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L’usabilità delle piccole cose

10 set

Ho lavorato gran parte della mattina alla semplificazione di un modulo contrattuale. Due sole pagine, ma un vero campo di battaglia. Sapevo già che avrei dovuto togliere molte parole superflue (ivi comprese, la presente dichiarazione, le polizze suddette, ostativo, relativo a, pari a…) per far posto a elenchi puntati e ingrandire le terribili “small print”. Il tutto senza dilagare a pagina 3 e facendo “vedere” la trasparenza dell’azienda.

Però la cosa che mi ha dato più soddisfazione è avere dimensionato gli spazi da riempire. Vado sempre in bestia quando devo scrivere il codice fiscale in uno spaziettino e al contempo ho uno spazio enorme per il cap o per la provincia. Non parliamo poi del mio indirizzo email – mestierediscrivere.com –, che non entra mai da nessuna parte. A ogni informazione il giusto numero di battute.

L’usabilità del quotidiano è anche nelle piccole cose, che a volte hanno un impatto enorme. Mi ha molto colpito, ultimamente, l’indicazione “voi siete qui” nelle cartine che a Londra trovi a ogni angolo di strada. Non c’è il famoso pallino rosso, che non ti dà alcuna indicazione su come sei orientata, a cosa dai le spalle e cosa hai di fronte. C’è invece una lineetta con sopra una freccetta: sai subito che la lineetta è la tua schiena e la freccetta la direzione del tuo sguardo. Così non devi andare a vedere i nomi delle prime traverse per capire dove dirigerti.

Copy ed editor, fatevi avanti!

9 set

The Writer, che ogni tanto cito in questo blog, è una delle più brillanti agenzie di “writing and brand language consulting”. Dalle sedi di Londra e New York aiuta le aziende di tutto il mondo a trovare le parole che meglio le esprimono e le rispecchiano, e insegna loro a farle proprie in ogni comunicazione, anche la più quotidiana.

Ora cerca copywriter ed editor freelance di madrelingua italiana, per un progetto che annunciano molto “corposo”. Fatevi avanti!

Vitali scadenze

3 set

The key part of the word deadline, remember, is not the “line” part, but the “dead” part.

Now solve this riddle: When does a deadline become a lifeline?

The answer: When it is self-imposed.

L’ultimo articolo di Roy Peter Clark sul sito del Poynter è dedicato alle scadenze e sembra scritto per me: Want to avoid procrastination? Impose an early deadline on yourself.

La parola inglese deadline è in effetti piuttosto lugubre e condivido in pieno il suggerimento per renderla positiva e vitale: le scadenze è meglio darsele da soli, possibilmente un bel po’ prima di quelle imposte dagli altri. I vantaggi sono molteplici:

  • ci sentiamo più liberi, meno dipendenti dalla volontà e dalle decisioni altrui
  • ci sentiamo più tranquilli perché anche di fronte a un imprevisto ci rimangono dei margini
  • sappiamo di poterci godere la revisione, la parte più bella di tutto il lavoro
  • possiamo fare un lavoro più accurato, con meno errori (la perfezione non esiste)
  • possiamo “regolare” la scadenza sui ritmi, i problemi e le gratificazioni della nostra vita.

Sfrutto sempre molto quest’ultimo vantaggio, soprattutto per i lavori di scrittura che spaventano per mole e complessità, come i libri. La scadenza “personale” è sempre prima di una vacanza. O di un inizio di stagione come questo. E così, oggi mi sento leggera leggera. Una vera piuma.

Pensieri e progetti in movimento

10 ago

Ho passato l’ultima settimana lontana dagli schermi, praticando con passione e altrettanta fatica almeno cinque ore di yoga al giorno. Per il resto, solo aria aperta, camminate e due o tre ottimi libri che ho riempito di annotazioni a matita e di cui vi parlerò a breve. Sono stacchi sempre più indispensabili, che mi allontanano dalla testa perché coinvolgono tutto il corpo, il respiro all’interno e l’aria che mi circonda all’esterno.

Naturalmente mi capita di domandarmi almeno dieci volte al giorno chi me lo fa fare di stare lì a tentare di resistere in posizioni improbabili e in equilibri precari, a cadere e rialzarmi mille volte. Se rimango è perché so la risposta: la coscienza non è solo in quel posto misterioso chiamato mente, è in tutto il corpo e più lo muoviamo e ci lavoriamo, più risorse scopriamo di avere.

