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Artigiani consapevoli, questo libro è per voi!

5 Jan

Nei tredici anni di vita di questo blog mi è successo spesso di mollare nel mese di dicembre, di sentire di aver vuotato un po’ il sacco senza rimettere niente dentro e avere il tempo di elaborare cose nuove. Nel 2015, inoltre, sono stata di più su Facebook dove ho “disseminato” pensieri, letture e scoperte giorno per giorno. Non che la semina mi sia dispiaciuta, anzi: mi ha fatto capire quanto – come al solito – fossi stata inutilmente e scioccamente snob nei confronti del più diffuso social network.

Facebook mi ha offerto una comunicazione istantanea e spensierata, un’attenzione nuova alle immagini, la possibilità di tenere un filo con tantissime persone che altrimenti perderei facilmente di vista, uno spazio in cui raccontare qualcosa della mia quotidianità che non potrebbe trovare posto in questo blog. Nel 2015 chi mi seguiva magari da anni ha dato per la prima volta una sbirciata al mio studio, alla mia scrivania e al mio terrazzo; mi ha seguita nei miei tanti giri per l’Italia; mi ha conosciuta di più nelle mie passioni personali: lo yoga, il movimento, l’aria aperta. Ne sono contenta e sono proprio queste cose che ho privilegiato nello scorcio di un anno bellissimo ma anche terribilmente impegnativo.

Così, ho assecondato il mio bisogno di lasciare un po’ andare. Ma nei luoghi della spensieratezza social tutto scorre, compresi gli appunti, gli spunti, le curiosità e le scoperte, mentre è qui, su questo blog, che vengo a riflettere, a connettere i puntini, a raccontare prima di tutto a me stessa gli incontri e le letture importanti, quelle che mi aprono finestre luminose e nuovi paesaggi.

330 pagine di avventure della visione e del pensiero

Dopo aver letto lo splendido Critica portatile al visual design non avevo dubbi che Guardare Pensare Progettare di Riccardo Falcinelli sarebbe stata un’altra finestra luninosa, ma sapevo anche di non poter leggere le oltre 300 pagine tra un post e un tweet, nella concitazione natalizia. Me lo dicevano l’indice e il sottotitolo “Neuroscienze per il design”. Avevo bisogno di tempo, silenzio e tranquillità.

Me li sono presi tutti, anche perché si tratta di un libro “da studiare”, sottolineare, in cui ogni tanto è necessario tornare indietro e riflettere. Però a un certo punto ho deciso che valeva la pena di volare un po’, cogliere l’insieme del libro, i concetti di fondo per poi tornare a “studiare” i capitoli più descrittivi dedicati all’occhio e al cervello, i veri protagonisti. E così ho galoppato dal primo all’ultimo splendido e personalissimo capitolo, dove interviene Biancaneve e il cerchio si chiude. Con moltissime domande, ma si chiude.

In mezzo c’è il racconto di come vediamo, percepiamo, pensiamo il mondo, cioè le immagini, le parole, le sensazioni, gli odori, i colori. Falcinelli lo fa da una prospettiva nuova – gli studi e le scoperte più recenti sul cervello – ma forte della sua esperienza viva di visual designer e di persona sensibile e attentissima agli stimoli del mondo, fin da bambino. I racconti e gli esempi sono innumerevoli.

Guardare Pensare Progettare è sottolineatissimo e pieno di post-it su passaggi su cui voglio tornare (perché non è che ora lo metto sulla libreria, me lo tengo qui vicino e ci scriverò anche altri post), ma mi piace condividere subito con voi i miei appunti su cosa mi ha colpito di più in questa prima lettura.

Un organo materiale che costruisce qualcosa di immateriale

Si parte da lì, dal cervello, quella massa gelatinosa che produce la cosa che ci appare come la più immateriale di tutte: la mente e la sensazione di esistere. Tutto ciò che vediamo, sentiamo e pensiamo passa da lì, da quell’insieme di neuroni che nascono, crescono, si connettono, si muovono in continuazione. Per questo è così importante capire come funziona.
Funziona in modo modulare e parallelo, a livello di zone, aree, cellule: ognuna ha il suo compito, iperspecializzato. Non vediamo insieme forme, colore e movimento; e nemmeno facce, oggetti e sfondo. È il cervello che compone queste cose per noi, che decide cosa farci vedere. Scompone e compone in continuazione, fedele alla sua essenza: la plasticità, il divenire.

