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Quanta poesia in una canestra di frutta!

26 mag

“Qual è l’essenza della poesia, l’essenza dell’arte?” ha chiesto stamattina il prof. Claudio Strinati a oltre mille persone all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
“È parlare di [dipingere] qualcosa parlando di qualcos’altro.” La risposta così semplice, così limpida, di uno dei nostri maggiori storici dell’arte mi ha ricordato le montagne di storiadellartese e beniculturalese di cui sono pieni i siti di tanti musei e istituzioni italiane, ministero in testa.
Il tema della conferenza era Caravaggio, pittore popolarissimo eppure tra i più controversi e densi di misteri. Il prof. Strinati non aveva la pretesa di svelarci i misteri, piuttosto di indicarci la poesia di Caravaggio, quel “qualcos’altro” di cui parla quando dipinge un Bacco che ci porge un calice di vino, un giovane morso da un ramarro o un’improvvisa conversione sulla Via di Damasco.
O una semplice canestra di frutta. Sì, perché la più celebre natura morta della storia dell’arte non è solo un’allegoria della caducità della vita e delle nostre vanità umane come abbiamo studiato sui libri. Ancora viva nelle bucce lucenti dei frutti e già morta nelle foglie di vite che si accartocciano verso il basso.
È anche una meditazione sul vuoto (lo sfondo metafisico senz’aria) e sul pieno (il tripudio denso di frutta), sulla corrispondenza tra macrocosmo (la natura rappresentata) e il microcosmo (un piccolo quadro che misura solo 31×47 cm), sullo spazio della pittura e il nostro spazio attuale di spettatori verso i quali la canestra pericolosamente si sporge.
Del resto la Canestra di frutta fu dipinta per uno degli uomini di chiesa più colti e raffinati dell’epoca, il Cardinale Borromeo, fondatore della Biblioteca Ambrosiana, dove il quadro è conservato ancora oggi.
Per lui, Caravaggio andò a ispirarsi alla “scuola del mondo”, il Cenacolo di Leonardo con la sua tavola imbandita, a pochi passi dalla bottega dove il giovanissimo artista fece il suo apprendistato.
Per lui, dipinse frutta e foglie con la stessa cura con cui dipingeva giovani, sante, madonne e strumenti musicali. Senza gerarchie, senza alto né basso, né differenza tra sacro, umanità e natura. Aderendo solo alla verità e alla vita, riesce sempre a mostrarne e sondarne il mistero.

Tra carta e digitale, il destino dello spazio

12 mag

Kafka voleva che i suoi libri fossero stampati con caratteri molto grandi, perché la sua sintassi non soffocasse in pagine troppo fitte.
Boccaccio, nel copiare il Decameron, scandì i piani narrativi con capilettera di dimensioni e colori diversi tra le giornate, le introduzioni dei narratori e l’inizio delle novelle.
Petrarca studiò la copia modello del Canzoniere alternando il bianco della pergamena e il nero dei versi, così da avere su pagine contrapposte componimenti speculari.
Proust apprezzò particolarmente la riga bianca che separa gli ultimi due capitoli dell’Educazione sentimentale di Flaubert. Una riga che sta per sedici anni e sigilla la storia.
In Dall’opaco Italo Calvino separa i blocchi di testo con righe bianche per disegnare sulla pagina i terrazzamenti del paesaggio ligure.
Baricco in Oceano mare disegna con una spaziatura a zig zag le onde del mare.
Sono alcuni degli esempi di come il bianco, lo spazio, abbia sempre fatto parte della scrittura, anche della narrazione. Li riporta un bell’articolo di Matteo Motolese sulla Domenica del Sole 24 Ore di oggi, Autore, mettici un punto, dedicato al libro Punteggiatura d’autore. Interpretazione e strategie tipografiche nella letteratura italiana dal Novecento a oggi, di Elisa Tonani.
Raffinatezze in via di estinzione? si chiede Motolese:

