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Studio, dunque scrivo (e le sue quattro mamme)

25 mar

Non avevo resistito e una ventina di giorni fa avevo postato la copertina su Facebook. Ora lo posso presentare ufficialmente al mondo: è Studio, dunque scrivo, manuale di scrittura per il triennio delle superiori pubblicato da Zanichelli.

È diverso e molto autonomo rispetto al suo fratello maggiore Lavoro, dunque scrivo e per me ha rappresentato un’avventura completamente diversa. Per come è nato e perché l’ho condiviso con altre tre mamme, che hanno reso questo libro una fatica leggera e gioiosa.

La prima è la mia coautrice, Claudia Trequadrini, che ha fatto un lavoro immenso, senza il quale questo libro non esisterebbe. La prof. di italiano che tutti avremmo voluto avere insegna all’Istituto Guglielmo Marconi di Pescara. Abruzzese, ha lasciato un pezzo di cuore a Ferrara, la città dove ha cominciato a insegnare.

Il bello è dove ci siamo conosciute: su questo blog. Un anno e mezzo fa Claudia mi scrisse una breve mail in cui mi ringraziava perché utilizzava il blog in classe. Negli stessi giorni – ormai lo so, il caso non esiste – con Zanichelli ci domandavamo dove avremmo trovato una professoressa di italiano con cui scrivere il libro che ci frullava in mente. Era sotto i nostri occhi, Claudia, che scrisse un bellissimo capitolo di prova. Mi bastò leggere la prima pagina per capire che avevamo trovato la mia coautrice, con la quale sarebbe stato semplice e naturale modulare un comune tono di voce.

Lo racconto per sfatare i miti sulle case editrici che fanno scrivere solo i raccomandati o chi vogliono loro. Claudia non l’avevamo ancora vista in faccia, c’erano solo le sue parole così limpide e così convincenti. Bastavano. Ancora una volta, internet aveva compiuto una delle sue magie di incontro e sincronicità.

L’altra mamma è Marina Di Simone, responsabile editoriale di Redazione Umanistica di Zanichelli. L’idea di questo libro è tutta sua, come tutto suo è stato l’entusiasmo che ha vinto le mie consuete resistenze. Sua l’idea di mettere insieme una professoressa di italiano e una persona che scrive e insegna nel mondo del lavoro come me. Due autrici di mondi diversi per dare ai ragazzi sia gli strumenti per scrivere con efficacia a scuola e “arrivare in gran forma all’esame di stato”, sia per cominciare a portare anche nella scuola le scritture digitali e professionali e capire quali servono già a diciotto anni. Cose concrete, come le presentazioni su slide, le email ad aziende e professori, il curriculum e la lettera di accompagnamento…

La quarta mamma è Donata Cucchi, l’editor di Zanichelli che aveva dedicato le sue più amorevoli cure a Lavoro, dunque scrivo! e che ha fatto altrettanto con l’ultimo arrivato. Un’editor “divina” direbbe Stephen King, dalla quale ho imparato tantissimo.

Bene, per capire cosa c’è in un libro una bella sbirciata all’indice è molto meglio che sorbirsi le chiacchiere delle autrici.

Oppure, per fare prima, intanto si può dare un’occhiata alla quarta:

Studio, dunque scrivo è cartaceo + digitale o solo digitale.
Per gli insegnanti c’è anche la guida Idee per insegnare.
È già in vendita sul sito di Zanichelli e presto lo sarà anche su Amazon.
Ha 340 pagine e costa 19,80 euro.

PS Dimenticavo il più bello: il libro comprende una palestra interattiva di scrittura sul sito Zanichelli per prepararsi alla prova scritta di italiano. Ben 15 esercitazioni per imparare a scrivere un testo argomentativo, un saggio breve e un articolo di giornale, guidati in video dallo scrittore Andrea Tarabbia.

Su questo blog leggi anche:

Scrivere un libro: e perché mai?

La vista lirica di Massimo Mantellini

8 mar

Ho cominciato a leggere La vista da qui di Massimo Mantellini con grande curiosità e l’ho finito d’un fiato in un paio d’ore sul treno che da Roma mi portava a Milano.
Leggo Mantellini dal primo Punto Informatico e so come la pensa su un sacco di cose, quindi la mia curiosità non era tanto sul cosa avesse scritto, ma piuttosto sul come. Come avrà intessuto le sue idee sulla rete nella misura di un libro?

La chiave mi è sembrata tutta in quel “qui” che chiude il titolo. Quel “qui” dichiarato è Londra, da dove Mantellini ha guardato forse con più facilità ai fatti di casa nostra, ma a me è sembrato molto più mobile e dilatato e mentre leggevo lo vedevo spostarsi dalla sua infanzia a quella delle sue figlie, farsi altissimo ad abbracciare fenomeni complessi e restituirceli in parole semplici e limpide, o vicinissimo per raccontare una piccola storia che parla di storie molto più grandi.

