#giornataproGrammatica #adottaunsegno

13 ott

Dieci cose che non bisogna vergognarsi di dire (o di scrivere) in italiano

  1. «Credo che hai torto» (invece di «Credo che tu abbia torto»). Perché il congiuntivo è sacro, ma non alla seconda persona singolare. E perché chi crede davvero in qualcosa deve usare l’indicativo.
  2. «Io e Antonio» (invece di «Io ed Antonio»). Perché la “d” eufonica si scrive solo quando si pronuncia.
  3. «A me mi». (invece di «a me» o «mi»). Perché a Roma lo dicono senza problemi. E perché, trattandosi della combinazione di un pronome tonico e di uno atono, non può essere considerata una vera ripetizione.
  4. «Gli ho detto» (invece di «ho detto loro»). Perché loro è l’unico pronome dativo a essere dotato di accento proprio, a non potersi combinare con altri pronomi («me lo», «te lo», «glielo», ecc.; ma non «ho dato loro lo»), a non potersi allacciare a un infinito verbale, e a essere impiegato, salvo rarissime eccezioni, dopo il verbo. Perché insomma, gli è molto più comodo.
  5. «Lui rispose» (invece di «egli rispose»). Perché lui è un pronome molto più duttile e molto meno impegnativo di egli.
  6. «Non c’è niente che ho bisogno» (invece di «non c’è niente di cui ho bisogno»). Perché nel che polivalente prima o poi ci caschiamo tutti, mica solo Jovanotti.
  7. «Sé stesso» (invece di «se stesso»). Perché «se stesso» è l’eccezione («il pronome sé si scrive sempre accentato tranne quando precede stesso») di un’altra eccezione («i monosillabi in italiano non sono mai accentati, salvo alcuni omografi»). Dunque, è una colossale sciocchezza.
  8. «La maggior parte dei miei amici sono stranieri» (invece di «la maggior parte dei miei amici è straniera»). Perché in certi casi nulla ha più senso della concordanza a senso.
  9. «Ha nevicato» (invece di «è nevicato»). Perché sulla meteorologia è impossibile mettere tutti d’accordo.
  10. «Qual’è» (invece di «qual è»). Perché l’ortografia non è tutto. E perché pur sapendo benissimo che è sbagliato, quando sono sovrappensiero lo scrivo così anch’io (come dov’è, cos’è, quand’è).

Questo decalogo semiserio è stato scritto da un linguista serissimo, Andrea De Benedetti, autore del bel libro Val più la pratica, in occasione della Giornata proGrammatica 2013, un’iniziativa della trasmissione La lingua batte di Radio3, condotta da Giuseppe Antonelli. Vi collabora il Miur e la sostengono l’Accademia della Crusca e l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana.

Quest’anno si ripete venerdì prossimo, 17 ottobre: una vera maratona radiofonica che dura tutta la giornata. L’intero palinsesto di Radio3 si concentrerà sull’italiano e la grammatica e i diversi programmi ospiteranno gli incontri in diretta che una decina di testimoni di buona lingua terranno in altrettante scuole. Tra loro c’è anche Licia Corbolante, che molti di voi conoscono come autrice del blog Terminologia e… autorevole commentatrice di questo blog.

Oltre che ascoltare da mane a sera e seguire in streaming la serata video condotta da Giuseppe Antonelli, potete partecipare sui social. Radio3 invita studenti, insegnanti e tutti gli appassionati della nostra lingua a scrivere le proprie testimonianze a lalinguabatte@rai.it o a condividerle sui social network nel gruppo facebook La Lingua Batte – Radio3 e con gli hashtag #giornataproGrammatica e #adottaunsegno su Twitter –  @Radio3tweet.

Il tema del 2014 è dei più gustosi: la punteggiatura.