Come sa chiunque pubblichi libri, il bianco è una delle ossessioni dominanti degli editori: niente di astratto o poetico, niente horror vacui o paura del silenzio. Soldi: il bianco costa, perché la carta costa. Lo sviluppo dell’editoria digitale sta trasformando anche questo. Lo sappiamo: il testo è diventato qualcosa di mobile, di fluido, adattabile; possiamo scegliere in quale forma leggere ciò che compriamo online, allargando il carattere, ampliando i margini, scegliendo anche, se vogliamo, di leggere bianco su nero. Ciò che prima era riservato solo alle nostre scritture private oggi è diventato il modo in cui anche le scritture pubbliche vengono sempre più condivise.
Dopo secoli, la cultura scritta sta cambiando in modo radicale. Forse per questo l’attenzione per gli aspetti visivi dei testi letterari non è mai stata così forte. Si moltiplicano gli studi sul modo in cui la letteratura nel tempo è stata disposta nella pagina, gli equilibri raffinatissimi tra porzioni scritte e porzioni libere, la grandezza dei caratteri e il loro rapporto reciproco.

È inevitabile chiedersi quanto queste strategie visive, questa cura editoriale, possa resistere nel mondo digitale. Difficile sottrarsi alla sensazione di osservare specie in via di estinzione o destinate alle riproduzione assistita in uno zoo. Non tanto, o non solo, per il fatto che il testo è ormai qualcosa di mobile sui nostri tablet, ma anche per il fatto che la letteratura stessa (tutta, non solo quella sperimentale dei romanzi in tweet) finirà per adattarsi al modo in cui è destinata sempre più a entrare in circolo. Lo si è già visto nel passaggio dal vinile al cd: ve li ricordate i lati B? Le costruzioni degli album in due blocchi? Archeologia.

Siamo alla fine della “parentesi Gutenberg” e solo all’inizio della rivoluzione digitale. Difficile davvero prevedere come andranno le cose, ma a me piace immaginare un futuro ricco di supporti e strumenti diversi, ognuno adatto a diversi testi, obiettivi comunicativi, situazioni di lettura e persino stati d’animo. Qualche post fa citavo un lungo articolo dedicato a questo tema su Scientific American: il digitale ha tanti vantaggi, la carta continua ad averne altri. Forse spariranno i libri in cui la carta è mero supporto, con i margini risicati che si ingialliscono in un paio d’anni. Non li rimpiangeremo. Ma ce ne sono altri – tanti  – che sono oggetti sempre più belli, di cui apprezziamo sia il contenuto sia la regia testuale e spaziale con cui questo prende forma e diventa tutt’uno.
La questione del testo digitale è più complicata di quanto sembra, come ci racconta un altro articolo del Sole di questa Domenica: Mal di scuola digitale, di Roberto Casati. È interamente online e vale davvero una lettura attenta e senza preconcetti. Né da “colonialisti” digitali, né da paladini della carta con paraocchi annessi.

 

Dove nascono i testi? Sul foglio di un pittore.

26 apr

L’artista svizzero Paul Klee ha lasciato quasi 10.000 opere.
Per me è un po’ come il Georges Simenon della pittura: talmente prolifico che per quanto tu possa aver visto e rivisto le sue opere ce ne sono ancora tantissime che non conosci e che ti aspettano. E questo ti consola.
Così, due giorni fa, sono stata felice di reincontrarlo. Questa volta però a casa sua, al Zentrum Paul Klee di Berna, creazione di Renzo Piano che ricorda molto l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Tre strani animali fantastici, ma in mezzo alla campagna.
Quando sei a tu per tu con le opere di Klee hai sempre la sensazione di immergerti in un luogo profondo, lontano, silenzioso, ma che – lo sai, lo senti – ti appartiene. Quale sia quel luogo, è lui stesso a dircelo nei suoi diari:

 “Quale artista non vorrebbe abitare là dove l’organo centrale del tempo e dello spazio- non importa se si chiami cervello o cuore – determina tutte le funzioni? Nel grembo della natura, nel fondo primitivo della creazione, dove è riposta la chiave segreta del tutto?”

Grembo della natura, cervello o cuore, quel luogo è anche dentro di noi. Un luogo del sogno, della creatività, della fantasia. Il nostro fluttua e solo raramente, in momenti particolarmente lucidi o felici, ne abbiamo degli sprazzi. Paul Klee ci viveva, gli dava forma, lo reinventava continuamente e lo rivelava su tele, cartoni, buste, pezzetti di carta.
Quel che ho scoperto nel silenzio delle sale immense del museo di Berna è, ancora una volta, quanto ci facesse vivere anche le parole.

