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Il ritorno dello slow reading

9 apr

La sera dopo il primo tentativo, ha riaperto il libro di Hesse, mettendo un po’ di distanza, sia spaziale che temporale, tra lei e lo schermo del suo computer. «Ho messo tutto da parte. Mi sono detta: “lo devo fare”. La prima sera è stato difficile e anche la seconda sera non è stato affatto facile. Ci ho messo due settimane, ma alla fine mi sono riabituata a leggere e mi sono goduta il libro fino alla fine».

E poi lo ha letto di nuovo. «Volevo apprezzare questo modo di leggere e quando ci sono riuscita è stato come guarire. Ho ritrovato la mia capacità di andare lentamente, gustare quel che leggo e pensare».

Un paio di post fa parlavo della mia rieducazione alla lettura lenta. E stamattina leggo che Maryanne Wolf ha fatto la stessa cosa. Lo racconta in un bell’articolo sul Washington Post, Serious reading takes a hit from online scanning and skimming, researchers say, tradotto oggi da Il Post con il titolo Non leggiamo più come un tempo.

Maryanne Wolf è una meravigliosa scienziata, studiosa del cervello e della lettura, capace di parlare veramente a tutti. Dall’articolo apprendo che sta scrivendo un altro libro. Ne sono felice perché Proust e il calamaro è stato una lettura decisiva per me e gli dedicai un post appena chiuso il libro: Continuare a danzare con i testi.

Una lingua straniera è un abisso fecondo

8 apr

Come molti, sto seguendo da qualche settimana il racconto che la scrittrice Jhumpa Lahiri sta facendo sull’apprendimento della nostra lingua sulle pagine di Internazionale. Genitori bengalesi, madrelingua inglese, premio Pulitzer per la narrativa a 32 anni, vive a Roma da alcuni mesi dove sta realizzando un sogno che coltivava da giovanissima: imparare l’italiano.

Leggere il suo racconto a puntate significa guardare la nostra lingua da una prospettiva diversa, piena di amore e di meraviglia. Una meraviglia che appartiene a ciascuno di noi quando studiamo con passione una lingua straniera. Il racconto di questa settimana mi ha conquistata e ne riporto il brano più bello:

Quando leggo in italiano sono una lettrice più attiva, più coinvolta, anche se più inesperta. Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza.
Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da lettrice, da apprendista della lingua, non finirà mai.
Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che le emozioni, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. Non voglio morire perché la mia morte significherebbe la fine della mia scoperta della lingua. Perché ogni giorno ci sarà una nuova parola da imparare. Così il vero amore può rappresentare l’eternità.
Ogni giorno, leggendo, trovo delle parole nuove. Qualcosa da sottolineare, poi trasferire sul taccuino. Mi fa pensare al giardiniere che strappa le erbacce. Così come il giardiniere, so che il mio lavoro in fin dei conti è una follia. Qualcosa di disperato. Quasi, direi, una fatica di Sisifo. Non è possibile, per il giardiniere, controllare alla perfezione la natura. Allo stesso modo non mi è possibile conoscere, per quanto voglia, ogni parola italiana.
Ma tra me e il giardiniere c’è una differenza sostanziale. Le erbacce, per il giardiniere, non sono qualcosa di desiderato. Sono da sradicare, da buttar via. Io invece raccolgo le parole. Voglio tenerle in mano, voglio possederle.
Quando scopro una nuova parola in italiano, un modo diverso per esprimere qualche cosa, mi meraviglio. Provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile.

Mi ha riportato alla mente i miei tanti taccuini, che ancora conservo. Mi ha ricordato quanta della mia passione per il linguaggio e la scrittura debba allo studio di lingue diverse dalla mia, e soprattutto alla più amata di sempre, il tedesco, cui dedicai un post tantissimo tempo fa, agli albori di questo blog: Alla lingua tedesca.

