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Gli aggettivi, lasciateli a noi

24 ago

La mostra Genesi del fotografo brasiliano Sebastião Salgado all’Ara Pacis a Roma è forte e decisamente bella. Anzi, se le si può trovare un difetto è che alcune foto ti sembrano fin troppo belle e l’autore quasi compiaciuto dei suoi effetti speciali e delle sue ricercatezze tecniche e compositive.
Genesi: sembra davvero di essere trasportati indietro nell’era della creazione, quando le acque e le terre erano appena state separate. Il progetto di Salgado è stato proprio di andare alla scoperta dei luoghi ancora incontaminati del nostro pianeta, dove l’uomo non è ancora arrivato o vive ancora come millenni fa, immerso nella natura e i suoi ritmi: la Patagonia, l’Antartide, alcune zone e tribù dell’Africa, il profondo nord dell’America e dell’Asia. L’obiettivo è mostrarci che posti così ci sono ancora, e tanti, e che vale la pena impegnarsi a tutti i livelli per conservarli.
Le foto, quasi tutte di grandi dimensioni, sono impressionanti ma insegnano anche molto – le sale erano piene di ragazzini entusiasti –. Sugli oceani, i vulcani, le balene, le tartarughe, i pinguini, gli aironi e su piccoli gruppi di esseri umani che si muovono con le renne o si costruiscono case sugli alberi a 30 metri di altezza.
È, insomma, anche una mostra educativa, sia per quello che racconta sia per il suo obiettivo di sensibilizzarci sulle sorti di questo pianeta.  Ma educativo non significa paternalistico. È un peccato che tutti i materiali promozionali siano infarciti di banalità e conditi da un tripudio di aggettivi per farci sentire belli e buoni se andiamo a vedere la mostra: Un viaggio fotografico nei cinque continenti per documentare, con immagini in bianco e nero di grande incanto, la rara bellezza del nostro principale patrimonio, unico e prezioso: il nostro pianeta.
Naturalmente nel comunicato stampa il progetto di Salgado è straordinario, le fotografie eccezionali, la bellezza della natura grandiosa, la sua sinfonia perfetta. Il tutto in poche righe.
Ma perché le nostre istituzioni culturali parlano come la tivvù e non lasciano a noi l’emozione e la gioia di ammirare e stupirci? Anche ricorrendo a qualche aggettivo banalotto, ma spontaneo e non imbeccato.
Meno aggettivi, più informazioni. Vale per tutti i materiali di marketing, anche per quelli delle mostre.

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Uno sguardo, non uno scatto

22 giu

“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta.
Questo atteggiamento determinerebbe uno sguardo in profondità, meno superficiale, poco cronachistico, meno estetico e di mestiere. Lontani dal cercare di trovare uno stato privilegiato, un’immagine-momento assoluto, ma allungare e allargare spazio e tempo dello sguardo, dare nuova profondità e anche nuovi sentimenti alle nostre percezioni.”

“Paradossalmente proprio gli angoli più consueti, quelli canonici, quelli che abbiamo sempre sotto gli occhi e abbiamo sempre visto, sembrano diventare misteriosamente pieni di novità, di aspetti imprevisti… affidandoci ad alcuni stereotipi consolidati abbiamo dimenticato l’enorme potere di rivelazione che ogni nostro sguardo può contenere.”

“Mi piacerebbe partire da uno sguardo meno affrettato, più consapevole e affettuoso, entrare in sintonia con il luogo. Il mio è un tentativo semplice di ricostruire un sentimento di appartenenza e pacificazione.”

Queste parole e queste immagini sono di uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento, Pier Luigi Ghirri.
Fotografava le cose che aveva sotto gli occhi: la sua campagna emiliana, Rimini, Marina di Ravenna, i cartelloni pubblicitari, vetrine, distributori di benzina, il parco della Reggia di Caserta, lo studio del pittore Giorgio Morandi. O persone di spalle che guardano i quadri in un museo.
Eppure sembra di vedere tutto per la prima volta e davanti a tanta quotidianità si rimane come stupefatti. Alcune foto sembrano quadri surrealisti, altre fotomontaggi. Non lo sono, è lo sguardo del fotografo a vedere il mistero o a mostrare il lato nascosto delle cose. Lo raccontano i testi di Ghirri: tersi, semplici, etici, puliti.
Lui con la macchina fotografica voleva conoscere, indagare la realtà nei suoi aspetti più riposti, sprigionare la magia del quotidiano, evidenziare geometrie, e mostrare anche a noi come esercitare uno sguardo calmo e profondo, e portarlo nella nostra vita.
Mi è parsa una lezione attualissima, questo rapporto con le cose, ora che è così mediato da tanti schermi e scandito da tanti scatti.
Uscita dal Maxxi, mi sembrava di guardare tutto in modo diverso.

