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Il campo aperto dell’incipit, lo spazio angusto della revisione

29 giu

Paul Klee, Paesaggio con il sole che tramonta, 1919

Potrai anche aver fatto mille scalette e mappe mentali, ma quando ti metti a scrivere è come avere davanti un campo sconfinato, in cui puoi prendere le direzioni più diverse, anzi disegnare tu stessa il paesaggio in cui il lettore si muoverà.

Una volta pensavo che con la scaletta progetti la pianta della tua casa testuale e man mano che scrivi tinteggi le pareti con il tono di voce e l’arredi con le parole che scegli e l’ordine in cui le disponi. Oggi mi fido molto di più della scrittrice interiore e del suo immenso magazzino di risorse. Mi preparo sempre a fondo, ma una volta avviata ho imparato a lasciarmi trasportare.

Già ogni incipit prefigura un percorso: può annunciare un andamento cronologico o sorprendere con un’affermazione misteriosa o un dato inaspettato. Se il punto di partenza è un’immagine o una metafora, poi bisognerà essere coerenti e non tradirla lungo il cammino.

Strada facendo, può imporsi una parola particolarmente efficace, e allora con quella parola si può variare, contrastare o giocare, oppure allargare da lì il campo lessicale. O lavorare di echi e di suoni.

Titoli e sottotitoli sono le porte, le finestre, gli architravi della nostra casa di parole, o gli incroci e i segnali stradali del nostro paesaggio testuale. Che scriviamo sulla carta o sul web, oggi si vedono prima di ogni altra cosa e tantissimi vedono solo quelli. Per natura non tollerano una parola di troppo, ma neppure una di meno: l’armonia visiva ci colpisce ancor prima di aver letto una sola parola. I titoli devono essere coerenti, dello stesso stile e tono di voce e costituire un primo livello di lettura che si snoda lungo tutto il testo. I sottotitoli sono il loro controcanto.

Lasciarsi portare invece di stare continuamente a guardare la scaletta è il segreto per acquisire un buon ritmo. Se trasporta noi, riuscirà a trasportare anche i nostri lettori. È quello che ci piace chiamare “fluidità” e che ci fa pensare all’acqua che scorre trasparente e veloce.

Alla fine, ci chiudiamo dietro la porta con un saluto: può essere la chiusura del cerchio, richiamando l’inizio; un invito a fare, approfondire, esplorare oltre; un piccolo dono – un’indicazione preziosa come un’immagine indimenticabile.

Qualsiasi casa avremo costruito o qualsiasi paesaggio avremo disegnato, l’avremo fatto con un’idea in mente ma in un campo libero e aperto.

Se il testo non è un post come questo, che deve piacere prima di tutto alla sua autrice alla fine di una giornata faticosa, ma è stato scritto per un cliente su un brief stringentissimo e con un obiettivo preciso, la copy preparata ma un po’ a briglia sciolta comincia a incrociare le dita finché il cliente non le conferma che casa o paesaggio gli piacciono assai, che ci si ritrova e ci si muove a suo agio pure lui.

Quando comincia il giro delle inevitabili revisioni e limature, però, i sentieri si fanno tortuosi, gli spazi di manovra sempre più stretti. E in realtà, meno devi cambiare, più sono stretti. Per quel titoletto, quella parola l’hai già usata. Cambiare “solo” le prime parole ti fa crollare tutto il resto. Cambiarne “solo” una, ma cruciale perché bella ed evocativa, ti porta a mille spostamenti.

Quando ti trovi nel cul-de-sac, quando non vedi più il cielo – ormai l’ho imparato – non si sta lì a cincischiare. Si cancella, si fa il vuoto, si fa respirare di nuovo la mente. Il titoletto non si aggiusta, si riscrive. La parola che se ne deve andare non si sostituisce con il sinonimo, si cambia la frase.

Oltre le regole, le indicazioni, i trucchi del mestiere, quello che nel tempo fa di te una brava copy è soprattutto imparare a muoverti e a respirare negli angusti spazi delle revisioni più sottili.