Ma come sono diverse da quelle dei futuristi le sue poesie visive!
“Una volta che il grigio emerge dalla notte…” emerge sotto i nostri occhi come un’architettura di lettere, compressa ma vibrante di luce, silenziosa, ma piena di ritmo.
A volte le lettere si stanno ancora cercando, vagano sperdute sulla pagina. Ma qualcosa prende forma e annuncia: “È l’inizio di una poesia”:

L’inizio? Sì, solo l’inizio. Non siamo in un libro, ma nel grembo della natura, nel fondo primitivo della creazione, sul foglio di un artista.

Su Paul Klee su questo blog leggi anche:

Cartoline dal cuore della creazione

Il titolo è una porta da aprire

Le 100 notti del Rijksmuseum

30 mar

Martedì scorso è stata una bellissima giornata, di quelle che ricorderò.
Ho fatto una lezione di scrittura su un tema inconsueto ma che mi sta molto a cuore, come ben sa chi segue questo blog e un po’ mi conosce: Scrivere il museo. Ultima lezione di Comunicare il Museo*, un percorso che l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, insieme a BAM, per il secondo anno dedica ai Musei di Qualità della regione.
Ad ascoltarmi e a dialogare insieme una sessantina di curatrici, curatori e responsabili della comunicazione di musei, dai minuscoli e specializzatissimi ai grandi e famosi.
Una settimana prima mi sono quindi  immersa con goduria nei loro siti e social media e in quelli dei maggiori musei del mondo. Ho visto e ho proposto loro cose meravigliose e cose così così, testi che rapivano e testi che respingevano. Insieme li abbiamo analizzati, strapazzati, ammirati, ma soprattutto abbiamo cercato di capire insieme perché funzionavano o perché no, con l’obiettivo di trarne spunti utili per scrivere online anche i ”nostri” musei.

Di siti e testi magnificamente funzionanti ne abbiamo visti molti, ma il sito del Rijksmuseum di Amsterdam batte tutti e vince la Palma d’Oro. E sì che si tratta di un sito provvisorio, perché il museo riapre il prossimo 13 aprile dopo dieci anni di lavori. Non oso pensare a a cosa sarà quello definitivo visto che già con questo si può fare un’intera lezione di “nuove scritture”. Non è detto che non me la inventi ;-)

Sintonia tra parole e immagini, testi brevi ma intensi, descrizioni di opere che uniscono semplicità ed emozione, navigazione non solo per opere, temi e artisti, ma anche per palette di colori, un laboratorio dove ciascuno può creare i suoi piccoli capolavori a partire da quelli grandi del museo, e persino un test che prova a indovinare quali opere ci piaceranno di più.
Ma quello che forse mi è piaciuto più di tutti sono le 100 notti.
Tra le slide della mia lezione ce n’è una su cui campeggia la scritta “meno testo, ma più concentrato e più strutturato”.
Le 100 notti la esemplificano alla perfezione.
Cento giorni prima dell’apertura, il museo ha postato tre-cinque righe al giorno centellinando un’informazione, un’opera, un’anticipazione, una piccola sorpresa come un lunghissimo e artistico calendario dell’avvento. Microtesti tutti diversi per stile e contenuto, tutti uguali per incipit e per lunghezza, secondo quell’equilibrio tra simmetria e varietà che richiede la logica modulare e combinatoria del web.
Vi chiederete perché sono notti e non giorni. Perché il 13 aprile il Rijksmuseum sarà gratuito e aperto fino a mezzanotte. Ma mi piace pensare sia anche perché il più famoso dipinto del museo è proprio una notte e perché è alle notti che si addicono i racconti indimenticabili.

