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#scriviamoamano (pubblicamente)

12 mar

Il mio ultimo fine settimana è stato serrato, strano, apparentemente diviso tra due passioni, che alla fine si sono armoniosamente riunite.
Tra venerdì pomeriggio e tutto sabato un intensivo di yoga dedicato alla riscoperta e al risveglio della parte posteriore del corpo, quella che finiamo per dimenticare perché non la vediamo, tutti protesi verso il fare, l’attività, i progetti, il domani. Invece c’è, e rappresenta il nostro sé più primitivo, inconscio, istintuale. L’interiorità, il puro presente.
Riscoprirlo, portarci il movimento, la coscienza e il respiro significa integrarlo e vivere una vita più equilibrata e più ricca.
Il nostro maestro, Richard Agar Ward, ci ha ricordato che quei movimenti che ci sembravano così innaturali e sui quali ci stavamo tanto affaticando, da bambini ci erano naturalissimi. Prima di voltare le spalle alla nostra schiena, vivevamo il nostro corpo tutto intero: ore e ore a giocare a gambe incrociate, capriole, ponte, ruota…
Sui nostri tappetini stavamo cercando con fatica e nostalgia una naturalezza dimenticata insieme al nostro sé più profondo.
Domenica mattina mi sono svegliata consapevolissima della mia schiena perché i muscoli si facevano sentire tutti, uno per uno. Però ho riempito due borse di fogli, quaderni e pennarelli e me ne sono andata al mio corso di calligrafia con Monica Dengo.
Abbiamo rovesciato tutto sul tavolo e cominciato a disegnare e costruire i nostri taccuini con lo stesso entusiasmo, la stessa gioia di usare le mani, e la stessa nostalgia di ritrovare una creatività perduta  – oltre gli schemi acquisiti – che avevo percepito il giorno prima.
Alla fine della giornata li abbiamo sistemati come una città di carta e fotografati da tutti i lati.
Ne eravamo così contenti che abbiamo deciso di condividere quello che facciamo e impariamo aprendo alla lettura di tutti il nostro blog #scriviamoamano.

PS Oggi su twitter @MomentiZen mi ha regalato questa frase: “Da grande voglio essere un bambino”. Davvero, il caso non esiste.

Michelangelo: dalla perfezione alla pura essenza

17 feb

La lunghissima vita artistica di Michelangelo – muore alla soglia dei novant’anni – si apre e si chiude con una Pietà, una delle espressioni più strazianti e intense del dolore umano.
Quando scolpisce la Pietà che ancora ammiriamo in San Pietro ha solo 24 anni ma è già rivoluzione e perfezione assoluta.
Rivoluzione, perché come farà sempre d’ora in poi, stravolge o azzera tutte le iconografie precedenti. La Madonna non è più la donna dolente e quasi anziana delle Pietà medievali o fiamminghe, ma una ragazza fresca e giovanissima, addirittura più giovane del Cristo stesso. Ai bigotti e invidiosi indicò la sua fonte, Dante, il quale nel Paradiso aveva definito la Vergine “figlia del tuo figlio”: anche lei, umana come tutti noi, è figlia di Cristo.
Perfezione assoluta, perché mai nessuno prima – e nessun altro dopo – rappresenterà il corpo umano con tanta precisione e tanta bellezza: della Vergine vediamo solo le mani sottili e l’ovale smaltato del viso, ma ne intuiamo il corpo sotto i panneggi che già contengono quelli di Bernini e di tanta scultura barocca; di Cristo scorriamo ogni muscolo, vediamo ancora pulsare ogni vena, nell’abbandono della morte che sembra appena avvenuta.
Giorgio Vasari seppe meglio di tutti dare espressione a quello che ancora oggi ci appare come un “miracolo”:

“certo è un miracolo che un sasso da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione che la natura a fatica suol formare nella carne”