“Vediamo pezzi singoli, brandelli di realtà, solo quelli cui prestiamo attenzione. Poi alcuni tratti di contorno diventano segni, nel momento in cui li scegliamo e li mettiamo da parte”.

Vedere e guardare sono due cose profondamente diverse: vedere è tenere gli occhi aperti, guardare è prestare attenzione. Guardando e scegliendo cosa guardare ci relazioniamo col mondo, cerchiamo di capire la mente di chi ci sta vicino, le sue intenzioni e il suo mondo interiore. Un tentativo di capire anche noi stessi. Nasciamo precablati per interagire con il mondo, ma poi cresciamo alimentando il nostro programma neurale con i dati che prendiamo dall’esterno.
Li prendiamo con gli occhi – più della metà delle nostre risorse neurali sono dedicate alla visione –, ma ogni sguardo e ogni interazione coinvolge tutti i nostri sensi, è una sinstesia. Ogni vedere e sentire si imprime nel nostro corpo, lascia una traccia emotiva che possiamo risentire a distanza di anni ed è così che facciamo esperienza e ricordiamo.

Il solo nostro istinto: il linguaggio e la cultura

L’uomo è l’unico animale che nasce senza un istinto, se non quello del linguaggio, della produzione di contenuti trasmissibili, della cultura. Le parole lo accompagnano fin dalla nascita, lo aiutano a dare forma all’apparenza delle cose, influenzano e mediano ogni relazione con il mondo: senza parole non possiamo pensare… nemmeno il colore rosso può essere concepito senza la parola. Rimarrebbe solo una sensazione. Percezione e linguaggio si influenzano a vicenda.

“Non esiste un guardare svincolato dal linguaggio. Percepiamo in un ambiente linguistico, e non possiamo prescindere dal fatto che usiamo e pensiamo con una lingua storico-naturale, cioè che quando pensiamo ci parliamo in testa.”

Parole e immagini: tutte si guardano, tutte si scelgono, tutte hanno un codice

“Leggere è un modo specializzato di guardare.”

Questa frase breve e semplicissima mi aveva colpita già nella lettura di Critica portatile al visual design, ma in questo libro l’ho capita ancora meglio, soprattutto nel capitolo Grafica, scrittura, lettura, imperdibile per chiunque scriva in questo mondo in cui la scrittura lineare è diventata (o tornata a essere) solo una delle tante scritture possibili. Fa riflettere sui confini sfumati tra figurazione e scrittura, sulle tante spazialità in cui la parola può collocarsi, sulla falsa immediatezza delle immagini, che hanno bisogno del loro codice non meno del testo scritto, su quale sia “l’occhio del nostro tempo”, attraverso il quale guardiamo e interpretiamo il mondo.

“Nel dialogo senza sosta tra fisiologia e cultura, il designer è un artigiano consapevole”.

Artigiano consapevole: ho trovato questa definizione meravigliosa nella sua semplicità, come l’idea – che percorre tutto il libro – che il “fare non si oppone al sapere, e che anzi spiegare qualcosa a qualcun altro o a se stessi insegna a fare meglio.” È con queste parole in testa che ho scritto il primo post del 2016: come sempre, scrivere e condividere insegna soprattutto a me stessa. Buon anno a tutti!

Su questo blog leggi anche:

Un libro grandioso e decisivo sul visual design
Continuare a danzare con i testi
Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello

Giotto e il naturalese

18 Oct

Giotto, Polittico di Badia, 1300 c.

“Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno; ed ebbe l’arte più compiuta che avessi mai più nessuno.”