Su questo blog leggi anche:

Al di sopra delle lingue, qualche bella scoperta
Indiane
Jhumpa Lahiri is back

Tra una parola e l’altra, il tempo per ridere e piangere

7 apr

Oggi Annamaria Testa si occupa di Spritz e delle tecniche di lettura veloce: L’Italia, i lettori pigri e la lettura veloce. Che ne sappiate già molto, oppure nulla, rimando al suo documentatissimo post per ogni approfondimento. Aggiungo però alle sue fonti la segnalazione del bell’intervento di Amy Thibodeau, editor e content strategist di Facebook, sul blog Mind the Language del Guardian: Speed-reading? Slow down a little … and leave time for laughter and tears.

L’essenza della lettura è esplorare, pensare in maniera profonda, seguire la propria immaginazione. [...] Ci sono molte ragioni che ci spingono alla lettura: capire, conoscere qualcosa che non sappiamo, il puro piacere… Anche quando leggiamo con un preciso obiettivo, il ritmo e la voce del testo ci parlano di cosa pensiamo e proviamo rispetto a quanto stiamo leggendo. Nella scrittura ci sono sottigliezze e sfumature che hanno ben poco a che fare con quel 20% del tempo passato a elaborare il significato di una parola.

Qualche notte fa, con gli occhi pesanti di sonno, ho fatto le due leggendo The Goldfinch di Donna Tartt. Se non sono riuscita a mollarlo è stato per la magia delle parole, che andavano costruendo la storia nella mia testa.

L’80% del tempo che passiamo muovendo gli occhi di parola in parola ha un valore. È lì che il pensiero si connette con il linguaggio. È nello spazio di quei momenti che ci ritagliamo lo spazio per ridere e lo spazio per piangere. È li che decidiamo quanto profondamente questo ci sta a cuore. Questo pensare e sognare è in realtà la parte più importante. Quello che ci tiene svegli fino alle due di notte a girare le pagine.

Io mi sono sempre tenuta alla larga dalle tecniche di lettura veloce. Eppure, c’è stato un periodo in cui avevo velocizzato la lettura mio malgrado. Mi sembrava di essere sempre corta con il tempo, e così ingurgitavo libri, siti, blog. Mi sono allarmata quando ho capito che mi portavo dietro questi ritmi anche leggendo un romanzo e scorrevo le email in modo così veloce e superficiale da prendere fischi per fiaschi e fare anche qualche orribile figura.

Ho fatto quindi una vera rieducazione alla lentezza, ma l’impegno ha pagato. Anche in termini di produttività: più sei tranquilla, più combini, più gusto ci provi.

Ebbri di storie

5 apr

Sono diventata una blogger da weekend, ma non è che durante la settimana non lavori a questo blog. Anche senza accorgermene, metto da parte gli spunti e quando ho più tempo i puntini si connettono nella mia testa un po’ da soli. Così, stamattina, si sono miracolosamente messi in fila:

domenica 30 marzo
La Domenica del Sole 24 Ore apre in prima pagina con l’anticipazione dell’uscita di un libro promettente: L’istinto del narrare, Come le storie ci hanno resi umani, di Jonathan Gottschall:

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.

La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa.

martedì 1 aprile
Finisco di leggere Story di Robert McKee, un librone lunghissimo, l’unico sullo storytelling che sia riuscito ad appassionarmi, e sì che ne ho letti tanti. Mi ha appassionata perché parla della costruzione di una storia nel contesto più complicato, quello del cinema, e perché mi ha ricordato cosa sia realmente una storia e come sia difficile costruirne una che funzioni, anche piccola piccola:

Mentre la vita separa il significato dall’emozione, l’arte li riunisce. La storia è lo strumento che crea queste epifanie, il fenomeno che conosciamo come emozione estetica.

La storia non è una fuga dalla realtà, ma un veicolo che ci conduce nella nostra ricerca della realtà. È il nostro massimo sforzo per dare un significato all’anarchia dell’esistenza.

Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento.

L’arte narrativa è sempre e comunque l’esperienza di un’emozione estetica: l’incontro simultaneo di pensiero e sentimento.

I grandi narratori non spiegano mai. Fanno invece una cosa difficile e dolorosamente creativa: mettono in scena. Una grande storia sostiene le proprie idee unicamente attraverso la dinamica dei suoi eventi.

Una storia diventa una specie di filosofia vivente che gli spettatori afferrano nel suo insieme, in un istante, senza un pensiero conscio: una percezione che si unisce alla loro esperienza di vita.

