Lo sapevo, ma il flash l’ho avuto stamattina. Il 13 giugno di dieci anni fa ho scritto il primo post su questo blog. Non avrei mai pensato che ne avrei scritti più di 2000. Proprio così: questo è il 2027esimo post.
Intanto, mentre scrivevo, è cambiato il mondo. E io sempre qui a scrivere. Certo, anche la mia scrittura è cambiata. Postavo di più, scrivevo di meno. Soprattutto da quando c’è Twitter, è lì che posto le segnalazioni e le impressioni veloci. Qui ci sono più riflessioni, spesso un po’ più di lungo respiro. Diciamo che navigando e twittando metto da parte i puntini e poi con calma li connetto qui.
Per questo, mentre i più abbandonavano i blog per migrare verso i social, io qui mi sono trovata sempre bene anche perché sono arrivati i social. Il blog mi garantisce quello che su Twitter non c’è: un posto per scrivere con calma, più a lungo, e soprattutto per avere una visione nel tempo. Una profondità che arricchisce l’immensità superficiale della rete.
Sfogliare questi dieci anni mi parla di me, delle mie letture, dei risultati ottenuti, delle tante paure superate, dei miei interessi, ampliati e qualche volta profondamente cambiati. È un tesoro, come gli album di foto, come il diario. Questo non è segreto, anzi l’ho felicemente condiviso con migliaia di persone, eppure è sempre rimasto strettamente personale.
Ho continuato a scrivere per mille ragioni: per praticare la scrittura ogni giorno, per ricordare quello che leggevo, per superare la tristezza di certe giornate, per sentirmi meno sola, per farmi conoscere quando otto anni fa ho lasciato la mia azienda e ho cominciato a lavorare come freelance. Ma la più importante di tutte è che qui ho imparato e continuo a imparare.
Puoi leggere mille libri pratici e ispiratori, ma impari davvero solo quando hai unicamente le tue parole per raccontare il tuo mestiere agli altri. Scrivere un post mi ha aiutata a mettere a fuoco un problema, a dare forma a quella che era solo un’intuizione. Analizzare un testo che mi piaceva mi ha allenata nello smontaggio e rimontaggio, perché un testo è una macchinetta comunicativa con grandi e piccoli ingranaggi, che deve funzionare come un orologio.
Qui, post dopo post, sono nati i miei libri. Anche se ne ho parlato solo quando erano pronti per la libreria. Perché qui ho cominciato a praticare la scrittura consapevole, quella per cui scegli le parole una per una, le sposti, le risposti, le togli e le rimetti. Finché il risultato non ti sembra efficace e armonioso. Qui, grazie alle statistiche e ai commenti, ho capito se e come le mie parole “arrivavano”.
Quando poi scrivi e insegni per i tuoi clienti, riapplichi tutto questo esercizio e lo arricchisci con nuovi spunti e stimoli.
È come con la pratica yoga, che ho cominciato proprio nei giorni in cui cominciavo questo blog. Sul tappetino, con i tuoi compagni e l’insegnante, oppure nella tua pratica personale, sperimenti le mille situazioni, difficoltà ed emozioni che incontri nella vita, ma lo fai con le cose più vicine e a portata di mano: il tuo corpo e il tuo respiro. Sperimenti la tenacia, la pazienza, l’umiltà, la disperazione, la spensieratezza e la gioia. Ti alleni per essere più preparata ad affrontare la vita, a controllare la tua mente e le tue reazioni.
Il blog è il mio tappetino scribacchino. E, guardandomi indietro, mi rendo conto che mi ha aiutata anche a diventare più allegra, aperta e ottimista. Potere delle parole. Posso davvero festeggiare :-)
Dieci anni e sei giorni
19 giuA Penelope, in buona compagnia
18 giuIeri sera ho partecipato alla trasmissione Penelope, tutti i fili della rete, condotta da Giampaolo Colletti su http://www.rai.tv.
Il tema era #LeMieParole: leggere e scrivere in rete, ma soprattutto sui social network.
La puntata si apre con un filmato d’epoca (il maestro Alberto Manzi!) e si chiude con l’incipit di un libro scritto in tempi fulminei da Giuseppina Ibba. In mezzo Carlo Cresto Dina, Alessandra Casella ed io, più alcuni filmati molto carini. Iscrivendovi alla community potete partecipare con commenti e idee.