Questa famosissima frase che Cennino Cennini scrisse sul suo Libro d’arte alla fine del Trecento è riportata in tutti i libri di storia dell’arte, e con ragione. Due righe che dicono tutto sulla rivoluzione che in pochi decenni sconvolge l’arte occidentale e apre l’età moderna. È citata anche nella bellissima mostra Giotto, l’Italia ospitata al Palazzo Reale di Milano fino al 10 gennaio 2016.

Bellissima perché ci sono le opere su tavola, tra cui i grandi polittici. Alcuni, quelli che sono stati portati nelle sale di Palazzo Reale dalle chiese, di solito si possono vedere, ma lontanissimi e da un lato solo. Cogli la composizione, i bagliori dell’oro, ma non i dettagli. Invece Giotto va visto proprio così, da vicino vicino. Perché ogni personaggio è diverso dall’altro, anzi è una persona, unica e inconfonfondibile, anche se è un angelo tra decine di angeli.

Sono persone anche i santi e soprattutto le madonne con il bambino. Madonne? Prima di tutto mamme, tenerissime con i loro bambini prima di tutto bambini. E lo vedi dalle manine che si infilano nella scollatura della mamma e la tirano verso di sé. E dalle mani della mamma, che accolgono schiene e sederini veri e pesanti. Non c’è niente di più umano e più vero dei giochi degli occhi e delle mani di Giotto.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305.

Questa verità incanta noi moderni, ma per i contemporanei era qualcosa di mai visto. Su Giotto pesavano secoli di pittura bizantina, durante i quali gli artisti avevano rappresentato santi e madonne fermi e immobili, stagliati su un fondo dorato che li isolava dal mondo degli uomini. Figure dipinte sempre secondo gli stessi schemi, con piccole varianti introdotte di tanto in tanto, senza confronto con la realtà. Da questi limbi dorati la storia era esclusa, e con essa il paesaggio, i sentimenti e la quotidianità dell’uomo. Giotto riporta nella pittura umanità, storia e natura. Il cinguettìo degli uccellini, il canto a squarciagola, un bacio vero e amoroso tra coniugi.

In questo sta il suo “tradurre dal greco al latino e ridurre al moderno”. Perché, allora nell’audioguida e nei pannelli – pur ben fatti nei contenuti – ci dobbiamo sorbire un linguaggio artificiale, falsamente aulico, pomposo, così lontano dalla modernità e dalla naturalezza del linguaggio giottesco? Non solo la sintassi involuta da libro stampato, ma “dinanzi! invece di “davanti” e poi “capacità somma”, “il successo da lui ottenuto”, “l’arcadica popolazione”, la “scelta del tutto inusitata”. La mostra era piena di ragazzi, e meno male. Sarà per strizzare l’occhio ai più giovani che nei pannelli fanno capolino un anglosassone “brainstorming” con i committenti e un “vero e proprio specimen”?

Quanto sarebbe stato più bello e godibile ascoltare e leggere dell’arte di Giotto in un contemporaneo, semplice e preciso naturalese! Che ci vuole? Ci vuole coraggio, ecco che ci vuole. Distogliere lo sguardo dall’accademia e dalla tradizione e puntarlo sulle persone. Proprio come Giotto.

Giotto, Polittico Baroncelli, 1328 c.

Leonardo, Verrocchio e i segreti delle due dame

16 May

La mostra Leonardo 1452-1519, che ho visitato qualche giorno fa al Palazzo Reale di Milano è grandiosa ed emozionante. Certo, la user experience  nel suo complesso non è proprio il forte delle mostre di Palazzo Reale, con fin troppi pannelli da leggere, ma le opere sono tantissime e l’audioguida è un bel racconto, preciso, concepito davvero per l’ascolto.

Anche chi conosce bene Leonardo vi scoprirà molte cose che non sapeva, ma è il taglio della mostra a essere davvero interessante: il disegno di Leonardo come lo strumento di indagine dell’uomo e della natura e Leonardo sì come genio ma un genio pienamente collocato nel suo tempo.

