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Scrivere: una visione e una conversazione

15 giu

Il video con l’intervento dello psicolinguista Steven Pinker che Edge ha pubblicato nei giorni scorsi è stato citatissimo e segnalatissimo in rete, ma 37 minuti e la lunghissima trascrizione nelle mie dense giornate lavorative proprio non ci stavano. Così ho tenuto la lettura per il fine settimana. Ho apprezzato molto alcuni libri di Pinker e il titolo del video, altisonante e banalotto, era comunque invitante: Writing in the 21th century.

Pinker si chiede subito come debba essere oggi un manuale di scrittura e quali i consigli per una “prosa limpida e moderna”. Sicuramente qualcosa di molto diverso dai manuale prescrittivi che ci accompagnano da almeno un secolo e che ci dicono quello che si deve o non si deve fare. La differenza la fanno gli studi scientifici sul linguaggio, la mente, il cervello e tutto quello che sappiamo oggi su cosa succede lì dentro quando scriviamo e leggiamo. Un punto di partenza che mi è piaciuto molto, visto che le cose più interessanti sulla lettura, e quindi sulla scrittura, negli ultimi anni le ho imparate soprattutto da una scienziata.

Scrivere è un modo in cui una mente fa accendere idee in un’altra mente.

Non è questione di regole, ma di collocazione
Le poche regole cui attenersi si imparano in fretta. Tutte le altre sono fatte per essere infrante, come ci dimostrano gli scrittori che valgono qualcosa. Quel che è più difficile ma necessario imparare è decidere come e dove ci collochiamo quando scriviamo. “Scrivere è cognitivamente innaturale” afferma Pinker, perché non abbiamo di fronte una persona che reagisce alle nostre parole come in una conversazione; nessuno ci lancia uno sguardo di approvazione o riprovazione, ci interrompe o ci fa una domanda. Dobbiamo andare avanti da soli, scommettendo su un pubblico che potrà esserci o non esserci.
Ma qual è la posizione migliore in cui collocarci, l’atteggiamento da assumere? È una combinazione di visione e conversazione. Scrivendo dobbiamo immaginare di vedere nel mondo qualcosa di interessante e portarvi l’attenzione del lettore attraverso le sole parole, cioè gli strumenti della conversazione.

Cercare e studiare le irregolarità
Un’altra chiave per scrivere in modo limpido è leggere con attenzione. Il linguaggio è fatto di due meccanismi diversissimi: regole rigorose, che possono essere applicate come un algoritmo, e irregolarità lessicali, che si memorizzano solo con la forza bruta, cioè leggendo tanto e con consapevolezza.

Ogni lingua possiede regole logiche, potenti ed eleganti per combinare le parole in modo che il significato della combinazione scaturisca sia dal significato delle parole sia dal modo in cui sono disposte.

Scrivere bene non è solo questione di aver imparato le regole logiche per combinare le parole, ma soprattutto di aver assorbito decine o centinaia di migliaia di costruzioni, espressioni, parole, infinite irregolarità dalla pagina scritta (il “magazzino dei modelli testuali” l’ho chiamato in Lavoro, dunque scrivo!). Leggere tanto non basta. Bisogna leggere tanto e con tanta attenzione, fermarsi a riflettere sul perché un testo ci piace o non ci piace, smontarlo per capirne il meccanismo. E dopo rileggere una frase, un capoverso con la consapevolezza del perché scorre così bene.

Andare oltre la maledizione della conoscenza
La maledizione della conoscenza è ciò che ci impedisce di immaginare com’è non sapere qualcosa che noi già sappiamo, cioè di metterci nei panni e nella mente giustamente “ignorante” di chi ci ci legge. Superare la nostra “onniscienza” di autori ed esperti. È presuntuoso e quasi impossibile farcela da soli. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di chiedere, di fare domande, di sottoporre le nostre bozze a chi ne sa poco o niente, di selezionare editor tra colleghi ed amici. Resteremo stupefatti: moltissime cose che ci sembrano ovvie non lo sono affatto per gli altri.