Io, come al solito, mi muovo e gesticolo troppo, ma prendetemi così come sono :-)
Della memoria, della coscienza e dei nostri limiti umani
9 giuOggi nella rubrica Filosofia Minima della Domenica del Sole 24 Ore il direttore Armando Massarenti torna sul tema dell’attenzione e dei Bambini dimenticati in macchina. Parla della memoria, della coscienza e dei nostri limiti umani:
Sono diversi anni che un orribile, sempre identico a se stesso, fatto di cronaca emerge e si impone alla nostra attenzione collettiva: quella del bambino che muore disidratato perché viene dimenticato in macchina da un genitore. Le spiegazioni dei commentatori psicologi, psichiatri, sociologi, denotano un’incomprensione totale del meccanismo da cui dipende un tale tragico evento. Gli “esperti” del nostro paese sembrano non aver mai scorso, nemmeno distrattamente, un volume di neuroscienze o di scienze cognitive. Sono vittime di una visione dei meccanismi della coscienza umana che, benché abbia permeato quasi interamente la filosofia occidentale per millenni, è totalmente falsa. Invito a leggere la seguente paginetta tratta dal volume di Arnaldo Benini La coscienza imperfetta. Le neuroscienze e il significato della vita (Garzanti): “L’energia di cui il cervello dispone non è sufficiente a tenere attivi simultaneamente tutti i meccanismi della coscienza e della memoria. Un compito prevale sempre sugli altri. Pensare ai propri figli chiusi macchina al sole dovrebbe avere la preminenza assoluta: ma il criterio con il quale, nei meccanismi della coscienza, un compito prevale sugli altri, è sconosciuto. Probabilmente è casuale. Nel cervello dei genitori la concentrazione mentale su quel che dovevano fare ha ridotto l’attività dei meccanismi della memoria al punto da dimenticare i figli. Una tremenda coincidenza di eventi sfavorevoli ha portato i meccanismi del cervello a determinare un comportamento sul quale l’attenzione e la volontà non possono nulla perché essi stessi sono il prodotto di un meccanismo nervoso, in quel momento incapace di agire nella direzione giusta. La coscienza di quei genitori è vittima del loro cervello così come lo sono i loro bambini. Uno degli infiniti orrori cui la natura costringe la coscienza.” Non inventiamoci strambe spiegazioni sociologiche o psichiatriche. L’evoluzione ha selezionato una marchingegno con le sue regole, che possono esserci fatali. Quei genitori non meritano rimproveri e condanne ma pietà e comprensione. Quel che è successo a loro potrebbe succedere a tutti.
Che possa succedere a tutti lo dimostra anche uno splendido articolo che lessi uno o due anni fa su Internazionale. Mi colpì moltissimo, non solo per quello che diceva ma anche per come lo diceva. L’ho ritrovato ora: Bambini dimenticati. Leggetelo, anche se è lungo. Nel 2010 ha vinto il Premio Pulitzer nella categoria Feature Writing.
L’attenzione è il pilastro della nostra vita
8 giu
Ultimamente mi è capitato di scrivere anche su questo sito quanto stia diventando smemorata. Se non mi facessi assistere da calendari elettronici e check-list, dimenticherei cose davvero importanti con conseguenze serie. Scherzo con gli altri e con me stessa attribuendo il tutto all’età, ma in realtà so benissimo qual è la ragione di tanta svampitezza. Sto troppo connessa e ricevo troppe sollecitazioni, di continuo, tutte insieme. Sollecitazioni utili, interessanti, cui difficilmente rinuncerei, che mi fanno crescere, imparare, migliorare nel mio lavoro.
Per quanto abbia preso da tempo le mie contromisure – disconnessioni strategiche comprese – mi sono ormai rassegnata. Un po’ svampita ormai sono e ci resto. L’importante – mi consolo così – è esserne consapevole e rimanere entro livelli accettabili.
È stato proprio aver osservato e approfondito in questi anni i meccanismi della lettura ad avermi resa avvertita di una verità semplice: nonostante i mille aggeggi cui siamo attaccati, la nostra mente non è affatto multitasking. Anzi, a elaborare più di tot informazioni alla volta proprio non ce la fa. Per questo ricordiamo molto meglio le informazioni contenute in un brano dalla sintassi piana e semplice di quelle stipate in un periodo lungo e complicato.
