamo davvero interessante per noi e il nostro network”. Allora mi sono chiesta “se dovessi scegliere una sola fonte al giorno, per quale opterei al momento?”

La risposta mi è arrivata spontanea: il blog di Mario García, senza ombra di dubbio. García non scrive di scrittura, né di marketing. La sua è una grandiosa e splendida nicchia: fa il newspaper designer, anzi re-designer, visto che oggi è impegnato soprattutto nella trasformazione digitale dei giornali. Ne progetta siti e app, e ne riprogetta la carta perché sia in sintonia con le versioni digitali. In più, insegna alla scuola di giornalismo della Columbia.

Ecco quello che trovo ogni giorno sul suo blog:

  • post lunghi e generosi, ma preceduti da un sintetico takeaway che mi dice subito se quella lenzuolata di testo e immagini è di mio interesse
  • l’attualità assoluta: solo negli ultimi due giorni un ricchissimo dossier multimediale sul redesign del Financial Times (che bello l’approfondimento sulla font Financier!) e le impressioni suscitate da Apple Watch (con gli impatti sulla scrittura dei titoli)
  • la prospettiva e il tono di voce del tutto personali: spesso l’occasione di un post è un’attesa in aeroporto, sfogliando un giornale o dando un’occhiata ai loghi delle compagnie aeree, che gli suggeriscono una serie di considerazioni sui brand; ne segui il pensiero, ma anche la vita e questo te lo rende una presenza quasi familiare
  • la semplicità e vivacità del linguaggio: se riesci a leggere post così lunghi è anche grazie alla conversevolezza di García, di cui ti sembra di sentire la voce
  • l’ampiezza della visione e la curiosità per il nuovo di questo anziano signore: carta, web, app, tablet e ora wearables sono gli strumenti del suo media quartet, l’orchestrazione delle news
  • la generosità: non lesina nulla in fatto di novità, suggerimenti, immagini e anche pensieri estemporanei.

Accanto al blog vi suggerisco un’altra creazione editoriale di García: l’ebook dedicato al tablet: Ipad Design Lab. Storytelling in the Age of the Tablet. È di due anni fa, ma ha promesso di aggiornarlo al più presto.

Effetto Luminol

13 set

Leggere #Luminol di Mafe de Baggis, uscito come ebook solo l’altro ieri, mi ha fatto bene.

Nella sua introduzione Mafe chiama in causa soprattutto i giornalisti, politici e intellettuali che rifiutano a priori di vivere la rete e quindi di capirla, ma l’effetto benefico dell’illuminazione è davvero per tutti, perché ognuno si troverà di fronte ai propri pregiudizi, resistenze, desideri e paure. Confesso che i miei mi hanno fatto una certa impressione, la mia orsaggine in primis, quella che mi porta a privilegiare tutti i media in cui posso esprimermi molto senza interagire troppo.

“I social media non sono niente senza quello che ci mettiamo dentro noi” e questo bel saggio breve che si legge piacevolmente in un’ora ci parla, appunto, soprattutto di noi.

Il frutto di tutte le spruzzate di luminol che l’autrice è andata spargendo in giro sono sette vizi umani e altrettante virtù rivelate da internet. Queste ultime ci ricordano che poche generazioni nei 50.000 anni di esistenza dell’homo sapiens hanno avuto la fortuna di vivere un periodo denso di opportunità come il nostro. Quindi, per concludere con l’hashtag di Mafe, spruzzate il luminol e #bastalagne.

 

L’usabilità delle piccole cose

10 set

Ho lavorato gran parte della mattina alla semplificazione di un modulo contrattuale. Due sole pagine, ma un vero campo di battaglia. Sapevo già che avrei dovuto togliere molte parole superflue (ivi comprese, la presente dichiarazione, le polizze suddette, ostativo, relativo a, pari a…) per far posto a elenchi puntati e ingrandire le terribili “small print”. Il tutto senza dilagare a pagina 3 e facendo “vedere” la trasparenza dell’azienda.

Però la cosa che mi ha dato più soddisfazione è avere dimensionato gli spazi da riempire. Vado sempre in bestia quando devo scrivere il codice fiscale in uno spaziettino e al contempo ho uno spazio enorme per il cap o per la provincia. Non parliamo poi del mio indirizzo email – mestierediscrivere.com –, che non entra mai da nessuna parte. A ogni informazione il giusto numero di battute.