Il mio angolino nello Zingarelli 2016

23 giu

Quando me l’hanno proposto non l’ho capito e finché non l’ho visto non ci ho creduto.
Invece tra le 500 illustri “definizioni d’autore” dello Zingarelli 2016 c’è anche la mia definizione di “blog”.
Me ne sto molto intimidita nell’angolino tra due delle 2600 pagine del più autorevole e blasonato dei vocabolari della lingua italiana.

Da lassù la mia nonna che si è laureata in lettere nel 1926 e ha insegnato italiano e latino alle scuole medie per 45 anni sarà fiera di me.

Misteriosi tweet da un mondo lontano

20 giu

Gli Yogasutra sono un testo fondamentale della cultura dello yoga: circa 200 brevi testi scritti o raccolti dal misterioso filosofo Patanjali tra il II e il IV secolo dopo Cristo. Aforismi, frasi, frammenti più o meno della lunghezza di un tweet, concentrati di saggezza autonomi su ascesi, meditazione, conoscenza di sé, ma legati l’uno all’altro da fili invisibili a creare una solidissima trama. Del resto in sanscrito sutra significa letteralmente filo.

Misterioso l’autore, misteriosi i Sutra. Affascinanti nella loro concentrazione, ma difficili da interpretare, tanto che ne esistono innumerevoli traduzioni e commenti. Ora abbiamo una nuovissima traduzione dal sanscrito in italiano, curata da Federico Squarcini, indologo e coordinatore del Master in Yoga Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Bello sapere che lo studio dello yoga ha trovato posto in una delle più prestigiose università italiane e gli Yogasutra nella collana Nuova Universale Einaudi (potete scaricare un estratto dal libro).

Per chi scrive, poi, Patanjali è un doppio nume tutelare: è infatti anche l’autore della più importante codificazione della grammatica del sanscrito, lingua sorella delle nostre lingue europee.
Molti di noi inaugurano la loro pratica yogica ringraziando Patanjali “per la serenità e la santità della mente attraverso lo yoga, e la chiarezza e purezza della lingua attraverso la grammatica”.

Chi pratica lo yoga pratica anche una lingua, seppur da molto lontano. Ma è stupefacente notare quante radici ci legano al sanscrito:

Atman, anima… atmen respirare in tedesco.
Tri, tre… la radice di tutti i nostri numeri perfetti.
Cona, angolo… esquina, angolo in spagnolo, coin in francese.
Vira, eroe… vir, uomo in latino.
Pada, gamba o piede.
Supta, sdraiato, come il nostro supino.
Vayu, vento.
Om, il primo di tutti i suoni, così simile all’amen con cui concludiamo le nostre preghiere.
Shanti, pace, è così simile all’ebraico shalom.
La radice sanscrita sva (“proprio, che appartiene a se stesso”) dà vita sia al possessivo latino suus, sia al riflessivo, soi, self, selbst

Per chi volesse avvicinarsi al bellissimo testo degli Yoga Sutra – che molti considerano anche un vero trattato di psicologia – il prof. Federico Squarcini terrà una lezione venerdì 10 luglio pomeriggio presso Lo Studiolo di Roma (costo 40 euro, per informazioni: scrivere a corsi@spaziocorpo.it oppure telefonare 3407772363).

Domani è la Notte Bianca dello Yoga. Le manifestazioni in tutta Italia sono tantissime e in posti meravigliosi: non vi è venuta voglia di cercare quella più vicina a voi?

 

“Studio, dunque scrivo” a Radio 3

15 giu

Ieri mattina, domenica 14 giugno, la trasmissione di Radio 3 La lingua batte, condotta da Giuseppe Antonelli, era dedicata alla scrittura a scuola. Mercoledì parte infatti l’esame di stato con la prova d’italiano: Claudia Trequadrini ed io siamo state intervistate per dare un po’ di consigli utili ai maturandi (si dice ancora così?).

Oltre al nostro Studio, dunque scrivo si è parlato di altri libri interessantissimi. Qui l’audio della puntata.

