Archive | writers life RSS feed for this section

Il mio prana scribacchino

27 ago

Giacomo Balla, Automobile in corsa, 1925

Vivo giorni strani, una specie di intercapedine, di limbo, tra il non far niente vacanziero e gli impegni serrati che mi aspettano a settembre. Ho deciso di concedermi il lusso di fare quello che mi va, che sia lavoro, letture, riflessioni o altro.

In questo ritmo pacato sto stranamente riuscendo a combinare più di qualcosa, ma soprattutto sto osservando il mio rapporto con i tempi di lavoro. Non per ricavarne la solita lista di buoni propositi – per carità! che quella non fa altro che aumentare la mia ansia – piuttosto per provare o prolungare il gusto di lasciarmi andare.

E così, mentre gironzolo in rete, incontro un podcast (poi di questa storia dei podcast nei siti di scrittura ne riparliamo) di Copyblogger dedicato proprio ai tempi e alla produttività. Finalmente qualcuno contro la famosa tecnica del pomodoro! Quella che ti chiede di settare il timer della cucina per 25 minuti, cominciare a scrivere e prenderti una breve pausa solo quando questo suona. La mia mente non assomiglia a una pentola dove l’acqua deve bollire e basta accendere il fuoco e comincia a scaldarsi. Io sono una da attesa, da cincischio, da prima caffè e tisana, da prima giretto in rete, da prima post mattutino come questo. Non vuol dire che non sappia scrivere come un soldatino, ma che non è la mia dimensione, non ne ricavo piacere.

Per me, la scrittura è anche un fatto di energia che si deve mettere in moto: lo chiamo il prana scribacchino. Ha bisogno di respiro, di stretching, di allungamento, di nutrimento, ma quando si mette in circolo comincia a correre e mi pone in quello stato di flow da cui derivano sia la produttività alta sia la gioia di lavorare. Non potrei sopportare di essere “svegliata” dal driiiin del pomodoro e riposare a comando. Proprio io, una precisissima che non porta orologi.

Su questo blog leggi anche:

L’arte della corsa
Questione di ritmi
Scrivere in affollata solitudine
Non insistere, cambia strada e soprattutto corri
C’è un tempo per ogni testo
A tappe, o tutto d’un fiato

Io, laureata in lettere stagionata e felice

25 ago

In vacanza e in parziale disconnessione, ho seguito molto di straforo le polemiche e le discussioni suscitate dall’articolo del vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri sull’inutilità delle lauree umanistiche.

Feltri ha scritto cose arcinote, con quale obiettivo non ho capito. Non condivido il suo articolo, ma nemmeno molte delle motivazioni di chi ha levato alti gli scudi. Non credo affatto che una laurea in storia dell’arte o in filosofia ti renda più aperto e duttile di una in ingegneria o in giurisprudenza, né che fare il lavoro dei propri sogni sia un diritto come molti oggi sembrano pensare. Quasi tutto dipende solo da te. Da come studi, da chi sei, da che esperienze fai oltre agli studi universitari.

Io non ho dati, ma solo la mia esperienza di laureata in lettere che dopo molti anni dalla laurea (ho finalmente l’età in cui non dire quanti diventa un vezzo) è contenta della scelta fatta. Sottolineo: da molti anni.

Eppure allora tutti mi sconsigliarono e fu un bene, perché mi avviai agli studi con la piena consapevolezza che facevo una scelta rischiosa, che magari avrei dovuto fare qualcos’altro per pagare le bollette, che quello che avrei imparato era solo uno dei tanti strumenti da affinare per affrontare la vita lavorativa. Insieme a molti altri che ancora non conoscevo.

Quel senso di gioiosa precarietà – perché ero felicissima di studiare intanto quello che mi piaceva – e qualche volta di paura per il futuro ha guidato tutte le mie scelte lavorative, anche quando sembravano portarmi molto lontano dal lavoro dei miei sogni. Che mi ha comunque aspettata e mi ha sorpresa perché diverso da quello della mia gioventù.

Nelle tante aziende che ho frequentato e che frequento ho incontrato – anche in posizioni importanti – classicisti, storiche dell’arte e un sacco di filosofi. Il lavoro per noi c’è, anche se non tantissimo. Ma gli studi universitari sono solo un mattoncino e qualche volta nemmeno il più importante.