Michelangelo ancora più bravo della natura dunque. Un insieme di “artificio” e “grazia”, cioè di sapienza e mestiere nella scultura unito alla bellezza spirituale, alla bellezza dell’anima secondo l’accezione cinquecentesca di “grazia”.
Anche l’ultima opera di Michelangelo è una Pietà. La teneva a casa sua e vi lavorò ancora nelle sue ultime ore, come a una preghiera.
Ma nella Rondanini, ora al Castello Sforzesco di Milano, della perfezione e della contemplazione giovanile non c’è più nulla.
Superfici ruvide al posto della lucentezza smaltata, scavi e solchi al posto dei muscoli torniti e dei panneggi gonfi. Michelangelo è andato per sottrazione continua, fino a ritrovare e a consegnarci l’essenza, la sola idea della Pietà, anticipando in una sola opera tutta la scultura moderna e contemporanea.
Eppure la Pietà Rondanini non parla solo alla nostra sensibilità, abituati da oltre un secolo all’arte non rappresentativa. Un semplice impiegato del tribunale di Roma, all’indomani della morte dell’artista, stendendo l’inventario dei beni della casa, descrisse una “figura di uno Cristo e di nostra Donna a quello attaccata” cogliendone il fuoco concettuale e poetico.
Madre e figlio sono una cosa sola. Lei non lo tiene più in grembo, ma si riappropria del figlio che ha generato, lo tira a sé e lo rifà fisicamente suo, come un parto al contrario. Così l’artista novantenne medita sulla sua morte come ritorno nel grembo della madre.

Nella meravigliosa conferenza che il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci ha tenuto stamattina all’Auditorium Parco della Musica di Roma c’era tanto ma tanto di più, ma il filo conduttore della Pietà mi ha veramente commossa e ho voluto fermarlo. E condividerlo.

Cartoline dal cuore della creazione

13 ott

Quando posso, non manco mai un appuntamento con Paul Klee. Così mi sono affrettata a vedere la mostra che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica ai suoi rapporti con l’Italia. Poche opere, una parte infinitesimale rispetto alla sua sterminata produzione di circa 10.000. Tra i grandi del novecento solo Picasso credo sia stato altrettanto prolifico.
Ma il numero non importa perché ogni “cartolina” (la gran parte delle opere esposte sono di questo formato) di Klee è un microcosmo completo e perfetto. Klee non è più figurativo, non è ancora né sarà mai veramente astratto: nel pieno esplodere delle avanguardie artistiche del primo novecento, lui si colloca e ci porta in un luogo altro, che però riconosciamo subito come anche nostro. Che si tratti di uno dei suoi giardini notturni, di una dedica scritta in un alfabeto inventato o di un pullulare di quadratini luminosi, sappiamo che lì ci siamo già stati. Quando? Da bambini, forse. O in sogno. Per questo i suoi quadri, il cui soggetto non sapresti definire se non con l’aiuto dei suoi poetici titoli, sono sì misteriosi, ma non difficili. Raffinatissimi, e al tempo stesso popolari.
Quel luogo lui sa benissimo qual è e ce lo ha raccontato in tante pagine dei Diari, che scrisse durante tutta la sua vita, da quando era un giovane ancora indeciso tra la pittura e la musica fino alla morte avvenuta in Svizzera, mentre già arrivano gli echi degli orrori della seconda guerra mondiale.
Quel luogo è il “cuore della creazione, dove il regno minerale, quello animale e quello vegetale si incontrano”. Un luogo dove tutto può nascere e succedere, e per questo così interessante e illuminante per ciascuno di noi.
Se nella mostra romana di qualche anno fa ero rimasta colpita dal Klee poeta, questa volta è stato il Klee “creatore” ad affascinarmi. Crea i suoi piccoli mondi con un’estrema economia di mezzi: Il parco una sera sul tardi è una sinfonia di verdi, solo verdi; la Sibilla è un’eco michelangiolesca ridotta a un gomitolo di fili viola scuro, l’idea stessa della sibillinità; È ardente, una sola fiammata, non sai se di distruzione o di passione; Superscacco è un tappeto, un grande campo di gioco in cui si affrontano il blu e il rosso in una pacifica battaglia di ritmi.
E in una mostra dedicata ai viaggi, anche le città “non riproducono il visibile, ma rendono visibile”. Cosa? La loro idea, la loro quintessenza.
Roma è un mosaico luminoso in cui nascono croci e colonne, si fondono cristianità e classicità.
Nel centro della creazione possono nascere anche nuove città. In Americano-giapponese avviene l’incontro tra oriente e occidente: i grattacieli di Manhattan vegliano sulle delicate architetture nipponiche in una città che si illumina improvvisamente di giallo.