Più o meno la stessa risposta l’ho trovata in uno degli ultimi capitoli della Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli, che ho finito di leggere sotto l’ombra di un grande nocciolo. Se volete una ragione in più per stare lontani dagli schermi almeno per qualche giorno e capire quanto può essere importante il corpo e la sua energia anche nelle attività intellettuali e creative, leggete queste due bellissime pagine di Falcinelli:

Accanto alle esperienze simulative, gli schermi, con la loro riduzione del percepito a pixel, favoriscono un approccio mentale, incorporeo, teorico. Un rimprovero che a ragione può essere mosso loro, riguarda l’eccessiva smaterializzazione delle esperienze.

Un aspetto importante, legato al funzionamento profondo della nostra mente, è il fatto che questa si forma, apprende, inventa in base ai modi che le mettiamo a disposizione. Se passiamo tutto il tempo davanti allo schermo, il nostro cervello finirà per ripetere sempre uno stesso pattern, come il topo imprigionato nel labirinto del laboratorio. Le pratiche artistiche e artigianali hanno invece sempre comportato un uso specifico del corpo e dello spazio: non c’è mai stato un guardare senza un fare. Sarebbe una grave svista non considerare quanto conta il corpo nella formulazione del pensiero creativo. Scolpire, dipingere, suonare non sono attività che si fanno da seduti guardando il soffitto: le idee della scultura non vengono prima di scolpire, ma vengono scolpendo.

Quando prendiamo appunti, quando schizziamo, quando progettiamo, inventiamo o scarabocchiamo, stiamo mettendo in atto pratiche mentali diverse, senza confini precisi tra scrittura, organizzazione e disegno: perché le attività grafiche sono, più in generale, un modo in cui spostiamo il pensiero sul foglio. Per questo, progettare esclusivamente al computer rischia di farci perdere delle possibilità: la rigidezza di immissione della tastiera e del mouse ancora non ci consentono la libertà di pratiche miste, che ci permettono invece carta e penna. Lo stesso touchscreen rimane una procedura piena di vincoli: possiamo fare solo quello che è stato previsto a monte, niente altro.

Nelle attività progettuali, rimane invece fondamentale poter saltare da un uso a un altro: pensate la scarica fisica che comporta per un bambino cancellare un disegno di cui non è contento, l’energia è anche la violenza con cui si nega un segno, seppellendolo sotto altri segni. Anche il cancellare fa parte del mettere le idee sulla carta. Il valore sinestetico del disegno è poi indubbio, sia nella produzione che nella fruizione. La grana ruvida o liscia di un supporto o di un materiale è un’esperienza precisa; calcare sul foglio o muoversi leggeri è subito, mentre lo si fa, fonte e prodotto di uno stato multisensoriale.

Rinunciare al disegno in nome della sveltezza o del progresso digitale comporta rischi enormi: significa rinunciare anzitutto a una pratica motoria, alle potenzialità ragionative che nascono dall’uso del corpo.

Anche se ogni giorno si celebra trionfalmente la creatività, nei fatti però designer, illustratori, architetti svolgono sempre più il loro lavoro seduti come impiegati, secondo posture rigide e schemi ripetitivi. Lo scarabocchiare, il dipingere, l’incollare, lo scattare fotografie (magari in pellicola) andrebbero recuperati non per nostalgia antidigitale, ma per proporre al corpo altre posture e quindi altre idee.

Non è un caso, infatti, che la grafica globalizzata tenda spesso ad assomigliarsi un po’ tutta. Non si tratta di mera influenza culturale, ma di modo di procedere. Tutti i designer compiono gli stessi movimenti, maneggiano pixel: un po’ più a destra; ruotato; di nuovo a destra; abbassato; poi sopra; e taglia; e incolla. Così all’infinito. Il design dovrebbe essere un modo di ragionare, di impostare problemi, di raccontare storie, non può ridursi a maneggiare box o a spostare pixel.

PS A pensare in movimento nei giorni scorsi ero qui. Lo yoga e la scrittura hanno molto in comune. Anni fa ci ho scritto un intero Quaderno.