#scriviamoamano (pubblicamente)

12 mar

Il mio ultimo fine settimana è stato serrato, strano, apparentemente diviso tra due passioni, che alla fine si sono armoniosamente riunite.
Tra venerdì pomeriggio e tutto sabato un intensivo di yoga dedicato alla riscoperta e al risveglio della parte posteriore del corpo, quella che finiamo per dimenticare perché non la vediamo, tutti protesi verso il fare, l’attività, i progetti, il domani. Invece c’è, e rappresenta il nostro sé più primitivo, inconscio, istintuale. L’interiorità, il puro presente.
Riscoprirlo, portarci il movimento, la coscienza e il respiro significa integrarlo e vivere una vita più equilibrata e più ricca.
Il nostro maestro, Richard Agar Ward, ci ha ricordato che quei movimenti che ci sembravano così innaturali e sui quali ci stavamo tanto affaticando, da bambini ci erano naturalissimi. Prima di voltare le spalle alla nostra schiena, vivevamo il nostro corpo tutto intero: ore e ore a giocare a gambe incrociate, capriole, ponte, ruota…
Sui nostri tappetini stavamo cercando con fatica e nostalgia una naturalezza dimenticata insieme al nostro sé più profondo.
Domenica mattina mi sono svegliata consapevolissima della mia schiena perché i muscoli si facevano sentire tutti, uno per uno. Però ho riempito due borse di fogli, quaderni e pennarelli e me ne sono andata al mio corso di calligrafia con Monica Dengo.
Abbiamo rovesciato tutto sul tavolo e cominciato a disegnare e costruire i nostri taccuini con lo stesso entusiasmo, la stessa gioia di usare le mani, e la stessa nostalgia di ritrovare una creatività perduta  – oltre gli schemi acquisiti – che avevo percepito il giorno prima.
Alla fine della giornata li abbiamo sistemati come una città di carta e fotografati da tutti i lati.
Ne eravamo così contenti che abbiamo deciso di condividere quello che facciamo e impariamo aprendo alla lettura di tutti il nostro blog #scriviamoamano.

PS Oggi su twitter @MomentiZen mi ha regalato questa frase: “Da grande voglio essere un bambino”. Davvero, il caso non esiste.

Michelangelo: dalla perfezione alla pura essenza

17 feb

La lunghissima vita artistica di Michelangelo – muore alla soglia dei novant’anni – si apre e si chiude con una Pietà, una delle espressioni più strazianti e intense del dolore umano.
Quando scolpisce la Pietà che ancora ammiriamo in San Pietro ha solo 24 anni ma è già rivoluzione e perfezione assoluta.
Rivoluzione, perché come farà sempre d’ora in poi, stravolge o azzera tutte le iconografie precedenti. La Madonna non è più la donna dolente e quasi anziana delle Pietà medievali o fiamminghe, ma una ragazza fresca e giovanissima, addirittura più giovane del Cristo stesso. Ai bigotti e invidiosi indicò la sua fonte, Dante, il quale nel Paradiso aveva definito la Vergine “figlia del tuo figlio”: anche lei, umana come tutti noi, è figlia di Cristo.
Perfezione assoluta, perché mai nessuno prima – e nessun altro dopo – rappresenterà il corpo umano con tanta precisione e tanta bellezza: della Vergine vediamo solo le mani sottili e l’ovale smaltato del viso, ma ne intuiamo il corpo sotto i panneggi che già contengono quelli di Bernini e di tanta scultura barocca; di Cristo scorriamo ogni muscolo, vediamo ancora pulsare ogni vena, nell’abbandono della morte che sembra appena avvenuta.
Giorgio Vasari seppe meglio di tutti dare espressione a quello che ancora oggi ci appare come un “miracolo”:

“certo è un miracolo che un sasso da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione che la natura a fatica suol formare nella carne”

