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IfBook Then: i libri passano, le storie no

17 apr

Qualche mese fa dedicai un post alla Fondation Beleyer di Basilea, che intitolai Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni. Così venerdi 27 aprile marzo, quando ho sentito Sab Chan raccontare del “museo senza testi” ho fatto un salto sulla sedia. Ero a IfBook Then, il bellissimo evento promosso da Bookrepublic sul futuro dei libri, dei contenuti, delle storie, dei brand e delle loro storie, delle tecnologie che le raccolgono, le diffondono, qualche volta le creano. Il museo senza testi è il Cooper Hewitt di New York, il polo dedicato al design dello Smithsonian. Sebastian Chan è il direttore dei progetti digitali.

Il museo senza testi dunque esiste, ma trabocca di storie. Quelle degli oggetti – dai ventagli del settecento ai libri popup, agli oggetti contemporanei stampati in 3D – fino alle storie di ogni singola visita che ogni visitatore ritrova, porta con sé e conserva. Tutto comincia infatti prima della visita, che si può pianificare sul sito del museo seguendo le suggestioni più diverse, perfino le sfumature di colore che accomunano i diversi oggetti o le loro dimensioni. Prosegue nel museo, dove si gira con una penna interattiva che permette di fare un sacco di cose, come disegnare o salvarsi gli oggetti. Altre attività ed esplorazioni sono sui grandi pannelli digitali distribuiti in tutto il museo, fino alla esperienza della Immersion Room, dove si fa un tuffo nella collezione di carte da parati più ricca del Nordamerica, scegliendo tra centinaia di carte digitalizzate ad alta definizione.

 

Alla fine si torna a casa, ci si collega al sito e si ripercorre e si salva la “propria visita”, completa di tutto ciò che abbiamo ammirato e creato, completa di appunti.

IfBook Then quest’anno ci ha proiettati davvero nel futuro, ma un futuro che è già tra noi, anche se qui in Italia riusciamo solo a sbirciarlo. I tanti relatori stranieri, o italiani che lavorano in giro per il mondo da anni, ce lo hanno srotolato davanti in un caledoscopio di immagini, video, progetti.

Svincolati dall’oggetto che li ha racchiusi immobili e immutabili per tutta la “parentesi Gutenberg” i contenuti scompaiono alla nostra vista, ma sono pronti a venire verso di noi indovinando i nostri desideri, persino quelli che non sappiamo ancora di avere. È stato il tema dell’intervento di Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali della New York Public Library. Già ora lasciamo innumerevoli tracce sui nostri comportamenti di lettori: cosa leggiamo, come, dove, quando… una massa enorme di dati, un magazzino gigantesco di gusti, interessi, conoscenze. La loro analisi permetterà di capire cosa rende una storia coinvolgente, cosa piace di più e perché, modificare una storia sulla base degli interessi dei lettori, fino alla personalizzazione più spinta che, appunto, porterà i contenuti verso di noi senza bisogno di andarli a cercare.

E non illudiamoci di sfuggire alla registrazione universale. Siamo circondati di oggetti pieni di microscopici sensori che di noi tracciano tutto e tra un po’ ci diranno non solo come stiamo ma anche cosa è meglio fare. Mentre mi venivano un po’ i brividi a pensarci, Andrea Onetti di STMicroelectronics (gli italiani che fanno i sensori e i mems per tutto il mondo) ha ricordato che l’aspirazione dell’uomo ad aumentare la percezione dei sensi è antichissima e ne fanno parte il compasso, il termometro e il microfono, cose che hanno reso la nostra vita più semplice e rassicurante. E Rosalind Picard, che dirige la ricerca sull’Affective Computing al MIT, ha raccontato come insegna alle macchine a leggere le emozioni sui nostri volti e quanto queste applicazioni possono aiutare a comprendere il mondo delle persone autistiche e migliorare la vita di chi soffre di epilessia.