Se trovarsi a tu per tu con i disegni e i codici di Leonardo emoziona (mai ne ho visti così tanti, tutti insieme!), il confronto continuo con i contemporanei fa capire meglio come nascono le soluzioni geniali di Leonardo pittore, scultore, architetto, inventore e scienziato. Insieme a lui ci sono Botticelli, Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, i suoi allievi di bottega, Francesco di Giorgio Martini, Filarete e alla fine, anche Andy Wahrol, Duchamps e un meraviglioso Corot. Ma soprattutto c’è il suo maestro, Andrea Verrocchio.

Andrea Verrocchio. Donna con mazzolino di fiori.

Leonardo da Vinci. La belle Ferronière.

 

Andrea Verrocchio aveva una delle botteghe più fiorenti della Firenze del secondo quattrocento, piena di aiuti e allievi, tra cui il giovanissimo Leonardo. Un racconto di Giorgio Vasari, ricordato in tutti i libri di storia dell’arte, vede l’allievo superare il maestro in un dipinto che rappresenta il battesimo di Cristo: l’angelo di lato, bellissimo, spiccherebbe su tutto grazie alla mano del giovane Leonardo. “Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui.”

La mostra mette vicino due capolavori dei due artisti in un confronto che mi ha veramente stregata, talmente è fitto di rimandi, riflessi e opposizioni sottili. Entrambi sono ritratti di donna. Ignota quella di Verrocchio, incerta quella di Leonardo, che però nella tradizione prende il nome della giovane amante del re di Francia Francesco I.

I due sembrano essersi scambiate le parti. Lo scultore orafo Andrea Verrocchio tratta il marmo con una morbidezza palpitante tutta leonardesca: la tunica è leggerissima, un velo che si increspa in mille pieghe come nei disegni di Leonardo, che studiava instancabilmente i panneggi su tele di lino. Leonardo, invece, realizza il più scultoreo dei suoi dipinti: contorni netti e un vestito che sembra cesellato da un orafo.

Il fulcro della scultura sono le mani, sensibili e vibranti, che stringono al petto un mazzolino di fiori; gli occhi della dama sono due mandorle vuote, come un volto di Modigliani. Nel dipinto, invece, la bella Ferronière nasconde le mani sotto la balaustra ed è tutta occhi. Guarda intensamente, in direzione di qualcosa o qualcuno che non vediamo e invano cercheremo di incontrare i suoi occhi. Si volgono all’improvviso, volitivi e decisi, come il suo busto, aprendo uno squarcio sull’anima: per Leonardo atteggiamenti, movimenti e sguardi delle persone ritratte erano sempre “moti della mente loro”. Ma moti misteriosi, come quelli di questi occhi o del sorriso della Gioconda.

IfBook Then: i libri passano, le storie no

17 Apr

Qualche mese fa dedicai un post alla Fondation Beleyer di Basilea, che intitolai Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni. Così venerdi 27 aprile marzo, quando ho sentito Sab Chan raccontare del “museo senza testi” ho fatto un salto sulla sedia. Ero a IfBook Then, il bellissimo evento promosso da Bookrepublic sul futuro dei libri, dei contenuti, delle storie, dei brand e delle loro storie, delle tecnologie che le raccolgono, le diffondono, qualche volta le creano. Il museo senza testi è il Cooper Hewitt di New York, il polo dedicato al design dello Smithsonian. Sebastian Chan è il direttore dei progetti digitali.

Il museo senza testi dunque esiste, ma trabocca di storie. Quelle degli oggetti – dai ventagli del settecento ai libri popup, agli oggetti contemporanei stampati in 3D – fino alle storie di ogni singola visita che ogni visitatore ritrova, porta con sé e conserva. Tutto comincia infatti prima della visita, che si può pianificare sul sito del museo seguendo le suggestioni più diverse, perfino le sfumature di colore che accomunano i diversi oggetti o le loro dimensioni. Prosegue nel museo, dove si gira con una penna interattiva che permette di fare un sacco di cose, come disegnare o salvarsi gli oggetti. Altre attività ed esplorazioni sono sui grandi pannelli digitali distribuiti in tutto il museo, fino alla esperienza della Immersion Room, dove si fa un tuffo nella collezione di carte da parati più ricca del Nordamerica, scegliendo tra centinaia di carte digitalizzate ad alta definizione.