L’auspicio del riccioluto psicologo del linguaggio è che le discipline scientifiche e umanistiche superino conflitti e barriere e il suo lungo intervento dalla scrittura si estende anche alla musica, alle arti visive, alle scienze sociali. Leggere, vedere e ascoltare conoscendo meglio i meccanismi di funzionamento della mente può solo aumentarne gusto e godimento.

 

Pensare con la penna in mano

4 giu

“Sbaglierò, ma continuo a lavorare con carta, penna, dizionari, mappe e un sacco di altra roba antiquata e a diffidare delle liste di nomi generate con l’aiuto del computer…”

Annamaria Testa conclude così il suo ultimo articolo su Internazionale dedicato al naming, Chiamare i prodotti per nome. Ho alzato lo sguardo sulla mia scrivania di appoggio (ne ho tre, piccole, ma tutte attaccate per avere tutto a portata di mano) e ho visto un sacco di roba antiquata anch’io, soprattutto pennarelli e post-it di tutti i tipi. Nonostante il suo piccolo ed efficacemente retorico “Mi sbaglierò”, Annamaria sa perfettamente di aver ragione. Certe cose vengono meglio a mano, anche per noi entusiaste del mondo digitale.

Lo conferma un articolo pubblicato ieri dal New York Times (grazie, Licia Corbolante, che me lo hai segnalato di prima mattina): What’s lost as handwriting fades.
La questione è quella, dibattutissima, della scrittura a mano nelle scuole. In molti stati degli USA si scrive a mano solo nella scuola di primo grado per passare esclusivamente alla tastiera alle superiori. Ma molti studi dimostrano che abbandonare la calligrafia, se ha sicuramente qualche vantaggio in termini di velocità e produttività, ha numerosi svantaggi, meno evidenti ma più incisivi e profondi.

Si scrive forse più velocemente, ma si impara più lentamente e si è meno capaci di ricordare quello che si è scritto e di generare nuove idee. Scrivere a mano o sulla tastiera attiva parti e funzioni del cervello diverse. I bambini che scrivono i pensierini a mano ci mettono un po’ di più ma il loro vocabolario è più ricco ed esprimono più idee.

L’articolo del NYT è ben documentato e vi rimanda alle fonti, tutte da esplorare. Io noto che afferro carta e pennarelli quando ho bisogno di indugiare. Alla tastiera quel prezioso cincischiare mi sembra una perdita di tempo, con la carta no, forse perché non posso far scomparire all’istante quello che ho buttato giù e che comunque continua a lavorare sotto i miei occhi. Insomma, qualcosa ho pur fatto!

“Scrivendo a mano, il solo fatto di buttar giù ti costringe a concentrarti su ciò che è importante. Forse ti aiuta a pensare meglio” dichiara al NYT uno degli studiosi più scettici sull’impatto della scrittura a mano sul cervello. E ti pare poco.

La studiosa della lettura Maryanne Wolf pensa che oggi sia più che mai necessario sviluppare due capacità parallele: saper leggere velocemente per captare dalla rete quello che ci serve al momento in cui ci serve e saper leggere lentamente i testi che ci trasportano lontano o ci permettono di capire idee e situazioni complesse. Credo che possiamo augurarci lo stesso per la scrittura, per capire al volo quando è meglio afferrare la tastiera o con carta e penna cercare una forma per i nostri pensieri.

Su questo blog leggi anche:

Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello
Continuare a danzare con i testi

 

La poesia, dove lungo e breve convivono

29 mag

Da domenica scorsa l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola tiene una rubrica – a dire il vero, un paginone – sulla Domenica del Sole 24 Ore. “Riflessioni sparse sulla società, la scuola, la cultura” dice l’occhiello.
La sua prima riflessione è su un tema che mi sta molto a cuore e riguarda da vicino il mio lavoro e quello di molte persone che leggono questo blog: la sintesi, la brevità, la concisione, così necessarie in tanti dei nostri strumenti comunicativi quotidiani. Paola Mastrocola ne prende atto, ma la sua prima riflessione è un’accorata difesa della perifrasi, cioè del dire le stesse cose con molte più parole di quelle strettamente necessarie. Una cosa che trionfa nella poesia:

