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Quel che si capisce subito non appaga

29 set

Gustave Flaubert, manoscritto di Madame Bovary

L’unico giornale per il quale ormai vado in edicola è il Sole 24 Ore la domenica perché il suo inserto cultura rimane imbattibile per ricchezza di temi, vivacità di opinioni, scritture di altissimo livello (quanti esempi ne ho tratto per Lavoro, dunque scrivo!).

Non sempre tutto mi interessa e in genere scelgo solo quello che mi attira. Il numero di ieri, invece, era un tale concentrato di belle cose che ci ho passato buona parte del pomeriggio, saltando dal jazz come emblema della democrazia a Sant’Ignazio di Loyola, dalla Marchesa Casati al Cardellino di Donna Tartt, dal detective Custode di Terrasanta alle divagazioni di Paola Mastrocola sui ragazzi di oggi. La palma d’oro, però, va a Le lacune migliorano i libri, tratto da Lacuna. Saggio sul non detto di Nicola Gardini, uscito per Einaudi qualche giorno fa.

Le lacune di Gardini sono le informazioni e le parole che l’autore decide consapevolmente di tacere, il freno ai testi troppo esaustivi, troppo dettagliati, troppo lunghi o troppo verbosi. Un inno alla brevità e al “self-restraint” che non sono esigenze di questi tempi convulsi e veloci, ma da sempre una chiave dei testi che chiamano in causa il lettore, lo fanno ridere, sorridere, ragionare, immaginare, sognare, arrivare da solo alla conclusione.

“Il testo è un organismo che trascende la sua propria apparenza o consistenza materiale. Il lettore interprete lo fa agire oltre i limiti della scrittura e, a sua volta, è attraversato dalla voce nascosta del testo.”

“La lacunosità della formulazione, in definitiva, è preferibile, a livello sia stilistico sia argomentativo. Quel che si capisce subito non appaga. Molto meglio ciò il cui senso si compie con un qualche ritardo, perché solo così si arriva veramente ad apprendere.”

L’autore parco rende il lettore felice, come già sapeva Aristotele:

“… il comprendere e il concludere attraverso un ragionamento. Una conoscenza, si badi, che procura un piacere tutto particolare. Non è solo questione, infatti, di capire, ma anche di provare felicità per mezzo dell’intelligenza. Per questo la similitudine risulta meno piacevole della metafora: perché l’aggiunta del ‘come’ allunga l’espressione e questo nega alla mente la possibilità di costruire il senso.”

L’articolo è una galoppata insieme ai più lacunosi tra gli autori antichi e moderni, tra cui brilla per concisione ed essenzialità Schopenhauer:

“Leggiamo nei Parerga e paralipomena: ‘Bisogna far risparmiare al lettore tempo, sforzo e pazienza; con ciò si otterrà da lui la fiducia che quanto è stato scritto è degno di essere letto con attenzione e che la sua fatica sarà ricompensata’. Schopenhauer arriva ad affermare che ‘è sempre meglio omettere qualcosa di buono che non aggiungere cose insignificanti’. E cita la massima di Esiodo che ‘la metà è più dell’intero’ (Opere e giorni, v. 40). Al lettore si devono dire solo cose che non potrebbe pensare da sé. Via fronzoli e orpelli: la verità sia tutt’uno con la cosa, libera e incorrotta dall’ampollosità, come in questa citazione di Giobbe, con la quale non potrebbe competere nessuna declamazione: Homo, natus de muliere, brevi vivit tempore, repletus multis miseriis, qui, tanquam flos, egreditur et conteritur, et fugit velut umbra (Gb 14, 1) (‘L’uomo, nato di donna, vive per poco tempo, pieno di molte miserie, che, come un fiore, spunta e avvizzisce, e fugge come ombra’). La conclusione: evitare il superfluo, le idee secondarie che depistano; ‘bisogna industriarsi per uno stile casto.’

