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Video ad altissima densità di scrittura

13 dic

“Everything is content. And very often the core of that content, that user experience, is writing. Sometimes is literally the experience – in the case of a blog post, e-book, white paper, Twitter post, or website text. And sometimes it’s the basis of a visual experience – like that video or that SlideShare or PowerPoint presentation that began its life as a script, or that infographic that likely knits together data and text.”

Ann Handley, Everybody writes

Sempre più video, sempre meno testo. Perché parlare e guardare sono azioni naturali, leggere lo è molto meno, così come scrivere. Ce lo spiegano molto bene neuroscienziati quali Maryanne Wolf e psicologi del linguaggio quali Steven Pinker. Però è vero, come scrive Ann Handley, che la scrittura è comunque al cuore di tutti i contenuti. Anche quando è nascosta ai nostri occhi.

L’ho sperimentato direttamente negli ultimi due mesi, quando un’azienda molto attenta alle sue parole e alle sue persone, con cui collaboro da diversi anni, mi ha chiesto di realizzare un ciclo di webinar sulla scrittura. Non dirette in streaming, ma singoli webinar di una mezz’oretta, da seguire in qualsiasi momento e da qualsiasi dispositivo. A me i contenuti – parlati e visuali –, a un’agenzia specializzata in prodotti formativi la regia del tutto.

Io sono una che può parlare a braccio per ore, ma ho deciso di progettare ogni webinar fino alla singola pausa e all’ultima virgola, scrivendo tutto, ma un tutto destinato a essere pronunciato con naturalezza davanti a una telecamera.

Bene, è stata una delle esperienze a più alta densità scrittoria che abbia mai fatto: progetto, scaletta dei contenuti, stesura del testo, elaborazione delle slide, ottimi titoli e sottotitoli per ogni webinar (la fruizione non è obbligatoria, per cui suscitare curiosità è fondamentale), più un notevole numero di revisioni. Oltre a quella consueta, anche quelle per il tono di voce (coerente con lo stile aziendale, ma anche con il mio, il mio corpo e la mia faccia), per la sintonia script-slide (nei contenuti e nella forma), per la lettura ad alta voce (cosa ben diversa dalla lettura silenziosa), e infine per la naturalezza (cosa impalpabile ma decisiva).

Ho lavorato su temi che conoscevo molto bene, per cui mi sono potuta concentrare con gusto sul “come” trasmettere i contenuti attraverso un medium diverso, che mi metteva in gioco in prima persona e in modo così forte. E così, ora che sono in dirittura d’arrivo, mi trovo a riflettere su quanto ho imparato:

  • la progettazione minuziosa paga: ogni cosa è al posto giusto e al momento giusto, senza nemmeno una ridondanza; io sono così tranquilla e sicura di quello che dico che posso concentrarmi bene sullo sguardo, il tono di voce e la gestualità, con un effetto naturalezza assicurato, persino con una bella voce di pancia invece che di testa
  • l’attacco è fondamentale: ho sempre scelto qualcosa di eccentrico, divergente, inaspettato, che sorprendesse all’inizio ma di cui si capisse il senso lungo tutto il webinar, come una chiave di lettura
  • alla mia voce la cornice molto personale di interpretazione e commento, alle slide le indicazioni, le citazioni, gli esempi
  • periodi brevi, ma sintassi fluida, variata e ritmata
  • stile naturale e conversevole, ma senza esagerare con domandine e intercalare
  • lo stile naturale e fluido ti viene benissimo se ti sei documentata e preparata moltissimo, non se ti affidi all’estro del momento.

“Ars est celare artem”: l’arte consiste nel celare l’arte. L’antica massima latina, per realizzare un prodotto multimediale, da fruire anche su tablet e smartphone, mi è sembrata più attuale che mai. Anche qui, back to basics!