Chi usa più perifrasi oggi? C’è il mito dell’esser brevi, concisi, brillanti e lancinanti. Lancinare l’altro con un bit, twit, cip. Più si è brevi, più si è bravi. La perifrasi è l’esatto opposto. Usare più parole possibili per dire una parola sola. Più sono lungo, più son bravo.
Qualcuno obietterà: usare perifrasi vuol dire essere verboso, inutile, dire parole non necessarie: menare il can per l’aia.
Vero, e così. Aggiungerei che perifrasare è tergiversare, girovagare, vagabondare.
La perifrasi è il corrispondente del vagabondo, perdigiorno, randagio… È l’andare intorno, l’andare in tondo, l’andare in giro.
Perdere tempo.
La meraviglia del perder tempo… e parole! La perdita di parole. L’usare parole a spreco, senza badare a spese. In tempi di spending review.
Dire per esempio “quel bottone argentato che illumina la notte” invece che dire “luna”. Dire “quel pezzo di tela semitrasparente che si mette davanti a un vetro per offuscare lievemente la luce in modo che non ci abbagli”, per dire “tenda”.
Dire, invece che “giovinezza”, “quel tempo della tua vita mortale…”. Che strano… l’inizio di A Silvia è tutto una sola immensa perifrasi per dire “quand’eri giovane”: “Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi?”
Gli esempi di perifrasi che ci vengono in mente sono quasi sempre in poesia. Sarà casuale? No. La poesia è di per sé un giro di parole, si nutre di perifrasi. Petrarca non fa altro. Per esempio quando dice:” quando il pianeta che distingue l’ore ad albergar col Tauro si ritorna, cade vertù dall’infiammate corna, che veste il mondo di novel colore”, vuol solo dire che è primavera…
E allora?
E allora viviamo nel tempo della comunicazione, non certo della poesia. Se diciamo “Silvia, ti ricordi quando eri giovane?” abbiamo detto la stessa cosa molto più in breve. Abbiamo comunicato. Abbiamo fatto un gesto di… comunicazione. Cioè, abbiamo rivolto a qualcuno di ben definito una ben definita domanda che aspetta una, altrettanto ben definita, risposta: sì mi ricordo, no non mi ricordo. Fine. Breve, conciso, efficace… economico. Ma abbiamo fatto, appunto, solo una domanda. E ci siamo persi gli occhi ridenti e fuggitivi, il limitare di gioventù, il monito che la vita mortale…
Oggi ci piace così. Oggi chiediamo ai ragazzi a scuola poche righe, molti schemi, molte crocette. Concisione, brevità, risparmio… crocette!
Oggi mandiamo sms.
Altro è il tempo della letteratura…
Fine.

Tutto vero, ma potremmo aggiungere che al tempo stesso non c’è niente di più concentrato e conciso della poesia. E che le perifrasi che infestano tanti testi professionali e che quasi sempre raccomandiamo di togliere a favore di un’espressione più breve o di una sola parola, nulla hanno a che fare con l’evocazione, la vividezza, l’espansione emotiva delle perifrasi di Leopardi e Petrarca.

Eppure, la nostra professoressa ha ragione: di poesia abbiamo un grandissimo bisogno. Tutti: dai ragazzi a scuola a noi che scriviamo testi destinati a spazi sempre più minuti. Ne abbiamo bisogno perché il vero problema della scrittura professionale oggi non è la lunghezza dei testi – in diverse circostanze ci servono tutti, quelli lunghi e quelli brevi –, ma l’estrema povertà lessicale.
La poesia ci insegna il valore, il peso, il colore, il suono, la necessità di ogni singola parola. Una cosa preziosa proprio quando dobbiamo scrivere testi brevi, dove ogni singola battuta conta. Dove bisogna vincere i vincoli imposti dallo spazio con la capacità delle parole di evocare l’immagine di cose precise e persino di spazi immensi. Sintassi più semplice, lessico più ricco: lo scrivevo tempo fa, non come una facile formula, ma come un’indicazione per tenerci alla larga dai testi brevi-ma-piatti per andare verso testi brevi-ma-profondi.