Su IBT15 un bell’articolo di Wired: IfBook Then, i libri del futuro ci verranno a cercare

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni
Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia
Le storie fuori dai libri
L’uomo che fa parlare gli oggetti

Miracoli a Parigi (quelli di Brassaï)

10 apr

“Se tutto può diventare banale, tutto può ridiventare meraviglioso. Che cos’è il banale se non il meraviglioso fatto decadere dall’abitudine?”

Aveva proprio ragione Gyula Halász, il fotografo ungherese che volle farsi francese e che conosciamo con lo pseudonimo di Brassaï, ma per trasformare il banale in meraviglioso ci voleva un occhio come il suo. La mostra che lo celebra a Milano a Palazzo Morando è piena di queste meravigliose trasformazioni, 260 per l’esattezza, quante sono le foto di Brassaï. Pour l’amour de Paris.

Parigi, che ritrasse instancabile in bianco e nero per tutta la vita, è infatti una passione esclusiva. La conobbe bambino, nei primi anni del novecento, durante un anno sabbatico del padre. Ci tornò, e per sempre, poco più che ventenne inseguendo una nostalgia. Sarà per questo che all’inizio ritrasse così tanti bambini? Più che ritrarli, li fotografa inosservato: sono spesso di spalle, per strada o ai giardini del Luxembourg, mentre giocano, tengono il primo palloncino o spingono una barca nello specchio di una fontana. Non sembrano accorgersi affatto di essere oggetto di tanta attenzione.

Il fotografo sembra invisibile anche per le coppie che si abbracciano su una panchina o si baciano nel buio di una via o nella folla di un caffè. Spesso non vediamo i loro volti o li vediamo riflessi in uno specchio. Quanti specchi ci sono in Brassaï! Che incornicino i corpi nudi nelle case chiuse o gli occhi lampeggianti di Picasso, sono lì a nascondere allo sguardo il testimone con la sua inseparabile macchina fotografica.

In realtà Brassaï aveva cominciato col disegno e girava per Parigi con il taccuino in mano. Come i graffitisti contemporanei era affascinato dai muri e da quello che le persone vi avevano lasciato inciso, per volontà o per caso. Due buchi diventano occhi e poi un viso, in una crepa vede un pesce o un uccello, in un cuore coglie le iniziali degli amanti. A un certo punto lascia il taccuino per la macchina fotografica e inizia la trasformazione del banale in meraviglioso. Considerava la fotografia una costruzione mentale a partire dal reale, il cui obiettivo è “sgomberare la visione dallo strato di abitudini e pregiudizi che l’ha incrostata”.

Lo sguardo di Brassaï sa farsi sorprendere e vedere nelle strade di Parigi cose che sono sotto i nostri occhi ma che da soli non vedremmo mai: un’ombra diventa un profilo, un marciapiede sotto la pioggia un serpente squamato, le chiatte sulla Senna “esseri dotati di un’anima” e a te sembra di essere arrivata nel bel mezzo di un romanzo di Simenon. Tanto più che Brassaï di Parigi ama soprattutto le notti, con le sue nebbie che sfumano ogni cosa.

“A Parigi ero alla ricerca della poesia della nebbia che trasforma le cose, della poesia della notte che trasforma la città, della poesia del tempo che trasforma gli esseri.”

Questa capacità di vedere e trasformare deve avere affascinato Picasso, che chiese all’amico Brassaï di fotografare le sue sculture, fino a quel momento sconosciute e rivoluzionarie non meno della sua pittura. Secondo lui, le fotografie facevano “respirare le statue nello spazio, restituendo loro la rotondità”.

Respiranti e rotondi sono anche i sensualissimi nudi che chiudono la mostra. Senza arti, senza volti, le curve si appropriano di tutta la superficie. Immobili, ma morbide e pronte a cambiare forma come dune nel deserto.