E in questa mobilità si insinua un Mantellini lirico che mi è piaciuto molto e a tratti mi ha commossa:

… vorrei continuare, almeno per un po’, a rimanere dalla parte di quelli che si meravigliano di tutto. Mi innamorerò di tutto, insomma, correrò dietro ai cani.

… l’internet che non ci piace e che ci offende è, nella grande maggioranza dei casi, il disvelamento di quelle parti di noi che non ci piacciono e che ci offendono. Il lato oscuro della rete è il lato oscuro di noi stessi che ha appena acceso la luce.
Internet è qui per restare. L’abisso della rete è il nostro abisso.

Dovessi dire a cosa serve internet oggi, prima di ogni altra cosa direi che serve a ricongiungere i pensieri. I propri con quelli di altre persone. Essere in rete fonda una comunità di intenti, una federazione sentimentale per affrontare gli eventi delle nostre vite.

Dovessi dire a cosa serve internet oggi direi che serve a spalancare una finestra sul mondo fuori. Con l’aria, i suoni e i profumi di luoghi che non conosciamo. Bellissimi e spaventosi, in ogni caso diversi da noi.

La vista da qui mi ha commossa anche perché appartengo alla stessa generazione di Massimo Mantellini. Quelli che si erano avviati al lavoro e alla vita pensando che sarebbe andata in un modo e poi nel giro di pochissimo tempo arriva internet e la tua vita a sorpresa va tutta in un altro modo. Quelli che ancora oggi si svegliano la mattina e pensano ma che maledetta fortuna abbiamo avuto a essere stati sorpresi così!

Sul sito dedicato al libro c’è di più e anche il liricissimo primo capitolo.

Una mattina di storytelling autentico

27 feb

Un paio di anni fa, l’autrice di un romanzo che mi piacque molto spiegava che tra la sua attività di narratrice e il suo lavoro di direttore di banca non c’era alcuna contraddizione. Anzi, sottolineava come proprio l’ascoltare i problemi personali ed economici delle persone nella sua quotidianità la mettesse a contatto con una grande quantità di storie.

Ci ho ripensato questa mattina, immersa nella lettura e nell’analisi di un bel fascicolo di reclami di un grande gruppo bancario. E ho capito perché – anche per me – questo tipo di lavori che i più considerano noiosissimo sia sempre così interessante. Perché il contatto tra l’azienda e il cliente in un momento di crisi o di insoddisfazione è il più delicato, ma anche uno dei più rivelatori e dei più suscettibili di un cambiamento nella relazione. Che dipenderà sì dal merito, ma anche dal tono e dallo stile della risposta.

Intanto sono nella fase della lettura. Meglio, dell’ascolto, perché da un foglio all’altro è come sentire voci e immaginare persone, rivelate da un incipit, un aggettivo, un’immagine, un’età, il racconto di una difficoltà quotidiana. E ancora una volta ho capito quanto le persone a un’azienda spesso non chiedono solo la risoluzione di un problema, ma attenzione, rispetto, riconoscimento. Scelte bene e con quella persona in mente, anche in una lettera di risposta breve, le parole possono far sbollire la rabbia, smorzare pregiudizi, riconoscere una difficoltà, motivare e non solo annunciare un rifiuto oppure – ecco due semplici verbi miracolosi che spesso le aziende dimenticano o hanno paura di usare! – ringraziare e scusarsi. Però, prima di scriverle, le parole bisogna leggerle e ascoltarne gli echi.

Così, a fine mattinata ho pensato che mi sarò pure persa le sessioni sullo storytelling della Social Media Week, ma ne ho vissuto uno più autentico. Non avete idea di quanti italiani scrivono lettere alla banca ancora a mano e di quante cose possono raccontare le loro parole e le loro calligrafie!

Su questo blog leggi anche:

Imparare a dire “ci dispiace”

Lo dico in italiano, ma ogni tanto pure in inglese

26 feb

Ecco, ho firmato anch’io la petizione #dilloinitaliano promossa da Annamaria Testa. La mia motivazione è questa: perché non riesco a scrivere “weekend”.