Non a caso, quando a Ravenna Future Lessons mi fu chiesto di dare indicazioni a un pubblico di giovani che ancora studiavano o si affacciavano al mondo del lavoro, l’ultima era indicazione era proprio “Frequentare di più la poesia”.

Il titolo della lezione era Nuove scritture professionali: cosa portare con sé dall’era Gutenberg. Qui ci sono le slide, e questo è il video:

 

Cambiate passo, ma soprattutto fiorite!

24 mag

D’accordo, le pagine potevano essere anche un po’ meno, lei è furbissima e con la faccia di plastica, l’operazione editoriale altrettanto furba e di un tempismo perfetto, ma a me Thrive di Arianna Huffington è piaciuto e spero che anche qui in Italia – dove è pubblicato da Rizzoli con il titolo così così di Cambiare passo – lo leggano molte persone, soprattutto persone che comandano e che possono cambiare il modo in cui nelle aziende si vive e si lavora.

Il libro si apre con una scena cruenta: la donna prodigio Arianna, due anni dopo aver fondato l’Huffington Post, baciata dal successo ma abbandonata dal sonno e dalla tranquillità, crolla nel suo ufficio, batte la testa, si rompe una mascella e si ritrova in un lago di sangue.
Siccome la signora è molto sveglia e anche molto secchiona, una volta appurato che non ha nessuna grave malattia, capisce che così non può andare avanti, che deve cambiare vita e si mette a studiare come. Il libro racconta questo cambiamento dal 2007 a oggi, un cambiamento che parte da sé, ma poi investe la sua azienda, i suoi collaboratori e dipendenti e infine – dato che la signora è anche molto ambiziosa e non si ferma – il mondo delle organizzazioni e la stessa idea di successo.
Le due tradizionali metriche con cui abbiamo sempre misurato il successo, soldi e potere, non bastano più. Almeno non da sole. La terza metrica è data da quattro parole chiave: benessere, saggezza, stupore, dono.

Detta così sembra la tardiva scoperta new age di una cui la vita ha già dato tutto, ma il merito del libro è proprio quello di strappare temi come la meditazione, lo yoga, il benessere, la generosità dall’aura scemenziale new age e di portarle con forza nel mainstream cui oggi di fatto appartengono. La forza è quella di un lavoro da una parte straordinariamente documentato (un quinto del libro è fatto di note a libri, ricerche, articoli, esperienze di prim’ordine), dall’altra intessuto di emozioni, letture ed esperienze di vita, tra cui spiccano bellissime quelle della sua infanzia greca dominata da una mamma saggia e naive, che certe scoperte le aveva già fatte ben prima della sua coltissima e scafatissima figlia.

Il cambiamento è fatto di rivelazioni e attenzioni apparentemente semplici: rubare tempo al sonno non ci rende più efficienti, al contrario; lavorare senza interruzioni non ci rende più brillanti, al contrario; tenere le proprie competenze per sé non ci rende più preziosi, al contrario. La cosa interessante, dati alla mano, è vedere quanti disastri lo stress e un rapporto sballato con il tempo provocano non solo a livello individuale ma anche sul piano della produttività e dei risultati aziendali. Uno su tutti: i paesi europei più competitivi e produttivi sono quelli in cui si lavorano meno ore, l’Olanda, la Germania, i paesi scandinavi. Vivere di più fuori dall’azienda fa bene ai singoli, all’azienda e alla società tutta intera. Se poi in azienda è anche possibile fare dei sonnellini – come nelle nap room del’Huffington Post – si riparte rigenerati e brillanti.

L’appendice dedicata alle app meditative e antistress fa un po’ sorridere, anche se ci sono delle cose carine. Per cominciare a “cambiare passo” in realtà basta fermarsi dove si è e soffermarsi su una cosa che è sempre con noi: il respiro. Se appartenete alla schiera di chi è sempre in lotta con il tempo e si sorprende spesso con il fiato in gola ma è anche affetto da un inguaribile scetticismo verso le ricette facili e le americanate, allora cominciate da un bellissimo librino di uno psichiatra e psicoanalista italiano: Mindfulness di Gherardo Amadei, pubblicato dal Mulino.