L’amorevole gentilezza dell’email

12 giu

Era da molto che desideravo postare un piccolo esercizio di meditazione che Paolo Subioli pubblica tra gli oltre 70 del suo bel libro Zen in the City. Sì, perché le email sono quanto di più automatico e veloce facciamo in rete, e invece – come ogni nostra azione quotidiana – può essere un bel momento di consapevolezza, che fa bene a noi e a chi riceve il nostro messaggio.

Ecco cosa scrive Paolo:

La pratica proposta consiste nel rendere gentili tutti i messaggi con questi stratagemmi:

  • inserendo un pensiero positivo in ogni messaggio da inviare, mettendolo, possibilmente, al primo posto, prima del messaggio vero e proprio da comunicare
  • inserire sempre le parole “per favore”, se si sta chiedendo qualcosa e “grazie”; “grazie” ci sta sempre bene, perché dopo tutto inviare un messaggio a qualcuno significa sempre, implicitamente, chidergli di dedicare a noi un po’ del suo tempo, che è sempre prezioso
  • includere ogni volta il nome della persona a cui si scrive, rendendo così evidente che è proprio a quella persona, nella sua unicità, che ci stiamo rivolgendo.

Ecco un esempio. Devo scrivere a Carlo un sms per chiedergli a che ora verrà domani. Invece di scrivere “Quando vieni domani?”, posso sprecare qualche secondo in più per scrivere:

Ciao Carlo. Buona giornata.
Potresti dirmi a che ora vieni domani?

Grazie.

In questo esempio ho utilizzato in tutto 84 caratteri, poco più della metà dei 160 caratteri ammessi in un sms. Sono tantissimi 160 caratteri. C’è spazio per un sacco di gentilezza!
Con le email è più facile, perché possono essere un po’ più lunghe (ma senza esagerare, perché non sappiamo quanto sia impegnata l’altra persona nel momento in cui legge). Si può cominciare, per esempio, con “Ciao caro Carlo. Buona giornata, innanzi tutto”, e così via.

Un’altra abitudine molto salutare è quella di mandare i propri “ringraziamenti a posteriori”, a seguito di un evento qualunque: grazie per la bella serata che ieri abbiamo passato insieme; grazie per avermi consigliato quel libro che ho appena finito di leggere; grazie per avermi mandato con puntualità quel lavoro che ti avevo chiesto; ecc.

Essere gentili, in sostanza, fa sempre bene a se stessi. E stare meglio è la condizione essenziale per fare stare meglio anche le altre persone intorno a noi. E i freddi, disumanizzanti e a volte spietati mezzi di comunicazione elettronica in questo possono giocare un ruolo senz’altro positivo.

L’importante – ancora più della forma che utilizziamo per redigere il testo di un messaggio – è capire sempre qual è la nostra intenzione. Se agiamo meccanicamente non ce ne rediamo conto. Spesso bastano espressioni elementari – “grazie”, “a dopo”, “arrivo tra 10 minuti” – purché siamo in grado di ascoltare cosa c’è dietro: se abbiamo scritto spinti dalla fretta, dalla rabbia o da qualcos’altro.

D’accordo, molti di noi queste accortezze gentili le hanno e sanno quanto possono portare poche parole in termini di buone relazioni. Ma spesso – io per prima – lo facciamo in modo meccanico e abitudinario, senza indagare appunto l’intenzione che c’è dietro. Ed è quel fermarsi, quell’intenzione a fare la differenza, soprattutto per noi stessi.

Questo esercizio proposto da Zen in the City mi è tornato in mente qualche giorno fa leggendo un post di Liz Danzico, una blogger che mi piace molto: Second chance for a last impression. L’invito è a curare quella trascuratissima parte dell’email che è la fine. Eppure dovremmo saperlo che, dopo l’inizio, il punto più “memorabile” di un testo è proprio la fine. Il fenomeno ha anche un nome: Recency Effect, cioè ricordiamo meglio quello che abbiamo letto o visto più di recente, per ultimo.