Rispetto alla mia generazione, inoltre, quella che si affaccia oggi all’università ha un sacco di vantaggi in più: viaggiare costa pochissimo, imparare non costa niente se non tempo e passione, la vita lavorativa è lunga sì, ma presenta un orizzonte più vasto per cambiamenti anche radicali. Il mio consiglio: studiate quello che vi appassiona, coltivate voi stessi, pensate piuttosto che quel lavoro può non essere per sempre, ma lo studio sì. Lì, davvero, oggi chi si ferma è perduto. I ragazzi come le signore laureate un bel po’ di anni fa.

Su questo blog leggi anche:

Lavoro, coraggio e passioni

Ciò che insegna la passione

Il suono della vita

Il campo aperto dell’incipit, lo spazio angusto della revisione

29 giu

Paul Klee, Paesaggio con il sole che tramonta, 1919

Potrai anche aver fatto mille scalette e mappe mentali, ma quando ti metti a scrivere è come avere davanti un campo sconfinato, in cui puoi prendere le direzioni più diverse, anzi disegnare tu stessa il paesaggio in cui il lettore si muoverà.

Una volta pensavo che con la scaletta progetti la pianta della tua casa testuale e man mano che scrivi tinteggi le pareti con il tono di voce e l’arredi con le parole che scegli e l’ordine in cui le disponi. Oggi mi fido molto di più della scrittrice interiore e del suo immenso magazzino di risorse. Mi preparo sempre a fondo, ma una volta avviata ho imparato a lasciarmi trasportare.

Già ogni incipit prefigura un percorso: può annunciare un andamento cronologico o sorprendere con un’affermazione misteriosa o un dato inaspettato. Se il punto di partenza è un’immagine o una metafora, poi bisognerà essere coerenti e non tradirla lungo il cammino.

Strada facendo, può imporsi una parola particolarmente efficace, e allora con quella parola si può variare, contrastare o giocare, oppure allargare da lì il campo lessicale. O lavorare di echi e di suoni.

Titoli e sottotitoli sono le porte, le finestre, gli architravi della nostra casa di parole, o gli incroci e i segnali stradali del nostro paesaggio testuale. Che scriviamo sulla carta o sul web, oggi si vedono prima di ogni altra cosa e tantissimi vedono solo quelli. Per natura non tollerano una parola di troppo, ma neppure una di meno: l’armonia visiva ci colpisce ancor prima di aver letto una sola parola. I titoli devono essere coerenti, dello stesso stile e tono di voce e costituire un primo livello di lettura che si snoda lungo tutto il testo. I sottotitoli sono il loro controcanto.

Lasciarsi portare invece di stare continuamente a guardare la scaletta è il segreto per acquisire un buon ritmo. Se trasporta noi, riuscirà a trasportare anche i nostri lettori. È quello che ci piace chiamare “fluidità” e che ci fa pensare all’acqua che scorre trasparente e veloce.

Alla fine, ci chiudiamo dietro la porta con un saluto: può essere la chiusura del cerchio, richiamando l’inizio; un invito a fare, approfondire, esplorare oltre; un piccolo dono – un’indicazione preziosa come un’immagine indimenticabile.

Qualsiasi casa avremo costruito o qualsiasi paesaggio avremo disegnato, l’avremo fatto con un’idea in mente ma in un campo libero e aperto.

Se il testo non è un post come questo, che deve piacere prima di tutto alla sua autrice alla fine di una giornata faticosa, ma è stato scritto per un cliente su un brief stringentissimo e con un obiettivo preciso, la copy preparata ma un po’ a briglia sciolta comincia a incrociare le dita finché il cliente non le conferma che casa o paesaggio gli piacciono assai, che ci si ritrova e ci si muove a suo agio pure lui.

Quando comincia il giro delle inevitabili revisioni e limature, però, i sentieri si fanno tortuosi, gli spazi di manovra sempre più stretti. E in realtà, meno devi cambiare, più sono stretti. Per quel titoletto, quella parola l’hai già usata. Cambiare “solo” le prime parole ti fa crollare tutto il resto. Cambiarne “solo” una, ma cruciale perché bella ed evocativa, ti porta a mille spostamenti.

Quando ti trovi nel cul-de-sac, quando non vedi più il cielo – ormai l’ho imparato – non si sta lì a cincischiare. Si cancella, si fa il vuoto, si fa respirare di nuovo la mente. Il titoletto non si aggiusta, si riscrive. La parola che se ne deve andare non si sostituisce con il sinonimo, si cambia la frase.