Quanto alla nostra Arianna, potete guardare il video del Commencement Speech tenuto l’anno scorso allo Smith College, in cui invita le neolaureate a ridefinire l’idea imperante di successo:

 

Su questo blog leggi anche:

Un respiro tra l’essere e il fare

 

Tra ripetizione e variazione

20 mag

Buffa giornata oggi, in cui mi trovo a fare un’operazione opposta su due testi diversi.
Nella revisione di un lungo contratto devo assicurarmi non solo di aver usato sempre le stesse parole per dire le stesse cose, ma anche le stesse strutture sintattiche e lo stesso ordine per lo stesso tipo di informazioni.
La ripetizione che rassicura, chiarisce, orienta.

Nella stesura dei testi per un sito web devo invece dare fondo a tutte le mie capacità di variazione. Si tratta di un portfolio che racconta come lo stesso prodotto-servizio permetta di dare vita a un progetto sempre diverso: il design e la realizzazione di allestimenti fieristici. Il portfolio è ricco, il mercato lo stesso, il prodotto lo stesso – uno stand o un insieme di stand. Ma chi sfoglia il portfolio deve “vedere” un ventaglione di possibilità e cogliere tutte le differenze tra un progetto e l’altro. Per esprimerle bisogna essere capaci di un ventaglione di variazioni. Quando non ce la faccio più con le parole, vario di sintassi, di ordine, di suoni. Ma non basta: ogni scheda del portfolio ha il suo microtesto di 160 battute in home page, che non possono essere uguali identiche a quelle della scheda. Parenti, assonanti, simili sì, ma identiche no
La variazione che uccide la monotonia e accende l’immaginazione.

 

Intimissimi libri

8 mag

Oggi è il primo giorno del Salone del Libro di Torino. Anche se ho tempo solo per fuggevoli sbirciatine, Twitter mi sciorina una novità dietro l’altra.
Una è il flipback, il nuovo formato lanciato da Mondadori: un libro che “cambia verso”, anche lui, nel senso che si legge dall’alto verso il basso invece che da sinistra a destra. Un ibrido, anche lui, né carne né pesce. Il vantaggio dovrebbe essere di tenerlo con una mano e sfogliarlo con la stessa mano, come se fosse un tablet.

Mi accorgo di essere ormai oltre, come credo molti altri lettori. L’ereader fa parte delle cose che porto sempre con me e che sposto quando cambio borsa, come il portafoglio, la trousse, le chiavi, i fazzolettini di carta. Con i libri e i loro autori vivo una nuova, irrinunciabile, intimità.

Mi piace anche solo l’idea di poter aprire un libro ovunque, anche solo per tre minuti.
Mi piace poter leggere proprio ora il libro di cui ho bisogno per sentirmi meno sola e meno triste o per poter glorificare con la lettura un momento di grazia. Può essere anche il polpettone d’amore o il giallo disimpegnato, come mi è successo nei giorni scorsi. Cerco, clic, arriva, sprofondo.
Mi piace ingrandire e diminuire i caratteri secondo la luce, la stanchezza, l’ambiente. Vedere un testo che mi viene incontro, non solo un testo che è lì ad aspettarmi.
Mi piace viaggiare con una biblioteca al seguito, che sta nella tasca del mio zaino già pieno.
Mi piace non farmi scoraggiare dallo spessore di quattro centimetri e affrontare con baldanza e noncuranza cinquecento pagine.
Mi piace continuare a leggere finché le palpebre si chiudono, grazie alla leggerezza che tengo tra le mani.

Agli editori non chiedo un flipback, ma un ebook che possa anche prestare – non dico a tanti, ma almeno a due –, annotare meglio e in modo più personale. E quelle note, quei brani sottolineati, portarli fuori con facilità perché possano dar vita a qualcosa di nuovo. Per queste cose sarei dispostissima a pagare di più, giuro.
L’intimità, la vicinanza, la promiscuità tra libri e lettori. Cari editori, scommettete su questo!

 

Tanti auguri a teee!

5 mag

Le aziende fanno di tutto per avere la nostra data di nascita, e il compleanno è appunto una volta l’anno. Dovrebbero giocarsela bene. A parte quello che decidono di regalarti, le parole con cui preparano la confezione contano. In fondo, è un’email che ha più probabilità di altre di essere aperta.
Qualche giorno fa è toccato a me e ho scartato i regali con cura e curiosità.