È vero: concludo le mie email, anche quelle informali, con “buon fine settimana”. Non uso mai parole come deadline, lunch, break, timeline, effort, location, appealing. Odio e censuro i calchi come ingaggio. Ma adoro una parola inglese come takeaway, nel senso di quello che ti porti a casa dopo aver letto o ascoltato qualcosa o qualcuno (ora comunque farò come Licia Corbolante e ricorrerò al non meno simpatico asporto). Però non riesco a rinunciare a parole come slide o call. Non mi ci vedo a dire a un cliente “preparerò una presentazione con diapositive” o “ci possiamo sentire in videoconferenza” e nemmeno “devo restituire il tesserino in portineria?”. Dico badge da quando lavoro e di primavere ne sono passate assai. Così come non riuscirei a usare riassunto o sintesi al posto di abstract. Anche perché non è la stessa cosa. Credo che alcune parole siano legate a un tempo e al tempo non possiamo far fare marcia indietro.

Insomma, la questione dell’inglese mi vede molto combattuta e mi regolo con il buon senso volta per volta. Il buon senso per me è soprattutto:

  • non sembrare ridicola, fuori luogo e fuori tempo
  • preferire la parola straniera quando è ampiamente condivisa in un determinato settore tecnico o specialistico
  • usare le parole straniere quando arricchiscono un discorso, gli danno una sfumatura o un sapore particolare; non succede spesso, ma quando colgo quella sfumatura, non esito mai.

L’usabilità delle piccole cose #2

4 feb

Mi era stato annunciato. Ne temevo l’arrivo. E avevo ragione.
La scatola con il nuovo modem di Fastweb era lì da qualche giorno, ma solo oggi ho preso coraggio e ho deciso di affrontare il passaggio da vecchio a nuovo, senza il quale tra un po’ non avrei potuto più connettermi. L’annuncio che il nuovo modem si sarebbe praticamente installato da solo non mi rassicurava, anzi.

I passi elencati apparivano pochi e semplici, anche se l’incipit era misterioso: “scollegare gli eventuali apparati collegati al tuo impianto”. Quale impianto? Quali apparati? Perché non chiamarli con nomi precisi? E poi io diffido istintivamente dell’aggettivo “eventuale”, che ho bandito da anni da qualunque testo scriva.

Dopo non so quanti tentativi, niente da fare, le cinque lucine non diventavano mai verdi. Ho staccato, riattaccato, riprovato. Ci ho perso la mattina, finché ho deciso di telefonare a Fastweb.

La gentilissima operatrice mi ha detto cosa mancava: il punto 1, cioè staccare un filo dalla centralina attaccata al muro e collegarlo al nuovo modem. Non era detto e io non lo avevo colto, perché il vecchio filo da attaccare aveva lo stesso nome di quello nuovo di zecca che ho trovato nella scatola. E la mia mente – tutte le menti fanno così – si è concentrata sul nuovo, distogliendo l’attenzione dal vecchio.

Quando le cinque lucine verdi si sono finalmente accese, ho tirato un sospiro di sollievo e per completare l’opera volevo cambiare l’impossibile password di rete con una che mi sarei ricordata facilmente. Solo che le indicazioni sono “riportate nel Manuale d’Uso, scaricabile dal sito di Fastweb/modem o dalla tua MyFASTPage”. Di modem sul sito ce ne sono un sacco e nel manualetto veloce il nome del modello del mio modem non c’è. L’ho trovato dopo un bel po’ nel “documento di trasporto”.

Stremata, ho rinunciato e rimandato a quando recupererò le forze e un po’ di tutto il tempo sprecato.

Solo alla fine mi accorgo della lettera con cui Fastweb accompagna il “dono”:

Congratulazioni!
(di cosa? non ho fatto nulla, non vi ho chiesto nulla, fosse stato per me mi tenevo tranquillamente il modem vecchio)

Stai per entrare nel mondo della FIBRA FASTWEB!
(no, sto solo per cambiare il modem)

E alla fine:

Ti auguriamo una fantastica navigazione!
(calma, siete solo una commodity)

L’enfasi, gli entusiasmi, i punti esclamativi… quanto possono essere indisponenti e controproducenti se prima non ci si è posti qualche domandina facile facile su cosa il cliente sa o non sa. O se prima non si è fatta una prova mettendo una scatola con il modem in mano a una persona normale come me.

Su questo blog leggi anche:

L’usabilità delle piccole cose #1
La legge della vicinanza

Scrivere un libro: e perché mai?

25 gen

Una settimana fa Davide Pozzi aka Tagliaerbe ha posto su Facebook la seguente domanda:

Siccome praticamente tutti i professionisti del settore che conosco hanno scritto e pubblicato un libro sulla SEO e/o il web marketing, e siccome diverse case editrici han chiesto anche a me (!) di farlo (e io ho sempre risposto di no, non ho proprio la “forma mentis” per scrivere un libro intero), chiedo a tutti questi novelli autori:

1) Ma alla fine della fiera, a livello puramente economico, ci avete guadagnato qualcosa?
2) O lo avete fatto principalmente per “personal branding”?
3) Se volevate fare “soldi veri”, non era meglio la strada del cosiddetto “infoprodotto” (brr…), venduto direttamente senza intermediari?