Sono entusiasta di vivere in un periodo di cambiamenti così tumultuoso e considero un privilegio disporre di così tante informazioni e di tanti modi e strumenti per accedervi, però mi sono pienamente riconosciuta in quanto ha scritto due giorni fa sul Corriere della Sera Susanna Tamaro a margine della cronaca del povero padre piacentino che ha dimenticato il bimbo di due anni in macchina:
È stata la nostra capacità di attenzione e di concentrazione a costruire nei secoli quel che noi chiamiamo cultura. Ci è voluta attenzione e concentrazione per capire i ritmi della terra e dare via all’agricoltura. E ancora attenzione, e concentrazione sono state necessarie per costruire, ad esempio, il Duomo di Orvieto, senza l’aiuto di macchine, computer, colate di cemento. Eppure, se lo si guarda, non c’è dettaglio o ornamento che non sia perfetto. L’attenzione è il pilastro portante della nostra vita ma, per esistere nella sua feconda creatività, ha bisogno di radicamento, di profondità, di una direzione univoca verso cui andare. L’irruzione delle tecnologie di comunicazione veloce degli ultimi vent’anni ha completamente frantumato la nostra capacità di attenzione profonda.
Siamo attenti, sì, terribilmente attenti, ma solo ai crepitii di superficie, agli squilli, ai cinguettii, ai led luminosi, sempre pronti alla risposta, sempre raggiungibili da tutti e sempre terrorizzati di perdere quell’onda che ci tiene connessi col mondo virtuale che ci circonda. Ma questo nostro essere eternamente connessi ci ha portato inevitabilmente a vivere in uno stato di continuo allarme. Il nostro cervello è fatto per la profondità e la lentezza, allontanarlo da questa condizione non può che metterlo in uno stato di grande instabilità.
Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di capire quanto la tecnologia serva a noi e quanto noi, invece, siamo destinati ad essere servi della tecnologia. Senza attenzione profonda, uno scrittore non riesce a scrivere un libro, un poeta una poesia, uno scienziato fare una scoperta. Senza attenzione profonda si disgregano anche i rapporti umani, perché quel che costruisce i rapporti umani è soltanto l’amore, e l’amore non è altro che una forma di attenzione prolungata nel tempo.
Ieri mattina, avrei voluto leggere questo brano agli studenti del Corso di Editoria e Comunicazione che ho tenuto alla Fondazione Mondadori. L’avevo portato con me, ma non ce n’è stato il tempo. Avevo già passato due giorni interi a raccontar loro come si legge e si scrive sul web e a illustrare tutti i vantaggi del testo digitale. L’ultima mezza giornata l’abbiamo passata proprio nell’esercizio della consapevolezza e dell’attenzione a partire dai loro testi. Queste parole ci sarebbero state proprio bene.
Stamattina, interviste
5 giu
Nel volume Tirature ’13, edito dalla Fondazione Mondadori, c’è una mia intervista: Ritorno alla scrittura della limpidezza. E a questo proposito, è arrivato stamattina fresco fresco il decalogo di Annamaria Testa su come sopravvivere a un’intervista.
Il mémoir di un maestro
2 giuOggi su Repubblica c’è una lunga intervista a Tullio De Mauro (la potete leggere per intero sulla Rassegna Stampa della Treccani), da cui estraggo quella che mi sembra la risposta più bella:
“Che cos’è un maestro?
Adoperiamo la stessa parola sia per quello che consideriamo il lavoro più umile con i bambini, sia per quello che trasmette il suo sapere ai discepoli. Roman Jakobson diceva che per diventare dei veri maestri no bisogna essere troppo precisi, ma un po’ confusi.”
Questa volta il decano dei nostri linguisti parla poco della lingua e molto dei suoi maestri e della sua famiglia. Lo ha fatto, in maniera più estesa, alcuni anni fa in un libro che mi piacque molto, Parole di giorni lontani.
Il mémoir del professore è una storia familiare, vista dai suoi occhi di bambino ed evocata da alcune parole rimaste ferme nella sua memoria. Quelle incancellabili, come certe immagini, cui ancoriamo i nostri primi ricordi. Una storia semplice, di una famiglia numerosa nella Napoli degli anni ’40. Nessuna dotta disquisizione linguistica per un racconto nato prima di tutto per sé e per la propria famiglia, ma di piacevolissima lettura e interessante per tutti.