 

Alla fine si torna a casa, ci si collega al sito e si ripercorre e si salva la “propria visita”, completa di tutto ciò che abbiamo ammirato e creato, completa di appunti.

IfBook Then quest’anno ci ha proiettati davvero nel futuro, ma un futuro che è già tra noi, anche se qui in Italia riusciamo solo a sbirciarlo. I tanti relatori stranieri, o italiani che lavorano in giro per il mondo da anni, ce lo hanno srotolato davanti in un caledoscopio di immagini, video, progetti.

Svincolati dall’oggetto che li ha racchiusi immobili e immutabili per tutta la “parentesi Gutenberg” i contenuti scompaiono alla nostra vista, ma sono pronti a venire verso di noi indovinando i nostri desideri, persino quelli che non sappiamo ancora di avere. È stato il tema dell’intervento di Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali della New York Public Library. Già ora lasciamo innumerevoli tracce sui nostri comportamenti di lettori: cosa leggiamo, come, dove, quando… una massa enorme di dati, un magazzino gigantesco di gusti, interessi, conoscenze. La loro analisi permetterà di capire cosa rende una storia coinvolgente, cosa piace di più e perché, modificare una storia sulla base degli interessi dei lettori, fino alla personalizzazione più spinta che, appunto, porterà i contenuti verso di noi senza bisogno di andarli a cercare.

E non illudiamoci di sfuggire alla registrazione universale. Siamo circondati di oggetti pieni di microscopici sensori che di noi tracciano tutto e tra un po’ ci diranno non solo come stiamo ma anche cosa è meglio fare. Mentre mi venivano un po’ i brividi a pensarci, Andrea Onetti di STMicroelectronics (gli italiani che fanno i sensori e i mems per tutto il mondo) ha ricordato che l’aspirazione dell’uomo ad aumentare la percezione dei sensi è antichissima e ne fanno parte il compasso, il termometro e il microfono, cose che hanno reso la nostra vita più semplice e rassicurante. E Rosalind Picard, che dirige la ricerca sull’Affective Computing al MIT, ha raccontato come insegna alle macchine a leggere le emozioni sui nostri volti e quanto queste applicazioni possono aiutare a comprendere il mondo delle persone autistiche e migliorare la vita di chi soffre di epilessia.

Su IBT15 un bell’articolo di Wired: IfBook Then, i libri del futuro ci verranno a cercare

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni
Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia
Le storie fuori dai libri
L’uomo che fa parlare gli oggetti

Miracoli a Parigi (quelli di Brassaï)

10 Apr

“Se tutto può diventare banale, tutto può ridiventare meraviglioso. Che cos’è il banale se non il meraviglioso fatto decadere dall’abitudine?”

Aveva proprio ragione Gyula Halász, il fotografo ungherese che volle farsi francese e che conosciamo con lo pseudonimo di Brassaï, ma per trasformare il banale in meraviglioso ci voleva un occhio come il suo. La mostra che lo celebra a Milano a Palazzo Morando è piena di queste meravigliose trasformazioni, 260 per l’esattezza, quante sono le foto di Brassaï. Pour l’amour de Paris.

Parigi, che ritrasse instancabile in bianco e nero per tutta la vita, è infatti una passione esclusiva. La conobbe bambino, nei primi anni del novecento, durante un anno sabbatico del padre. Ci tornò, e per sempre, poco più che ventenne inseguendo una nostalgia. Sarà per questo che all’inizio ritrasse così tanti bambini? Più che ritrarli, li fotografa inosservato: sono spesso di spalle, per strada o ai giardini del Luxembourg, mentre giocano, tengono il primo palloncino o spingono una barca nello specchio di una fontana. Non sembrano accorgersi affatto di essere oggetto di tanta attenzione.