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Il titolo è una porta da aprire

L’arte di muovere cose

28 giu

“I move things around until they look right.”

Milton Glaser

Quello che Milton Glaser dice del graphic design vale anche per la scrittura. Spesso basta un piccolo spostamento, anche una sola parola, per trovare la chiave.

Raffaello da Urbino, così umano così divino

20 mag

È difficile capire e amare la complessità di Raffaello in giovane età.
A vent’anni stravedi per gli artisti misteriosi come Leonardo, tormentati come Caravaggio, rivoluzionari come Giotto. Il divino urbinate è troppo perfetto. Non c’è un’ombra in lui, un’increspatura, un anello che non tiene.
Arriva a Roma in un’estate magica per la storia dell’arte, quella del 1508, in cui il fiero e combattivo papa Giulio II della Rovere chiama in Vaticano Michelangelo e, appunto, il giovane Raffaello.
L’uno ha trentatré anni, l’altro solo venticinque. Sono acclamati in tutta Italia e non potrebbero essere più diversi. Solitario e scontroso Michelangelo, affabile, dolce, amato da tutti Raffaello.
Dal papa ricevono due commissioni destinate a cambiare il corso di tutta l’arte occidentale: gli affreschi della Cappella Sistina e quelli degli appartamenti papali, le famose Stanze di Raffaello.
Lavorano per quattro anni a un piano di distanza l’uno dall’altro. Michelangelo da solo, disteso supino in un corpo a corpo feroce con la pittura. Raffaello circondato da allievi adoranti, sempre più numerosi, bravi e autonomi.
Quando riuscì a vedere il miracolo della Sistina, Raffaello ne fu folgorato e omaggiò il fiorentino ritraendolo nella Stanza della Segnatura nelle vesti del filosofo Eraclito. Michelangelo si limitò a ignorare l’omaggio.
Ma prendere dagli altri per metabolizzare e fare proprio, rielaborare il visto, ammirato e vissuto per produrre qualcosa di nuovo e inatteso era il destino di Raffaello – il suo dharma o il suo daimon diremmo oggi – e in fondo niente assomiglia di più all’idea combinatoria e contemporanea della creatività.
Quando arriva a Roma Raffaello ha già digerito Piero della Francesca e Francesco Laurana, i “vecchi” Masaccio, Filippo Lippi, Beato Angelico, e i “nuovi” Leonardo, Botticelli, Michelangelo, perfino il veneto Lorenzo Lotto. Sotto le superfici calme e pacifiche dei suoi ritratti e delle sue madonne c’è una sottile ma riconoscibile traccia di ciascuno.
Le Stanze – un inno alla sete di conoscenza e all’aspirazione alla bellezza – sono il vertice della sintesi di tutta l’arte che lo precede e contiene i semi di tutto quello che verrà: Tiziano, Guido Reni, Caravaggio, Rembrandt, Rubens, Ingres, Picasso.
Solo Picasso saprà fare altrettanto. Come Raffaello vorace di forme, di colore e di vita, ingurgita tutto, lo digerisce, per azzerare tutto e ricominciare da capo. Ma lo ha fatto in novantanni di vita. Raffaello in soli trentasette.
Per questo ai suoi contemporanei apparve “divino”, perché creava con la facilità del Creatore. Ma lo stesso Picasso amava ripetere che “Leonardo ci promette il Paradiso, Raffaello invece ce lo dà”.
Anche a me Raffaello è parso divino e straordinariamente creativo e moderno questa mattina, ascoltando per due ore la conferenza che gli ha dedicato all’Auditorium Parco della Musica il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci.