McKee è un docente di sceneggiatura e ha tra i suoi allievi un buon numero di premi Oscar. Il libro è un manuale narrato che affronta ogni aspetto della sceneggiatura in modo preciso e divulgativo, con gli esempi tratti da decine e decine di film. Il minimo che può offrirvi è vedere i film in modo completamente diverso e più consapevole. Già moltissimo. McKee ha un sito e un blog, con tantissimi spunti anche per lo storytelling di impresa; molti sono in una bella intervista sull’Harvard Business Review: Storytelling that moves people.

mercoledì 2 aprile
Leggo questo tweet di Alessandra Farabegoli:

e subito dopo il post di Drinkpop Le informazioni prima delle storie. Alle prese con testi complicati, da rileggere almeno due volte, dove non si capisce dov’è il punto, mi dico che sì, prima di mettersi a raccontare le storie forse vale la pena chiarirsi le idee.

sabato 5 aprile
Apro la posta e una mia deliziosa cliente mi scrive che nelle mie proposte di tagline c’è poco linguaggio emozionale, poco “cinque sensi”. Riapro il file, rileggo. Un po’ forse ha ragione, ma ci avevo tenuto molto alla chiarezza e al valore dei servizi di questa azienda, il cui obiettivo non è proprio quello di far battere il cuore.
Però l’insoddisfazione emotiva della mia interlocutrice mi è servita: ho riscritto più proposte, più coinvolgenti, ma ho cercato di non perdere di vista la lezione di McKee. Ho tenuto ben saldo il pensiero, oltre a lasciare un po’ più di spazio alle emozioni.
Scrivo questo post e il tarlo continua a scavare. Non è che con emozioni e storytelling stiamo esagerando? Che sia un po’ un’ubriacatura collettiva? E sappiamo veramente che cos’è una storia? Quale meccanismo complicato bisogna costruire perché scatti la famosa emozione estetica? E una bella brochure, chiara e precisa, non sarà meglio di una scialba storia?
Mi faccio queste domande perché credo molto al valore delle storie, tanto da averne scritto già tantissimo tempo fa. Ma il tarlo resta, la confusione pure, e anche per questo ho deciso di uscire dalla tana e di andare a If Book Then il 22 maggio prossimo. Tema: There are more stories than books.

Su Vanity, wow!

5 mar

Grazie a Barbara Sgarzi, che mi ha intervistata per il suo blog Social Me(dia) su Vanity Fair.

Less needs more

20 feb
Giacomo Balla, Danza serpentina, 1921.

Giacomo Balla, Danza serpentina, 1921.

A fine gennaio su Slate è apparso l’articolo Will we use commas in the future? Maybe è la laconica e pilatesca risposta del sottotitolo.
“I social media massacrano la lingua!”. “Macché, anzi ora scriviamo molto di più!”
Comunque la si pensi, è un fatto che le questioni linguistiche sembrano appassionare più che mai. Le testate online come Slate ne tirano fuori una almeno ogni due mesi: questa della virgola che sparisce o quella del punto altezzoso e scoraggiante. I libri su come si parla e si scrive sono un successo assicurato. La nostra Accademia della Crusca, mentre scrivo, ha raggiunto i 12.500 follower su Twitter.

A me questa cosa della virgola che sparisce fa un po’ ridere. Sì, perché mi sembra che più farsi leggere diventa difficile, più i testi diventano brevi, più gli strumenti di comunicazione si moltiplicano, più sono gli attrezzi e le competenze che ci servono.
Il testo breve – che sia un titolo o un tweet – ha un disperato bisogno di tutti i segni interpuntivi e non solo per la chiarezza, ma proprio per l’espressività e il respiro.

Un post su Facebook è soprattutto una bella didascalia, che vive della complementarità dell’immagine, che sia un video, una foto o un’illustrazione. E dove studiamo questo dialogo tra testo e immagine se non nella storia dell’arte o nel miglior design editoriale?