Il fotografo sembra invisibile anche per le coppie che si abbracciano su una panchina o si baciano nel buio di una via o nella folla di un caffè. Spesso non vediamo i loro volti o li vediamo riflessi in uno specchio. Quanti specchi ci sono in Brassaï! Che incornicino i corpi nudi nelle case chiuse o gli occhi lampeggianti di Picasso, sono lì a nascondere allo sguardo il testimone con la sua inseparabile macchina fotografica.

In realtà Brassaï aveva cominciato col disegno e girava per Parigi con il taccuino in mano. Come i graffitisti contemporanei era affascinato dai muri e da quello che le persone vi avevano lasciato inciso, per volontà o per caso. Due buchi diventano occhi e poi un viso, in una crepa vede un pesce o un uccello, in un cuore coglie le iniziali degli amanti. A un certo punto lascia il taccuino per la macchina fotografica e inizia la trasformazione del banale in meraviglioso. Considerava la fotografia una costruzione mentale a partire dal reale, il cui obiettivo è “sgomberare la visione dallo strato di abitudini e pregiudizi che l’ha incrostata”.

Lo sguardo di Brassaï sa farsi sorprendere e vedere nelle strade di Parigi cose che sono sotto i nostri occhi ma che da soli non vedremmo mai: un’ombra diventa un profilo, un marciapiede sotto la pioggia un serpente squamato, le chiatte sulla Senna “esseri dotati di un’anima” e a te sembra di essere arrivata nel bel mezzo di un romanzo di Simenon. Tanto più che Brassaï di Parigi ama soprattutto le notti, con le sue nebbie che sfumano ogni cosa.

“A Parigi ero alla ricerca della poesia della nebbia che trasforma le cose, della poesia della notte che trasforma la città, della poesia del tempo che trasforma gli esseri.”

Questa capacità di vedere e trasformare deve avere affascinato Picasso, che chiese all’amico Brassaï di fotografare le sue sculture, fino a quel momento sconosciute e rivoluzionarie non meno della sua pittura. Secondo lui, le fotografie facevano “respirare le statue nello spazio, restituendo loro la rotondità”.

Respiranti e rotondi sono anche i sensualissimi nudi che chiudono la mostra. Senza arti, senza volti, le curve si appropriano di tutta la superficie. Immobili, ma morbide e pronte a cambiare forma come dune nel deserto.

Su questo blog si ama molto la fotografia. Puoi leggere anche:

Henri Cartier-Bresson: capire con gli occhi
A occhi aperti
Gli aggettivi, lasciateli a noi
Uno sguardo, non uno scatto
Armonie in bianco e nero

Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia

7 Dec

Parecchi anni fa comprai un libro tedesco nato da un’idea del famoso settimanale Die Zeit. In italiano il titolo suona più o meno I 100 quadri del museo della Zeit. Studiavo il tedesco da poco ed ero sempre alla ricerca di libri che fossero alla mia portata; in questo, ognuno dei cento capitoletti era di circa due o tre pagine e l’arte il mio principale oggetto di studio all’epoca.

L’idea era geniale e sarebbe stata ripresa più e più volte negli anni: cento scrittori, giornalisti, filosofi, politici o artisti erano invitati a parlare di un’opera d’arte che aveva segnato la loro vita. Susan Sontag scriveva di un interno di chiesa quattrocentesco, Arnaldo Pomodoro di una piccola opera di Klee, Emilio Vedova di Tintoretto, Fernando Botero di Paolo Uccello, lo scultore Christo di Giotto… l’ultimo era il nostro Umberto Eco che scriveva della prima pagina del medievale Book of Kells, conservato al Trinity College di Dublino.

Il libro mi affascinò perché ogni autore scriveva della sua opera del cuore con amore, emozione ma anche grandissima competenza. Umberto Eco raccontava di come per mesi fosse andato ogni giorno al Trinity College perché ogni giorno viene girata una pagina di quell’opera meravigliosa, paragonata alla vita che scorre. Quel piccolo saggio non l’ho mai dimenticato.

Ieri sono andata a riprendermi il libro dall’alto di uno scaffale. A ricordarmelo è stata l’iniziativa di Repubblica di affidare alla scrittrice Melania Mazzucco il racconto di un quadro in un liceo veneziano.