 

Dal papiro ai pixel

11 ott

Il breve saggio dell’Economist sul futuro del libro From papyrus to pixels si presenta come un vecchio Penguin stropicciato, ma basta aprirlo per scoprire che, come recita il sottotitolo, “the digital transformation has only just begun”.

Potete continuare a sfogliarlo proprio come un Penguin stropicciato, con i bordi ingialliti, le foto in bianco e nero e persino le macchie lasciate dal caffè. O scrollarlo come un ebook digitale, arricchito con grafici e video. O chiudere gli occhi e ascoltarlo soltanto.

Il saggio è un classico Economist: documentatissimo, coltissimo, godibilissimo, accessibilissimo. Un inno al libro, al suo glorioso passato e al suo luminoso futuro. Si legge in una mezz’oretta, ma anche se non avete intenzione di leggerlo, apritelo lo stesso. Perché è già il futuro del libro. Come un vero camaleonte, si adatta perfettamente al medium, ma restando sempre se stesso.

Proprio come l’acqua che scorre

8 ott

Le parole scritte come ponte tra due visioni, quella dell’autore e quella del lettore, scrive Pinker. Mi sono improvvisamente ricordata che la prima parte di Minuti scritti di Annamaria Testa si intitola appunto Sguardo e ho riaperto il denso libretto.
Ecco cosa mi sono trovata subito davanti:

“La cosa da ricordare è questa: ogni parola si porta dietro una o più immagini, che riassumono molto di ciò che sapete dei suoi significati. Perfino le parole astratte, quelle che non rimandano a niente che abbia consistenza fisica (per esempio ‘fiducia’ oppure ‘invecchiare’) vi fanno germogliare immagini in testa.

Ovviamente, quanto più la vostra esperienza è ricca, tanto più ricche e dettagliate sono le immagini che ne conservate. Se, scrivendo, state attenti alle vostre immagini mentali, tutto può riuscirvi più semplice.”

E un po’ più in là:

“Insomma: ricordatevene: prima di raccontare qualcosa, provate a farvene un’immagine mentale. Domandatevi chi, che cosa, quando, dove, in che maniera, e poi cercate di vederlo. Le parole seguiranno fluide e s’incanaleranno bene, proprio come l’acqua che scorre.”

Su questo blog leggi anche:

Lo scrittore e il suo terzo occhio
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Pensare e scrivere vivido
Su e giù per la scala dell’astrazione

Contro le bare verbali e le parole zombie

7 ott

Lungo tutto il suo librone The Sense of Style, Steven Pinker ci invita a pensare alla scrittura come a una conversazione in cui l’autore sceglie le parole per suscitare visioni nella mente del lettore. Se invece di imparare regole fisse, che spesso è necessario infrangere, quando scriviamo pensiamo piuttosto a intavolare questa conversazione, molte buone scelte e comportamenti vengono da sé.

Per esempio la scelta di parole concrete e vivide, tanto più quando ci occupiamo di temi alti e astratti. Tra le parole astratte più usate Pinker indica processo, livello, strategia, modello, prospettiva. Non perché siano parole inutili, ma perché troppo spesso usate anche quando non ce n’è alcun bisogno.

“Sapreste riconoscere un livello o una prospettiva se li incontraste per la strada? O un approccio, un concetto, un contesto, una cornice concettuale, una gamma, una tendenza?

Queste parole sono usate inutilmente quando servono a accademici, burocrati e aziende a “impacchettare” i contenuti per dar loro più importanza, senza considerare che aprire il pacchetto per tirar fuori il contenuto implica per il lettore una fatica cognitiva che gli potrebbe essere risparmiata. Per esempio:

A livello puramente teorico, la prospettiva di una modifica al Regolamento può apparire una giusta aspirazione. Ma a livello attuativo abbiamo seri dubbi che possa essere percorribile senza un approccio strategico globale.

In teoria appare giusto aspirare a una modifica del Regolamento. In pratica riteniamo sia necessaria una strategia globale.