Scrivere: una visione e una conversazione

15 giu

Il video con l’intervento dello psicolinguista Steven Pinker che Edge ha pubblicato nei giorni scorsi è stato citatissimo e segnalatissimo in rete, ma 37 minuti e la lunghissima trascrizione nelle mie dense giornate lavorative proprio non ci stavano. Così ho tenuto la lettura per il fine settimana. Ho apprezzato molto alcuni libri di Pinker e il titolo del video, altisonante e banalotto, era comunque invitante: Writing in the 21th century.

Pinker si chiede subito come debba essere oggi un manuale di scrittura e quali i consigli per una “prosa limpida e moderna”. Sicuramente qualcosa di molto diverso dai manuale prescrittivi che ci accompagnano da almeno un secolo e che ci dicono quello che si deve o non si deve fare. La differenza la fanno gli studi scientifici sul linguaggio, la mente, il cervello e tutto quello che sappiamo oggi su cosa succede lì dentro quando scriviamo e leggiamo. Un punto di partenza che mi è piaciuto molto, visto che le cose più interessanti sulla lettura, e quindi sulla scrittura, negli ultimi anni le ho imparate soprattutto da una scienziata.

Scrivere è un modo in cui una mente fa accendere idee in un’altra mente.

Non è questione di regole, ma di collocazione
Le poche regole cui attenersi si imparano in fretta. Tutte le altre sono fatte per essere infrante, come ci dimostrano gli scrittori che valgono qualcosa. Quel che è più difficile ma necessario imparare è decidere come e dove ci collochiamo quando scriviamo. “Scrivere è cognitivamente innaturale” afferma Pinker, perché non abbiamo di fronte una persona che reagisce alle nostre parole come in una conversazione; nessuno ci lancia uno sguardo di approvazione o riprovazione, ci interrompe o ci fa una domanda. Dobbiamo andare avanti da soli, scommettendo su un pubblico che potrà esserci o non esserci.
Ma qual è la posizione migliore in cui collocarci, l’atteggiamento da assumere? È una combinazione di visione e conversazione. Scrivendo dobbiamo immaginare di vedere nel mondo qualcosa di interessante e portarvi l’attenzione del lettore attraverso le sole parole, cioè gli strumenti della conversazione.

Cercare e studiare le irregolarità
Un’altra chiave per scrivere in modo limpido è leggere con attenzione. Il linguaggio è fatto di due meccanismi diversissimi: regole rigorose, che possono essere applicate come un algoritmo, e irregolarità lessicali, che si memorizzano solo con la forza bruta, cioè leggendo tanto e con consapevolezza.

Ogni lingua possiede regole logiche, potenti ed eleganti per combinare le parole in modo che il significato della combinazione scaturisca sia dal significato delle parole sia dal modo in cui sono disposte.

Scrivere bene non è solo questione di aver imparato le regole logiche per combinare le parole, ma soprattutto di aver assorbito decine o centinaia di migliaia di costruzioni, espressioni, parole, infinite irregolarità dalla pagina scritta (il “magazzino dei modelli testuali” l’ho chiamato in Lavoro, dunque scrivo!). Leggere tanto non basta. Bisogna leggere tanto e con tanta attenzione, fermarsi a riflettere sul perché un testo ci piace o non ci piace, smontarlo per capirne il meccanismo. E dopo rileggere una frase, un capoverso con la consapevolezza del perché scorre così bene.

Andare oltre la maledizione della conoscenza
La maledizione della conoscenza è ciò che ci impedisce di immaginare com’è non sapere qualcosa che noi già sappiamo, cioè di metterci nei panni e nella mente giustamente “ignorante” di chi ci ci legge. Superare la nostra “onniscienza” di autori ed esperti. È presuntuoso e quasi impossibile farcela da soli. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di chiedere, di fare domande, di sottoporre le nostre bozze a chi ne sa poco o niente, di selezionare editor tra colleghi ed amici. Resteremo stupefatti: moltissime cose che ci sembrano ovvie non lo sono affatto per gli altri.