Melania Mazzucco non è una storica dell’arte, ma il suo racconto è appassionante, come testimoniano i tanti video in cui racconta le sue opere d’arte del cuore. Per esempio, le opere di Tintoretto:


Ora ha raccolto i suoi racconti nel libro Il museo del mondo, appena uscito presso Einaudi.

Negli ultimi tempi ho viaggiato molto per lavoro e quando sono in giro cerco sempre di ricavarmi tempo per un museo o una mostra. Quante volte ho pensato dentro di me “Togliete ai curatori apparati didattici, testi di pannelli e audioguide!!” Lo so che è un pensiero ingiusto, perché generalizza e ci sono anche curatori bravissimi a spiegare le opere e a emozionare il pubblico. Però quelli bravi sono troppo pochi.

La mostra di Segantini al Palazzo Reale di Milano è strepitosa, sicuramente una delle più belle che ho visto negli ultimi anni, ma sui pannelli trionfano periodi composti anche di 90-100 parole, assolutamente illeggibili per chiunque. I linguisti sono chiari: un periodo altamente leggibile in un testo informativo è fatto di 25-30 parole, non di più. Un pannello in corpo piccolo, con l’impaginazione giustificata e lo sfondo bordeaux, da leggere in piedi, deve forse averne ancora meno.

La mostra su Picasso a Palazzo Strozzi a Firenze è così così, ma potrebbe essere goduta di più se il testo dell’audioguida – che costa 5 euro – fosse stato concepito appunto per l’ascolto e non come un libro stampato. Per chi è davanti a quella cosa concretissima che è un quadro, parole astratte come poetica e e primitivismo non dicono niente.

Per audioguide e app, il modello libro e il modello catalogo bisogna dimenticarlo, e per sempre. Eppure di storytelling eccellente per i musei e le opere d’arte ne abbiamo a bizzeffe: Melania Mazzucco, Philippe Daverio, quel successo mondiale che sono i 100 oggetti del British Museum, l’app della National Gallery di Londra Love Art, una meraviglia a 2,69 euro che metti in cuffia e ascolti il curatore che sembra lì a raccontare solo per te. A “raccontare”, non a leggere. E “sembra”, perché ascoltando capisci che lavoro raffinato di sceneggiatura e di studio ci sia dietro tanta leggerezza e naturalezza.

Un paio di giorni fa Massimo Mantellini sul Post ha dedicato uno splendido pezzo a questa fotografia:

Può essere il Rijksmuseum ad Amsterdam, la National Gallery a Londra o gli Uffizi a Firenze, ma è esattamente questo che dobbiamo augurarci di vedere nei musei nei prossimi anni: ragazzi concentrati su una bella app, che avranno scaricato prima, a casa, per poi leggere, ascoltare, vedere, e moltiplicare le emozioni che solo l’opera d’arte dal vivo può regalarti.

La settimana che si chiude è stata anche quella del BTO, l’evento dedicato alle potenzialità che le tecnologie offrono al turismo e alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Sono solo riuscita a sbirciare cose interessantissime, ma nei prossimi giorni vale davvero la pena di seguire gli interventi appena saranno online. Credo sarà l’ennesima conferma di quali ricchezze non solo culturali ma professionali e umane ci siano in questo paese, se solo riuscissimo a farle circolare.

Eh sì, non manchiamo solo di mobilità sociale, ma anche professionale. La rete ci fa scoprire talenti, ma a che serve se poi restano lì? A Palermo c’è una professoressa di storia dell’arte che si chiama Emanuela Pulvirenti. Non la conosco, ma ad ogni post mi incanta e mi fa invidiare i suoi studenti. Emanuela ogni giorno ha le sue classi davanti e si confronta con cose concrete: domande, sguardi, opere, materiali.  Quella concretezza evidentemente la aiuta a ideare i suoi post sul colore, inaugurati da un attacco esplosivo:

Che succede quando un rosso si imbatte in un verde? Beh, più che un incontro sarà uno scontro! Uno dei più feroci che si possano vedere dentro un quadro.