Pinker chiama “bare verbali” le parole astratte non necessarie. “Parole zombie”, invece, i sostantivi ricavati dai verbi, quelli che i linguisti italiani chiamano “nominalizzazioni” e che nella nostra lingua prendono i suffissi -zione o -mento, dando vita a parole lunghissime e prive di vita, che si aggirano nel testo senza la direzione impressa dalla forza del soggetto e dalla vitalità del verbo. Per esempio:

I test di comprensione sono stati usati come criteri di esclusione.

Abbiamo escluso le persone che non sono riuscite a capire le istruzioni.

Uno stile più concreto e vicino alla conversazione rende i testi professionali più facili da leggere. Una cosa essenziale nelle istruzioni e le avvertenze di pericolo, in cui invece i sostantivi zombie impazzano. Pinker fa l’esempio del testo di un adesivo su un generatore portatile:

Una blanda esposizione al monossido di carbonio può dar luogo a un danno che si accumula nel tempo. Una forte esposizione può risultare fatale senza produrre sintomi premonitori significativi.

Neonati, bambini, anziani e malati risentono maggiormente dell’esposizione e i loro sintomi sono più gravi.

Terza persona, passivi e sostantivi zombie: prima di capire si fa in tempo a morire. Meglio:

Usare il generatore dentro casa PUÒ UCCIDERVI IN POCHI MINUTI.
I gas di scarico del generatore contengono monossido di carbonio. È un veleno che non si vede e non ha odore.
Non usare mai il generatore in casa o in garage, anche se porte e finestre sono aperte.
Usarlo SOLO ALL’APERTO e lontano da porte e finestre.

Leggere, come scrivere, è un’azione innaturale, che richiede impegno. Parlare e vedere, invece, ci vengono naturali.
Anche scrivere per far sentire una voce e suscitare immagini vivide nella mente di chi legge richiede impegno, un grande impegno. Ma è quanto di meglio possiamo fare per rendere la lettura semplice, leggera e anche piacevole.

Su questo blog leggi anche:

Quegli immobili dei sostantivi!
Verbi in palcoscenico
Il doppio gioco di certi verbi

Blog e libri pari non sono

5 ott

In questo inizio di autunno mi sono impegnata a leggere di più, e non solo i post al volo, ma anche i libri che stanno uscendo sulla scrittura. Di The Sense of Style ho già scritto e scriverò ancora nei prossimi giorni; la sua densità impone di diluirlo in più post. Di Everybody Writes di Ann Handley vi dico ora.

L’autrice è la brava coordinatrice di Marketingprofs.com, ma quando scrive i libri rimane appunto una brava scrittrice di post. In Everybody Writes ci sono molte cose utili ma nulla di nuovo rispetto ai libri sulla scrittura che sono già sul mercato o a siti ricchissimi e gratuiti quali Hubspot o Copyblogger.

Di buono c’è la ricca sitografia: tantissimi link a ottime risorse e a singoli post di contenuto e di qualità (e quindi è un buono che rischia una rapidissima obsolescenza). Di cattivo assolutamente nulla. Di così così alcune abitudini di tanta manualistica anglosassone attuale, che mi piacciono sempre meno e riassumerei così:

  • la ripetizione ossessiva dei concetti, nel caso della Handley persino con le stesse parole
    (lo puoi fare, ma non quando predichi la sintesi e l’andare subito al punto)
  • la scarsità di esempi
    (lo puoi fare, ma non quando predichi lo “show, don’t tell”; in un manuale di scrittura “show” significa mostrare esempi, e tanti!)
  • il condire l’uscita di un libro con una pletora di gadget quali segnalibri, adesivi e altro
    (lo puoi fare, ma la grafica carina esalta un libro ricco, non salva un libro povero)
  • il tono talmente “conversevole” da diventare stucchevole
    (lo puoi fare, ma un libro non è un blog).

Un libro non è un blog, appunto. La percezione del tono di voce e della ridondanza cambia moltissimo dal digitale alla carta.