Perché a me l’idea di metterci una vita per scrivere 200-300 pagine, e poi farci 4 euro in croce, non è che mi entusiasma troppo… a voi sì?

Gli hanno risposto in tantissimi, oltre 120 commenti che sono riuscita solo a scorrere. Già, perché si scrive un libro, che non costa solo tempo ma anche un gran fatica emotiva? Per il tuo personal branding, hanno affermato in molti. Per imparare, hanno detto altri.

Nella mia densissima settimana non ho scritto nulla, ma ogni tanto la domanda tornava, insieme al ricordo del tempo e dei sacrifici per portare a termine quattro libri. Quattro libri scritti in periodi molto diversi della mia vita, ma accomunati da almeno tre elementi.

Il personal branding non c’entra niente, almeno nella motivazione più profonda, anche se una volta scritti i libri mi hanno aiutata moltissimo per farmi conoscere e quindi per fare lavori belli e di soddisfazione.

Il primo elemento è che i miei libri a livello progettuale si sono fatti da soli, nel senso che li ho covati a lungo prima di scrivere una sola parola. Poi a un certo punto – puff! – come dal cilindro magico è uscito un indice bello e pronto. Articolato, ricco, preciso. E a quel punto, che fai? Non lo scrivi? Sei talmente entusiasta, e magari l’editore con te, che fortunatamente non pensi alla fatica e ai pianti che ti farai. L’incoscienza o l’amnesia preventiva sono provvidenziali, altrimenti nell’avventura scrittoria non ti ci imbarcheresti mai.

Il secondo elemento è legato al mio (pessimo e rigidissimo) carattere che vorrebbe sempre tutto sotto controllo. E quale migliore modo di fare il check-up a quello che sai se non costruire un’architettura rigorosa in cui ogni cosa ha il suo posto, dall’inizio alla fine? Non a caso, ho avuto quasi sempre l’ambizione di scrivere libri su un argomento ampio come la scrittura professionale e non un suo aspetto. La torta intera, non i pasticcini o le fettine. Quella torta, soprattutto per Lavoro, dunque scrivo! è lievitata anche grazie a lacrime, dubbi e momenti in cui ho disperato di arrivare fino in fondo. Alla fine di un capitolo, racconto pure come ci sono riuscita. Quel racconto funzionò da catarsi e mi diede nuovo slancio.

Il terzo è che ogni volta che ho scritto un libro ho studiato e imparato moltissimo, un vero salto quantico. Certo, puoi studiare lo stesso, se vuoi, ma studiare per raccontare con chiarezza a qualcun altro ti aguzza la vista e la mente in modo straordinario, per cui non solo apprendi più profondamente, ma connetti le idee, gli esempi, le indicazioni in una trama originale, che si disegna mentre scrivi. Vedere quel disegno che si compone, ti sorprende, e alla fine si tiene, credo sia una delle emozioni uniche che solo un libro può regalarti.

Ora che ci penso, ci sono per me altre due piccole spinte alla scrittura di un libro. Una è l’allenamento ai testi lunghi, al “fiato” che serve per tenere alto il ritmo per giorni o per mesi. Una cosa preziosa soprattutto oggi: è così facile gratificarsi con i testi brevi dei social! Gratificano anche me, ma so che non bastano e che se fai il mio mestiere devi saper correre anche la maratona. L’altra è il piacere che provo io quando scopro un libro che mi emoziona, mi arricchisce, mi spalanca nuove porte. Mi riempie un senso di immensa gratitudine per chi ha avuto la pazienza e la forza di scrivere quelle 300 o 400 pagine anche per me, e penso che se te la senti e se puoi è giusto fare altrettanto.

Su questo sito leggi anche:

Blog e libri pari non sono

Oppure scopri gli scrittori o i libri cui sono più grata nel filo Libri di questo blog.

C come conversevolezza

7 gen

Sono molto contenta di intervenire per la seconda volta a un evento bello e intelligente come C-Come, ideato e organizzato da Pennamontata. C come cosa? Come copywriting, content, creatività e… conversevolezza.

Il mio intervento avrà infatti a che fare con la naturalezza e la conversevolezza dei testi. Proprio oggi sto apportando le ultime pennellate alle mie slide. Qualche piccola anticipazione è sul blog di C-Come.

Sarebbe bello vedersi lì. Per una volta occhi negli occhi. È a Roma, sabato 31 gennaio.

L’anno scorso fu veramente una piacevolissima sorpresa.

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