Quanta poesia in una canestra di frutta!

26 mag

“Qual è l’essenza della poesia, l’essenza dell’arte?” ha chiesto stamattina il prof. Claudio Strinati a oltre mille persone all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
“È parlare di [dipingere] qualcosa parlando di qualcos’altro.” La risposta così semplice, così limpida, di uno dei nostri maggiori storici dell’arte mi ha ricordato le montagne di storiadellartese e beniculturalese di cui sono pieni i siti di tanti musei e istituzioni italiane, ministero in testa.
Il tema della conferenza era Caravaggio, pittore popolarissimo eppure tra i più controversi e densi di misteri. Il prof. Strinati non aveva la pretesa di svelarci i misteri, piuttosto di indicarci la poesia di Caravaggio, quel “qualcos’altro” di cui parla quando dipinge un Bacco che ci porge un calice di vino, un giovane morso da un ramarro o un’improvvisa conversione sulla Via di Damasco.
O una semplice canestra di frutta. Sì, perché la più celebre natura morta della storia dell’arte non è solo un’allegoria della caducità della vita e delle nostre vanità umane come abbiamo studiato sui libri. Ancora viva nelle bucce lucenti dei frutti e già morta nelle foglie di vite che si accartocciano verso il basso.
È anche una meditazione sul vuoto (lo sfondo metafisico senz’aria) e sul pieno (il tripudio denso di frutta), sulla corrispondenza tra macrocosmo (la natura rappresentata) e il microcosmo (un piccolo quadro che misura solo 31×47 cm), sullo spazio della pittura e il nostro spazio attuale di spettatori verso i quali la canestra pericolosamente si sporge.
Del resto la Canestra di frutta fu dipinta per uno degli uomini di chiesa più colti e raffinati dell’epoca, il Cardinale Borromeo, fondatore della Biblioteca Ambrosiana, dove il quadro è conservato ancora oggi.
Per lui, Caravaggio andò a ispirarsi alla “scuola del mondo”, il Cenacolo di Leonardo con la sua tavola imbandita, a pochi passi dalla bottega dove il giovanissimo artista fece il suo apprendistato.
Per lui, dipinse frutta e foglie con la stessa cura con cui dipingeva giovani, sante, madonne e strumenti musicali. Senza gerarchie, senza alto né basso, né differenza tra sacro, umanità e natura. Aderendo solo alla verità e alla vita, riesce sempre a mostrarne e sondarne il mistero.

Tra carta e digitale, il destino dello spazio

12 mag

Kafka voleva che i suoi libri fossero stampati con caratteri molto grandi, perché la sua sintassi non soffocasse in pagine troppo fitte.
Boccaccio, nel copiare il Decameron, scandì i piani narrativi con capilettera di dimensioni e colori diversi tra le giornate, le introduzioni dei narratori e l’inizio delle novelle.
Petrarca studiò la copia modello del Canzoniere alternando il bianco della pergamena e il nero dei versi, così da avere su pagine contrapposte componimenti speculari.
Proust apprezzò particolarmente la riga bianca che separa gli ultimi due capitoli dell’Educazione sentimentale di Flaubert. Una riga che sta per sedici anni e sigilla la storia.
In Dall’opaco Italo Calvino separa i blocchi di testo con righe bianche per disegnare sulla pagina i terrazzamenti del paesaggio ligure.
Baricco in Oceano mare disegna con una spaziatura a zig zag le onde del mare.
Sono alcuni degli esempi di come il bianco, lo spazio, abbia sempre fatto parte della scrittura, anche della narrazione. Li riporta un bell’articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore di oggi, Autore, mettici un punto, dedicato al libro Punteggiatura d’autore. Interpretazione e strategie tipografiche nella letteratura italiana dal Novecento a oggi, di Elisa Tonani.
Raffinatezze in via di estinzione? si chiede Motolese:

Come sa chiunque pubblichi libri, il bianco è una delle ossessioni dominanti degli editori: niente di astratto o poetico, niente horror vacui o paura del silenzio. Soldi: il bianco costa, perché la carta costa. Lo sviluppo dell’editoria digitale sta trasformando anche questo. Lo sappiamo: il testo è diventato qualcosa di mobile, di fluido, adattabile; possiamo scegliere in quale forma leggere ciò che compriamo online, allargando il carattere, ampliando i margini, scegliendo anche, se vogliamo, di leggere bianco su nero. Ciò che prima era riservato solo alle nostre scritture private oggi è diventato il modo in cui anche le scritture pubbliche vengono sempre più condivise.
Dopo secoli, la cultura scritta sta cambiando in modo radicale. Forse per questo l’attenzione per gli aspetti visivi dei testi letterari non è mai stata così forte. Si moltiplicano gli studi sul modo in cui la letteratura nel tempo è stata disposta nella pagina, gli equilibri raffinatissimi tra porzioni scritte e porzioni libere, la grandezza dei caratteri e il loro rapporto reciproco.