Liz Danzico ci propone il suo magazzino di brevi testi finali, suddivisi per temi e intenzioni, con qualche piccola notazione finale sulla punteggiatura. Per quanto riguarda noi italiani, basta che non scriviamo “Cogliamo l’occasione per porgerLe…” o “Voglia gradire…”. Il Recency Effect ci bollerebbe per sempre come antiquati, parrucconi e polverosi. Se scriviamo a nome della nostra azienda, idem, il che fa ancora più danni.

Su questo blog leggi anche:

Zen in the City
L’arte di fermarsi in un mondo che corre

 

21 giugno: yoga per monti, per piazze, per valli e per mari

2 giu

Marilyn Monroe in Danhurasana, 1948

Il 21 giugno si celebra il solstizio d’estate e anche la prima giornata internazionale dello yoga. L’ha proclamata l’ONU, su sollecitazione del premier indiano Narendra Modi. In tutto il mondo, milioni di persone si riuniranno nei posti più diversi a praticare questa disciplina millenaria nata nella valle dell’Indo intorno al 2500 avanti Cristo. Almeno, a questa data risalgono le prime testimonianze iconografiche: bassorilievi e sigilli con una persona seduta nella posizione del loto, le mani in grembo una sull’altra.

Anche in Italia le manifestazioni saranno moltissime: per celebrare, per chi già pratica; per accostarsi a una disciplina bellissima e autoeducativa, per chi ne ha solo sentito parlare.

In tanti anni ne ho scritto poco in questo blog, eppure la pratica ha determinato in maniera decisiva non solo la persona, ma anche la professionista che sono oggi. In questo post mi piacerebbe spiegarvi perché e magari spingere qualcuno di voi a comprare o a farsi prestare un tappetino e il 21 giugno scendere in piazza o in strada insieme a noi. Eh sì, perché la giornata mondiale dello yoga si celebra all’aperto e in posti bellissimi, come la Galleria degli Uffizi a Firenze, i prati della Val Badia, il parco Virgiliano a Napoli, il parco del Valentino a Torino, le Fondamenta delle Zattere a Venezia, il Forte Michelangelo a Civitavecchia. A Milano al consolato indiano, a Roma all’ambasciata.

Marilyn Monroe in Sirsasana 2, 1948

Se non avessi incontrato lo yoga probabilmente dieci anni fa non avrei fatto la scelta difficile ma provvidenziale di lasciare il mio posto sicuro in azienda per la libera professione. Non ci sarebbero più da tempo il sito, questo blog e nemmeno i miei libri. Per non parlare di tantissime altre splendide cose. Lo yoga è stato la mia “impalcatura” di sostegno nei due lunghi anni di preparazione al grande salto. Mentre irrobustiva il mio corpo faceva altrettanto con la mia mente e con la mia costituzione emotiva. Volitiva sì, ma anche tanto fragile. Una fragilità che mi aveva portato verso uno stile di yoga forte, radicato, architettonico e geometrico, molto “guerriero”, proprio per contrastare la mia tendenza allo scoraggiamento e alle lacrime. Quando è arrivato il momento, le impalcature erano pronte e il passaggio è stato naturale e io ho saltato senza alcuna paura.

Paura. Dallo yoga attingo moltissimo coraggio e capacità di affrontare le situazioni più difficili. Gli asana, quelle posizioni che dall’esterno sembrano impossibili e forse inutili acrobazie, sono una palestra per affrontare in una modalità protetta e studiata le emozioni più estreme: la resistenza, la delusione, il dolore, ma anche la gioia, e persino l’esaltazione. Solo che, appunto, puoi sperimentarle, studiarle, confrontarti pezzo per pezzo. Quando ti colgono e ti sorprendono nella vita, sei più preparata ad affrontarle.