Mi conformo al principio della lacunosità e mi fermo qui. Sappiate solo che gli altri grandi lacunosi citati da Gardini sono Boccaccio, Sartre, Cicerone, Seneca, William James, Flaubert. Il resto leggetelo sul blog Illuminations, che riporta l’articolo per intero. E non fatevi spaventare dal muro di parole: copiate, cogliete le perle e mettete gli spazi da soli, che già di per sé è un ottimo esercizio.

Le parole della PA: non tutto è perduto

22 set

Qualche giorno fa Valentina Falcinelli riceve una terrificante (non solo per noi business writer) “Nota Informativa” dalla Regione Lazio. Presa dal sacro furore editoriale ci scrive su un gran bel post: Formattazione, leggibilità, maiuscole. Regione Lazio: t’ho fatto le bozze. La conclusione è un invito: “Quindi, cara Regione Lazio, io la tassa automobilistica la pago. Tu magari vedi di pagare un business writer, ok?”

Valentina è molto più giovane e molto meno rassegnata di me, per fortuna. Io sfogliai il primo Codice di stile della pubblica amministrazione molti anni fa, e fu una vera rivelazione. Mi sembrò una cosa avanzatissima e lo era. Per questo quando ricevo le comunicazioni del Comune o dell’Agenzia delle Entrate sono meno combattiva e piuttosto mi piange il cuore.

Quasi tutto quello che ho imparato sulla scrittura chiara ed efficace – cose che ho applicato anche in complicatissimi contesti aziendali – l’ho imparato su testi concepiti per la pubblica amministrazione e spesso scritti da funzionari e dirigenti della PA (qui trovi le migliori guide di stile e qui i libri che più mi hanno ispirata). Eppure non molto di questo patrimonio di professionalità, intelligenza e volontà sembra essere stato messo a sistema, un altro segno dello spreco di talenti che si fa da troppo tempo in questo paese.

Lo scrivo con tristezza, sapendo anche quanto sia difficile per una volenterosa amministrazione farsi aiutare da un professionista della scrittura. E per un professionista lavorare con un’amministrazione. C’è sempre un’autorizzazione alla spesa che manca o che arriva troppo tardi, un cavillo che ti decurta a posteriori il compenso, un Durc che devi presentare anche per un solo giorno di formazione e che ritarda il pagamento alle calende greche. Alessandra Farabegoli ci ha scritto tempo fa un post memorabile.

Ma scrivere un post all’inizio della settimana è anche un modo per riprendere coraggio e ottimismo e spesso il ritardo si può trasformare in vantaggio, perché ci si può ispirare a chi intanto ha fatto meglio di noi.

Chi ha fatto meravigliosamente è la pubblica amministrazione britannica e i suoi siti sono sotto gli occhi di tutti: siti usabilissimi, dove trovi tutti quello che cerchi e ti serve davvero “in pochi clic” (non a parole), con un tono di voce perfetto, “naturale, ma preciso” e autorevole, come scrivevo tempo fa.

Cosa c’è di più naturale e preciso di una domanda?

Di più autorevole di un impegno ?

Nota bene: successi e fallimenti!

Nessun timore di usare parole quotidiane e sintassi essenziale per introdurre il processo legislativo:

E quando c’è una parola più difficile, ecco la spiegazione:

Obiezioni:
“È web, non carta!” Vero, ma il web insegna a scrivere mille volte meglio anche sulla carta.
“Ma con l’inglese essere più semplici è più semplice!” Falso, e l’italiano ha persino qualche vantaggio in più.

Visit, enjoy and learn!

L’usabilità delle piccole cose

10 set

Ho lavorato gran parte della mattina alla semplificazione di un modulo contrattuale. Due sole pagine, ma un vero campo di battaglia. Sapevo già che avrei dovuto togliere molte parole superflue (ivi comprese, la presente dichiarazione, le polizze suddette, ostativo, relativo a, pari a…) per far posto a elenchi puntati e ingrandire le terribili “small print”. Il tutto senza dilagare a pagina 3 e facendo “vedere” la trasparenza dell’azienda.

