L’archivio emozionale di Roberto Cotroneo

4 apr

Per Roberto Cotroneo, che seguo su Twitter (@robertocotroneo) da alcuni mesi, “il social network è la vecchia bustina di minerva, lo scontrino del supermercato o della farmacia su cui scrivere delle cose”. Quelle cose sono quasi sempre emozioni, immagini, tracce di suoni, piccole illuminazioni quotidiane.
Nel suo nuovo libro, Tweet di un discorso amoroso, il ritmo può farsi a volte più disteso nel racconto di un sogno, dell’ultimo incontro con una grande scrittrice o dell’anima di un pianista. Dei tweet rimangono il filo conduttore puramente emozionale, una speciale idea del tempo e una visione del più sintetico dei nostri social network come archivio del nostro mondo interiore:

“Ritengo che il modello di Twitter, che ancora sta dilagando, sia ormai morto. E tutti i modelli di social network che pensano di sostituirsi ai mezzi di informazione sono destinati a fallire. Le informazioni, in un mondo complesso e ambiguo, nonché globale, hanno bisogno di certezza delle fonti e devono essere sicure. Si imporranno sempre di più i giornali, con la loro rete imperfetta di controllo, a dare e garantire informazione.
Penso invece che ci stiamo avviando verso un paradigma emozionale dei social network. Non è la temporalità dei tweet che conta, e neppure l’aderenza a quello che accade all’esterno, ma è l’aderenza a quello che succede invece dentro di noi, il rapporto che c’è tra mondo interiore e condivisione del mondo interiore, che non significa raccontare le proprie cose private, e non significa riconoscere le ombre di qualcuno che prima di voi ha camminato sulla vostra stessa spiaggia, ma significa utilizzare queste orme per capire se quella strada, tracciata passo dopo passo da qualcun altro di cui non sappiamo nulla, è una strada possibile.
Il tempo interiore è un tempo diverso da quello degli orologi. E il tempo interiore sarà l’unico tempo possibile delle future timeline. Sarà fatto di film, di musica, di poesia, di letteratura, di ricordi e memoria, di storia personale e collettiva, di immaginari e di passioni. Non sarà il commento a caldo di una cosa, non sarà la politica che è sempre tragicamente uguale, sarà il raccontare la propria identità, non per narcisismo, ma perché si possano mettere assieme tracce e percorsi che arricchiscano e restituiscano una lettura del mondo diversa, più ricca. Un archivio emozionale di chi siamo e di chi siamo stati. Per capire, forse, chi saremo.
Questo è il mio modo di pensare il web 3.0. Che ancora non c’è. Questo è il modo in cui cambierà tutto. Questo l’esperimento che ci riserva il futuro.
Da parte mia, posso mettere a disposizione, nei limiti del possibile e del buon senso, e nei limiti del mio bisogno di riservatezza delle mie storie personali, quello che è il quotidiano pensiero di uno che fa il mio lavoro, di uno che vede il mondo con le lenti che mi sono scelto. Ma un social network emozionale – e non esibizionista, ma tutt’altro – non è soltanto una possibilità, bensì è l’unica strada per continuare a usarli e diventare qualcosa di più che commentatori occasionali.
Curate i vostri tweet come fossero testi da leggere e rileggere, come un diario, come una cura, e dimenticate il tempo e anche un po’ quello che accade per tutti al di fuori. Quello che accade per tutti, in fondo, non accade per nessuno. E il tempo interiore è l’unico tempo vero che possiamo condividere.”

Un corso sulla scrittura professionale (e 2000 post)

4 apr

Dedico il duemillesimo (!) post a una notizia.
Alla fine di maggio sarò la docente del modulo dedicato a business e web writing nel corso Scrivere per… l’editoria, l’impresa e il web, la comunicazione organizzato dalla Fondazione Mondadori e diretto da Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi.
Pinotti è docente del modulo Editoria insieme a Mariarosa Bricchi, direttore editoriale di Bruno Mondadori, mentre il modulo Comunicazione è affidato ad Anna Gilardi di Stilema.
Per saperne di più, il corso ha anche un blog.