Quanto ai testi più lunghi, non è niente vero che non si leggono. Si leggono, eccome, se sono di qualità. Che non significa solo qualità del contenuto, ma anche dello stile. Si leggono, se la sintassi è così fluida e piacevole da condurci di periodo in periodo senza fatica. Se le parole sono precise ma sanno riecheggiarsi in un efficace gioco di rimandi. Se, insomma, si riesce a creare quella che mi piace chiamare “la staffetta tra le frasi”. Ognuna consegna qualcosa a quella seguente: una stessa parola, un concetto, una sospensione, una domanda, una curiosità, un ritmo, un suono. Sono soprattutto le figure retoriche a insegnarci come creare nei testi questi schemi riconoscibili ma sempre diversi. Cose antiche e attualissime, che troviamo anche nelle 140 battute di un tweet.

Quanto alla molteplicità degli strumenti di comunicazione – alcuni assolutamente informali – ci impone un’attenzione sempre maggiore ai “registri” comunicativi. È fondamentale saper passare dall’uno all’altro, a seconda del tema, dell’interlocutore, dello strumento, della situazione. Nel suo blog Terminologia Licia Corbolante ha scritto un interessantissimo post su come molti studenti si rivolgono a lei per chiedere “dritte” e consigli per la tesi: spesso nella maniera meno appropriata per ricevere un aiuto.

Less needs more è il mio nuovo motto, così come un po’ di sano ritorno al classici. “Rem tene, verba sequentur” mi ha soccorso di fronte al foglio bianco ieri mattina tanto da costringere il mio cliente a raccontarmi tutto ma proprio tutto, anche quello che pensava di non sapere. “Nulla dies sine linea” è il mantra di oggi: scrivere questo post mi ha ormai preparata alle tante pagine che mi aspettano di qui a stasera.

Il coraggio di Afrodite K

11 feb

Non so se lei se ne ricorda, ma ho conosciuto Daniela Fregosi una decina di anni fa. Abbiamo condiviso la stanza durante un bel weekend organizzato da Managerzen in Umbria. Eravamo entrambe all’inizio della nostra personale avventura lavorativa. Io avevo appena lasciato l’azienda, lei era già freelance da un po’, ma stava lanciando il suo sito dedicato alla formazione esperenziale. Eravamo lì per confrontarci con altri professionisti come noi, per raccogliere idee e, almeno per quanto mi riguardava, anche il necessario coraggio.

In questi anni ho seguito Daniela solo a distanza, attraverso le newsletter che mi arrivavano, come accade con molte altre persone che incontri una volta e basta. La scorsa estate, però, tutto è cambiato perché nella vita di Daniela ha irrotto improvvisa la malattia. Succede nella vita di moltissime persone, ma se sei una lavoratrice o un lavoratore autonomo alla paura, al dolore e alle difficoltà della vita quotidiana si aggiunge un’amara scoperta: praticamente non hai alcun diritto. Alcun diritto a indennità mentre non lavori, alcun diritto alla gratuità delle cure garantita dall’art. 18 della Costituzione, alcun diritto alla sospensione dei pagamenti verso il fisco.

Quel che rende diversa l’esperienza di Daniela è che lei non si è rassegnata. Si è documentata a fondo, ha spulciato il sito dell’Inps, si è fatta sentire come ha potuto, ha aperto il blog Afrodite K in cui racconta giorno per giorno la sua esperienza, e ora sta raccogliendo le firme per una petizione da inviare alla Presidenza del Consiglio. Io ho appena firmato.

La maggior parte delle lettrici e dei lettori di questo blog sono lavoratori autonomi. Lo saranno per sempre moltissimi studenti e giovani che si affacciano ora nel mondo del lavoro. Forse non tutti lo sanno, ma siamo ormai la maggioranza: abbiamo superato i lavoratori dipendenti. Eppure abbiamo pochissimi diritti, spesso nemmeno li conosciamo. Daniela sta facendo un gran lavoro anche per noi. Il minimo che possiamo fare per lei è:

  1. visitare il suo blog Afrodite K e leggere i suoi post senza voltare la testa dall’altra parte
  2. firmare la petizione
  3. far conoscere blog e petizione attraverso i nostri contatti e canali social.

PS I diritti dei lavoratori autonomi riguardano tutti, anche i lavoratori dipendenti. Quindi leggete, firmate e diffondete anche voi!

Sapere o non sapere?