La piega visiva: appunti domenicali

25 mar

“Scrivere non basta più”: è la prima frase del testo di presentazione del workshop di Francesco Franchi al Festival del Giornalismo di Perugia (chi può, si iscriva e ci vada!). Sottoscrivo in pieno la frase lapidaria del trentenne information designer, direttore creativo di IL – Intelligence in Lifestyle del Sole 24 Ore. Nelle sue infografiche e le sue pagine i dati diventano immagini, ma spesso lo diventano anche i testi:

“Cosa fare quando le parole non funzionano” è il sottotitolo del libro Blah Blah Blah di Dan Roam. E lui risponde: disegnare per pensare in modo “vivido” in spazi dove parole e immagini re-imparano a convivere.

Megan Garber, giornalista e studiosa dei media digitali, dedica uno dei suoi ultimi articoli sull’Atlantic al nuovo spazio che le immagini si stanno ritagliando nel mondo digitale (tradotto in italiano da Internazionale nel numero 940 di due settimane fa):

E questa tendenza si ritrova ovunque su internet, un mondo nato dal testo (il primo html, i primi blog, le prime email), ma che si è rapidamente adattato per poter accogliere le immagini e i video. Come oggetto estetico, la rete di oggi è una sofisticata dialettica tra testo e immagine. Online il testo convive con illustrazioni, pulsanti di condivisione, loghi e video incorporati, e in quest’allegra cacofonia ogni elemento interagisce in modo luido con gli altri, tanto da farci dimenticare che testo e immagine sono mezzi diversi.
I social network si distinguono proprio a seconda del rapporto che stabiliscono tra testo e immagine: pensiamo a Twitter (molto testo e poche immagini), a Facebook  e Google+ (molto testo e molte immagini), a Tumblr (molte immagini e poco testo) e infine, all’altro estremo, a Pinterest (molte immagini e zero testo). Tutto questo è meraviglioso. Nessuno dei due mezzi – testo e immagine – è superiore all’altro. La cosa bella dell’ambiente digitale è che ci risparmia i falsi dilemmi. Rete = parole + immagini. Ovvio, no?
Da un po’ di tempo a questa parte, però, sta succedendo un fatto strano: quasi tutte le novità introdotte dai principali social network valorizzano le immagini a scapito del testo. L’esempio più ovvio è il successo di Pinterest, con la sua esplosione di immagini e puntine quasi completamente priva di testo. Pensiamo anche alla crescita di Flickr, Instagram, Hipstamatic e di tutti gli altri social network fotograici. E poi c’è Facebook, che ha scommesso sull’immagine con Timeline. E Google+, che punta sul servizio di videochat Hangouts. Per non parlare di YouTube e della diffusione virale di Tumblr.
Dopo il suo ultimo redesign persino Twitter – così sobrio, così scritto – ha valorizzato gli avatar degli utenti, oltre alle immagini e ai video allegati, molto più di quanto avesse mai fatto prima.
Tutto questo non riguarda solo i social network. Nel layout dei siti web, influenzati dall’estetica dell’iPad, le immagini acquistano importanza. L’infografica sta proliferando grazie a programmi userfriendly. E queste tendenze sono probabilmente destinate a durare, perché visualizzare immagini complesse su schermi di qualunque dimensione è sempre più facile, come è più facile – e meno costoso – pubblicare foto e video. Da un punto di visto estetico, il web sta prendendo una piega visiva.

E intanto Rizzoli ha pubblicato in edizione italiana Information is Beautiful di David McCandless, data journalist e information designer londinese il cui motto è “Amo le torte. Ma odio i grafici a torta.”

Le immagini soppianteranno le parole? Più probabile che parole e immagini torneranno a convivere, proprio come era prima dell’era Gutenberg. La Garber, per esempio, ama scrivere su testate che ospitano testi lunghissimi, come l’Atlantic:

Al tempo stesso, però, si sviluppano contenuti con lunghi articoli come quelli proposti da Longform, Longreads o da riviste come The Atlantic, che nella sua rubrica online di tecnologia dà spazio a esempi di long-form narrative. E pensiamo a progetti come Atavist, che partono dalla tecnologia testuale per eccellenza – il libro – e la rielaborano creando un prodotto multimediale dinamico. Parole e immagini continueranno a convivere con ottimi risultati. Ma se tra questi due mezzi nasceranno nuove forme di coesistenza e se, ribaltando i meccanismi che definivano l’archiviazione della nostra comunicazione da ben prima di Gutenberg, produrre immagini diventerà più semplice che produrre parole, quali saranno le conseguenze di questo cambiamento sulla rete e, quindi, su di noi?