Lo ricorda Lee Lefever, fondatore di Common Craft, agenzia di comunicazione che sforna i più bei video di tre-quattro minuti per spiegare gli argomenti più complessi:

“La scrittura è il passo logico con il quale un’idea si trasforma in qualcosa di utile come una spiegazione. Non c’è metodo migliore di scrivere per elaborare una spiegazione efficace e rendere le idee più difficili facili da capire. Lo script è un documento vivente, che cambia e ci accompagna dall’inizio alla fine.”

Sui video di Common Craft, leggi anche:

Spiegare è un’arte

Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia

7 dic

Parecchi anni fa comprai un libro tedesco nato da un’idea del famoso settimanale Die Zeit. In italiano il titolo suona più o meno I 100 quadri del museo della Zeit. Studiavo il tedesco da poco ed ero sempre alla ricerca di libri che fossero alla mia portata; in questo, ognuno dei cento capitoletti era di circa due o tre pagine e l’arte il mio principale oggetto di studio all’epoca.

L’idea era geniale e sarebbe stata ripresa più e più volte negli anni: cento scrittori, giornalisti, filosofi, politici o artisti erano invitati a parlare di un’opera d’arte che aveva segnato la loro vita. Susan Sontag scriveva di un interno di chiesa quattrocentesco, Arnaldo Pomodoro di una piccola opera di Klee, Emilio Vedova di Tintoretto, Fernando Botero di Paolo Uccello, lo scultore Christo di Giotto… l’ultimo era il nostro Umberto Eco che scriveva della prima pagina del medievale Book of Kells, conservato al Trinity College di Dublino.

Il libro mi affascinò perché ogni autore scriveva della sua opera del cuore con amore, emozione ma anche grandissima competenza. Umberto Eco raccontava di come per mesi fosse andato ogni giorno al Trinity College perché ogni giorno viene girata una pagina di quell’opera meravigliosa, paragonata alla vita che scorre. Quel piccolo saggio non l’ho mai dimenticato.

Ieri sono andata a riprendermi il libro dall’alto di uno scaffale. A ricordarmelo è stata l’iniziativa di Repubblica di affidare alla scrittrice Melania Mazzucco il racconto di un quadro in un liceo veneziano.

Melania Mazzucco non è una storica dell’arte, ma il suo racconto è appassionante, come testimoniano i tanti video in cui racconta le sue opere d’arte del cuore. Per esempio, le opere di Tintoretto:


Ora ha raccolto i suoi racconti nel libro Il museo del mondo, appena uscito presso Einaudi.

Negli ultimi tempi ho viaggiato molto per lavoro e quando sono in giro cerco sempre di ricavarmi tempo per un museo o una mostra. Quante volte ho pensato dentro di me “Togliete ai curatori apparati didattici, testi di pannelli e audioguide!!” Lo so che è un pensiero ingiusto, perché generalizza e ci sono anche curatori bravissimi a spiegare le opere e a emozionare il pubblico. Però quelli bravi sono troppo pochi.

La mostra di Segantini al Palazzo Reale di Milano è strepitosa, sicuramente una delle più belle che ho visto negli ultimi anni, ma sui pannelli trionfano periodi composti anche di 90-100 parole, assolutamente illeggibili per chiunque. I linguisti sono chiari: un periodo altamente leggibile in un testo informativo è fatto di 25-30 parole, non di più. Un pannello in corpo piccolo, con l’impaginazione giustificata e lo sfondo bordeaux, da leggere in piedi, deve forse averne ancora meno.

La mostra su Picasso a Palazzo Strozzi a Firenze è così così, ma potrebbe essere goduta di più se il testo dell’audioguida – che costa 5 euro – fosse stato concepito appunto per l’ascolto e non come un libro stampato. Per chi è davanti a quella cosa concretissima che è un quadro, parole astratte come poetica e e primitivismo non dicono niente.