Da libera professionista, ma non solo, hai bisogno di un’estrema flessibilità, di abbandonare gli schemi, di saperti entusiasmare per il nuovo e lo sconosciuto. Affrontare una posizione difficile è prima di tutto una sfida mentale. Certo che devi preparare il corpo, ma gli asana si conquistano piano piano – a volte lungo anni –, con pazienza, tenacia e umiltà esplorando le tue resistenze, conoscendo e spingendo in là con dolcezza i tuoi limiti, spesso accettando di non farcela, “almeno per oggi” come dice la mia maestra. Questo lavoro quotidiano ha smussato moltissime mie rigidità e mi ha resa una professionista molto più duttile e aperta.

Marilyn Monroe in Paripurna Navasana, 1948

Lungo gli anni ho imparato a dosare tenuta e abbandono, un equilibrio necessario per stare stabili in una posizione, e goderla appieno. Il tuo scheletro deve essere allineato e aperto, i muscoli vicini alle ossa quasi a “nutrirle”, ma devi impegnare solo quello che serve e ammorbidire e rilassare tutto il resto. Anche nelle posizioni più difficili, schiena robusta, ma addome soffice e sorriso sulle labbra.
Nella mia attività di formazione, questo equilibrio significa prepararsi al meglio, senza trascurare un dettaglio, ma poi in aula essere pronta a lasciare tutto e a seguire il ritmo. Delle voci, degli sguardi, delle domande, delle perplessità e delle obiezioni. Quando devo affrontare un’aula nuova e che temo difficile, faccio una bella espirazione e mi dico “Hai fatto tutto quello che potevi, ora devi solo danzare.”

Viaggio tanto, dormo spesso in albergo, ma ho imparato che le cose fondamentali per stare bene e ritrovare la pace sono sempre con me: il mio corpo e il mio respiro. Sono cose talmente scontate che nella concitazione lavorativa rischiamo di dimenticarcene perché pensiamo solo alla nostra “testa” e a quello che c’è lì dentro. Invece, sapere che me li porto appresso ovunque vada mi placa l’ansia e mi dà un senso di tranquillità. Mi ricorda che sono solo un pezzetto dell’universo ma che, come un albero, posso piantare ovunque radici solide con i miei piedi e alzare le mie braccia verso il cielo. O aprirle come le ali di un gabbiano per sentirmi libera e leggera leggera.

Poco tempo fa un bravissimo maestro ha detto che praticare yoga ci fa risparmiare i soldi della palestra, dello psicanalista, del dottore e del dietologo. Proprio tutti no, ma la mia salute globale negli anni è incredibilmente migliorata e affronto le fatiche della libera professione con un piglio che non avevo quando ero più giovane, timorosa e fragilina. L’abitudine alla consapevolezza nel corpo e nel respiro mi fa riflettere anche su quello che metto in bocca e mangio il giusto e con gusto. Posso ricorrere a un numero infinito di rimedi – tanti sono gli asana che conosco – di fronte alle più diverse emozioni: mi curvo in un arco indietro se sono triste, cerco l’equilibrio sulle sole mani se sono allegra e tutta pimpante, mi accomodo a testa in giù se voglio cambiare il punto di vista.

Oddìo, l’ho fatta lunghissima e mi fermo qui. Comunque io il 21 giugno pomeriggio sarò a Civitavecchia a praticare nelle ore del tramonto con i maestri di Iyengar yoga Aldo Benedetti, Adriana Calò e Mirijana Simic. Se vi va di venire, ci aggiorniamo su facebook.

Marilyn Monroe in Ekapada Sarvangasana, 1948

Su questo blog leggi anche:

Lo yoga dei copywriter
Zen and the city
Pensieri e progetti in movimento
Cambiate passo, ma soprattutto fiorite!
Un respiro tra l’essere e il fare
Le forze della scrittura, oltre le parole
Ascoltare nello spazio del silenzio
Veneriamo la spina dorsale
Concentrazione e/è felicità
Risvegli
Auguri al nostro io creativo
Ritmi
Solidi auguri
Potenza di un soffio
Il suono della vita
Fluire di forme
10 buone ragioni per praticare lo yoga

Oppure il quaderno Yoga e Scrittura.