Michelangelo ancora più bravo della natura dunque. Un insieme di “artificio” e “grazia”, cioè di sapienza e mestiere nella scultura unito alla bellezza spirituale, alla bellezza dell’anima secondo l’accezione cinquecentesca di “grazia”.
Anche l’ultima opera di Michelangelo è una Pietà. La teneva a casa sua e vi lavorò ancora nelle sue ultime ore, come a una preghiera.
Ma nella Rondanini, ora al Castello Sforzesco di Milano, della perfezione e della contemplazione giovanile non c’è più nulla.
Superfici ruvide al posto della lucentezza smaltata, scavi e solchi al posto dei muscoli torniti e dei panneggi gonfi. Michelangelo è andato per sottrazione continua, fino a ritrovare e a consegnarci l’essenza, la sola idea della Pietà, anticipando in una sola opera tutta la scultura moderna e contemporanea.
Eppure la Pietà Rondanini non parla solo alla nostra sensibilità, abituati da oltre un secolo all’arte non rappresentativa. Un semplice impiegato del tribunale di Roma, all’indomani della morte dell’artista, stendendo l’inventario dei beni della casa, descrisse una “figura di uno Cristo e di nostra Donna a quello attaccata” cogliendone il fuoco concettuale e poetico.
Madre e figlio sono una cosa sola. Lei non lo tiene più in grembo, ma si riappropria del figlio che ha generato, lo tira a sé e lo rifà fisicamente suo, come un parto al contrario. Così l’artista novantenne medita sulla sua morte come ritorno nel grembo della madre.

Nella meravigliosa conferenza che il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci ha tenuto stamattina all’Auditorium Parco della Musica di Roma c’era tanto ma tanto di più, ma il filo conduttore della Pietà mi ha veramente commossa e ho voluto fermarlo. E condividerlo.

Cartoline dal cuore della creazione

13 ott

Quando posso, non manco mai un appuntamento con Paul Klee. Così mi sono affrettata a vedere la mostra che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica ai suoi rapporti con l’Italia. Poche opere, una parte infinitesimale rispetto alla sua sterminata produzione di circa 10.000. Tra i grandi del novecento solo Picasso credo sia stato altrettanto prolifico.
Ma il numero non importa perché ogni “cartolina” (la gran parte delle opere esposte sono di questo formato) di Klee è un microcosmo completo e perfetto. Klee non è più figurativo, non è ancora né sarà mai veramente astratto: nel pieno esplodere delle avanguardie artistiche del primo novecento, lui si colloca e ci porta in un luogo altro, che però riconosciamo subito come anche nostro. Che si tratti di uno dei suoi giardini notturni, di una dedica scritta in un alfabeto inventato o di un pullulare di quadratini luminosi, sappiamo che lì ci siamo già stati. Quando? Da bambini, forse. O in sogno. Per questo i suoi quadri, il cui soggetto non sapresti definire se non con l’aiuto dei suoi poetici titoli, sono sì misteriosi, ma non difficili. Raffinatissimi, e al tempo stesso popolari.
Quel luogo lui sa benissimo qual è e ce lo ha raccontato in tante pagine dei Diari, che scrisse durante tutta la sua vita, da quando era un giovane ancora indeciso tra la pittura e la musica fino alla morte avvenuta in Svizzera, mentre già arrivano gli echi degli orrori della seconda guerra mondiale.
Quel luogo è il “cuore della creazione, dove il regno minerale, quello animale e quello vegetale si incontrano”. Un luogo dove tutto può nascere e succedere, e per questo così interessante e illuminante per ciascuno di noi.
Se nella mostra romana di qualche anno fa ero rimasta colpita dal Klee poeta, questa volta è stato il Klee “creatore” ad affascinarmi. Crea i suoi piccoli mondi con un’estrema economia di mezzi: Il parco una sera sul tardi è una sinfonia di verdi, solo verdi; la Sibilla è un’eco michelangiolesca ridotta a un gomitolo di fili viola scuro, l’idea stessa della sibillinità; È ardente, una sola fiammata, non sai se di distruzione o di passione; Superscacco è un tappeto, un grande campo di gioco in cui si affrontano il blu e il rosso in una pacifica battaglia di ritmi.
E in una mostra dedicata ai viaggi, anche le città “non riproducono il visibile, ma rendono visibile”. Cosa? La loro idea, la loro quintessenza.
Roma è un mosaico luminoso in cui nascono croci e colonne, si fondono cristianità e classicità.
Nel centro della creazione possono nascere anche nuove città. In Americano-giapponese avviene l’incontro tra oriente e occidente: i grattacieli di Manhattan vegliano sulle delicate architetture nipponiche in una città che si illumina improvvisamente di giallo.

Su questo blog leggi anche:

Il titolo è una porta da aprire

L’arte di muovere cose

28 giu

“I move things around until they look right.”

