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Henri Cartier-Bresson: capire con gli occhi

28 set

Che gioia ritrovare il vecchio Matisse alla mostra romana di Henri Cartier Bresson! L’avevo lasciato con i suoi ritagli proprio pochi post fa. Qui è intento a disegnare una colomba, sicuramente cercando di dimenticare “tutte le colombe viste prima” per vederla come se fosse la prima volta.

Per il fotografo, invece, la cosa più difficile era proprio il ritratto, “difficilissima, un punto interrogativo poggiato su qualcuno”. Per trovare la sua risposta, si ritirava il più possibile, aspettava, finché la persona da ritrarre si dimenticava di lui e tornava con naturalezza alle sue occupazioni. Sarà stato così anche nello studio di Matisse.

Cartier-Bresson era paziente e trovava sempre la sua risposta. Alla mostra dell’Ara Pacis ci sono anche le risposte di Sartre, Giacometti, un giovanissimo Truman Capote, i coniugi Curie.

Solo cinque ritratti in una mostra strepitosa che in quasi quattrocento fotografie documenta un’intera vita e settant’anni di storia. All’inizio un Henri adolescente, con la macchina fotografica a tracolla, a immortalare feste di compleanno in famiglia e un campo scout. Alla fine, i suoi disegni “contemplativi” in cui studiava ormai solo il suo volto, con un segno arrotolato tanto vicino a quello di Alberto Giacometti. In mezzo, la sua adesione alla poetica surrealista, i viaggi in tutto il mondo, la guerra civile spagnola, la Francia occupata dai nazisti, la liberazione, la fondazione della mitica agenzia Magnum, i grandi reportage in India, in Cina, in Russia. C’è anche il nostro paese, con un’incantata veduta di Scanno.

Spero che a visitare questa mostra vadano tanti ma tanti ragazzi. Non solo per il valore artistico e documentale delle foto di Cartier-Bresson, ma anche per la testimonianza di una vita piena e compiuta, fatta di una vocazione vissuta fino in fondo, di un impegno incrollabile verso l’umanità intera.

Conoscevo tante delle sue foto più famose, ma non avevo mai visto i documentari girati nei momenti più bui del secolo scorso. Filmare la dignità e la sofferenza dei feriti, la dolcezza delle infermiere, l’impegno dei chirurghi sotto le bombe, così come documentare le deportazioni degli ebrei francesi gli costò tre anni di prigione. Lui tenne duro e alla fine riuscì a fuggire. In tempo per riprendere la sua Leica e partire per i campi di concentramento appena liberati.

”Sono visivo. Osservo, osservo, osservo, è con gli occhi che capisco”.

 

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A occhi aperti
Gli aggettivi, lasciateli a noi
Uno sguardo, non uno scatto
Armonie in bianco e nero

Scrivere oggi: l’emblema di Escher

26 set

M. C. Escher, Mani che disegnano, litografia, 1948.

Come tutti, ho visto le incisioni di Maurits Cornelis Escher innumerevoli volte su libri, mug, manifesti e magliette ma l’originale è un’altra cosa, anche per un artista che si è espresso quasi sempre con il solo bianco e nero.

Alla mostra di Roma al Chiostro del Bramante quelle geometriche metamorfosi, quegli spazi impossibili, quei poetici giochi matematici ci sono tutti, espressi con una tale naturale precisione, una rigorosa morbidezza, da ricordare le incisioni più belle di Dürer.

Dalla bidimensionalità della carta il tratto sottile prende vita, diventa volume, si copre di ombre e viene verso di noi: le mani che disegnano, nella loro semplicità, ti attirano come un mistero e ti avvolgono come una ghirlanda.

A me, sono sembrate l’emblema delle nostre scritture contemporanee: non c’è più solo la carta, non c’è più solo il digitale, né solo testi brevi, né solo testi lunghi, né solo parola, né solo immagine, ma un flusso continuo in cui trascorriamo, e trascorrendo cambiamo e impariamo.

Le sforbiciate di Matisse

31 ago

Fa bene vedere una mostra come Matisse Cut-Outs, che riunisce alla Tate Modern di Londra i collage realizzati dal pittore francese negli ultimi diciassette anni della sua vita.