Italo Treno salta gli auguri e presenta sbrigativamente i 250 punti Italo Più nel più burocratico dei modi e per di più per “un” compleanno, mica il mio! Coerentemente burocratici fino alla fine, con il “dettaglio della transazione di accumulo”. Sembra di sentire una voce sintetica.

Trenitalia gli auguri me li fa, e anche con le candeline. Semplice, chiaro, anche se l’armamentario iniziale con nome, cognome e codice di CartaFreccia fanno slittare in basso il buono sconto di 10 euro:

Infine, l’Hotel Berna di Milano. Ho aperto con particolare curiosità perché si tratta di un albergo dal servizio praticamente perfetto, che con le email ti coccola prima, durante e dopo il soggiorno. Ti fa persino scegliere due giorni prima cosa vuoi trovare in camera e ti ringrazia dopo. Non un albergo di lusso, ma un albergo attentissimo al cliente, un vero caso di studio. E infatti la foto mi strappa un sorriso. “Oh, gente normale!”, penso:

Molto più caldo, senza dubbio, e persino familiare con le sue piccole sfasature (nostri auguri, noi stessi, propri cari). Però, diciamolo, un po’ macchinoso con tutti ‘sti clic:

Mi ci è voluto un po’ per capire che il regalo è la ricetta, che devo scaricarla in pdf, che devo fare il dolce a casa mia, che devo fotografarlo, che devo mandare la foto per poi avere il buono di 20 euro. Che fatica, anzi “che sforzo!”, come scrivono gli amici del Berna.

“A caval donato non si guarda in bocca” direte voi, ma non ho proprio resistito. In ogni caso… grazie a tutti!

Il ritorno dello slow reading

9 apr

La sera dopo il primo tentativo, ha riaperto il libro di Hesse, mettendo un po’ di distanza, sia spaziale che temporale, tra lei e lo schermo del suo computer. «Ho messo tutto da parte. Mi sono detta: “lo devo fare”. La prima sera è stato difficile e anche la seconda sera non è stato affatto facile. Ci ho messo due settimane, ma alla fine mi sono riabituata a leggere e mi sono goduta il libro fino alla fine».

E poi lo ha letto di nuovo. «Volevo apprezzare questo modo di leggere e quando ci sono riuscita è stato come guarire. Ho ritrovato la mia capacità di andare lentamente, gustare quel che leggo e pensare».

Un paio di post fa parlavo della mia rieducazione alla lettura lenta. E stamattina leggo che Maryanne Wolf ha fatto la stessa cosa. Lo racconta in un bell’articolo sul Washington Post, Serious reading takes a hit from online scanning and skimming, researchers say, tradotto oggi da Il Post con il titolo Non leggiamo più come un tempo.

Maryanne Wolf è una meravigliosa scienziata, studiosa del cervello e della lettura, capace di parlare veramente a tutti. Dall’articolo apprendo che sta scrivendo un altro libro. Ne sono felice perché Proust e il calamaro è stato una lettura decisiva per me e gli dedicai un post appena chiuso il libro: Continuare a danzare con i testi.

Una lingua straniera è un abisso fecondo

8 apr

Come molti, sto seguendo da qualche settimana il racconto che la scrittrice Jhumpa Lahiri sta facendo sull’apprendimento della nostra lingua sulle pagine di Internazionale. Genitori bengalesi, madrelingua inglese, premio Pulitzer per la narrativa a 32 anni, vive a Roma da alcuni mesi dove sta realizzando un sogno che coltivava da giovanissima: imparare l’italiano.