Per audioguide e app, il modello libro e il modello catalogo bisogna dimenticarlo, e per sempre. Eppure di storytelling eccellente per i musei e le opere d’arte ne abbiamo a bizzeffe: Melania Mazzucco, Philippe Daverio, quel successo mondiale che sono i 100 oggetti del British Museum, l’app della National Gallery di Londra Love Art, una meraviglia a 2,69 euro che metti in cuffia e ascolti il curatore che sembra lì a raccontare solo per te. A “raccontare”, non a leggere. E “sembra”, perché ascoltando capisci che lavoro raffinato di sceneggiatura e di studio ci sia dietro tanta leggerezza e naturalezza.

Un paio di giorni fa Massimo Mantellini sul Post ha dedicato uno splendido pezzo a questa fotografia:

Può essere il Rijksmuseum ad Amsterdam, la National Gallery a Londra o gli Uffizi a Firenze, ma è esattamente questo che dobbiamo augurarci di vedere nei musei nei prossimi anni: ragazzi concentrati su una bella app, che avranno scaricato prima, a casa, per poi leggere, ascoltare, vedere, e moltiplicare le emozioni che solo l’opera d’arte dal vivo può regalarti.

La settimana che si chiude è stata anche quella del BTO, l’evento dedicato alle potenzialità che le tecnologie offrono al turismo e alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Sono solo riuscita a sbirciare cose interessantissime, ma nei prossimi giorni vale davvero la pena di seguire gli interventi appena saranno online. Credo sarà l’ennesima conferma di quali ricchezze non solo culturali ma professionali e umane ci siano in questo paese, se solo riuscissimo a farle circolare.

Eh sì, non manchiamo solo di mobilità sociale, ma anche professionale. La rete ci fa scoprire talenti, ma a che serve se poi restano lì? A Palermo c’è una professoressa di storia dell’arte che si chiama Emanuela Pulvirenti. Non la conosco, ma ad ogni post mi incanta e mi fa invidiare i suoi studenti. Emanuela ogni giorno ha le sue classi davanti e si confronta con cose concrete: domande, sguardi, opere, materiali.  Quella concretezza evidentemente la aiuta a ideare i suoi post sul colore, inaugurati da un attacco esplosivo:

Che succede quando un rosso si imbatte in un verde? Beh, più che un incontro sarà uno scontro! Uno dei più feroci che si possano vedere dentro un quadro.

O a coinvolgere su un tema specialistico come i taccuini degli artisti:

Cosa c’è dietro un’opera d’arte? È una domanda che mi sono posta molte volte. Un dipinto, una scultura, un qualsiasi manufatto artistico, anche se prodotto rapidamente e, apparentemente, di getto, nasconde dietro uno studio, un’osservazione della realtà, un’elaborazione concettuale.

Per non parlare dei suoi post sui lampioni o sulle nuvole… e delle altre storie meravigliose di Didatticarte.

Insomma, non si potrebbe prendere la professoressa Pulvirenti e farle fare un bel corso ai curatori più verbosi e astratti? Non sono forse tutti dipendenti dello stato italiano?

Concretezza, emozione, storie, arte, immagini e parole: queste cose ci sono tutte in un bel video che risponde a una delle domande apparentemente più astratte che ci siano: A che serve l’arte? Lo hanno realizzato in quella scuola di storytelling che è The School of life, ideata dallo scrittore Alain de Botton (i video sono uno più bello dell’altro).


L’arte è una cosa concreta, no? Forse la più concreta che ci sia. Non merita parole astratte e lontane dalla vita. Né periodi che non finiscono mai. Né storiadellartese.

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Le parole di Magritte e quelle del suo museo

gli oltre 136 post sull’arte

Nomade e lettrice

11 nov

L’ultimo scorcio dell’anno è sempre il più denso e nelle prossime due settimane sarò quasi sempre in giro. Meno tempo per i post (ma poi chissà!), più tempo per i libri, perché niente come il treno mi predispone alla lettura. Intanto, però, ho risposto ad alcune domande di Serena Spitalieri, che ringrazio, sul blog di Marketing Arena.