In clausura, per leggere e scrivere

3 apr

Qualche giorno fa Luca Conti ha annunciato il suo ritiro da “quasi” tutti i social media per due settimane e spiegato molto bene il perché: “percorrere percorsi inesplorati o poco battuti e sperimentare nuove abitudini può generare scoperte inattese (serendipity in una parola) e generare appetiti nuovi”.
La parola “ritiro” mi è venuta spontanea, ma quando parlo con i miei amici spesso uso addirittura la parola “clausura”. Mi capita spesso di chiudere tutto perché devo concentrarmi su un testo o un lavoro impegnativi. I miei ultimi due libri sono nati d’estate, in solitudine assoluta, durante giorni e giorni in cui non ho parlato con nessuno. È solo facendo il vuoto che riesco ad ascoltarmi, a collegare tanti stimoli che ho raccolto dalla rete, a far emergere il nuovo e a elaborare una voce.
Quindi capisco molto bene il bisogno di fermarsi, anche solo per un po’. Io magari non lo dico, ma spesso sparisco dal blog e da Twitter per qualche giorno semplicemente perché ho voglia e bisogno di leggermi un libro e non lo voglio fare a spizzichi e bocconi.
Nella mia dieta mediatica i libri sono infatti rientrati in massa. Per tanti motivi: perché se segui le fonti giuste, nessun buon libro ormai ti sfugge più; perché i libri di carta oggi spesso sono splendidi oggetti; perché è bello scriverci e disegnarci su con la matita. Sì, di carta. Come ho scritto un’altra volta, la narrativa e la poesia vanno sul reader, ma i libri di scrittura, di comunicazione e di design me li prendo tutti su carta.
Un paio di giorni fa mi sono concessa una clausura di parecchie ore per leggere un libro che ho trovato veramente utile:  The art of the explanation, di Lee Lefever, fondatore di Common Craft e ideatore dei famosi video che in quattro minuti sono capaci di spiegare gli argomenti più difficili, dai feed RSS alle assicurazioni, da come funziona la Borsa a Google Docs.
L’arte della spiegazione oggi serve a tutti, non solo a chi fa video: serve per presentare un nuovo prodotto, un progetto, un’azienda, un cambiamento organizzativo. Serve per uscire dalla “bolla dell’esperto” e mettersi nei panni di chi ancora non sa nulla. Serve per capire quanto progetto, quante riflessioni e quanto lavoro ci siano dietro i migliori testi brevi. Serve a ricordarci che la scrittura non è fatta solo per comunicare ma prima ancora per capire e chiarirci le idee.
A me – eterna smemorata – serve anche a ricordare quello che ho letto e apprezzato, e a farlo mio. Per questo, a lettura finita, ho elaborato i miei appunti e li ho pubblicati sul Mestiere di Scrivere: Spiegare è un’arte.

Naturale come il parlato, preciso come lo scritto

2 apr

“Conversational tone”: è un’espressione che i comunicatori anglosassoni usano spesso quando parlano di scrittura online. Ed è quello cui cerchiamo tutti di tendere quando scriviamo testi che abiteranno i nostri siti e ancor più i social network. Testi scritti per “suonare umani” per dirla con il Cluetrain Manifesto.
Io il tono di voce conversational lo traduco così: naturale come il parlato, preciso e studiato come lo scritto. Che suoni naturale come una voce che ci parla, ma una naturalezza che non abbia nulla delle ridondanze e delle sciatterie del parlato, piuttosto tutti i vantaggi del tempo e dello studio che solo la scrittura può concederci.
Ci aiuta a capire meglio un pensiero di Peter Handke che rubo al blog Frammenti del tredicesimo mese di Elena Petrassi, raffinata collezionista di brani sulla scrittura:

Chi scrive, a differenza di chi parla, non dispone liberamente delle parole, non si limita a usarle; le scopre: meglio questa, meglio quella, una sola parola, e solo in quel momento, in quel punto del testo, senza mai ripeterla meccanicamente.


Peter Handke
Sulle parole preferite
Lentamente nell’ombra

Le 100 notti del Rijksmuseum

30 mar

Martedì scorso è stata una bellissima giornata, di quelle che ricorderò.
Ho fatto una lezione di scrittura su un tema inconsueto ma che mi sta molto a cuore, come ben sa chi segue questo blog e un po’ mi conosce: Scrivere il museo. Ultima lezione di Comunicare il Museo*, un percorso che l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, insieme a BAM, per il secondo anno dedica ai Musei di Qualità della regione.
Ad ascoltarmi e a dialogare insieme una sessantina di curatrici, curatori e responsabili della comunicazione di musei, dai minuscoli e specializzatissimi ai grandi e famosi.
Una settimana prima mi sono quindi  immersa con goduria nei loro siti e social media e in quelli dei maggiori musei del mondo. Ho visto e ho proposto loro cose meravigliose e cose così così, testi che rapivano e testi che respingevano. Insieme li abbiamo analizzati, strapazzati, ammirati, ma soprattutto abbiamo cercato di capire insieme perché funzionavano o perché no, con l’obiettivo di trarne spunti utili per scrivere online anche i ”nostri” musei.