Su questo blog si ama molto la fotografia. Puoi leggere anche:

Henri Cartier-Bresson: capire con gli occhi
A occhi aperti
Gli aggettivi, lasciateli a noi
Uno sguardo, non uno scatto
Armonie in bianco e nero

Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia

7 dic

Parecchi anni fa comprai un libro tedesco nato da un’idea del famoso settimanale Die Zeit. In italiano il titolo suona più o meno I 100 quadri del museo della Zeit. Studiavo il tedesco da poco ed ero sempre alla ricerca di libri che fossero alla mia portata; in questo, ognuno dei cento capitoletti era di circa due o tre pagine e l’arte il mio principale oggetto di studio all’epoca.

L’idea era geniale e sarebbe stata ripresa più e più volte negli anni: cento scrittori, giornalisti, filosofi, politici o artisti erano invitati a parlare di un’opera d’arte che aveva segnato la loro vita. Susan Sontag scriveva di un interno di chiesa quattrocentesco, Arnaldo Pomodoro di una piccola opera di Klee, Emilio Vedova di Tintoretto, Fernando Botero di Paolo Uccello, lo scultore Christo di Giotto… l’ultimo era il nostro Umberto Eco che scriveva della prima pagina del medievale Book of Kells, conservato al Trinity College di Dublino.

Il libro mi affascinò perché ogni autore scriveva della sua opera del cuore con amore, emozione ma anche grandissima competenza. Umberto Eco raccontava di come per mesi fosse andato ogni giorno al Trinity College perché ogni giorno viene girata una pagina di quell’opera meravigliosa, paragonata alla vita che scorre. Quel piccolo saggio non l’ho mai dimenticato.

Ieri sono andata a riprendermi il libro dall’alto di uno scaffale. A ricordarmelo è stata l’iniziativa di Repubblica di affidare alla scrittrice Melania Mazzucco il racconto di un quadro in un liceo veneziano.

Melania Mazzucco non è una storica dell’arte, ma il suo racconto è appassionante, come testimoniano i tanti video in cui racconta le sue opere d’arte del cuore. Per esempio, le opere di Tintoretto:


Ora ha raccolto i suoi racconti nel libro Il museo del mondo, appena uscito presso Einaudi.

Negli ultimi tempi ho viaggiato molto per lavoro e quando sono in giro cerco sempre di ricavarmi tempo per un museo o una mostra. Quante volte ho pensato dentro di me “Togliete ai curatori apparati didattici, testi di pannelli e audioguide!!” Lo so che è un pensiero ingiusto, perché generalizza e ci sono anche curatori bravissimi a spiegare le opere e a emozionare il pubblico. Però quelli bravi sono troppo pochi.

La mostra di Segantini al Palazzo Reale di Milano è strepitosa, sicuramente una delle più belle che ho visto negli ultimi anni, ma sui pannelli trionfano periodi composti anche di 90-100 parole, assolutamente illeggibili per chiunque. I linguisti sono chiari: un periodo altamente leggibile in un testo informativo è fatto di 25-30 parole, non di più. Un pannello in corpo piccolo, con l’impaginazione giustificata e lo sfondo bordeaux, da leggere in piedi, deve forse averne ancora meno.

La mostra su Picasso a Palazzo Strozzi a Firenze è così così, ma potrebbe essere goduta di più se il testo dell’audioguida – che costa 5 euro – fosse stato concepito appunto per l’ascolto e non come un libro stampato. Per chi è davanti a quella cosa concretissima che è un quadro, parole astratte come poetica e e primitivismo non dicono niente.

Per audioguide e app, il modello libro e il modello catalogo bisogna dimenticarlo, e per sempre. Eppure di storytelling eccellente per i musei e le opere d’arte ne abbiamo a bizzeffe: Melania Mazzucco, Philippe Daverio, quel successo mondiale che sono i 100 oggetti del British Museum, l’app della National Gallery di Londra Love Art, una meraviglia a 2,69 euro che metti in cuffia e ascolti il curatore che sembra lì a raccontare solo per te. A “raccontare”, non a leggere. E “sembra”, perché ascoltando capisci che lavoro raffinato di sceneggiatura e di studio ci sia dietro tanta leggerezza e naturalezza.