La comunicazione tecnica cerca umanisti

6 nov

Ogni tanto, negli ultimi anni, mi è stato chiesto di scrivere la prefazione di un libro. Il primo è stato quello di una famosa blogger, sono seguiti un manuale di scrittura per bambini e l’edizione italiana di un bestseller mondiale sulle presentazioni. Qualche mese fa mi è stato chiesto di “prefare” (sì, si dice proprio così) un libro sulla comunicazione tecnica.

Ho accettato volentieri perché la comunicazione tecnica è la Cenerentola della comunicazione, ma una Cenerentola importantissima, che ha un gran bisogno di buoni scrittori. Sarà pure meno glamour di SEO e SMM, ma saper spiegare con chiarezza il funzionamento di un telefono cordless, di un software o di un complicato macchinario è un vero servizio sociale e in più è un lavoro di soddisfazione molto meno inflazionato di altri.

Il comunicatore tecnico. Guida pratica alla professione di Gianni Angelini, appena pubblicato da FrancoAngeli, getta nuova luce su questa professione così poco conosciuta, che, nonostante l’aggettivo tecnico, è sempre più aperta anche a chi ha una laurea umanistica. Ecco la mia breve prefazione:

Lo ammetto, ero proprio rimasta indietro, anche dal punto di vista della definizione. La figura professionale che Gianni Angelini delinea in questo libro per me era ancora quella del technical writer. In inglese, quasi a marcarne la marginalità in Italia, dove la comunicazione tecnica conta sicuramente su comunità vivaci ma poco note, soprattutto ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro e non prendono in considerazione questa strada. E con l’accento forte sulla scrittura, che invece è sempre più solo una componente, seppure fondamentale, di un ventaglio di competenze molto più ampio che in passato.

Lo si scopre proprio percorrendo questa guida, che non solo ci racconta come sia cambiata e stia cambiando la professione del comunicatore tecnico, ma ci rivela anche quante insospettate affinità la colleghino alle altre professioni del mondo della comunicazione. Un mondo che conosce oggi molte specializzazioni, percorse però da alcuni fili in comune.

Il primo filo è sicuramente l’idea della modularizzazione del testo, della fine del testo sequenziale che ha dominato in modo esclusivo fino a pochissimo tempo fa. Un’idea che accomuna il web writer e il comunicatore tecnico, entrambi alle prese con testi ricombinabili in molti modi e contesti diversi. Frammenti sì, ma completi, autonomi, rigorosi. Gli stessi sistemi di pubblicazione dei manuali tecnici hanno molto in comune con i CMS con cui si pubblicano i contenuti sul web.

Il secondo filo è quello dell’integrazione tra parole e immagini, che amplia la sfera di interesse di chi scrive. Come i siti, come le app, anche i manuali affidano oggi informazioni e istruzioni alla forza e all’immediatezza delle immagini. Anche qui, saper solo scrivere non basta più.

Il terzo filo è un’esigenza di chiarezza, precisione e struttura che la comunicazione tecnica conosce da tempo ma che si sta facendo strada con forza in tutte le scritture professionali. L’attenzione alle parole chiave e la necessità di taggare e classificare i contenuti obbliga tutti – non solo i comunicatori tecnici – a una scrittura più attenta e precisa.

E tutti abbiamo ormai dimestichezza con termini quali usabilità e user experience, che significa soprattutto capacità di mettersi dalla parte delle persone che ci leggeranno e dovranno usare le indicazioni che abbiamo preparato per loro. L’essenza della comunicazione, in qualsiasi campo.

Così, il comunicatore tecnico ci appare molto più vicino agli architetti dell’informazione, agli editor e ai copywriter che progettano e scrivono brochure di prodotto, app e siti web. E la comunicazione tecnica come una componente della più grande famiglia della comunicazione professionale.

È una bella notizia, che abbatte pregiudizi e steccati per aprire il mondo della comunicazione tecnica anche agli umanisti, uno dei messaggi più interessanti e seducenti di questo libro.