Di siti e testi magnificamente funzionanti ne abbiamo visti molti, ma il sito del Rijksmuseum di Amsterdam batte tutti e vince la Palma d’Oro. E sì che si tratta di un sito provvisorio, perché il museo riapre il prossimo 13 aprile dopo dieci anni di lavori. Non oso pensare a a cosa sarà quello definitivo visto che già con questo si può fare un’intera lezione di “nuove scritture”. Non è detto che non me la inventi ;-)

Sintonia tra parole e immagini, testi brevi ma intensi, descrizioni di opere che uniscono semplicità ed emozione, navigazione non solo per opere, temi e artisti, ma anche per palette di colori, un laboratorio dove ciascuno può creare i suoi piccoli capolavori a partire da quelli grandi del museo, e persino un test che prova a indovinare quali opere ci piaceranno di più.
Ma quello che forse mi è piaciuto più di tutti sono le 100 notti.
Tra le slide della mia lezione ce n’è una su cui campeggia la scritta “meno testo, ma più concentrato e più strutturato”.
Le 100 notti la esemplificano alla perfezione.
Cento giorni prima dell’apertura, il museo ha postato tre-cinque righe al giorno centellinando un’informazione, un’opera, un’anticipazione, una piccola sorpresa come un lunghissimo e artistico calendario dell’avvento. Microtesti tutti diversi per stile e contenuto, tutti uguali per incipit e per lunghezza, secondo quell’equilibrio tra simmetria e varietà che richiede la logica modulare e combinatoria del web.
Vi chiederete perché sono notti e non giorni. Perché il 13 aprile il Rijksmuseum sarà gratuito e aperto fino a mezzanotte. Ma mi piace pensare sia anche perché il più famoso dipinto del museo è proprio una notte e perché è alle notti che si addicono i racconti indimenticabili.

Conquistatori solitari

21 mar

Il dispiacere che ho provato oggi nel sapere della morte di Pietro Mennea è molto simile a quello che provai due anni fa quando morì Walter Bonatti. Due uomini che come pochi altri sono stati per me esempi di coraggio, spirito di sacrificio, capacità di stare e farcela in completa solitudine. Mi è preso un senso di nostalgia per un mondo che non c’è più, e anche per qualità che in questo eccitante mondo interconnesso spesso faccio fatica a ritrovare.
Così ho deciso di scrivere oggi un post che aspettava un momento tranquillo.
Ho amato talmente Walter Bonatti che mi sono precipitata a comprare, leggere e guardare un libro bellissimo, curato dalla sua compagna Rossana Podestà: Walter Bonatti, una vita libera. Bellissimo perché abbondante, enorme, con le sue foto più belle, mille particolari delle sue imprese e anche della sua vita personale, gli appunti, la sua macchina da scrivere, gli scarponi rinforzati a mano, i cassetti con le diapositive. Quello che oggi mi aspetto da un libro di carta. Un piacere per tutti i sensi.
Uno dei capitoli più interessanti riguarda la scrittura. Dopo la conquista del Cervino dalla parete nord, Walter aveva 35 anni e davanti un’offerta irresistibile. Il settimanale Epoca gli chiedeva di diventare inviato speciale dalle terre più lontane del globo. Poteva scegliere le mete e metterci tutto il tempo che voleva. Ma doveva andarci da solo, scrivere i pezzi, fotografare e per di più comparire nelle fotografie.
Lui non era uno scrittore, ma decise che sarebbe diventato almeno un buon giornalista.
E conquistò la scrittura, come aveva conquistato le vette. Partì studiando gli scrittori che aveva amato da ragazzo:  Salgari, Melville, Defoe, Hemingway e Jack London, che sapeva “fotografare con la parola”. Trascriveva sui taccuini i brani che gli erano più piaciuti, annotava gli spunti e poi cercava di applicarli quando scriveva i suoi pezzi. Senza cellulare e senza computer, senza master e senza webinar, imparò da solo la dattilografia e annotava su foglietti minuscoli all’interno delle tende o della canoa. Fino alla fine ha conservato tutti gli appunti, e le tante bozze, riviste mille volte prima di diventare quei reportage che da bambina mi facevano sognare.
Ho pensato alle memorie di un altro grande scrittore e viaggiatore solitario, Tiziano Terzani. Un altro per il quale la scrittura era una continua conquista, tutt’altro che scontata. E a Pietro Mennea, che amava scrivere e aveva voluto laurearsi anche in lettere.
Mi sono riletta l’intervista che gli fece un anno fa Emanuela Audisio di Repubblica: Per battere il tempo, devi soffrire. È lunghissima, ma oggi la preferisco ai tweet.

Le parole sono azioni: vere, necessarie, gentili

20 mar

Le parole sono azioni e fanno accadere le cose.
Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare da tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “È vera?”. Sulla seconda campeggiare la domanda: “È necessaria?”.  Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: “È gentile?”.

Si apre così l’alfabeto di Welink, la newsletter di Inspire.
Ogni quindici giorni una lettera dell’alfabeto, una parola da riscoprire. Perché “servono parole dimenticate e significati nuovi. Parole nuove e significati dimenticati. Parole dette e ascoltate con nuove e inedite intenzioni.”
Le prime tre parole sono bellissime: abbondanza, bellezza, corpo.
Parole scritte, pronunciate, cantate, danzate.

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