Un paio di giorni fa Massimo Mantellini sul Post ha dedicato uno splendido pezzo a questa fotografia:

Può essere il Rijksmuseum ad Amsterdam, la National Gallery a Londra o gli Uffizi a Firenze, ma è esattamente questo che dobbiamo augurarci di vedere nei musei nei prossimi anni: ragazzi concentrati su una bella app, che avranno scaricato prima, a casa, per poi leggere, ascoltare, vedere, e moltiplicare le emozioni che solo l’opera d’arte dal vivo può regalarti.

La settimana che si chiude è stata anche quella del BTO, l’evento dedicato alle potenzialità che le tecnologie offrono al turismo e alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Sono solo riuscita a sbirciare cose interessantissime, ma nei prossimi giorni vale davvero la pena di seguire gli interventi appena saranno online. Credo sarà l’ennesima conferma di quali ricchezze non solo culturali ma professionali e umane ci siano in questo paese, se solo riuscissimo a farle circolare.

Eh sì, non manchiamo solo di mobilità sociale, ma anche professionale. La rete ci fa scoprire talenti, ma a che serve se poi restano lì? A Palermo c’è una professoressa di storia dell’arte che si chiama Emanuela Pulvirenti. Non la conosco, ma ad ogni post mi incanta e mi fa invidiare i suoi studenti. Emanuela ogni giorno ha le sue classi davanti e si confronta con cose concrete: domande, sguardi, opere, materiali.  Quella concretezza evidentemente la aiuta a ideare i suoi post sul colore, inaugurati da un attacco esplosivo:

Che succede quando un rosso si imbatte in un verde? Beh, più che un incontro sarà uno scontro! Uno dei più feroci che si possano vedere dentro un quadro.

O a coinvolgere su un tema specialistico come i taccuini degli artisti:

Cosa c’è dietro un’opera d’arte? È una domanda che mi sono posta molte volte. Un dipinto, una scultura, un qualsiasi manufatto artistico, anche se prodotto rapidamente e, apparentemente, di getto, nasconde dietro uno studio, un’osservazione della realtà, un’elaborazione concettuale.

Per non parlare dei suoi post sui lampioni o sulle nuvole… e delle altre storie meravigliose di Didatticarte.

Insomma, non si potrebbe prendere la professoressa Pulvirenti e farle fare un bel corso ai curatori più verbosi e astratti? Non sono forse tutti dipendenti dello stato italiano?

Concretezza, emozione, storie, arte, immagini e parole: queste cose ci sono tutte in un bel video che risponde a una delle domande apparentemente più astratte che ci siano: A che serve l’arte? Lo hanno realizzato in quella scuola di storytelling che è The School of life, ideata dallo scrittore Alain de Botton (i video sono uno più bello dell’altro).


L’arte è una cosa concreta, no? Forse la più concreta che ci sia. Non merita parole astratte e lontane dalla vita. Né periodi che non finiscono mai. Né storiadellartese.

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Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Le parole di Magritte e quelle del suo museo

gli oltre 136 post sull’arte

Henri Cartier-Bresson: capire con gli occhi

28 set

Che gioia ritrovare il vecchio Matisse alla mostra romana di Henri Cartier Bresson! L’avevo lasciato con i suoi ritagli proprio pochi post fa. Qui è intento a disegnare una colomba, sicuramente cercando di dimenticare “tutte le colombe viste prima” per vederla come se fosse la prima volta.

Per il fotografo, invece, la cosa più difficile era proprio il ritratto, “difficilissima, un punto interrogativo poggiato su qualcuno”. Per trovare la sua risposta, si ritirava il più possibile, aspettava, finché la persona da ritrarre si dimenticava di lui e tornava con naturalezza alle sue occupazioni. Sarà stato così anche nello studio di Matisse.