Però la cosa che mi ha dato più soddisfazione è avere dimensionato gli spazi da riempire. Vado sempre in bestia quando devo scrivere il codice fiscale in uno spaziettino e al contempo ho uno spazio enorme per il cap o per la provincia. Non parliamo poi del mio indirizzo email – mestierediscrivere.com –, che non entra mai da nessuna parte. A ogni informazione il giusto numero di battute.

L’usabilità del quotidiano è anche nelle piccole cose, che a volte hanno un impatto enorme. Mi ha molto colpito, ultimamente, l’indicazione “voi siete qui” nelle cartine che a Londra trovi a ogni angolo di strada. Non c’è il famoso pallino rosso, che non ti dà alcuna indicazione su come sei orientata, a cosa dai le spalle e cosa hai di fronte. C’è invece una lineetta con sopra una freccetta: sai subito che la lineetta è la tua schiena e la freccetta la direzione del tuo sguardo. Così non devi andare a vedere i nomi delle prime traverse per capire dove dirigerti.

Copy ed editor, fatevi avanti!

9 set

The Writer, che ogni tanto cito in questo blog, è una delle più brillanti agenzie di “writing and brand language consulting”. Dalle sedi di Londra e New York aiuta le aziende di tutto il mondo a trovare le parole che meglio le esprimono e le rispecchiano, e insegna loro a farle proprie in ogni comunicazione, anche la più quotidiana.

Ora cerca copywriter ed editor freelance di madrelingua italiana, per un progetto che annunciano molto “corposo”. Fatevi avanti!

Vitali scadenze

3 set

The key part of the word deadline, remember, is not the “line” part, but the “dead” part.

Now solve this riddle: When does a deadline become a lifeline?

The answer: When it is self-imposed.

L’ultimo articolo di Roy Peter Clark sul sito del Poynter è dedicato alle scadenze e sembra scritto per me: Want to avoid procrastination? Impose an early deadline on yourself.

La parola inglese deadline è in effetti piuttosto lugubre e condivido in pieno il suggerimento per renderla positiva e vitale: le scadenze è meglio darsele da soli, possibilmente un bel po’ prima di quelle imposte dagli altri. I vantaggi sono molteplici:

  • ci sentiamo più liberi, meno dipendenti dalla volontà e dalle decisioni altrui
  • ci sentiamo più tranquilli perché anche di fronte a un imprevisto ci rimangono dei margini
  • sappiamo di poterci godere la revisione, la parte più bella di tutto il lavoro
  • possiamo fare un lavoro più accurato, con meno errori (la perfezione non esiste)
  • possiamo “regolare” la scadenza sui ritmi, i problemi e le gratificazioni della nostra vita.

Sfrutto sempre molto quest’ultimo vantaggio, soprattutto per i lavori di scrittura che spaventano per mole e complessità, come i libri. La scadenza “personale” è sempre prima di una vacanza. O di un inizio di stagione come questo. E così, oggi mi sento leggera leggera. Una vera piuma.

Pensieri e progetti in movimento

10 ago

Ho passato l’ultima settimana lontana dagli schermi, praticando con passione e altrettanta fatica almeno cinque ore di yoga al giorno. Per il resto, solo aria aperta, camminate e due o tre ottimi libri che ho riempito di annotazioni a matita e di cui vi parlerò a breve. Sono stacchi sempre più indispensabili, che mi allontanano dalla testa perché coinvolgono tutto il corpo, il respiro all’interno e l’aria che mi circonda all’esterno.

Naturalmente mi capita di domandarmi almeno dieci volte al giorno chi me lo fa fare di stare lì a tentare di resistere in posizioni improbabili e in equilibri precari, a cadere e rialzarmi mille volte. Se rimango è perché so la risposta: la coscienza non è solo in quel posto misterioso chiamato mente, è in tutto il corpo e più lo muoviamo e ci lavoriamo, più risorse scopriamo di avere.

Più o meno la stessa risposta l’ho trovata in uno degli ultimi capitoli della Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli, che ho finito di leggere sotto l’ombra di un grande nocciolo. Se volete una ragione in più per stare lontani dagli schermi almeno per qualche giorno e capire quanto può essere importante il corpo e la sua energia anche nelle attività intellettuali e creative, leggete queste due bellissime pagine di Falcinelli:

Accanto alle esperienze simulative, gli schermi, con la loro riduzione del percepito a pixel, favoriscono un approccio mentale, incorporeo, teorico. Un rimprovero che a ragione può essere mosso loro, riguarda l’eccessiva smaterializzazione delle esperienze.