È inevitabile chiedersi quanto queste strategie visive, questa cura editoriale, possa resistere nel mondo digitale. Difficile sottrarsi alla sensazione di osservare specie in via di estinzione o destinate alle riproduzione assistita in uno zoo. Non tanto, o non solo, per il fatto che il testo è ormai qualcosa di mobile sui nostri tablet, ma anche per il fatto che la letteratura stessa (tutta, non solo quella sperimentale dei romanzi in tweet) finirà per adattarsi al modo in cui è destinata sempre più a entrare in circolo. Lo si è già visto nel passaggio dal vinile al cd: ve li ricordate i lati B? Le costruzioni degli album in due blocchi? Archeologia.

Siamo alla fine della “parentesi Gutenberg” e solo all’inizio della rivoluzione digitale. Difficile davvero prevedere come andranno le cose, ma a me piace immaginare un futuro ricco di supporti e strumenti diversi, ognuno adatto a diversi testi, obiettivi comunicativi, situazioni di lettura e persino stati d’animo. Qualche post fa citavo un lungo articolo dedicato a questo tema su Scientific American: il digitale ha tanti vantaggi, la carta continua ad averne altri. Forse spariranno i libri in cui la carta è mero supporto, con i margini risicati che si ingialliscono in un paio d’anni. Non li rimpiangeremo. Ma ce ne sono altri – tanti  – che sono oggetti sempre più belli, di cui apprezziamo sia il contenuto sia la regia testuale e spaziale con cui questo prende forma e diventa tutt’uno.
La questione del testo digitale è più complicata di quanto sembra, come ci racconta un altro articolo del Sole di questa Domenica: Mal di scuola digitale, di Roberto Casati. È interamente online e vale davvero una lettura attenta e senza preconcetti. Né da “colonialisti” digitali, né da paladini della carta con paraocchi annessi.

 

Dove nascono i testi? Sul foglio di un pittore.

26 apr

L’artista svizzero Paul Klee ha lasciato quasi 10.000 opere.
Per me è un po’ come il Georges Simenon della pittura: talmente prolifico che per quanto tu possa aver visto e rivisto le sue opere ce ne sono ancora tantissime che non conosci e che ti aspettano. E questo ti consola.
Così, due giorni fa, sono stata felice di reincontrarlo. Questa volta però a casa sua, al Zentrum Paul Klee di Berna, creazione di Renzo Piano che ricorda molto l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Tre strani animali fantastici, ma in mezzo alla campagna.
Quando sei a tu per tu con le opere di Klee hai sempre la sensazione di immergerti in un luogo profondo, lontano, silenzioso, ma che – lo sai, lo senti – ti appartiene. Quale sia quel luogo, è lui stesso a dircelo nei suoi diari:

 “Quale artista non vorrebbe abitare là dove l’organo centrale del tempo e dello spazio- non importa se si chiami cervello o cuore – determina tutte le funzioni? Nel grembo della natura, nel fondo primitivo della creazione, dove è riposta la chiave segreta del tutto?”

Grembo della natura, cervello o cuore, quel luogo è anche dentro di noi. Un luogo del sogno, della creatività, della fantasia. Il nostro fluttua e solo raramente, in momenti particolarmente lucidi o felici, ne abbiamo degli sprazzi. Paul Klee ci viveva, gli dava forma, lo reinventava continuamente e lo rivelava su tele, cartoni, buste, pezzetti di carta.
Quel che ho scoperto nel silenzio delle sale immense del museo di Berna è, ancora una volta, quanto ci facesse vivere anche le parole.

Ma come sono diverse da quelle dei futuristi le sue poesie visive!
“Una volta che il grigio emerge dalla notte…” emerge sotto i nostri occhi come un’architettura di lettere, compressa ma vibrante di luce, silenziosa, ma piena di ritmo.
A volte le lettere si stanno ancora cercando, vagano sperdute sulla pagina. Ma qualcosa prende forma e annuncia: “È l’inizio di una poesia”:

L’inizio? Sì, solo l’inizio. Non siamo in un libro, ma nel grembo della natura, nel fondo primitivo della creazione, sul foglio di un artista.