Cartier-Bresson era paziente e trovava sempre la sua risposta. Alla mostra dell’Ara Pacis ci sono anche le risposte di Sartre, Giacometti, un giovanissimo Truman Capote, i coniugi Curie.

Solo cinque ritratti in una mostra strepitosa che in quasi quattrocento fotografie documenta un’intera vita e settant’anni di storia. All’inizio un Henri adolescente, con la macchina fotografica a tracolla, a immortalare feste di compleanno in famiglia e un campo scout. Alla fine, i suoi disegni “contemplativi” in cui studiava ormai solo il suo volto, con un segno arrotolato tanto vicino a quello di Alberto Giacometti. In mezzo, la sua adesione alla poetica surrealista, i viaggi in tutto il mondo, la guerra civile spagnola, la Francia occupata dai nazisti, la liberazione, la fondazione della mitica agenzia Magnum, i grandi reportage in India, in Cina, in Russia. C’è anche il nostro paese, con un’incantata veduta di Scanno.

Spero che a visitare questa mostra vadano tanti ma tanti ragazzi. Non solo per il valore artistico e documentale delle foto di Cartier-Bresson, ma anche per la testimonianza di una vita piena e compiuta, fatta di una vocazione vissuta fino in fondo, di un impegno incrollabile verso l’umanità intera.

Conoscevo tante delle sue foto più famose, ma non avevo mai visto i documentari girati nei momenti più bui del secolo scorso. Filmare la dignità e la sofferenza dei feriti, la dolcezza delle infermiere, l’impegno dei chirurghi sotto le bombe, così come documentare le deportazioni degli ebrei francesi gli costò tre anni di prigione. Lui tenne duro e alla fine riuscì a fuggire. In tempo per riprendere la sua Leica e partire per i campi di concentramento appena liberati.

”Sono visivo. Osservo, osservo, osservo, è con gli occhi che capisco”.

 

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Armonie in bianco e nero

Scrivere oggi: l’emblema di Escher

26 set

M. C. Escher, Mani che disegnano, litografia, 1948.

Come tutti, ho visto le incisioni di Maurits Cornelis Escher innumerevoli volte su libri, mug, manifesti e magliette ma l’originale è un’altra cosa, anche per un artista che si è espresso quasi sempre con il solo bianco e nero.

Alla mostra di Roma al Chiostro del Bramante quelle geometriche metamorfosi, quegli spazi impossibili, quei poetici giochi matematici ci sono tutti, espressi con una tale naturale precisione, una rigorosa morbidezza, da ricordare le incisioni più belle di Dürer.

Dalla bidimensionalità della carta il tratto sottile prende vita, diventa volume, si copre di ombre e viene verso di noi: le mani che disegnano, nella loro semplicità, ti attirano come un mistero e ti avvolgono come una ghirlanda.

A me, sono sembrate l’emblema delle nostre scritture contemporanee: non c’è più solo la carta, non c’è più solo il digitale, né solo testi brevi, né solo testi lunghi, né solo parola, né solo immagine, ma un flusso continuo in cui trascorriamo, e trascorrendo cambiamo e impariamo.

Le sforbiciate di Matisse

31 ago

Fa bene vedere una mostra come Matisse Cut-Outs, che riunisce alla Tate Modern di Londra i collage realizzati dal pittore francese negli ultimi diciassette anni della sua vita.

Non solo perché è una mostra grandiosa, che mette insieme centinaia di opere di livello stratosferico, ma perché è costruita interamente intorno a un’idea, dal percorso fino all’app che ti puoi scaricare per ricordare la magia di quelle due ore. È un’idea che commuove: la felicità creativa può accompagnare un artista nei momenti più bui e difficili, persino crescere, se questi le va incontro ogni giorno con animo sereno e con lo stupore di un bambino.