Un aspetto importante, legato al funzionamento profondo della nostra mente, è il fatto che questa si forma, apprende, inventa in base ai modi che le mettiamo a disposizione. Se passiamo tutto il tempo davanti allo schermo, il nostro cervello finirà per ripetere sempre uno stesso pattern, come il topo imprigionato nel labirinto del laboratorio. Le pratiche artistiche e artigianali hanno invece sempre comportato un uso specifico del corpo e dello spazio: non c’è mai stato un guardare senza un fare. Sarebbe una grave svista non considerare quanto conta il corpo nella formulazione del pensiero creativo. Scolpire, dipingere, suonare non sono attività che si fanno da seduti guardando il soffitto: le idee della scultura non vengono prima di scolpire, ma vengono scolpendo.

Quando prendiamo appunti, quando schizziamo, quando progettiamo, inventiamo o scarabocchiamo, stiamo mettendo in atto pratiche mentali diverse, senza confini precisi tra scrittura, organizzazione e disegno: perché le attività grafiche sono, più in generale, un modo in cui spostiamo il pensiero sul foglio. Per questo, progettare esclusivamente al computer rischia di farci perdere delle possibilità: la rigidezza di immissione della tastiera e del mouse ancora non ci consentono la libertà di pratiche miste, che ci permettono invece carta e penna. Lo stesso touchscreen rimane una procedura piena di vincoli: possiamo fare solo quello che è stato previsto a monte, niente altro.

Nelle attività progettuali, rimane invece fondamentale poter saltare da un uso a un altro: pensate la scarica fisica che comporta per un bambino cancellare un disegno di cui non è contento, l’energia è anche la violenza con cui si nega un segno, seppellendolo sotto altri segni. Anche il cancellare fa parte del mettere le idee sulla carta. Il valore sinestetico del disegno è poi indubbio, sia nella produzione che nella fruizione. La grana ruvida o liscia di un supporto o di un materiale è un’esperienza precisa; calcare sul foglio o muoversi leggeri è subito, mentre lo si fa, fonte e prodotto di uno stato multisensoriale.

Rinunciare al disegno in nome della sveltezza o del progresso digitale comporta rischi enormi: significa rinunciare anzitutto a una pratica motoria, alle potenzialità ragionative che nascono dall’uso del corpo.

Anche se ogni giorno si celebra trionfalmente la creatività, nei fatti però designer, illustratori, architetti svolgono sempre più il loro lavoro seduti come impiegati, secondo posture rigide e schemi ripetitivi. Lo scarabocchiare, il dipingere, l’incollare, lo scattare fotografie (magari in pellicola) andrebbero recuperati non per nostalgia antidigitale, ma per proporre al corpo altre posture e quindi altre idee.

Non è un caso, infatti, che la grafica globalizzata tenda spesso ad assomigliarsi un po’ tutta. Non si tratta di mera influenza culturale, ma di modo di procedere. Tutti i designer compiono gli stessi movimenti, maneggiano pixel: un po’ più a destra; ruotato; di nuovo a destra; abbassato; poi sopra; e taglia; e incolla. Così all’infinito. Il design dovrebbe essere un modo di ragionare, di impostare problemi, di raccontare storie, non può ridursi a maneggiare box o a spostare pixel.

PS A pensare in movimento nei giorni scorsi ero qui. Lo yoga e la scrittura hanno molto in comune. Anni fa ci ho scritto un intero Quaderno.

Scrivere: una visione e una conversazione

15 giu

Il video con l’intervento dello psicolinguista Steven Pinker che Edge ha pubblicato nei giorni scorsi è stato citatissimo e segnalatissimo in rete, ma 37 minuti e la lunghissima trascrizione nelle mie dense giornate lavorative proprio non ci stavano. Così ho tenuto la lettura per il fine settimana. Ho apprezzato molto alcuni libri di Pinker e il titolo del video, altisonante e banalotto, era comunque invitante: Writing in the 21th century.