Non solo perché è una mostra grandiosa, che mette insieme centinaia di opere di livello stratosferico, ma perché è costruita interamente intorno a un’idea, dal percorso fino all’app che ti puoi scaricare per ricordare la magia di quelle due ore. È un’idea che commuove: la felicità creativa può accompagnare un artista nei momenti più bui e difficili, persino crescere, se questi le va incontro ogni giorno con animo sereno e con lo stupore di un bambino.

Anche senza quei diciassette anni finali fatti solo di collage, Matisse sarebbe comunque un gigante dell’arte del novecento. È la malattia a portarlo oltre, a forzarne con gentilezza i limiti. Quando capisce di avere ormai una mobilità ridotta e di non poter più dipingere, comincia a ritagliare le forme nella carta, “nel vivo del colore”. E il cambio di processo e di materiale cambia tutto, dando inizio a una nuova stagione.

Matisse ritagliava anche prima, ma per preparare più facilmente la composizione di un dipinto: gli oggetti di carta potevano essere facilmente spostati per provare i diversi effetti prima di mettere mano al quadro.
Anche per i primi collage è così, e l’artista pensa di usarli per illustrare dei libri di poesie. In effetti la svolta avviene con un libro, Jazz. Le parole però sono quelle dello stesso Matisse, che non può fare a meno di raccontare scrivendo a mano in caratteri giganteschi – gli unici che riuscisse a vedere – la sua gioia di novello ritagliatore. Le ho lette tutte, quelle parole, perché il libro è interamente in mostra, pagina per pagina. Sono un inno all’amore, all’arte e alla vita.

Henri Matisse, Jazz, 1947

Matisse scrive perché i colori lo abbagliano e sente il bisogno di smorzarne la forza visiva ed emotiva con le parole. Talvolta neanche queste gli bastano e allora rimane al buio per giorni. L’impegno era grande. Ritagliare per lui significava disegnare, ma anche scolpire, scoprire le forme per via di togliere, senza sapere cosa avrebbe trovato. “Dipingere una rosa è difficilissimo”, perché l’artista deve dimenticare tutte le rose che ha visto nella sua vita. E così per tutti gli altri fiori, le rondini, i corpi di donna. Questo è lo stupore di Matisse.

Il passato in realtà riaffiora, ma in un’essenza trasfigurata. In questi diciassette anni ci sono tutta la vita e l’arte precedente. C’è il suo studio, dipinto innumerevoli volte, ma ora sono le pareti stesse a farsi opera e a riempirsi di ritagli: non potendo più muoversi, vi ricostruisce oceani pieni di pesci e cieli pieni di uccelli.

Henri Matisse, Polinesia, 1947

Insonne, inseguiva le idee e ritagliava in piena notte. Al mattino, i suoi assistenti trovavano fiori, danzatori o un sensuale profilo di donna. Matisse, infatti, non era solo e dalla sua poltrona dirigeva una piccola squadra. Gli assistenti dipingevano i grandi fogli secondo le sue indicazioni, lui ritagliava seduto o disteso con le grandi forbici tenendo il foglio verso l’alto con l’altra mano, poi gli assistenti salivano su una scala e con puntine da disegno disponevano i ritagli sulle pareti. Lui indicava dove e chiedeva di spostare fino all’equilibrio migliore.

Henri Matisse, Zulma, 1950

Al di fuori di quei giardini infuriava la guerra, dentro la malattia, ma niente sembra intaccare questo stato di grazia. A contatto con la concretezza della carta, l’arte di Matisse cresce fino a raggiungere proporzioni grandiose, vertici monumentali. Senza progetto, scoprendo giorno per giorno. A proposito di uno dei collage più famosi, La lumaca, disse di essere partito da una lumachina, di averla tenuta in mano e osservata fino a diventare lui stesso lumaca e infine sentire la forma “dispiegarsi”.

“Bisogna crescere insieme all’albero”: un detto cinese molto caro al vecchio e sorprendente Matisse.

Henri Matisse, La lumaca, 1952

Guido & Wendy

6 mag

Conoscevo l’uno e l’altra, ma le Segnalazioni di Claudia Neri sul blog dell’ADCI mi hanno portato dritta ai loro siti.
Sono un illustratore italiano, Guido Scarabottolo, e una illustratrice e drawn journalist californiana, Wendy Macnaughton.