La voce di un autore rimane la stessa, ma il tono deve cambiare: le domandine continue (“eh, sai cosa?”), lo sbirciare nella mente del lettore (“sono sicura che a questo punto ti starai chiedendo se…”) e le espressioni tipiche del parlato (“Tutto chiaro? E allora vai!”), che funzionano così bene online, rischiano di far apparire lezioso e falsetto anche il più conversevole dei libri.

Online la ripetizione di parole e concetti ha un senso:  l’itinerario di lettura tocca luoghi diversi, si legge molto più a frammenti (anche temporali), il campo visivo che lo schermo ci pone sotto gli occhi è estremamente limitato… venti, trenta righe, tutto il resto è presto inghiottito e dimenticato. La lettura sequenziale di un libro evidenzia invece moltissimo la ripetizione; quando si esagera, ad alcuni dà solo fastidio, ad altri sembra un errore.

Il libro di carta è già ora solo uno dei tanti strumenti sui quali leggiamo. Fa parte del “media quintet” (carta, pc, tablet, smartphone, wearables), per usare una felice espressione di Mario García, e lo apprezziamo di più se ha un suo proprio tono di voce, una sua specificità. Per me, una sua specificità è l’architettura rigorosa, costruita attorno a un’idea.

Sulla scrittura, di libri così ce ne sono molti, anche in Italia, senza andare a prenderci l’ultimo prodotto del marketing Made in Usa. Qualche giorno fa una lettrice di questo blog mi ha chiesto di indicarle gli indispensabili. Non ho esitato nello stilare la mia lista:

Massimo Birattari non è una star come Annamaria Testa, ma ha scritto libri meravigliosi da cui ho imparato moltissimo. E Falcinelli non scrive di scrittura, ma è come se lo facesse. Ai loro aggiungerei i libri di Roy Peter Clark:

Clark vive, scrive e insegna in Florida, ma siccome è di origine italiana lo metto tra i migliori compaesani.

Tutti questi libri sono scritti all’insegna della conversevolezza e della leggerezza, ma da chi conosce perfettamente la differenza tra un libro e un post. Letti questi, puoi davvero scrivere qualsiasi cosa. Per tutte le technicality e le cose che cambiano in continuazione ci sono i blog.

PS Di libri bellissimi e utili ce ne sono tanti altri. Quelli che mi sono piaciuti sono tutti in questo blog.

Steven Pinker e i segnali stradali

1 ott

The Sense of Style di Steven Pinker è uscito ieri, preceduto da un notevole battage sui media anglosassoni. Si capisce: l’estroso e riccioluto psicologo del linguaggio di Harvard è una vera star.

Le interviste dei giorni scorsi mi avevano molto incuriosita e così il sottotitolo del libro: The Thinking Person’s Guide to Writing in the 21st Century. L’ho prenotato e ieri mattina è puntualmente comparso sul mio Kindle. Ho cominciato a leggere le quasi 400 pagine e non ho più smesso. Il libro è splendido e mi ha fatto riassaporare tutto il piacere di un testo impegnativo (non faticoso o complicato!), che ti chiede concentrazione e attenzione, ma ti ripaga con una visione fresca e vivida di cose con cui hai a che fare tutti i giorni e con cento scintille che si accendono nella tua testa. Ma ve ne parlerò meglio a lettura finita.

Ho deciso quindi di frenare la mia lettura vorace e di soffermarmi su quello che mi colpisce, prenderne nota e scriverne su questo blog. Prendeteli come i miei appunti di lettura. Aiutano me, mi auguro possano aiutare anche voi o fornirvi qualche spunto.

Un primo tema che mi è piaciuto molto, perché mi ci sono scontrata innumerevoli volte nei documenti aziendali, è quello dei “cartelli stradali”. Lui li chiama così, io alla buona li ho sempre scherzosamente chiamati “le anteprime” o “il riassunto delle puntate precedenti”.