O a coinvolgere su un tema specialistico come i taccuini degli artisti:

Cosa c’è dietro un’opera d’arte? È una domanda che mi sono posta molte volte. Un dipinto, una scultura, un qualsiasi manufatto artistico, anche se prodotto rapidamente e, apparentemente, di getto, nasconde dietro uno studio, un’osservazione della realtà, un’elaborazione concettuale.

Per non parlare dei suoi post sui lampioni o sulle nuvole… e delle altre storie meravigliose di Didatticarte.

Insomma, non si potrebbe prendere la professoressa Pulvirenti e farle fare un bel corso ai curatori più verbosi e astratti? Non sono forse tutti dipendenti dello stato italiano?

Concretezza, emozione, storie, arte, immagini e parole: queste cose ci sono tutte in un bel video che risponde a una delle domande apparentemente più astratte che ci siano: A che serve l’arte? Lo hanno realizzato in quella scuola di storytelling che è The School of life, ideata dallo scrittore Alain de Botton (i video sono uno più bello dell’altro).


L’arte è una cosa concreta, no? Forse la più concreta che ci sia. Non merita parole astratte e lontane dalla vita. Né periodi che non finiscono mai. Né storiadellartese.

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Le parole di Magritte e quelle del suo museo

gli oltre 136 post sull’arte

Henri Cartier-Bresson: capire con gli occhi

28 Sep

Che gioia ritrovare il vecchio Matisse alla mostra romana di Henri Cartier Bresson! L’avevo lasciato con i suoi ritagli proprio pochi post fa. Qui è intento a disegnare una colomba, sicuramente cercando di dimenticare “tutte le colombe viste prima” per vederla come se fosse la prima volta.

Per il fotografo, invece, la cosa più difficile era proprio il ritratto, “difficilissima, un punto interrogativo poggiato su qualcuno”. Per trovare la sua risposta, si ritirava il più possibile, aspettava, finché la persona da ritrarre si dimenticava di lui e tornava con naturalezza alle sue occupazioni. Sarà stato così anche nello studio di Matisse.

Cartier-Bresson era paziente e trovava sempre la sua risposta. Alla mostra dell’Ara Pacis ci sono anche le risposte di Sartre, Giacometti, un giovanissimo Truman Capote, i coniugi Curie.

Solo cinque ritratti in una mostra strepitosa che in quasi quattrocento fotografie documenta un’intera vita e settant’anni di storia. All’inizio un Henri adolescente, con la macchina fotografica a tracolla, a immortalare feste di compleanno in famiglia e un campo scout. Alla fine, i suoi disegni “contemplativi” in cui studiava ormai solo il suo volto, con un segno arrotolato tanto vicino a quello di Alberto Giacometti. In mezzo, la sua adesione alla poetica surrealista, i viaggi in tutto il mondo, la guerra civile spagnola, la Francia occupata dai nazisti, la liberazione, la fondazione della mitica agenzia Magnum, i grandi reportage in India, in Cina, in Russia. C’è anche il nostro paese, con un’incantata veduta di Scanno.

Spero che a visitare questa mostra vadano tanti ma tanti ragazzi. Non solo per il valore artistico e documentale delle foto di Cartier-Bresson, ma anche per la testimonianza di una vita piena e compiuta, fatta di una vocazione vissuta fino in fondo, di un impegno incrollabile verso l’umanità intera.

Conoscevo tante delle sue foto più famose, ma non avevo mai visto i documentari girati nei momenti più bui del secolo scorso. Filmare la dignità e la sofferenza dei feriti, la dolcezza delle infermiere, l’impegno dei chirurghi sotto le bombe, così come documentare le deportazioni degli ebrei francesi gli costò tre anni di prigione. Lui tenne duro e alla fine riuscì a fuggire. In tempo per riprendere la sua Leica e partire per i campi di concentramento appena liberati.

”Sono visivo. Osservo, osservo, osservo, è con gli occhi che capisco”.

 

Su questo blog leggi anche:

A occhi aperti
Gli aggettivi, lasciateli a noi
Uno sguardo, non uno scatto
Armonie in bianco e nero