Sarà che io sono particolarmente appassionata delle storie di famiglia e lo sono diventata ancora di più nel tempo. Più le tecnologie avanzano accelerando i tempi, più le nostre scritture si fanno effimere, più penso sia importante conservare le storie di famiglia. Ne scrissi qualche mese fa: Se la corrispondenza muore, lunga vita al mémoir!
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Time management, addio!
28 magSono sempre stata una organizzata e precisa. Lo sono tuttora, ma sempre più spesso quando scrivo e rivedo mi lascio prendere dalla serendipità della rete e per svolgere il mio compito ci metto molto più tempo di quello che avevo preventivato. Non che mi distraggo e perdo tempo, tutt’altro: è che un link, una parola, un’idea mi portano ad altro. Qualcosa che arricchisce quello che sto facendo, lo migliora e che quindi non posso permettermi di perdere in attesa del “momento tranquillo, in cui avrò tempo”.
Ormai mi ci sono felicemente rassegnata e quando vedo le ore che passano mi convinco che vale la pena metterci un po’ di più e considero le mie piccole e grandi divagazioni come altrettanti investimenti sui lavori futuri.
Oggi pomeriggio, per esempio, stavo rivedendo e rifinendo le slide e gli esempi per i due giorni di lezione che terrò giovedì e venerdì alla Fondazione Mondadori. Controllavo i link e sono incappata in due divagazioni lunghissime, cui però ho ceduto volentieri.
La prima: un corposo post di Lisa Vozza sul suo blog Biologia e dintorni sul sito della Zanichelli, dedicato alla lettura sulla carta e sugli schermi. Un tema, come sapete, che mi interessa moltissimo perché sono convinta che per scrivere sia oggi fondamentale capire come leggiamo e soprattutto come sta cambiando la lettura.
Bene, il post di Lisa prende in considerazione anche l’articolo di Scientific American che menzionavo qualche post fa ma lei, da brava divulgatrice scientifica, è andata a controllare tutte le fonti e le ricerche, aggiungendoci la sua esperienza di lettrice attenta e consapevole. Il risultato è un post lungo, documentato, piacevolissimo e pieno di verve – come sempre i suoi –, che finisce a sorpresa con un concerto e la prodigiosa memoria visiva di Toscanini Rubinstein.
La seconda: il video della lezione che Beppe Severgnini ha tenuto qualche giorno fa all’Università di Macerata sulle scritture brevi (grazie al tweet di @FChiusaroli, autrice di scritturebrevi.it). Ora che ho finito il post, finisco di vederlo.
Divagate, gente, divagate.
Chiacchierata radiofonica
10 magQuesta settimana è stata di full immmersion formativa e non ho avuto proprio tempo per il mio blog-diario professionale. In compenso ho fatto una bella chiacchierata di una ventina di minuti con Ornella Rossetto, autrice e conduttrice della trasmissione di Radio Capodistria Punto e a capo, dedicata alla lingua italiana. La potete ascoltare qui fino a giovedì prossimo (abbiate qualche secondo di pazienza, che poi parte l’audio).
Felicità è un diario creativo
5 magUna delle cose più belle che ho ri-visto la settimana scorsa al Zentrum Paul Klee di Berna sono alcune pagine del diario che l’artista svizzero tenne per tutta la vita, dalla scoperta della vocazione di pittore fino all’ultimo buio periodo alla vigilia della seconda guerra mondiale. All’università ci passai un intero anno accademico e credo che la predilezione e persino la confidenza che sento di avere con Klee derivino anche dal fatto di avere studiato con passione i suoi diari.
Il diario creativo: un tema che ho ritrovato ieri online in una conferenza di venti minuti di Teresa Amabile, docente alla Harvard Business School e una delle maggiori esperte di creatività, in particolare nel mondo del business.
“Cosa hanno in comune il generale Patton, la conduttrice televisiva Oprah Winfrey, il fotografo Edward Weston e l’artista Andy Wahrol?”
chiede la prof. in apertura.
Tutti hanno scritto appassionatamente un diario per tutta la vita, dove appuntavano giorno per giorno dai grandi avvenimenti alle emozioni, fino a piccole scoperte e illuminazioni.
Sono o erano persone occupatissime, eppure hanno dedicato o dedicano alle note quotidiane almeno una parte, anche minima, della loro giornata. Perché? Per una loro eccentricità? Perché sono smemorati? O perché così è più facile passare alla storia?