L’usabilità del quotidiano è anche nelle piccole cose, che a volte hanno un impatto enorme. Mi ha molto colpito, ultimamente, l’indicazione “voi siete qui” nelle cartine che a Londra trovi a ogni angolo di strada. Non c’è il famoso pallino rosso, che non ti dà alcuna indicazione su come sei orientata, a cosa dai le spalle e cosa hai di fronte. C’è invece una lineetta con sopra una freccetta: sai subito che la lineetta è la tua schiena e la freccetta la direzione del tuo sguardo. Così non devi andare a vedere i nomi delle prime traverse per capire dove dirigerti.

Copy ed editor, fatevi avanti!

9 set

The Writer, che ogni tanto cito in questo blog, è una delle più brillanti agenzie di “writing and brand language consulting”. Dalle sedi di Londra e New York aiuta le aziende di tutto il mondo a trovare le parole che meglio le esprimono e le rispecchiano, e insegna loro a farle proprie in ogni comunicazione, anche la più quotidiana.

Ora cerca copywriter ed editor freelance di madrelingua italiana, per un progetto che annunciano molto “corposo”. Fatevi avanti!

Post di impulso sulla scrittura dei post

8 set

Questo è proprio un post di impulso, che è cresciuto da sé mentre leggevo l’ultimo di Giuseppe Granieri, dedicato a Quello che noi blogger sbagliamo (e anche i giornalisti). Granieri ha ragione in tutto e mi sono perfettamente riconosciuta nella blogger che predica bene (speriamo!), ma razzola male (di sicuro!).

Link e dati alla mano, GG ci ricorda che se vogliamo farci leggere – almeno un po’ – non dobbiamo trascurare qualche regoletta che ormai dovremmo conoscere a memoria:

1. Il titolo è tutto
Anzi, meglio due: uno per Google, uno per i social.

2. Cavolo, non è un libro!
Quindi: paragrafi brevi, titoletti, corpo del carattere di grandezza decente.

3. Takeway (se non sai cos’è, guarda qui come li scrive un vero maestro)
Fai subito capire al lettore cosa si porterà a casa.

4. Immagine
È come un titolo che funziona.

Su queste cose ho sproloquiato in abbondanza anche io, anche se i miei titoli sono misteriosetti, i paragrafi lunghetti, il takeaway assente, l’immagine qualche volta c’è e qualcuna no. I motivi, però, li conosco benissimo e si riassumono nel fatto che qui – non nel sito di un cliente, ma nel mio personalissimo blog – di abbassare del tutto l’asticella, di spalancare il cancello, di rinunciare a ogni piccola sfida… non mi va!

Mi va, invece, che il titolo contenga anche qualche ambiguità e qualche ombra, che il proprio personale take away ognuno se lo scopra da sé, così come mi piace disseminare quello che forse sarà ritwittato all’interno del corpo del post invece di suggerire io un tweet this! Si perde forse qualche lettore, ma si capisce meglio cosa apprezzano, cosa li colpisce, cosa hai scritto meglio, cosa peggio.

Mi va, soprattutto, di scommettere che chi leggerà fino in fondo lo farà non attirato da frasette cortissime (io ormai li chiamo i “testi sbrindellati”, che tra l’altro trovo faticosissimi da leggere), ma irretito dal ritmo, dal suono, dalla staffetta tra le frasi, in cui ognuna consegna all’altra qualcosa, così che il lettore non possa fare altro che andare avanti.

Mi va, infine, di continuare ad allenarmi su testi che facciano onore alla loro etimologia, testi “tessuti”, anche se i post non sono un rotolo di stoffa o una coperta, ma solo dei piccoli campioncini, degli “imparaticci” si diceva una volta. Se non ci lavori un po’ tutti i giorni perdi la mano, e come fai poi quando arriva il momento – perché arrivare arriva – in cui ti chiedono di realizzare un complicatissimo tessuto?

Contro il perbenismo linguistico

5 set

Che oggi esistano tanti rispettabilissimi italiani, da usare secondo la circostanza e anche lo strumento di comunicazione, sono prima di tutto i linguisti a insegnarcelo. E per fortuna anche con alcuni godibilissimi libri. Oltre ai prolifici e divertenti Della Valle e Patota (il loro ultimo libro ci mette alla prova con 1000 quiz!), segnalo soprattutto Val più la pratica di Andrea De Benedetti e il più recente Si dice? Non si dice? Dipende di Silverio Novelli.