Lo scopriremo solo scrivendo, ma esplorando tutte le possibilità, dai microcontenuti – titoli, sottotitoli, didascalie – ai testi lunghissimi. Il che è solo una ricchezza.

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Infopaesaggi

Tipografia e dialetti da salvare

22 gen

Insieme ai piccoli negozi, l’invasione dei grandi brand globali nelle nostre città sta facendo sparire anche le loro insegne, una diversa dall’altra.
Molly Moodward ha deciso di documentare la ricca varietà delle scritte cittadine in via di estinzione nel sito Vernacular Typography.
Vi trovate già moltissime testimonianze di “lettering vernacolare”, suddivise sia per oggetti, sia per paesi.
Tra i primi: orologi, cartelli abbandonati, graffiti, insegne scritte a mano, scritte al neon, indicazioni stradali, tombini.
Tra i paesi c’è anche l’Italia, con tante foto per le strade e nella stazione di Firenze.
Un bellissimo progetto collaborativo, che al valore della documentazione unisce quello dell’ispirazione.
 

L’intagliatrice di sogni

7 gen

Dici storytelling e di questi tempi pensi subito digital.
Invece Béatrice Coron usa la carta per raccontare storie magnifiche.
Hanno la ricchezza e la sostanza dei sogni, quei sogni vividi e lucidi, di cui quando ti svegli ricordi ogni minimo particolare.
Ma non usa le parole, solo la carta, che ritaglia e incide come un merletto.
È, per dirla con parole sue, una “intagliatrice di carta”.
Le storie sono già lì. Lei le rivela togliendo. Come faceva Michelangelo con il blocco di marmo.
Questa signora francese che vive a New York ha scoperto tardi la sua vocazione.
Prima ha girato mezzo mondo facendo l’operaia, la guida turistica, la cameriera e molti altri lavori.
Nel suo girovagare l’ha sempre accompagnata la curiosità e la passione per le lingue, per le loro stranezze, bizzarrie, somiglianze.
Quando ha deciso di diventare un’artista ha scelto la carta perché “leggera, economica, facile da usare”.
Ha cominciato da un piccolo alfabeto bilingue ed è approdata a paesaggi dell’anima che si estendono per metri e metri come arazzi e che accompagnano le persone anche nella vita quotidiana, in biblioteca, in metropolitana, nelle case popolari.
Perché per questa paladina dell’arte pubblica “nella carta, come nella vita, tutto è interconnesso”.

Venti minuti di ininterrotta bellezza e creatività, con i sottotitoli in italiano.

Il mago delle lettere

29 dic

Si dice sempre – e a ragione – che spesso le soluzioni migliori sono le più semplici. Quelle in cui si lavora con il poco che si ha, senza aggiungere nulla, magari togliendo, ma guardando un testo, un oggetto, un problema, con occhi freschi e un po’ di meraviglia.
Questa idea ispira un bellissimo libretto, che avevo comprato su Amazon insieme a parecchi altri nella furia  agostana prima che scattasse la legge Levi e che ieri sera mi è ricapitato sotto gli occhi.
Si intitola Word as  Image, di Ji Lee, designer che ha lavorato per testate quali il New York Times e il Guardian, ora direttore creativo di Facebook.
Lee prende alcune parole e, lavorando unicamente con le lettere, le trasforma nella cosa o nell’idea indicata da quella parola. La A di Dalí si trasforma in un paio di sottili e spioventi baffoni, la V e la A di Elevator nelle frecce dell’ascensore, la O di Clock in un orologio, la Y di Pray in due mani giunte.
Un bel po’ di esempi li potete vedere anche in questo video. Come dice il titolo del sito di Lee, please enjoy:


Alla fine del libro, Lee dà alcuni suggerimenti su come realizzare le proprie “parole come immagini”:

  • astrarsi per un po’ dal significato e considerare le lettere solo come forme con cui giocare
  • usare penna o matita
  • provare a: ingrandire ed estendere le lettere, ruotarle, trasformarle in oggetti, coprirle in tutto o in parte, trasformare la I in una persona, giocare con le dimensioni
  • giocare sia con le maiuscole sia con le minuscole.