Lo stesso Gianni Angelini è un laureato in lettere classiche che scrive manuali software in Siemens Building Technologies.

Per approfondire la comunicazione tecnica, vi segnalo le risorse che conosco in italiano:

L’artigiano di Babele
Il blog del comunicatore tecnico Alessandro Stazi. Online dal 2009, è ricchissimo di post e risorse.

COM&TEC
L’associazione professionale di riferimento per i redattori, traduttori e comunicatori tecnici italiani. L’associazione organizza seminari, conferenze e corsi per la formazione e l’aggiornamento professionale.

Writec
L’agenzia di communication engineering e technical writing fondata dalla “pioniera” Vilma Zamboli.
Sul Mestiere di Scrivere potete leggere un’intervista a Vilma: Chi è il technical writer?

Zen in the city

18 ott

Qualche giorno fa ho preso un segnalibro in un libreria romana, attirata dalla scritta:

Meditazione del segnalibro
Questo potrebbe essere il momento giusto per prenderti una pausa.
Chiudi il libro, chiudi gli occhi e recita mentalmente questi versi:

Inspirando, sento l’aria che entra
espirando, lascio andare le tensioni.

Inspirando, calmo il mio corpo
espirando, sorrido.

Apri gli occhi e riprendi le tue attività.

Giro e leggo:

zeninthecity.org
Il sito di riferimento sulla meditazione,
lo yoga e la mindfulness per chi vive in città
e usa tutti i giorni un dispositivo digitale.

Immaginavo un centro yoga e meditazione di Roma, mi aspettava invece il più ricco, generoso e pratico sito su questi temi che abbia mai incontrato, quale può nascere solo da una grande passione.

Paolo Subioli, che non conosco ma che ringrazio di cuore, non ha un centro yoga ma lavora in azienda come tanti di noi. Forse per questo è riuscito a creare un sito fatto proprio per noi che corriamo dalla mattina alla sera, siamo sempre connessi e irretiti dalle sirene del multitasking, incuriositi dalla meditazione ma convinti di non averne proprio il tempo.

In zeninthecity troviamo anche piccole meditazioni da fare mentre laviamo i piatti o puliamo la verdura, mangiamo, guidiamo, siamo fermi al semaforo, portiamo a passeggio il cane, facciamo le fotocopie in ufficio. Possiamo seguire le indicazioni, scaricare il pdf o l’mp3 di moltissime meditazioni, anche di grandi maestri come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, cui Subioli soprattutto si ispira.

E ancora: letture, testi, poesie e tantissimi articoli accessibili ma mai superficiali su come introdurre piccoli, graduali ma fondamentali cambiamenti nelle nostre frenetiche e caotiche vite digitali. Per i romani, ci sono anche gli appuntamenti e i luoghi per praticare la meditazione in città, dai sangha di vicinato ai parchi.

Il tutto in un sito arioso e usabilissimo, con tante chiavi per trovare proprio quello che stiamo cercando, magari senza saperlo: per temi, maestri, sensazioni, luoghi, cose da fare.

Ora, fate una pausa ed entrate in zeninthecity.org

Blog e libri pari non sono

5 ott

In questo inizio di autunno mi sono impegnata a leggere di più, e non solo i post al volo, ma anche i libri che stanno uscendo sulla scrittura. Di The Sense of Style ho già scritto e scriverò ancora nei prossimi giorni; la sua densità impone di diluirlo in più post. Di Everybody Writes di Ann Handley vi dico ora.

L’autrice è la brava coordinatrice di Marketingprofs.com, ma quando scrive i libri rimane appunto una brava scrittrice di post. In Everybody Writes ci sono molte cose utili ma nulla di nuovo rispetto ai libri sulla scrittura che sono già sul mercato o a siti ricchissimi e gratuiti quali Hubspot o Copyblogger.