Oltre le regole, le indicazioni, i trucchi del mestiere, quello che nel tempo fa di te una brava copy è soprattutto imparare a muoverti e a respirare negli angusti spazi delle revisioni più sottili.

Il mio angolino nello Zingarelli 2016

23 giu

Quando me l’hanno proposto non l’ho capito e finché non l’ho visto non ci ho creduto.
Invece tra le 500 illustri “definizioni d’autore” dello Zingarelli 2016 c’è anche la mia definizione di “blog”.
Me ne sto molto intimidita nell’angolino tra due delle 2600 pagine del più autorevole e blasonato dei vocabolari della lingua italiana.

Da lassù la mia nonna che si è laureata in lettere nel 1926 e ha insegnato italiano e latino alle scuole medie per 45 anni sarà fiera di me.

Misteriosi tweet da un mondo lontano

20 giu

Gli Yogasutra sono un testo fondamentale della cultura dello yoga: circa 200 brevi testi scritti o raccolti dal misterioso filosofo Patanjali tra il II e il IV secolo dopo Cristo. Aforismi, frasi, frammenti più o meno della lunghezza di un tweet, concentrati di saggezza autonomi su ascesi, meditazione, conoscenza di sé, ma legati l’uno all’altro da fili invisibili a creare una solidissima trama. Del resto in sanscrito sutra significa letteralmente filo.

Misterioso l’autore, misteriosi i Sutra. Affascinanti nella loro concentrazione, ma difficili da interpretare, tanto che ne esistono innumerevoli traduzioni e commenti. Ora abbiamo una nuovissima traduzione dal sanscrito in italiano, curata da Federico Squarcini, indologo e coordinatore del Master in Yoga Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Bello sapere che lo studio dello yoga ha trovato posto in una delle più prestigiose università italiane e gli Yogasutra nella collana Nuova Universale Einaudi (potete scaricare un estratto dal libro).

Per chi scrive, poi, Patanjali è un doppio nume tutelare: è infatti anche l’autore della più importante codificazione della grammatica del sanscrito, lingua sorella delle nostre lingue europee.
Molti di noi inaugurano la loro pratica yogica ringraziando Patanjali “per la serenità e la santità della mente attraverso lo yoga, e la chiarezza e purezza della lingua attraverso la grammatica”.

Chi pratica lo yoga pratica anche una lingua, seppur da molto lontano. Ma è stupefacente notare quante radici ci legano al sanscrito:

Atman, anima… atmen respirare in tedesco.
Tri, tre… la radice di tutti i nostri numeri perfetti.
Cona, angolo… esquina, angolo in spagnolo, coin in francese.
Vira, eroe… vir, uomo in latino.
Pada, gamba o piede.
Supta, sdraiato, come il nostro supino.
Vayu, vento.
Om, il primo di tutti i suoni, così simile all’amen con cui concludiamo le nostre preghiere.
Shanti, pace, è così simile all’ebraico shalom.
La radice sanscrita sva (“proprio, che appartiene a se stesso”) dà vita sia al possessivo latino suus, sia al riflessivo, soi, self, selbst

Per chi volesse avvicinarsi al bellissimo testo degli Yoga Sutra – che molti considerano anche un vero trattato di psicologia – il prof. Federico Squarcini terrà una lezione venerdì 10 luglio pomeriggio presso Lo Studiolo di Roma (costo 40 euro, per informazioni: scrivere a corsi@spaziocorpo.it oppure telefonare 3407772363).

Domani è la Notte Bianca dello Yoga. Le manifestazioni in tutta Italia sono tantissime e in posti meravigliosi: non vi è venuta voglia di cercare quella più vicina a voi?

 

“Studio, dunque scrivo” a Radio 3

15 giu

Ieri mattina, domenica 14 giugno, la trasmissione di Radio 3 La lingua batte, condotta da Giuseppe Antonelli, era dedicata alla scrittura a scuola. Mercoledì parte infatti l’esame di stato con la prova d’italiano: Claudia Trequadrini ed io siamo state intervistate per dare un po’ di consigli utili ai maturandi (si dice ancora così?).

Oltre al nostro Studio, dunque scrivo si è parlato di altri libri interessantissimi. Qui l’audio della puntata.