Anche senza quei diciassette anni finali fatti solo di collage, Matisse sarebbe comunque un gigante dell’arte del novecento. È la malattia a portarlo oltre, a forzarne con gentilezza i limiti. Quando capisce di avere ormai una mobilità ridotta e di non poter più dipingere, comincia a ritagliare le forme nella carta, “nel vivo del colore”. E il cambio di processo e di materiale cambia tutto, dando inizio a una nuova stagione.

Matisse ritagliava anche prima, ma per preparare più facilmente la composizione di un dipinto: gli oggetti di carta potevano essere facilmente spostati per provare i diversi effetti prima di mettere mano al quadro.
Anche per i primi collage è così, e l’artista pensa di usarli per illustrare dei libri di poesie. In effetti la svolta avviene con un libro, Jazz. Le parole però sono quelle dello stesso Matisse, che non può fare a meno di raccontare scrivendo a mano in caratteri giganteschi – gli unici che riuscisse a vedere – la sua gioia di novello ritagliatore. Le ho lette tutte, quelle parole, perché il libro è interamente in mostra, pagina per pagina. Sono un inno all’amore, all’arte e alla vita.

Henri Matisse, Jazz, 1947

Matisse scrive perché i colori lo abbagliano e sente il bisogno di smorzarne la forza visiva ed emotiva con le parole. Talvolta neanche queste gli bastano e allora rimane al buio per giorni. L’impegno era grande. Ritagliare per lui significava disegnare, ma anche scolpire, scoprire le forme per via di togliere, senza sapere cosa avrebbe trovato. “Dipingere una rosa è difficilissimo”, perché l’artista deve dimenticare tutte le rose che ha visto nella sua vita. E così per tutti gli altri fiori, le rondini, i corpi di donna. Questo è lo stupore di Matisse.

Il passato in realtà riaffiora, ma in un’essenza trasfigurata. In questi diciassette anni ci sono tutta la vita e l’arte precedente. C’è il suo studio, dipinto innumerevoli volte, ma ora sono le pareti stesse a farsi opera e a riempirsi di ritagli: non potendo più muoversi, vi ricostruisce oceani pieni di pesci e cieli pieni di uccelli.

Henri Matisse, Polinesia, 1947

Insonne, inseguiva le idee e ritagliava in piena notte. Al mattino, i suoi assistenti trovavano fiori, danzatori o un sensuale profilo di donna. Matisse, infatti, non era solo e dalla sua poltrona dirigeva una piccola squadra. Gli assistenti dipingevano i grandi fogli secondo le sue indicazioni, lui ritagliava seduto o disteso con le grandi forbici tenendo il foglio verso l’alto con l’altra mano, poi gli assistenti salivano su una scala e con puntine da disegno disponevano i ritagli sulle pareti. Lui indicava dove e chiedeva di spostare fino all’equilibrio migliore.

Henri Matisse, Zulma, 1950

Al di fuori di quei giardini infuriava la guerra, dentro la malattia, ma niente sembra intaccare questo stato di grazia. A contatto con la concretezza della carta, l’arte di Matisse cresce fino a raggiungere proporzioni grandiose, vertici monumentali. Senza progetto, scoprendo giorno per giorno. A proposito di uno dei collage più famosi, La lumaca, disse di essere partito da una lumachina, di averla tenuta in mano e osservata fino a diventare lui stesso lumaca e infine sentire la forma “dispiegarsi”.

“Bisogna crescere insieme all’albero”: un detto cinese molto caro al vecchio e sorprendente Matisse.

Henri Matisse, La lumaca, 1952

Guido & Wendy

6 mag

Conoscevo l’uno e l’altra, ma le Segnalazioni di Claudia Neri sul blog dell’ADCI mi hanno portato dritta ai loro siti.
Sono un illustratore italiano, Guido Scarabottolo, e una illustratrice e drawn journalist californiana, Wendy Macnaughton.

Di prima mattina, rifacciamoci gli occhi.


www.scarabottolo.com

www.wendymacnaughton.com