Le anteprime sono gli annunci sul contenuto dei documenti – libri, progetti e altri testi sequenziali e lunghetti. Di solito li troviamo nell’introduzione, per esempio:

Nel primo capitolo si parla della storia della carta stagnola, inquadrata alla luce delle innovazioni del settore di riferimento. Nel secondo di come la carta è stata applicata nell’industria del cioccolato. Nel terzo si dà conto delle più belle confezioni di cioccolatini. Nel quinto del perché i cioccolatini di lusso ne fanno a meno. Nel sesto infine, si illustrano le strategie espositive delle boutique di cioccolateria.

I riassunti delle puntate precedenti sono i rituali inizi di sezione, e persino capoverso. Per continuare con il nostro esercizietto di stile:

Come illustrato fin qui, la carta stagnola si è affermata soprattutto per esigenze igieniche.

Abbiamo appena visto che il color oro è stato a lungo il preferito per avvolgere i cioccolatini.

Nel capitolo precedente abbiamo analizzato il colore della carta stagnola. Ora passiamo alla consistenza.

Il primo tema di questo capitolo è il cambiamento dell’industria dolciaria negli anni venti del secolo scorso.

Queste costruzioni si allineano alla famosa raccomandazione: “Annuncia cosa dirai, dillo, alla fine dillo di nuovo.” Pinker è chiaro: nella stragrande maggioranza dei casi non servono a niente. Anzi, servono, ma allo scrittore insicuro, non al lettore.

Il modello è raccomandato anche dai retori antichi e resta valido per i discorsi, in particolare per quelli lunghi. “Verba volant” e all’ascoltatore è utile sapere prima di cosa si parlerà, perché saprà riconoscere quel tema quando l’oratore vi arriverà, così come gli è utile sentir ripetere i concetti mentre le parole scorrono per non tornare più. Ma non è un buon modello per il testo scritto, dove il vero annuncio è nell’indice, cui si può tornare con calma innumerevoli volte. Meglio utilizzare l’introduzione o il primo capitolo non per pedanti annunci, ma per inquadrare il tema, lo spirito e gli obiettivi del documento, preparare il terreno, suscitare aspettative. Pinker lo fa benissimo nel suo libro.

Quanto ai riassunti delle puntate precedenti, se il ragionamento è chiaro e la progressione logica, anch’essi raramente servono. Per Pinker ogni testo è una conversazione in cui autore e lettore sono alla pari (che bella questa idea): attraverso le parole l’autore cerca di creare nella mente del lettore ciò che lui stesso vede. Le parole come ponte tra due visioni. E che conversazione noiosa è quella in cui una persona ripete in continuazione: “Come ti ho appena detto…”, “Dunque, ricapitoliamo…”, Ora ti parlerò di…”!

I cartelli stradali vanno ridotti al minimo, e collocati solo dove il lettore rischia realmente di perdersi. Quanto al riassunto finale, il “dillo di nuovo” è utile, ma se espresso con parole diverse:

Un riassunto dovrebbe riprendere solo le parole chiave che permettono al lettore di riconnettersi con quanto esposto prima nel dettaglio. Ma queste parole devono essere inserite in frasi fresche, che formano un nuovo periodo, autonomo e autoconsistente, come se il testo precedente non fosse mai esistito.

Ho parlato di Steven Pinker su questo blog non molto tempo fa:

Scrivere: una visione e una conversazione

Quel che si capisce subito non appaga

29 set

Gustave Flaubert, manoscritto di Madame Bovary

L’unico giornale per il quale ormai vado in edicola è il Sole 24 Ore la domenica perché il suo inserto cultura rimane imbattibile per ricchezza di temi, vivacità di opinioni, scritture di altissimo livello (quanti esempi ne ho tratto per Lavoro, dunque scrivo!).