Su Paul Klee su questo blog leggi anche:

Cartoline dal cuore della creazione

Il titolo è una porta da aprire

Le 100 notti del Rijksmuseum

30 mar

Martedì scorso è stata una bellissima giornata, di quelle che ricorderò.
Ho fatto una lezione di scrittura su un tema inconsueto ma che mi sta molto a cuore, come ben sa chi segue questo blog e un po’ mi conosce: Scrivere il museo. Ultima lezione di Comunicare il Museo*, un percorso che l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, insieme a BAM, per il secondo anno dedica ai Musei di Qualità della regione.
Ad ascoltarmi e a dialogare insieme una sessantina di curatrici, curatori e responsabili della comunicazione di musei, dai minuscoli e specializzatissimi ai grandi e famosi.
Una settimana prima mi sono quindi  immersa con goduria nei loro siti e social media e in quelli dei maggiori musei del mondo. Ho visto e ho proposto loro cose meravigliose e cose così così, testi che rapivano e testi che respingevano. Insieme li abbiamo analizzati, strapazzati, ammirati, ma soprattutto abbiamo cercato di capire insieme perché funzionavano o perché no, con l’obiettivo di trarne spunti utili per scrivere online anche i “nostri” musei.

Di siti e testi magnificamente funzionanti ne abbiamo visti molti, ma il sito del Rijksmuseum di Amsterdam batte tutti e vince la Palma d’Oro. E sì che si tratta di un sito provvisorio, perché il museo riapre il prossimo 13 aprile dopo dieci anni di lavori. Non oso pensare a a cosa sarà quello definitivo visto che già con questo si può fare un’intera lezione di “nuove scritture”. Non è detto che non me la inventi ;-)

Sintonia tra parole e immagini, testi brevi ma intensi, descrizioni di opere che uniscono semplicità ed emozione, navigazione non solo per opere, temi e artisti, ma anche per palette di colori, un laboratorio dove ciascuno può creare i suoi piccoli capolavori a partire da quelli grandi del museo, e persino un test che prova a indovinare quali opere ci piaceranno di più.
Ma quello che forse mi è piaciuto più di tutti sono le 100 notti.
Tra le slide della mia lezione ce n’è una su cui campeggia la scritta “meno testo, ma più concentrato e più strutturato”.
Le 100 notti la esemplificano alla perfezione.
Cento giorni prima dell’apertura, il museo ha postato tre-cinque righe al giorno centellinando un’informazione, un’opera, un’anticipazione, una piccola sorpresa come un lunghissimo e artistico calendario dell’avvento. Microtesti tutti diversi per stile e contenuto, tutti uguali per incipit e per lunghezza, secondo quell’equilibrio tra simmetria e varietà che richiede la logica modulare e combinatoria del web.
Vi chiederete perché sono notti e non giorni. Perché il 13 aprile il Rijksmuseum sarà gratuito e aperto fino a mezzanotte. Ma mi piace pensare sia anche perché il più famoso dipinto del museo è proprio una notte e perché è alle notti che si addicono i racconti indimenticabili.

#scriviamoamano (pubblicamente)

12 mar

Il mio ultimo fine settimana è stato serrato, strano, apparentemente diviso tra due passioni, che alla fine si sono armoniosamente riunite.
Tra venerdì pomeriggio e tutto sabato un intensivo di yoga dedicato alla riscoperta e al risveglio della parte posteriore del corpo, quella che finiamo per dimenticare perché non la vediamo, tutti protesi verso il fare, l’attività, i progetti, il domani. Invece c’è, e rappresenta il nostro sé più primitivo, inconscio, istintuale. L’interiorità, il puro presente.
Riscoprirlo, portarci il movimento, la coscienza e il respiro significa integrarlo e vivere una vita più equilibrata e più ricca.
Il nostro maestro, Richard Agar Ward, ci ha ricordato che quei movimenti che ci sembravano così innaturali e sui quali ci stavamo tanto affaticando, da bambini ci erano naturalissimi. Prima di voltare le spalle alla nostra schiena, vivevamo il nostro corpo tutto intero: ore e ore a giocare a gambe incrociate, capriole, ponte, ruota…
Sui nostri tappetini stavamo cercando con fatica e nostalgia una naturalezza dimenticata insieme al nostro sé più profondo.
Domenica mattina mi sono svegliata consapevolissima della mia schiena perché i muscoli si facevano sentire tutti, uno per uno. Però ho riempito due borse di fogli, quaderni e pennarelli e me ne sono andata al mio corso di calligrafia con Monica Dengo.
Abbiamo rovesciato tutto sul tavolo e cominciato a disegnare e costruire i nostri taccuini con lo stesso entusiasmo, la stessa gioia di usare le mani, e la stessa nostalgia di ritrovare una creatività perduta  – oltre gli schemi acquisiti – che avevo percepito il giorno prima.
Alla fine della giornata li abbiamo sistemati come una città di carta e fotografati da tutti i lati.
Ne eravamo così contenti che abbiamo deciso di condividere quello che facciamo e impariamo aprendo alla lettura di tutti il nostro blog #scriviamoamano.

PS Oggi su twitter @MomentiZen mi ha regalato questa frase: “Da grande voglio essere un bambino”. Davvero, il caso non esiste.

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