Leggere il suo racconto a puntate significa guardare la nostra lingua da una prospettiva diversa, piena di amore e di meraviglia. Una meraviglia che appartiene a ciascuno di noi quando studiamo con passione una lingua straniera. Il racconto di questa settimana mi ha conquistata e ne riporto il brano più bello:

Quando leggo in italiano sono una lettrice più attiva, più coinvolta, anche se più inesperta. Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza.
Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da lettrice, da apprendista della lingua, non finirà mai.
Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che le emozioni, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. Non voglio morire perché la mia morte significherebbe la fine della mia scoperta della lingua. Perché ogni giorno ci sarà una nuova parola da imparare. Così il vero amore può rappresentare l’eternità.
Ogni giorno, leggendo, trovo delle parole nuove. Qualcosa da sottolineare, poi trasferire sul taccuino. Mi fa pensare al giardiniere che strappa le erbacce. Così come il giardiniere, so che il mio lavoro in fin dei conti è una follia. Qualcosa di disperato. Quasi, direi, una fatica di Sisifo. Non è possibile, per il giardiniere, controllare alla perfezione la natura. Allo stesso modo non mi è possibile conoscere, per quanto voglia, ogni parola italiana.
Ma tra me e il giardiniere c’è una differenza sostanziale. Le erbacce, per il giardiniere, non sono qualcosa di desiderato. Sono da sradicare, da buttar via. Io invece raccolgo le parole. Voglio tenerle in mano, voglio possederle.
Quando scopro una nuova parola in italiano, un modo diverso per esprimere qualche cosa, mi meraviglio. Provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile.

Mi ha riportato alla mente i miei tanti taccuini, che ancora conservo. Mi ha ricordato quanta della mia passione per il linguaggio e la scrittura debba allo studio di lingue diverse dalla mia, e soprattutto alla più amata di sempre, il tedesco, cui dedicai un post tantissimo tempo fa, agli albori di questo blog: Alla lingua tedesca.

Su questo blog leggi anche:

Al di sopra delle lingue, qualche bella scoperta
Indiane
Jhumpa Lahiri is back

Tra una parola e l’altra, il tempo per ridere e piangere

7 apr

Oggi Annamaria Testa si occupa di Spritz e delle tecniche di lettura veloce: L’Italia, i lettori pigri e la lettura veloce. Che ne sappiate già molto, oppure nulla, rimando al suo documentatissimo post per ogni approfondimento. Aggiungo però alle sue fonti la segnalazione del bell’intervento di Amy Thibodeau, editor e content strategist di Facebook, sul blog Mind the Language del Guardian: Speed-reading? Slow down a little … and leave time for laughter and tears.

L’essenza della lettura è esplorare, pensare in maniera profonda, seguire la propria immaginazione. [...] Ci sono molte ragioni che ci spingono alla lettura: capire, conoscere qualcosa che non sappiamo, il puro piacere… Anche quando leggiamo con un preciso obiettivo, il ritmo e la voce del testo ci parlano di cosa pensiamo e proviamo rispetto a quanto stiamo leggendo. Nella scrittura ci sono sottigliezze e sfumature che hanno ben poco a che fare con quel 20% del tempo passato a elaborare il significato di una parola.

Qualche notte fa, con gli occhi pesanti di sonno, ho fatto le due leggendo The Goldfinch di Donna Tartt. Se non sono riuscita a mollarlo è stato per la magia delle parole, che andavano costruendo la storia nella mia testa.

L’80% del tempo che passiamo muovendo gli occhi di parola in parola ha un valore. È lì che il pensiero si connette con il linguaggio. È nello spazio di quei momenti che ci ritagliamo lo spazio per ridere e lo spazio per piangere. È li che decidiamo quanto profondamente questo ci sta a cuore. Questo pensare e sognare è in realtà la parte più importante. Quello che ci tiene svegli fino alle due di notte a girare le pagine.

Io mi sono sempre tenuta alla larga dalle tecniche di lettura veloce. Eppure, c’è stato un periodo in cui avevo velocizzato la lettura mio malgrado. Mi sembrava di essere sempre corta con il tempo, e così ingurgitavo libri, siti, blog. Mi sono allarmata quando ho capito che mi portavo dietro questi ritmi anche leggendo un romanzo e scorrevo le email in modo così veloce e superficiale da prendere fischi per fiaschi e fare anche qualche orribile figura.

Ho fatto quindi una vera rieducazione alla lentezza, ma l’impegno ha pagato. Anche in termini di produttività: più sei tranquilla, più combini, più gusto ci provi.

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