Una ragazza in bianco all’inizio e alla fine del rinascimento

4 dic

Ci sono immagini che mi accompagnano fin da bambina, opere d’arte che ho visto quando avevo meno di dieci anni e che hanno orientato i miei studi, nutrito le mie passioni, i miei viaggi e persino le evoluzioni del mio lavoro. Giotto ad Assisi, alcuni ritratti di Ingres, i piccoli giardini incantati di Klee, il periodo blu e rosa di Picasso, la Pietà di Michelangelo a San Pietro.
Quest’ultima l’ho ritrovata poche ore fa in una strepitosa conferenza di Claudio Strinati all’Auditorium Parco della Musica dedicata al rinascimento a Roma. L’intera sala Sinopoli piena e applausi a scena aperta. Non mi capitava da tempo di spellarmi le mani così, ma lo spettacolo meritava. La parola “spettacolo” può sembrare esagerata per un palcoscenico vuoto con un anziano signore che parla, e poche slide a fargli da sfondo. Lo spettacolo vero si è svolto nelle nostre menti ascoltatrici, trasportate dal doppio salto mortale che il brillante professore ci ha fatto fare con lui.
Dal 1499, quando il giovane Michelangelo scolpisce la Pietà e fa crollare Roma ai suoi piedi, al 1599, quando Stefano Maderno scolpisce la statua di Santa Cecilia. Stessa l’età dei due artisti: 25 anni. Stesso il materiale: il marmo bianco che si accende di luce. Stesse le protagoniste: due giovanissime donne, quasi due bambine.
In mezzo il rinascimento, la riforma protestante, il sacco di Roma,  il concilio di Trento, gli affreschi della Cappella Sistina, l’intera opera di Raffaello.
A Giorgio Vasari, che gli faceva notare l’incongruità di una mamma bambina che tiene in braccio un Cristo trentenne, un ormai maturo Michelangelo rispose che allora non aveva capito proprio niente: quella bimba con gli occhi bassi rappresenta la funzione stessa dell’arte, cristallizzare il momento nell’eternità, fare da argine alla potenza distruttrice del tempo, fermare in una stessa opera l’inizio e la fine. Anche il bellissimo corpo di Cristo vive nella morte, perché il suo abbandono e la sua rilassatezza alludono alla vita, come il sonno rem precede il risveglio e il nuovo inizio del giorno. La perfezione dei corpi, per Michelangelo, è sempre al servizio delle idee. Tanto che durante la sua lunghissima vita gliene importerà sempre meno, all’idea bastano l’abbozzo e il non finito come nella Pietà Rondanini.
Esattamente un secolo dopo Roma è in piena controriforma, e gli archeologi scavano alla ricerca non più delle statue dell’antica Roma, ma dei corpi e delle reliquie dei martiri. Ne trovano, eccome. Il ritrovamento più spettacolare è quello di Santa Cecilia, una ragazzina intatta, avvolta da un lenzuolo, abbandonata come il Cristo della Pietà, anche lei rilassata nel sonno.
Tra i tanti che accorrono anche il giovanissimo scultore Stefano Maderno, che risponde subito all’appello quando si chiede agli artisti di immortalare il ritrovamento. Stefano chiude ciò che Michelangelo ha aperto con la scultura in bianco di una giovane donna. Ma mentre la Vergine era lontana e inaccessibile, un’abitante del mondo delle idee, Santa Cecilia è viva, palpitante, calda, vicina a noi, una di noi anche se non ne vediamo il volto. Ma se potessimo scoprirlo, cosa vedremmo? Un volto simile a quello della Vergine di Michelangelo, azzarda in chiusura il funambolico professore.
Siamo ormai alle soglie del barocco, il periodo più avvolgente e sensuale di tutta la storia dell’arte.

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