Pinker si chiede subito come debba essere oggi un manuale di scrittura e quali i consigli per una “prosa limpida e moderna”. Sicuramente qualcosa di molto diverso dai manuale prescrittivi che ci accompagnano da almeno un secolo e che ci dicono quello che si deve o non si deve fare. La differenza la fanno gli studi scientifici sul linguaggio, la mente, il cervello e tutto quello che sappiamo oggi su cosa succede lì dentro quando scriviamo e leggiamo. Un punto di partenza che mi è piaciuto molto, visto che le cose più interessanti sulla lettura, e quindi sulla scrittura, negli ultimi anni le ho imparate soprattutto da una scienziata.

Scrivere è un modo in cui una mente fa accendere idee in un’altra mente.

Non è questione di regole, ma di collocazione
Le poche regole cui attenersi si imparano in fretta. Tutte le altre sono fatte per essere infrante, come ci dimostrano gli scrittori che valgono qualcosa. Quel che è più difficile ma necessario imparare è decidere come e dove ci collochiamo quando scriviamo. “Scrivere è cognitivamente innaturale” afferma Pinker, perché non abbiamo di fronte una persona che reagisce alle nostre parole come in una conversazione; nessuno ci lancia uno sguardo di approvazione o riprovazione, ci interrompe o ci fa una domanda. Dobbiamo andare avanti da soli, scommettendo su un pubblico che potrà esserci o non esserci.
Ma qual è la posizione migliore in cui collocarci, l’atteggiamento da assumere? È una combinazione di visione e conversazione. Scrivendo dobbiamo immaginare di vedere nel mondo qualcosa di interessante e portarvi l’attenzione del lettore attraverso le sole parole, cioè gli strumenti della conversazione.

Cercare e studiare le irregolarità
Un’altra chiave per scrivere in modo limpido è leggere con attenzione. Il linguaggio è fatto di due meccanismi diversissimi: regole rigorose, che possono essere applicate come un algoritmo, e irregolarità lessicali, che si memorizzano solo con la forza bruta, cioè leggendo tanto e con consapevolezza.

Ogni lingua possiede regole logiche, potenti ed eleganti per combinare le parole in modo che il significato della combinazione scaturisca sia dal significato delle parole sia dal modo in cui sono disposte.

Scrivere bene non è solo questione di aver imparato le regole logiche per combinare le parole, ma soprattutto di aver assorbito decine o centinaia di migliaia di costruzioni, espressioni, parole, infinite irregolarità dalla pagina scritta (il “magazzino dei modelli testuali” l’ho chiamato in Lavoro, dunque scrivo!). Leggere tanto non basta. Bisogna leggere tanto e con tanta attenzione, fermarsi a riflettere sul perché un testo ci piace o non ci piace, smontarlo per capirne il meccanismo. E dopo rileggere una frase, un capoverso con la consapevolezza del perché scorre così bene.

Andare oltre la maledizione della conoscenza
La maledizione della conoscenza è ciò che ci impedisce di immaginare com’è non sapere qualcosa che noi già sappiamo, cioè di metterci nei panni e nella mente giustamente “ignorante” di chi ci ci legge. Superare la nostra “onniscienza” di autori ed esperti. È presuntuoso e quasi impossibile farcela da soli. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di chiedere, di fare domande, di sottoporre le nostre bozze a chi ne sa poco o niente, di selezionare editor tra colleghi ed amici. Resteremo stupefatti: moltissime cose che ci sembrano ovvie non lo sono affatto per gli altri.

L’auspicio del riccioluto psicologo del linguaggio è che le discipline scientifiche e umanistiche superino conflitti e barriere e il suo lungo intervento dalla scrittura si estende anche alla musica, alle arti visive, alle scienze sociali. Leggere, vedere e ascoltare conoscendo meglio i meccanismi di funzionamento della mente può solo aumentarne gusto e godimento.

 

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