Di prima mattina, rifacciamoci gli occhi.


www.scarabottolo.com

www.wendymacnaughton.com

Frida Kahlo, una domenica di maggio

5 mag

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940

Sono un’inguaribile snob, che guarda dall’alto in basso le mostre molto popolari per recitare poi regolarmente il mea culpa. L’ho recitato anche ieri uscendo dalla mostra di Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale.
Conoscevo appena la pittrice messicana dal destino crudele, la passione inguaribile per la vita, le mille passioni amorose, le grandi sopracciglia, i vestiti e le acconciature eccentriche con cui negli anni trenta se ne andava in giro per le avenue di New York. Ma sono stata felice di avere approfondito la sua conoscenza.

Era nata nel 1907 e se dichiarava tre anni di meno non era per vanità e debolezza femminile, ma perché amava dichiarare di essere nata con la rivoluzione che dal 1910 al 1917 coinvolse il suo paese. Della rivoluzione sposò persino il principale cantore, l’artista Diego Rivera, che riempiva i muri di Città del Messico di enormi pitture perché tutti potessero capire e far propri i valori rivoluzionari.

I quadri di Frieda, invece, sono in gran parte piuttosto piccoli e solo nei ritratti arriva a dimensioni appena un po’ più grandi. Del resto aveva cominciato a dipingere distesa sul letto, con uno specchio attaccato al baldacchino che rifletteva il suo volto, eterno oggetto di studio per tutta la vita. Una vita breve, di soli quarantasette anni, segnata da una malattia congenita e da un terribile incidente in tram che frammentò tante delle sue ossa e la costrinse prima all’immobilità, poi a portare un busto rigido sotto l’ampiezza e le mille pieghe dei suoi abiti colorati.

È commovente guardare il suo busto – sul quale dipinse la falce e martello e il bambino che non riuscì ad avere: l’effetto di tanti limiti e di tanta costrizione è stato un’esuberanza di emozioni e di vita, un esplodere continuo di amori e passioni.

Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943

Eccentrica nella vita, ed eccentrica nell’arte, Frida. Impossibile collocarla all’interno dei tanti movimenti di avanguardia che attraversarono la prima metà del novecento. Ci provarono i surrealisti, ma a Breton lei puntualizzò che quel che dipingeva non era affatto il suo inconscio, ma la sua vita. Quella vera, quella di tutti i giorni. Anche se i suoi allievi all’accademia di belle arti la circondano come tante scimmiette, anche se rappresenta come una natura morta seicentesca il suo tormentato rapporto con Diego. Un’arte simbolica, accesa, come quella popolare del suo Messico, ma non surreale.

E così, anche i suoi ritratti più arditi ci sembrano restituire la vera Frida: è uomo, donna, bambina, vecchia, immersa con le radici del suo corpo fin nelle zolle della terra, compagna degli animali, trionfante sul dolore con quegli occhi che ti fissano sempre, e sei sempre tu a doverli abbassare per prima.

Esci nella Roma splendente dei primi di maggio e vorresti averle rubato un fiore da mettere tra i capelli, uno di quegli strani fiocchi di velluto che le sormontavano il capo, o uno dei talismani che portava al collo. Ma no, la verità è che vorresti almeno un poco di quel coraggio, di quella fierezza, di quella voglia di esplorare tutto della vita.

Alberto Giacometti, quintessenza dell’umanità

22 mar

Gianlorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625

Anche se lo ritengo assurdo, di solito non patisco troppo il divieto di fotografare all’interno di un museo. Mi piace concentrarmi sulle opere senza distrazioni. Stamattina però non so cosa avrei dato per fermare le emozioni che mi ha regalato la mostra di Alberto Giacometti alla Galleria Borghese.

Non era facile individuare le opere di uno dei più grandi scultori del novecento nel tempio della scultura barocca, l’elegante villetta fatta costruire dal cardinale Scipione Borghese per ospitare la sua collezione di marmi antichi, capolavori come l’Amore Sacro e l’Amore Profano di Tiziano, alcuni dei quadri più intensi di Caravaggio, ma soprattutto le sculture del suo contemporaneo Gianlorenzo Bernini.