Milton Glaser

Quello che Milton Glaser dice del graphic design vale anche per la scrittura. Spesso basta un piccolo spostamento, anche una sola parola, per trovare la chiave.

Raffaello da Urbino, così umano così divino

20 mag

È difficile capire e amare la complessità di Raffaello in giovane età.
A vent’anni stravedi per gli artisti misteriosi come Leonardo, tormentati come Caravaggio, rivoluzionari come Giotto. Il divino urbinate è troppo perfetto. Non c’è un’ombra in lui, un’increspatura, un anello che non tiene.
Arriva a Roma in un’estate magica per la storia dell’arte, quella del 1508, in cui il fiero e combattivo papa Giulio II della Rovere chiama in Vaticano Michelangelo e, appunto, il giovane Raffaello.
L’uno ha trentatré anni, l’altro solo venticinque. Sono acclamati in tutta Italia e non potrebbero essere più diversi. Solitario e scontroso Michelangelo, affabile, dolce, amato da tutti Raffaello.
Dal papa ricevono due commissioni destinate a cambiare il corso di tutta l’arte occidentale: gli affreschi della Cappella Sistina e quelli degli appartamenti papali, le famose Stanze di Raffaello.
Lavorano per quattro anni a un piano di distanza l’uno dall’altro. Michelangelo da solo, disteso supino in un corpo a corpo feroce con la pittura. Raffaello circondato da allievi adoranti, sempre più numerosi, bravi e autonomi.
Quando riuscì a vedere il miracolo della Sistina, Raffaello ne fu folgorato e omaggiò il fiorentino ritraendolo nella Stanza della Segnatura nelle vesti del filosofo Eraclito. Michelangelo si limitò a ignorare l’omaggio.
Ma prendere dagli altri per metabolizzare e fare proprio, rielaborare il visto, ammirato e vissuto per produrre qualcosa di nuovo e inatteso era il destino di Raffaello – il suo dharma o il suo daimon diremmo oggi – e in fondo niente assomiglia di più all’idea combinatoria e contemporanea della creatività.
Quando arriva a Roma Raffaello ha già digerito Piero della Francesca e Francesco Laurana, i “vecchi” Masaccio, Filippo Lippi, Beato Angelico, e i “nuovi” Leonardo, Botticelli, Michelangelo, perfino il veneto Lorenzo Lotto. Sotto le superfici calme e pacifiche dei suoi ritratti e delle sue madonne c’è una sottile ma riconoscibile traccia di ciascuno.
Le Stanze – un inno alla sete di conoscenza e all’aspirazione alla bellezza – sono il vertice della sintesi di tutta l’arte che lo precede e contiene i semi di tutto quello che verrà: Tiziano, Guido Reni, Caravaggio, Rembrandt, Rubens, Ingres, Picasso.
Solo Picasso saprà fare altrettanto. Come Raffaello vorace di forme, di colore e di vita, ingurgita tutto, lo digerisce, per azzerare tutto e ricominciare da capo. Ma lo ha fatto in novantanni di vita. Raffaello in soli trentasette.
Per questo ai suoi contemporanei apparve “divino”, perché creava con la facilità del Creatore. Ma lo stesso Picasso amava ripetere che “Leonardo ci promette il Paradiso, Raffaello invece ce lo dà”.
Anche a me Raffaello è parso divino e straordinariamente creativo e moderno questa mattina, ascoltando per due ore la conferenza che gli ha dedicato all’Auditorium Parco della Musica il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci.

La piega visiva: appunti domenicali

25 mar

“Scrivere non basta più”: è la prima frase del testo di presentazione del workshop di Francesco Franchi al Festival del Giornalismo di Perugia (chi può, si iscriva e ci vada!). Sottoscrivo in pieno la frase lapidaria del trentenne information designer, direttore creativo di IL – Intelligence in Lifestyle del Sole 24 Ore. Nelle sue infografiche e le sue pagine i dati diventano immagini, ma spesso lo diventano anche i testi:

“Cosa fare quando le parole non funzionano” è il sottotitolo del libro Blah Blah Blah di Dan Roam. E lui risponde: disegnare per pensare in modo “vivido” in spazi dove parole e immagini re-imparano a convivere.