Di buono c’è la ricca sitografia: tantissimi link a ottime risorse e a singoli post di contenuto e di qualità (e quindi è un buono che rischia una rapidissima obsolescenza). Di cattivo assolutamente nulla. Di così così alcune abitudini di tanta manualistica anglosassone attuale, che mi piacciono sempre meno e riassumerei così:

  • la ripetizione ossessiva dei concetti, nel caso della Handley persino con le stesse parole
    (lo puoi fare, ma non quando predichi la sintesi e l’andare subito al punto)
  • la scarsità di esempi
    (lo puoi fare, ma non quando predichi lo “show, don’t tell”; in un manuale di scrittura “show” significa mostrare esempi, e tanti!)
  • il condire l’uscita di un libro con una pletora di gadget quali segnalibri, adesivi e altro
    (lo puoi fare, ma la grafica carina esalta un libro ricco, non salva un libro povero)
  • il tono talmente “conversevole” da diventare stucchevole
    (lo puoi fare, ma un libro non è un blog).

Un libro non è un blog, appunto. La percezione del tono di voce e della ridondanza cambia moltissimo dal digitale alla carta.

La voce di un autore rimane la stessa, ma il tono deve cambiare: le domandine continue (“eh, sai cosa?”), lo sbirciare nella mente del lettore (“sono sicura che a questo punto ti starai chiedendo se…”) e le espressioni tipiche del parlato (“Tutto chiaro? E allora vai!”), che funzionano così bene online, rischiano di far apparire lezioso e falsetto anche il più conversevole dei libri.

Online la ripetizione di parole e concetti ha un senso:  l’itinerario di lettura tocca luoghi diversi, si legge molto più a frammenti (anche temporali), il campo visivo che lo schermo ci pone sotto gli occhi è estremamente limitato… venti, trenta righe, tutto il resto è presto inghiottito e dimenticato. La lettura sequenziale di un libro evidenzia invece moltissimo la ripetizione; quando si esagera, ad alcuni dà solo fastidio, ad altri sembra un errore.

Il libro di carta è già ora solo uno dei tanti strumenti sui quali leggiamo. Fa parte del “media quintet” (carta, pc, tablet, smartphone, wearables), per usare una felice espressione di Mario García, e lo apprezziamo di più se ha un suo proprio tono di voce, una sua specificità. Per me, una sua specificità è l’architettura rigorosa, costruita attorno a un’idea.

Sulla scrittura, di libri così ce ne sono molti, anche in Italia, senza andare a prenderci l’ultimo prodotto del marketing Made in Usa. Qualche giorno fa una lettrice di questo blog mi ha chiesto di indicarle gli indispensabili. Non ho esitato nello stilare la mia lista:

Massimo Birattari non è una star come Annamaria Testa, ma ha scritto libri meravigliosi da cui ho imparato moltissimo. E Falcinelli non scrive di scrittura, ma è come se lo facesse. Ai loro aggiungerei i libri di Roy Peter Clark:

Clark vive, scrive e insegna in Florida, ma siccome è di origine italiana lo metto tra i migliori compaesani.

Tutti questi libri sono scritti all’insegna della conversevolezza e della leggerezza, ma da chi conosce perfettamente la differenza tra un libro e un post. Letti questi, puoi davvero scrivere qualsiasi cosa. Per tutte le technicality e le cose che cambiano in continuazione ci sono i blog.

PS Di libri bellissimi e utili ce ne sono tanti altri. Quelli che mi sono piaciuti sono tutti in questo blog.

Quel che si capisce subito non appaga

29 set

Gustave Flaubert, manoscritto di Madame Bovary

L’unico giornale per il quale ormai vado in edicola è il Sole 24 Ore la domenica perché il suo inserto cultura rimane imbattibile per ricchezza di temi, vivacità di opinioni, scritture di altissimo livello (quanti esempi ne ho tratto per Lavoro, dunque scrivo!).