No, solo perché scrivere un diario è terribilmente utile. Aiuta a conoscersi, a migliorare, a superare i momenti difficili. A vivere – come ci dice Teresa Amabile – una vita professionale felice, produttiva, creativa e piena di motivazione. Il sogno di tutti, insomma.
Per capire meglio perché il diario creativo funziona così bene, la professoressa chiede a tutti i suoi studenti di Harvard di tenerne uno e ha inoltre svolto una ricerca durata dieci anni, che ha coinvolto più di 200 professionisti in tutti i settori di mercato per un totale di 12.000 note quotidiane.
Tenere un diario lungo un intero progetto creativo, per un mese o per tutta la vita, ha almeno quattro vantaggi:
- celebrare i piccoli successi
a volte i progressi sono minimi, ma tenerne traccia non li fa svanire; il solo fatto di scriverli permette di analizzarli e di capire cosa li ha provocati, di trarne incoraggiamento - pianificare i prossimi passi
alla fine della giornata aiuta mettere nero su bianco i buoni propositi, da ritrovare pronti l’indomani - nutrire la crescita personale
se annotiamo anche emozioni, reazioni e frustrazioni, rileggendo nel tempo vedremo con più chiarezza i nostri modelli di comportamento e questo ci aiuterà a migliorare - coltivare la pazienza
ancora rileggendo, capiremo quanto ci ha aiutato perseverare e non scoraggiarci nei momenti difficili.
Il più importante è il punto 1, tanto che la professoressa ci ha scritto il suo libro più famoso: The Progress Principle. La consapevolezza anche del più piccolo progresso può avere un impatto enorme sulla creatività e la motivazione.
E se pensiamo di essere troppo occupati per tenere ora un diario professionale creativo, è proprio questo il momento in cui ci è più utile, ci esorta la prof. e ci incoraggia con alcuni consigli:
- cominciare in piccolo
all’inizio basta impegnarsi a scrivere anche solo cinque minuti al giorno, o solo su un unico progetto - scrivere sempre alla stessa ora
così è più facile mantenere l’impegno, per esempio a fine giornata - instaurare un piccolo rituale che aiuta a ricordare
per esempio mettere il quaderno e la matita sul comodino - trovare il proprio strumento
Teresa Amabile trova personalmente più efficaci i taccuini di carta e consiglia di procurarsene uno proprio bello, ma indica anche strumenti online come iDoneThis, che vi invia una domanda al giorno, tiene traccia di tutte le note e le riorganizza in forme diverse - rilassarsi e sgombrare la mente
prima di scrivere, aiuta riflettere sugli eventi e le emozioni della giornata - scrivere, disegnare, scarabocchiare…
tutto va bene.
E infine, cosa annotare?
- progressi e fallimenti
i primi incoraggiano, i secondi (che di solito tendiamo a rimuovere) ci fanno riflettere su cosa non ha funzionato o dove abbiamo sbagliato - momenti di chiarezza
i crystal moments sono le “cose meravigliose che accadono durante il giorno”: piccole illuminazioni, visioni e idee che durano pochissimo e che tendono a svanire se non le fermiamo subito - inconvenienti e cose sgradevoli
scrivendo le elaboriamo, le capiamo e spesso ce ne liberiamo - un piccolo progresso catalizzatore di energie per l’indomani
dà senso alla giornata appena trascorsa e ci aiuta a inaugurare bene quella che ci aspetta - qualsiasi cosa!
se pensiamo sia utile.
Il diario professionale creativo è utile giorno per giorno, ma molto di più sui tempi lunghi, perché sono le riletture che fanno vedere con chiarezza modelli di comportamento, cambiamenti, successi. Cose che si possono cogliere solo a distanza, anche di anni. Chiunque tenga un diario dei propri sogni, conosce bene quella bellissima sensazione di vedere emergere un senso e un destino da centinaia di microtesti apparentemente sconnessi, annotati di prima mattina prima che le avventure notturne svaniscano.
Quanto al diario professionale creativo, solo ora mi rendo conto che per me la funzione è svolta egregiamente da questo blog da quasi dieci anni :-)
Dieci anni sono più di 2.000 post e un pezzo di vita. Eppure non mi stanco, anzi in questi tempi meravigliosamente dispersivi e frenetici ho sempre più bisogno di solide pratiche. Non sono proprio quotidiane e non sono così intime come il diario consigliato da Teresa Amabile. Però sono strettamente personali e felicemente condivise.