Megan Garber, giornalista e studiosa dei media digitali, dedica uno dei suoi ultimi articoli sull’Atlantic al nuovo spazio che le immagini si stanno ritagliando nel mondo digitale (tradotto in italiano da Internazionale nel numero 940 di due settimane fa):

E questa tendenza si ritrova ovunque su internet, un mondo nato dal testo (il primo html, i primi blog, le prime email), ma che si è rapidamente adattato per poter accogliere le immagini e i video. Come oggetto estetico, la rete di oggi è una sofisticata dialettica tra testo e immagine. Online il testo convive con illustrazioni, pulsanti di condivisione, loghi e video incorporati, e in quest’allegra cacofonia ogni elemento interagisce in modo luido con gli altri, tanto da farci dimenticare che testo e immagine sono mezzi diversi.
I social network si distinguono proprio a seconda del rapporto che stabiliscono tra testo e immagine: pensiamo a Twitter (molto testo e poche immagini), a Facebook  e Google+ (molto testo e molte immagini), a Tumblr (molte immagini e poco testo) e infine, all’altro estremo, a Pinterest (molte immagini e zero testo). Tutto questo è meraviglioso. Nessuno dei due mezzi – testo e immagine – è superiore all’altro. La cosa bella dell’ambiente digitale è che ci risparmia i falsi dilemmi. Rete = parole + immagini. Ovvio, no?
Da un po’ di tempo a questa parte, però, sta succedendo un fatto strano: quasi tutte le novità introdotte dai principali social network valorizzano le immagini a scapito del testo. L’esempio più ovvio è il successo di Pinterest, con la sua esplosione di immagini e puntine quasi completamente priva di testo. Pensiamo anche alla crescita di Flickr, Instagram, Hipstamatic e di tutti gli altri social network fotograici. E poi c’è Facebook, che ha scommesso sull’immagine con Timeline. E Google+, che punta sul servizio di videochat Hangouts. Per non parlare di YouTube e della diffusione virale di Tumblr.
Dopo il suo ultimo redesign persino Twitter – così sobrio, così scritto – ha valorizzato gli avatar degli utenti, oltre alle immagini e ai video allegati, molto più di quanto avesse mai fatto prima.
Tutto questo non riguarda solo i social network. Nel layout dei siti web, influenzati dall’estetica dell’iPad, le immagini acquistano importanza. L’infografica sta proliferando grazie a programmi userfriendly. E queste tendenze sono probabilmente destinate a durare, perché visualizzare immagini complesse su schermi di qualunque dimensione è sempre più facile, come è più facile – e meno costoso – pubblicare foto e video. Da un punto di visto estetico, il web sta prendendo una piega visiva.

E intanto Rizzoli ha pubblicato in edizione italiana Information is Beautiful di David McCandless, data journalist e information designer londinese il cui motto è “Amo le torte. Ma odio i grafici a torta.”

Le immagini soppianteranno le parole? Più probabile che parole e immagini torneranno a convivere, proprio come era prima dell’era Gutenberg. La Garber, per esempio, ama scrivere su testate che ospitano testi lunghissimi, come l’Atlantic:

Al tempo stesso, però, si sviluppano contenuti con lunghi articoli come quelli proposti da Longform, Longreads o da riviste come The Atlantic, che nella sua rubrica online di tecnologia dà spazio a esempi di long-form narrative. E pensiamo a progetti come Atavist, che partono dalla tecnologia testuale per eccellenza – il libro – e la rielaborano creando un prodotto multimediale dinamico. Parole e immagini continueranno a convivere con ottimi risultati. Ma se tra questi due mezzi nasceranno nuove forme di coesistenza e se, ribaltando i meccanismi che definivano l’archiviazione della nostra comunicazione da ben prima di Gutenberg, produrre immagini diventerà più semplice che produrre parole, quali saranno le conseguenze di questo cambiamento sulla rete e, quindi, su di noi?

Lo scopriremo solo scrivendo, ma esplorando tutte le possibilità, dai microcontenuti – titoli, sottotitoli, didascalie – ai testi lunghissimi. Il che è solo una ricchezza.

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