Non sempre tutto mi interessa e in genere scelgo solo quello che mi attira. Il numero di ieri, invece, era un tale concentrato di belle cose che ci ho passato buona parte del pomeriggio, saltando dal jazz come emblema della democrazia a Sant’Ignazio di Loyola, dalla Marchesa Casati al Cardellino di Donna Tartt, dal detective Custode di Terrasanta alle divagazioni di Paola Mastrocola sui ragazzi di oggi. La palma d’oro, però, va a Le lacune migliorano i libri, tratto da Lacuna. Saggio sul non detto di Nicola Gardini, uscito per Einaudi qualche giorno fa.

Le lacune di Gardini sono le informazioni e le parole che l’autore decide consapevolmente di tacere, il freno ai testi troppo esaustivi, troppo dettagliati, troppo lunghi o troppo verbosi. Un inno alla brevità e al “self-restraint” che non sono esigenze di questi tempi convulsi e veloci, ma da sempre una chiave dei testi che chiamano in causa il lettore, lo fanno ridere, sorridere, ragionare, immaginare, sognare, arrivare da solo alla conclusione.

“Il testo è un organismo che trascende la sua propria apparenza o consistenza materiale. Il lettore interprete lo fa agire oltre i limiti della scrittura e, a sua volta, è attraversato dalla voce nascosta del testo.”

“La lacunosità della formulazione, in definitiva, è preferibile, a livello sia stilistico sia argomentativo. Quel che si capisce subito non appaga. Molto meglio ciò il cui senso si compie con un qualche ritardo, perché solo così si arriva veramente ad apprendere.”

L’autore parco rende il lettore felice, come già sapeva Aristotele:

“… il comprendere e il concludere attraverso un ragionamento. Una conoscenza, si badi, che procura un piacere tutto particolare. Non è solo questione, infatti, di capire, ma anche di provare felicità per mezzo dell’intelligenza. Per questo la similitudine risulta meno piacevole della metafora: perché l’aggiunta del ‘come’ allunga l’espressione e questo nega alla mente la possibilità di costruire il senso.”

L’articolo è una galoppata insieme ai più lacunosi tra gli autori antichi e moderni, tra cui brilla per concisione ed essenzialità Schopenhauer:

“Leggiamo nei Parerga e paralipomena: ‘Bisogna far risparmiare al lettore tempo, sforzo e pazienza; con ciò si otterrà da lui la fiducia che quanto è stato scritto è degno di essere letto con attenzione e che la sua fatica sarà ricompensata’. Schopenhauer arriva ad affermare che ‘è sempre meglio omettere qualcosa di buono che non aggiungere cose insignificanti’. E cita la massima di Esiodo che ‘la metà è più dell’intero’ (Opere e giorni, v. 40). Al lettore si devono dire solo cose che non potrebbe pensare da sé. Via fronzoli e orpelli: la verità sia tutt’uno con la cosa, libera e incorrotta dall’ampollosità, come in questa citazione di Giobbe, con la quale non potrebbe competere nessuna declamazione: Homo, natus de muliere, brevi vivit tempore, repletus multis miseriis, qui, tanquam flos, egreditur et conteritur, et fugit velut umbra (Gb 14, 1) (‘L’uomo, nato di donna, vive per poco tempo, pieno di molte miserie, che, come un fiore, spunta e avvizzisce, e fugge come ombra’). La conclusione: evitare il superfluo, le idee secondarie che depistano; ‘bisogna industriarsi per uno stile casto.’

Mi conformo al principio della lacunosità e mi fermo qui. Sappiate solo che gli altri grandi lacunosi citati da Gardini sono Boccaccio, Sartre, Cicerone, Seneca, William James, Flaubert. Il resto leggetelo sul blog Illuminations, che riporta l’articolo per intero. E non fatevi spaventare dal muro di parole: copiate, cogliete le perle e mettete gli spazi da soli, che già di per sé è un ottimo esercizio.

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