IfBook Then: i libri passano, le storie no

17 apr

Qualche mese fa dedicai un post alla Fondation Beleyer di Basilea, che intitolai Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni. Così venerdi 27 aprile marzo, quando ho sentito Sab Chan raccontare del “museo senza testi” ho fatto un salto sulla sedia. Ero a IfBook Then, il bellissimo evento promosso da Bookrepublic sul futuro dei libri, dei contenuti, delle storie, dei brand e delle loro storie, delle tecnologie che le raccolgono, le diffondono, qualche volta le creano. Il museo senza testi è il Cooper Hewitt di New York, il polo dedicato al design dello Smithsonian. Sebastian Chan è il direttore dei progetti digitali.

Il museo senza testi dunque esiste, ma trabocca di storie. Quelle degli oggetti – dai ventagli del settecento ai libri popup, agli oggetti contemporanei stampati in 3D – fino alle storie di ogni singola visita che ogni visitatore ritrova, porta con sé e conserva. Tutto comincia infatti prima della visita, che si può pianificare sul sito del museo seguendo le suggestioni più diverse, perfino le sfumature di colore che accomunano i diversi oggetti o le loro dimensioni. Prosegue nel museo, dove si gira con una penna interattiva che permette di fare un sacco di cose, come disegnare o salvarsi gli oggetti. Altre attività ed esplorazioni sono sui grandi pannelli digitali distribuiti in tutto il museo, fino alla esperienza della Immersion Room, dove si fa un tuffo nella collezione di carte da parati più ricca del Nordamerica, scegliendo tra centinaia di carte digitalizzate ad alta definizione.

 

Alla fine si torna a casa, ci si collega al sito e si ripercorre e si salva la “propria visita”, completa di tutto ciò che abbiamo ammirato e creato, completa di appunti.

IfBook Then quest’anno ci ha proiettati davvero nel futuro, ma un futuro che è già tra noi, anche se qui in Italia riusciamo solo a sbirciarlo. I tanti relatori stranieri, o italiani che lavorano in giro per il mondo da anni, ce lo hanno srotolato davanti in un caledoscopio di immagini, video, progetti.

Svincolati dall’oggetto che li ha racchiusi immobili e immutabili per tutta la “parentesi Gutenberg” i contenuti scompaiono alla nostra vista, ma sono pronti a venire verso di noi indovinando i nostri desideri, persino quelli che non sappiamo ancora di avere. È stato il tema dell’intervento di Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali della New York Public Library. Già ora lasciamo innumerevoli tracce sui nostri comportamenti di lettori: cosa leggiamo, come, dove, quando… una massa enorme di dati, un magazzino gigantesco di gusti, interessi, conoscenze. La loro analisi permetterà di capire cosa rende una storia coinvolgente, cosa piace di più e perché, modificare una storia sulla base degli interessi dei lettori, fino alla personalizzazione più spinta che, appunto, porterà i contenuti verso di noi senza bisogno di andarli a cercare.

E non illudiamoci di sfuggire alla registrazione universale. Siamo circondati di oggetti pieni di microscopici sensori che di noi tracciano tutto e tra un po’ ci diranno non solo come stiamo ma anche cosa è meglio fare. Mentre mi venivano un po’ i brividi a pensarci, Andrea Onetti di STMicroelectronics (gli italiani che fanno i sensori e i mems per tutto il mondo) ha ricordato che l’aspirazione dell’uomo ad aumentare la percezione dei sensi è antichissima e ne fanno parte il compasso, il termometro e il microfono, cose che hanno reso la nostra vita più semplice e rassicurante. E Rosalind Picard, che dirige la ricerca sull’Affective Computing al MIT, ha raccontato come insegna alle macchine a leggere le emozioni sui nostri volti e quanto queste applicazioni possono aiutare a comprendere il mondo delle persone autistiche e migliorare la vita di chi soffre di epilessia.

Su IBT15 un bell’articolo di Wired: IfBook Then, i libri del futuro ci verranno a cercare

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni
Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia
Le storie fuori dai libri
L’uomo che fa parlare gli oggetti