E ora, se vi va, ecco la professoressa Amabile in originale:
Al di sopra delle lingue, qualche bella scoperta
18 aprDomenica 7 aprile sulla Domenica del Sole 24 Ore è uscita una bella recensione di Lavoro, dunque scrivo! a firma di Diego Marani.
Sono stata sorpresa e contenta che questa attenzione sia venuta da quello che da tanti anni è il mio inserto culturale preferito, ormai l’unico capace di portarmi in edicola.
È vero che i tuoi libri non li conosci così bene come credi, anche se ci hai convissuto lunghissimi mesi, e che gli altri riescono sempre a vedere qualcosa di cui non eri consapevole. Marani nota che:
“L’autrice in fin dei conti non sembra fare più differenza nella trattazione della questione tra italiano e inglese. Il suo continuo riferimento al mondo anglofono non è tanto ossequio a una lingua dominante in cui legge e scrive ormai gran parte dell’umanità, quanto un approccio al di sopra delle lingue, che vale per qualsiasi scrittura. Una giusta visione, soprattutto quando si parla di internet, dove l’inglese dilaga da tutte le parti e le frontiere tra le lingue si superano con un click. David Crystal ha scritto che imparare una lingua conferisce automaticamente il diritto di modificarla, cambiarla, aggiungere parole, ignorarne dei pezzi, crearne altri secondo la propria volontà.”
È vero. Non ci avevo riflettuto troppo perché sono abituata a muovermi tra due lingue, anche se scrivo in una sola.
Sono state in inglese le mie prime letture sul business writing già all’inizio degli anni 90, sono ormai tutte in inglese le mie letture di lavoro on e off line, sono anglosassoni i modelli che hanno ispirato i miei libri. Per l’ultimo, la mia idea era di fare “Roy Peter Clark in italiano”.
Ma non leggo in inglese – e in altre lingue – solo per imparare qualcosa che mi interessa. Lo faccio anche perché specchiarmi in altre lingue mi fa riflettere sulla mia e negli anni mi ha aiutato moltissimo a impararla meglio.
Lavoro, dunque scrivo! contiene moltissimi esempi. Alcuni li ho tratti da siti e giornali italiani, altri sono miei esercizi di stile, ma altri li ho tratti da testi anglosassoni, che ho tradotto con naturalezza, senza starci troppo a pensare ma divertendomi molto. Insomma, ora lo so, il mio approccio “è stato al di sopra delle lingue” ;-)
Se ha funzionato ne sono contenta e continuo così.
“La cosa più viva nel mondo è una lingua straniera” ha dichiarato qualche giorno fa al Corriere della Sera Jhumpa Lahiri, una delle mie scrittrici preferite. Lei – nata in India, madrelingua bengalese, fin da piccola negli Stati Uniti, premio Pulitzer a soli ventisette anni – sta passando un anno sabbatico nella mia città, Roma. A far cosa? A rivedere il suo ultimo libro e a imparare l’italiano.
Credo che stare al di sopra delle lingue, frequentandole tutte con curiosità, possa anche aiutarci a trovare quello che qualche post fa ho definito un tono di voce “naturale come il parlato, preciso come lo scritto” e che si addice ai nuovi media.
Significa abbandonare i nostri illeggibili periodi di dieci righe ma nemmeno abbandonarsi alle frasette smozzicate di tanti blog in inglese, che a guardarli sembrano groviere o tappeti troppo sfrangiati. Non è vero, come mi sento ripetere in ogni aula, che per scrivere più asciutto “l’inglese aiuta”. Basta farlo, punto e basta. Con un vantaggio, secondo me.
L’italiano è più flessibile dell’inglese. Anche con periodi più brevi, possiamo giocare meglio e più liberamente con l’ordine delle parole, la costruzione delle frasi, e quindi con il ritmo.
Potremmo persino scoprire, come scrisse Italo Calvino tanti anni fa, la “vocazione soffocata” della nostra lingua:
La possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente costruttiva, robustamente centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi della frase.
Finisco questo post un po’ autocelebrativo (giuro, è il primo e l’ultimo) con un omaggio a Donata Cucchi (@do_cucchi), l’editor della Zanichelli che ha curato Lavoro, dunque scrivo!
Alla presentazione bolognese del libro ha immortalato me e Giovanna Cosenza, dimostrando di saper curare superbamente, oltre alle mie parole, anche la mia immagine ;-)

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