7 feb

Molti anni fa, al colloquio decisivo per la mia assunzione in azienda, a un certo punto chi mi intervistava pronunciò una parola misteriosa: house organ.
Che fosse quella, la parola, lo capii un po’ di tempo dopo, perché allora feci solo finta di capire. Va da sé che non capendo l’oggetto principale della mia futura attività, non capii alcune altre cose importanti.
Ma quel lavoro lo volevo e tutto volevo apparire, fuorché ignorante. Bluffai bene, perché il lavoro lo ebbi e scrissi articoli per l’house organ e una montagna di altri strumenti per un buon numero di anni. Fino a non poterne più.

Parecchio tempo dopo, quando mi trovai di fronte a una schiera di dirigenti della nostra banca centrale che mi proponeva un lavoro bellissimo e difficile, non ebbi invece alcun problema a informarli che avevo solo una pallida idea di cosa fosse quella cosa così importante che si chiama Disposizioni di Vigilanza e appena qualcosa di più su servizi bancari fondamentali quali un conto corrente e un mutuo. Nel frattempo avevo infatti imparato non solo che la sincerità professionale paga, ma anche quanto può essere prezioso non sapere praticamente nulla su un’organizzazione, un prodotto o un servizio quando ci dovrai scrivere su. Ti mette più facilmente dalla parte del cliente o del cittadino che non sanno nulla.
Certo, poi su quella iniziale ignoranza dovrai lavorare, e sodo, ma lasciare sempre dentro di te qualcosa di quella prospettiva iniziale, di quella curiosità ancora del tutto insoddisfatta.

Ci pensavo in questi giorni in cui sono saltata da un sistema ERP a una catena di alberghi di lusso fino ad approdare, tra poco, a mostre e fiere. I sistemi ERP so cosa sono, per aver lavorato per anni in un’azienda IT, ma sono lontanissima dalla perizia dei tecnici; gli alberghi di lusso li guardo solo da fuori; di mostre e fiere non so niente ma stasera ne saprò qualcosa di più.

“Ma serve o non serve conoscere a fondo un settore di mercato per lavorarci bene come copy o editor? Bisogna specializzarsi? E se ci si sente ignoranti e inadeguati, allora non è meglio lasciar perdere e dire no grazie?” Sono domande che mi sono state spesso rivolte e che a lungo mi sono fatta anch’io.
Oggi posso rispondere che no, non ci sono settori che non si possono affrontare, anche se altamente specialistici. Nessuno ti chiede di diventare un superesperto, ma di studiare per saperne “abbastanza”. Studiare poi sta a te, e anche conservare e valorizzare il tuo sguardo esterno, quello un po’ candido, che si fa le domande che si farebbe il cliente e che gli esperti non riescono più a farsi.

Se quella mattina in Banca d’Italia avessi ceduto alle mie paure – che erano proprio tante – e mi fossi tirata indietro, non sarei diventata un’editor e una docente che oggi si muove con una discreta disinvoltura tra normative antiriciclaggio, documenti di trasparenza e credito ai consumatori.
E siccome non puoi affrontare sempre temi nuovi, quella disinvoltura ti aiuta non poco quando hai molti lavori diversi contemporaneamente. Sui settori che conosci vai tranquilla e puoi dedicare più attenzione e impegno a esplorare quelli nuovi. Dopo un po’ non saranno più così nuovi, e arriverà il momento di affacciarsi su qualcos’altro…

Per rassicurarvi, so ormai per esperienza che i clienti sono solo felici di raccontarvi tutto del loro lavoro, di farvi parlare con chiunque in azienda, di rispondere alle vostre domande, anche le più ingenue. Parlare, ho detto, non digerire quintalate di slide. Le cose più interessanti sono ancora e sempre nella testa delle persone e nel modo in cui ve le raccontano.
Bene, vado a prepararmi all’ascolto del prossimo racconto :-)

 

Fine dei libri, anzi no

15 gen

Non ho un’opinione definita, ma credo che il lungo articolo di Luca Sofri La fine dei libri vada letto per intero e così le articolate risposte di Gianluca Briguglia (Difesa non romantica dei libri) e di Gianluca Didino (Luca Sofri e la fine del libro).
I titoli sono titoli e Sofri non è che preconizzi la fine dei libri, ma ci invita a entrare nell’ordine di idee che potrebbe succedere. La tesi è che il libro perda sempre più terreno nella costruzione della cultura contemporanea: staremmo diventando sempre più incapaci di leggere testi lunghi, mentre i tempi dedicati ai libri si restringono a favore di altre e meno impegnative occupazioni. Non solo: il libro non è più garanzia che testi e idee restino, molto più facile che vivano più a lungo in rete, pronti a essere recuperati con un clic.