Come è successo anche a me, per tanti bambini romani l’incontro con l’arte avviene proprio con queste opere talmente stupefacenti da impressionarti anche se hai cinque o sei anni. Avrò visto la statua di Apollo e Dafne decine di volte, ma l’impressione della fanciulla che si sta trasformando in un albero di alloro proprio sotto i miei occhi – le dita dei piedi che diventano radici e quelle delle mani che diventano foglioline di marmo – ha segnato la mia infanzia.

Dopo quella naturalezza più naturale della natura, eppure supremamente artificiosa, agli scultori non rimaneva molto altro da analizzare o da investigare. Bisognerà aspettare l’inizio del novecento perché la scultura – oltre i monumenti funerari o commemorativi – ritrovi la sua strada. A indicarla e a percorrerla, oltre al grandioso e onnipresente Picasso, anche uno svizzero geniale e riservato: Alberto Giacometti.

Alberto Giacometti, Io, in una strada sotto la pioggia, 1948

Nelle sale della Borghese quella riservatezza sembra opporsi all’esuberanza di Gianlorenzo. Ci vuole un po’ per scovare gli uomini filiformi di Giacometti, i suoi busti tormentati, le sue donne-cucchiaio tutte ventre, tra le possenti sculture berniniane, eppure quello che ti incanta è il dialogo continuo tra i due artisti, separati da quasi tre secoli.

Alberto Giacometti, La mano, 1947

L’uomo del seicento che sta conquistando il mondo e cominciando persino a esplorare l’universo porta ai vertici la padronanza sulla forma, compiuta e perfetta, realizza i sogni più audaci della nostra immaginazione, fa vibrare il marmo e gonfiare le vene. L’uomo del novecento sembra rispondergli che lui, invece, non ha più certezze, più verità, se non quella del proprio essere fragile, esposto a mille intemperie. Esterne come la guerra, interiori come la solitudine.

Alberto Giacometti, Donna che cammina, 1932 – 1936

Alberto Giacometti era un artista coltissimo, un disegnatore e incisore raffinato, ma come tanti suoi contemporanei dovette scavalcare tutta cultura classica e occidentale per poterla rifondare: indietro, verso la scultura egiziana e cicladica; oltre, verso l’arte africana e oceanica. Dove non si voleva dominare il mondo con la perfezione della forma, ma esprimere l’essenza dell’umanità, i suoi simboli.

Come le statue egiziane o i kuroi greci, gli uomini di Giacometti guardano dritti davanti a sé, gli occhi fissi verso un orizzonte lontanissimo. Portano un piede avanti, ma il loro incedere è lento, faticoso, quasi bloccato. La testa si abbassa, sotto un peso che non vediamo, ma riusciamo a sentire. Un peso che sembra stringerli da ogni parte tanto da mangiarli fino a renderli  contorti fili di bronzo, ai limiti della sparizione.

Ai limiti, appunto, mai oltre. Dopo aver percorso un tratto di strada con i surrealisti ed essersi tuffato nei simboli misteriosi dell’inconscio, Giacometti torna alla figura per non lasciarla mai più. La donna può essere solo ventre, un grande cucchiaio accogliente. O solo busto, senza testa e senza braccia. O solo un braccio che protende nel vuoto le dita tese di una mano. Non è meno umana della scattante e perfetta Dafne berniniana o della nuda e disinvolta Paolina Borghese di Canova. Solo un po’ più consapevole, più dolente, più vicina a noi. Ai nostri smarrimenti e alle nostre fragilità.

Design quotidiano

21 feb

La Society of News Design ha appena premiato i quotidiani col miglior design a livello mondiale. Quelli “ridisegnati” da Mario Garcìa hanno fatto man bassa di premi e lui li analizza uno alla volta, un post per ciascuno. L’ultimo è dedicato al quotidiano tedesco Die Zeit, noto da sempre per la sua serietà e sobrietà, nonché per i testi lunghissimi.
Le immagini e il colore sono entrati prorompenti anche qui, ma in un modo che non stravolge, anzi asseconda il primato del testo. Alle infografiche luna park, i designer della Zeit contrappongono le loro cristalline soluzioni. La pagina con il manager sotto pressione mi sembra potentissima, ma sul blog di Mario Garcìa potete vedere altre bellissime pagine e leggere l’intervista all’art director Haika Hinze.

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