L’amorevole gentilezza dell’email

12 giu

Era da molto che desideravo postare un piccolo esercizio di meditazione che Paolo Subioli pubblica tra gli oltre 70 del suo bel libro Zen in the City. Sì, perché le email sono quanto di più automatico e veloce facciamo in rete, e invece – come ogni nostra azione quotidiana – può essere un bel momento di consapevolezza, che fa bene a noi e a chi riceve il nostro messaggio.

Ecco cosa scrive Paolo:

La pratica proposta consiste nel rendere gentili tutti i messaggi con questi stratagemmi:

  • inserendo un pensiero positivo in ogni messaggio da inviare, mettendolo, possibilmente, al primo posto, prima del messaggio vero e proprio da comunicare
  • inserire sempre le parole “per favore”, se si sta chiedendo qualcosa e “grazie”; “grazie” ci sta sempre bene, perché dopo tutto inviare un messaggio a qualcuno significa sempre, implicitamente, chidergli di dedicare a noi un po’ del suo tempo, che è sempre prezioso
  • includere ogni volta il nome della persona a cui si scrive, rendendo così evidente che è proprio a quella persona, nella sua unicità, che ci stiamo rivolgendo.

Ecco un esempio. Devo scrivere a Carlo un sms per chiedergli a che ora verrà domani. Invece di scrivere “Quando vieni domani?”, posso sprecare qualche secondo in più per scrivere:

Ciao Carlo. Buona giornata.
Potresti dirmi a che ora vieni domani?

Grazie.

In questo esempio ho utilizzato in tutto 84 caratteri, poco più della metà dei 160 caratteri ammessi in un sms. Sono tantissimi 160 caratteri. C’è spazio per un sacco di gentilezza!
Con le email è più facile, perché possono essere un po’ più lunghe (ma senza esagerare, perché non sappiamo quanto sia impegnata l’altra persona nel momento in cui legge). Si può cominciare, per esempio, con “Ciao caro Carlo. Buona giornata, innanzi tutto”, e così via.

Un’altra abitudine molto salutare è quella di mandare i propri “ringraziamenti a posteriori”, a seguito di un evento qualunque: grazie per la bella serata che ieri abbiamo passato insieme; grazie per avermi consigliato quel libro che ho appena finito di leggere; grazie per avermi mandato con puntualità quel lavoro che ti avevo chiesto; ecc.

Essere gentili, in sostanza, fa sempre bene a se stessi. E stare meglio è la condizione essenziale per fare stare meglio anche le altre persone intorno a noi. E i freddi, disumanizzanti e a volte spietati mezzi di comunicazione elettronica in questo possono giocare un ruolo senz’altro positivo.

L’importante – ancora più della forma che utilizziamo per redigere il testo di un messaggio – è capire sempre qual è la nostra intenzione. Se agiamo meccanicamente non ce ne rediamo conto. Spesso bastano espressioni elementari – “grazie”, “a dopo”, “arrivo tra 10 minuti” – purché siamo in grado di ascoltare cosa c’è dietro: se abbiamo scritto spinti dalla fretta, dalla rabbia o da qualcos’altro.

D’accordo, molti di noi queste accortezze gentili le hanno e sanno quanto possono portare poche parole in termini di buone relazioni. Ma spesso – io per prima – lo facciamo in modo meccanico e abitudinario, senza indagare appunto l’intenzione che c’è dietro. Ed è quel fermarsi, quell’intenzione a fare la differenza, soprattutto per noi stessi.

Questo esercizio proposto da Zen in the City mi è tornato in mente qualche giorno fa leggendo un post di Liz Danzico, una blogger che mi piace molto: Second chance for a last impression. L’invito è a curare quella trascuratissima parte dell’email che è la fine. Eppure dovremmo saperlo che, dopo l’inizio, il punto più “memorabile” di un testo è proprio la fine. Il fenomeno ha anche un nome: Recency Effect, cioè ricordiamo meglio quello che abbiamo letto o visto più di recente, per ultimo.

Liz Danzico ci propone il suo magazzino di brevi testi finali, suddivisi per temi e intenzioni, con qualche piccola notazione finale sulla punteggiatura. Per quanto riguarda noi italiani, basta che non scriviamo “Cogliamo l’occasione per porgerLe…” o “Voglia gradire…”. Il Recency Effect ci bollerebbe per sempre come antiquati, parrucconi e polverosi. Se scriviamo a nome della nostra azienda, idem, il che fa ancora più danni.

Su questo blog leggi anche:

Zen in the City
L’arte di fermarsi in un mondo che corre