Da autrice di tweet di 140 battute e di libri di 400 pagine, mi piace pensare che ci servano gli uni e gli altri. Forse la mia è una visione di parte, ma mi sento molto in sintonia con Briguglia quando conclude:

Certamente i tempi lenti non si addicono a tutte le fasi della vita e a tutte le situazioni (io credo che se uno non ha letto all’università Isidoro di Siviglia, che poi è un fumettone di mille pagine, possa serenamente non leggerlo mai e tanto più un saggio di trecento pagine su di lui), ma sono convinto che i tempi (e i libri) lunghi convivano ancora e lo faranno a lungo con i tempi brevi e che la qualità dei tempi brevi si nutra anche della qualità dei tempi lunghi, non solo di tecnologie e di rapidità. Il libro non è centrale come un tempo – è vero e forse è anche molto utile – ma senza il libro, e quello che il libro presuppone in termini di ricerca, scrittura e lettura, anche la velocità di altre scritture finisce con l’evaporare nel momentaneo.

Come autrice conosco tutta la fatica e la solitudine che accompagnano la stesura di un libro, ma anche il salto quantico che si fa in quanto a maturazione, consapevolezza, competenza. Come lettrice conosco tutta la gratitudine che provo quando qualcun altro mi consegna la sua fatica su un tema che mi interessa e mi propone la sua “mappa”, come la definisce Briguglia, pronta, chiara, piena di visioni e di scorci, facilmente percorribile. A quel punto che sia di venti o di cinquecento pagine poco mi importa. Vale per i saggi come per la narrativa.

Più che per sostituzione di un medium con un altro, come sempre, andiamo per accumulazione. In quale nuovo equilibrio, è tutto da osservare e da scoprire.

Contare fino a dodici

12 gen

Lo so che ormai sono in ritardissimo con i buoni propositi, ma è ora che torno ed è da domani che per me tutto ricomincia.
In compenso però quest’anno il buon proposito è uno solo, netto, chiaro, senza scampo, il che dovrebbe renderlo – almeno in teoria – facile da mantenere: fare una sola cosa alla volta. Anche e soprattutto quando le cose da fare diventano tante.
Che il multitasking sia fonte di produttività è pura illusione: “Esistono un’infinità di studi che dimostrano che il multitasking ha effetti devastanti sulla produttività. Fare molte cose contemporaneamente significa una cosa sola: non prestare attenzione, e farle male!”, come scrive lo psichiatra Gherardo Amadei in Mindfulness, Essere consapevoli, un piccolo libro del Mulino che negli ultimi mesi ha contato molto per me e mi ha offerto innumerevoli spunti di riflessione anche per il mio lavoro.
Così, per me e per voi, su questo blog inauguro il 2014 con una poesia di Neruda che mi è piaciuta molto, Silenzio:

Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.

Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.

I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.

Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.

Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio
potrà interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.

Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

Insomma, non fare meno, ma agitarsi meno. E prima di saltare alla seconda attività, contare fino a dodici.

Se il tema della consapevolezza ti interessa, puoi rileggere un mio post di qualche tempo fa, Un respiro tra l’essere e il fare, oppure leggere uno degli ultimi post di Brain Pickings, An antidote to the age of anxiety.

Ma su questo blog ci sono anche:

Le forze della scrittura, oltre le parole
Ascoltare nello spazio del silenzio
Armonie in bianco e nero
Veneriamo la spina dorsale
Concentrazione e/è felicità
Risvegli
Auguri al nostro io creativo
Ritmi
Solidi auguri
Potenza di un soffio
Il suono della vita
Pratiche
Fluire di forme
10 buone ragioni per praticare lo yoga

E poi c’è sempre il quaderno Yoga e scrittura.

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