Da un articolo di oggi del Corriere della Sera, Impariamo la lingua colloquiale, apprendo che ne sta arrivando un altro: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce di Giuseppe Antonelli, conduttore della bella trasmissione La lingua batte su Radio3. Ecco il suo punto di vista dall’articolo del Corriere:

«La scuola e una certa mentalità puristica molto diffusa promuovono quella che Luca Serianni chiama lealtà linguistica che, per un certo verso, è anche positiva, ma non se comporta un conservatorismo, se propone un modello linguistico non spendibile nella realtà e quindi rifiuta anche quell’italiano che viene dall’universo telematico, dalle canzoni, dai fumetti. Calvino nel famoso intervento del 1965 spiega bene che cos’è l’antilingua, quella per cui si dice “ho effettuato” invece di “ho fatto”. Con il risultato che si può trovare un cartello in un bar, in cui c’è scritto: “Non si effettuano panini”».

La lotta è a quello che Antonelli chiama il «perbenismo linguistico», dove si corregge «sono andato» con «mi sono recato». Eppure anche i grandi scrittori usavano un registro colloquiale, per esempio nelle lettere, e infatti Antonelli sarà in libreria tra poco con una Libellula Mondadori dal titolo Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. «Basta leggere gli epistolari di Carducci, Monti, ma anche di Canova e Crispi per esempio, per capire che avevano la capacità di usare lingue diverse, anche confidenziali. Bisogna far passare l’idea che conoscere la propria lingua non significa parlare come un libro stampato, ma possedere una varietà di registri linguistici da usare in varie situazioni. L’e-taliano va bene se è uno dei tanti, diventa preoccupante, se resta soltanto quello». Antonelli pensa che non sarà «un attimino» a rovinare la lingua italiana («a parte che Manzoni scrive: “si fermò un momentino sulla riva”») e neppure gli anglismi («in tutti i dizionari non sono più del due per cento e d’altronde nel Settecento la quantità di francesismi era altissima, poi sono caduti da soli»). La morte dei dialetti, profetizzata anche da Pasolini, poi non è avvenuta: «Nel momento in cui tutti hanno cominciato a parlare l’italiano, più o meno bene, hanno smesso di vergognarsi del dialetto che è morto forse nella sua forma arcaica, ma la dialettalità si è estesa».

È fondamentale approfondire questi temi, soprattutto ora che alla molteplicità delle circostanze in cui dobbiamo scegliere quale registro linguistico usare si aggiunge la molteplicità dei canali di comunicazione, molti dei quali “a metà” tra oralità e scrittura.

Io una lezione indimenticabile l’ho ricevuta alcuni anni fa da una grande linguista italiana. A Luisa Alteri Biagi, alla fine di una splendida e dottissima master lecture, uno studente improvvisamente chiese: “Ma professoressa, a casa, con i suoi nipotini, lei come parla?” L’anziana studiosa sorrise e si limitò a dire: “Naturalmente a casa mi metto le pantofole linguistiche.”

Ecco, mettiamola così: ci sono le pantofole, i birkenstock, le pedule, le sneaker, i tacchi a spillo linguistici. Per entrare e uscire da libri, email, social media e slide bisogna imparare a cambiarsi velocemente e con disinvoltura.

Vitali scadenze

3 set

The key part of the word deadline, remember, is not the “line” part, but the “dead” part.

Now solve this riddle: When does a deadline become a lifeline?

The answer: When it is self-imposed.

L’ultimo articolo di Roy Peter Clark sul sito del Poynter è dedicato alle scadenze e sembra scritto per me: Want to avoid procrastination? Impose an early deadline on yourself.

La parola inglese deadline è in effetti piuttosto lugubre e condivido in pieno il suggerimento per renderla positiva e vitale: le scadenze è meglio darsele da soli, possibilmente un bel po’ prima di quelle imposte dagli altri. I vantaggi sono molteplici:

  • ci sentiamo più liberi, meno dipendenti dalla volontà e dalle decisioni altrui
  • ci sentiamo più tranquilli perché anche di fronte a un imprevisto ci rimangono dei margini
  • sappiamo di poterci godere la revisione, la parte più bella di tutto il lavoro
  • possiamo fare un lavoro più accurato, con meno errori (la perfezione non esiste)
  • possiamo “regolare” la scadenza sui ritmi, i problemi e le gratificazioni della nostra vita.

Sfrutto sempre molto quest’ultimo vantaggio, soprattutto per i lavori di scrittura che spaventano per mole e complessità, come i libri. La scadenza “personale” è sempre prima di una vacanza. O di un inizio di stagione come questo. E così, oggi mi sento leggera leggera. Una vera piuma.

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