L’auspicio del riccioluto psicologo del linguaggio è che le discipline scientifiche e umanistiche superino conflitti e barriere e il suo lungo intervento dalla scrittura si estende anche alla musica, alle arti visive, alle scienze sociali. Leggere, vedere e ascoltare conoscendo meglio i meccanismi di funzionamento della mente può solo aumentarne gusto e godimento.

 

Pensare con la penna in mano

4 giu

“Sbaglierò, ma continuo a lavorare con carta, penna, dizionari, mappe e un sacco di altra roba antiquata e a diffidare delle liste di nomi generate con l’aiuto del computer…”

Annamaria Testa conclude così il suo ultimo articolo su Internazionale dedicato al naming, Chiamare i prodotti per nome. Ho alzato lo sguardo sulla mia scrivania di appoggio (ne ho tre, piccole, ma tutte attaccate per avere tutto a portata di mano) e ho visto un sacco di roba antiquata anch’io, soprattutto pennarelli e post-it di tutti i tipi. Nonostante il suo piccolo ed efficacemente retorico “Mi sbaglierò”, Annamaria sa perfettamente di aver ragione. Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.

Lo conferma un articolo pubblicato ieri dal New York Times (grazie, Licia Corbolante, che me lo hai segnalato di prima mattina): What’s lost as handwriting fades.
La questione è quella, dibattutissima, della scrittura a mano nelle scuole. In molti stati degli USA si scrive a mano solo nella scuola di primo grado per passare esclusivamente alla tastiera alle superiori. Ma molti studi dimostrano che abbandonare la calligrafia, se ha sicuramente qualche vantaggio in termini di velocità e produttività, ha numerosi svantaggi, meno evidenti ma più incisivi e profondi.

Si scrive forse più velocemente, ma si impara più lentamente e si è meno capaci di ricordare quello che si è scritto e di generare nuove idee. Scrivere a mano o sulla tastiera attiva parti e funzioni del cervello diverse. I bambini che scrivono i pensierini a mano ci mettono un po’ di più ma il loro vocabolario è più ricco ed esprimono più idee.

L’articolo del NYT è ben documentato e vi rimanda alle fonti, tutte da esplorare. Io noto che afferro carta e pennarelli quando ho bisogno di indugiare. Alla tastiera quel prezioso cincischiare mi sembra una perdita di tempo, con la carta no, forse perché non posso far scomparire all’istante quello che ho buttato giù e che comunque continua a lavorare sotto i miei occhi. Insomma, qualcosa ho pur fatto!

“Scrivendo a mano, il solo fatto di buttar giù ti costringe a concentrarti su ciò che è importante. Forse ti aiuta a pensare meglio” dichiara al NYT uno degli studiosi più scettici sull’impatto della scrittura a mano sul cervello. E ti pare poco.

La studiosa della lettura Maryanne Wolf pensa che oggi sia più che mai necessario sviluppare due capacità parallele: saper leggere velocemente per captare dalla rete quello che ci serve al momento in cui ci serve e saper leggere lentamente i testi che ci trasportano lontano o ci permettono di capire idee e situazioni complesse. Credo che possiamo augurarci lo stesso per la scrittura, per capire al volo quando è meglio afferrare la tastiera o con carta e penna cercare una forma per i nostri pensieri.

Su questo blog leggi anche:

Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello
Continuare a danzare con i testi

 

La poesia, dove lungo e breve convivono

29 mag

Da domenica scorsa l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola tiene una rubrica – a dire il vero, un paginone – sulla Domenica del Sole 24 Ore. “Riflessioni sparse sulla società, la scuola, la cultura” dice l’occhiello.
La sua prima riflessione è su un tema che mi sta molto a cuore e riguarda da vicino il mio lavoro e quello di molte persone che leggono questo blog: la sintesi, la brevità, la concisione, così necessarie in tanti dei nostri strumenti comunicativi quotidiani. Paola Mastrocola ne prende atto, ma la sua prima riflessione è un’accorata difesa della perifrasi, cioè del dire le stesse cose con molte più parole di quelle strettamente necessarie. Una cosa che trionfa nella poesia:

Chi usa più perifrasi oggi? C’è il mito dell’esser brevi, concisi, brillanti e lancinanti. Lancinare l’altro con un bit, twit, cip. Più si è brevi, più si è bravi. La perifrasi è l’esatto opposto. Usare più parole possibili per dire una parola sola. Più sono lungo, più son bravo.
Qualcuno obietterà: usare perifrasi vuol dire essere verboso, inutile, dire parole non necessarie: menare il can per l’aia.
Vero, e così. Aggiungerei che perifrasare è tergiversare, girovagare, vagabondare.
La perifrasi è il corrispondente del vagabondo, perdigiorno, randagio… È l’andare intorno, l’andare in tondo, l’andare in giro.
Perdere tempo.
La meraviglia del perder tempo… e parole! La perdita di parole. L’usare parole a spreco, senza badare a spese. In tempi di spending review.
Dire per esempio “quel bottone argentato che illumina la notte” invece che dire “luna”. Dire “quel pezzo di tela semitrasparente che si mette davanti a un vetro per offuscare lievemente la luce in modo che non ci abbagli”, per dire “tenda”.
Dire, invece che “giovinezza”, “quel tempo della tua vita mortale…”. Che strano… l’inizio di A Silvia è tutto una sola immensa perifrasi per dire “quand’eri giovane”: “Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?”
Gli esempi di perifrasi che ci vengono in mente sono quasi sempre in poesia. Sarà casuale? No. La poesia è di per sé un giro di parole, si nutre di perifrasi. Petrarca non fa altro. Per esempio quando dice:” quando il pianeta che distingue l’ore ad albergar col Tauro si ritorna, cade vertù dall’infiammate corna, che veste il mondo di novel colore”, vuol solo dire che è primavera…
E allora?
E allora viviamo nel tempo della comunicazione, non certo della poesia. Se diciamo “Silvia, ti ricordi quando eri giovane?” abbiamo detto la stessa cosa molto più in breve. Abbiamo comunicato. Abbiamo fatto un gesto di… comunicazione. Cioè, abbiamo rivolto a qualcuno di ben definito una ben definita domanda che aspetta una, altrettanto ben definita, risposta: sì mi ricordo, no non mi ricordo. Fine. Breve, conciso, efficace… economico. Ma abbiamo fatto, appunto, solo una domanda. E ci siamo persi gli occhi ridenti e fuggitivi, il limitare di gioventù, il monito che la vita mortale…
Oggi ci piace così. Oggi chiediamo ai ragazzi a scuola poche righe, molti schemi, molte crocette. Concisione, brevità, risparmio… crocette!
Oggi mandiamo sms.
Altro è il tempo della letteratura…
Fine.

Tutto vero, ma potremmo aggiungere che al tempo stesso non c’è niente di più concentrato e conciso della poesia. E che le perifrasi che infestano tanti testi professionali e che quasi sempre raccomandiamo di togliere a favore di un’espressione più breve o di una sola parola, nulla hanno a che fare con l’evocazione, la vividezza, l’espansione emotiva delle perifrasi di Leopardi e Petrarca.

Eppure, la nostra professoressa ha ragione: di poesia abbiamo un grandissimo bisogno. Tutti: dai ragazzi a scuola a noi che scriviamo testi destinati a spazi sempre più minuti. Ne abbiamo bisogno perché il vero problema della scrittura professionale oggi non è la lunghezza dei testi – in diverse circostanze ci servono tutti, quelli lunghi e quelli brevi –, ma l’estrema povertà lessicale.
La poesia ci insegna il valore, il peso, il colore, il suono, la necessità di ogni singola parola. Una cosa preziosa proprio quando dobbiamo scrivere testi brevi, dove ogni singola battuta conta. Dove bisogna vincere i vincoli imposti dallo spazio con la capacità delle parole di evocare l’immagine di cose precise e persino di spazi immensi. Sintassi più semplice, lessico più ricco: lo scrivevo tempo fa, non come una facile formula, ma come un’indicazione per tenerci alla larga dai testi brevi-ma-piatti per andare verso testi brevi-ma-profondi.

Non a caso, quando a Ravenna Future Lessons mi fu chiesto di dare indicazioni a un pubblico di giovani che ancora studiavano o si affacciavano al mondo del lavoro, l’ultima era indicazione era proprio “Frequentare di più la poesia”.

Il titolo della lezione era Nuove scritture professionali: cosa portare con sé dall’era Gutenberg. Qui ci sono le slide, e questo è il video:

 

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