Non sempre tutto mi interessa e in genere scelgo solo quello che mi attira. Il numero di ieri, invece, era un tale concentrato di belle cose che ci ho passato buona parte del pomeriggio, saltando dal jazz come emblema della democrazia a Sant’Ignazio di Loyola, dalla Marchesa Casati al Cardellino di Donna Tartt, dal detective Custode di Terrasanta alle divagazioni di Paola Mastrocola sui ragazzi di oggi. La palma d’oro, però, va a Le lacune migliorano i libri, tratto da Lacuna. Saggio sul non detto di Nicola Gardini, uscito per Einaudi qualche giorno fa.

Le lacune di Gardini sono le informazioni e le parole che l’autore decide consapevolmente di tacere, il freno ai testi troppo esaustivi, troppo dettagliati, troppo lunghi o troppo verbosi. Un inno alla brevità e al “self-restraint” che non sono esigenze di questi tempi convulsi e veloci, ma da sempre una chiave dei testi che chiamano in causa il lettore, lo fanno ridere, sorridere, ragionare, immaginare, sognare, arrivare da solo alla conclusione.

“Il testo è un organismo che trascende la sua propria apparenza o consistenza materiale. Il lettore interprete lo fa agire oltre i limiti della scrittura e, a sua volta, è attraversato dalla voce nascosta del testo.”

“La lacunosità della formulazione, in definitiva, è preferibile, a livello sia stilistico sia argomentativo. Quel che si capisce subito non appaga. Molto meglio ciò il cui senso si compie con un qualche ritardo, perché solo così si arriva veramente ad apprendere.”

L’autore parco rende il lettore felice, come già sapeva Aristotele:

“… il comprendere e il concludere attraverso un ragionamento. Una conoscenza, si badi, che procura un piacere tutto particolare. Non è solo questione, infatti, di capire, ma anche di provare felicità per mezzo dell’intelligenza. Per questo la similitudine risulta meno piacevole della metafora: perché l’aggiunta del ‘come’ allunga l’espressione e questo nega alla mente la possibilità di costruire il senso.”

L’articolo è una galoppata insieme ai più lacunosi tra gli autori antichi e moderni, tra cui brilla per concisione ed essenzialità Schopenhauer:

“Leggiamo nei Parerga e paralipomena: ‘Bisogna far risparmiare al lettore tempo, sforzo e pazienza; con ciò si otterrà da lui la fiducia che quanto è stato scritto è degno di essere letto con attenzione e che la sua fatica sarà ricompensata’. Schopenhauer arriva ad affermare che ‘è sempre meglio omettere qualcosa di buono che non aggiungere cose insignificanti’. E cita la massima di Esiodo che ‘la metà è più dell’intero’ (Opere e giorni, v. 40). Al lettore si devono dire solo cose che non potrebbe pensare da sé. Via fronzoli e orpelli: la verità sia tutt’uno con la cosa, libera e incorrotta dall’ampollosità, come in questa citazione di Giobbe, con la quale non potrebbe competere nessuna declamazione: Homo, natus de muliere, brevi vivit tempore, repletus multis miseriis, qui, tanquam flos, egreditur et conteritur, et fugit velut umbra (Gb 14, 1) (‘L’uomo, nato di donna, vive per poco tempo, pieno di molte miserie, che, come un fiore, spunta e avvizzisce, e fugge come ombra’). La conclusione: evitare il superfluo, le idee secondarie che depistano; ‘bisogna industriarsi per uno stile casto.’

Mi conformo al principio della lacunosità e mi fermo qui. Sappiate solo che gli altri grandi lacunosi citati da Gardini sono Boccaccio, Sartre, Cicerone, Seneca, William James, Flaubert. Il resto leggetelo sul blog Illuminations, che riporta l’articolo per intero. E non fatevi spaventare dal muro di parole: copiate, cogliete le perle e mettete gli spazi da soli, che già di per sé è un ottimo esercizio.

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