Archivio | 12:09 pm

Anatomia della lettura

28 apr

La lettura di Imagine, How creativity works mi ha fatto bene. Abborderò al più presto gli altri due libri del trentunenne newyorkese: Proust era un neuroscienziato e Come decidiamo.
Uno dei temi che mi hanno toccata più da vicino è quello della “distanza” dal testo da rivedere, dal problema da risolvere, dal vuoto da riempire. I due geniali autori di Made to stick l’avevano chiamato “la maledizione della conoscenza”, Lehrer lo chiama “outsider problem”. Riusciamo a vedere una soluzione solo quando riusciamo a dimenticare tutto quello che sappiamo e a guardare con occhi nuovi, come se fosse la prima volta.

È una delle sfide centrali per chi scrive. L’autore deve rileggere continuamente le frasi che ha scritto (una delle inefficienze dell’editing!). Il problema è che così si perde rapidamente la capacità di vedere i propri testi con gli occhi del lettore. Lo scrittore sa perfettamente cosa voleva dire, perché è lui ad averlo detto. Ma per dare forma a una frase chiara, a una narrativa coerente, ha bisogno di fare l’editing come se non sapesse nulla, come se non avesse mai visto quelle parole prima.
Chi scrive deve diventare estraneo al suo lavoro. Se riesce a fuggire dalla sua posizione privilegiata, vede improvvisamente tutte quelle frasi imprecise e quelle infiorettature superflue, sente quali sono le parti deboli della storia e dove la prosa rallenta. Ecco perché la scrittrice Zadie Smith, in un saggio sulla scrittura, sottolinea l’importanza di mettere da parte per un po’ i propri testi e permettere al tempo di compiere la sua amnesiaca magia:

Quando finisci un romanzo, se i soldi non sono una disperata priorità, se non devi vendere o pubblicare all’istante – metti tutto in un cassetto. Per tutto il tempo che puoi. Un anno e più è l’ideale, ma pure tre mesi vanno bene… Per rivedere un romanzo devi avere la testa sulle spalle, ma non quella dello scrittore nel pieno del suo lavoro, e nemmeno quella dell’editor professionale che ne ha già lette dodici versioni. Ci vuole la testa di un estraneo intelligente, che prende il libro da uno scaffale e comincia a leggere. In qualche modo devi far tua la testa di quell’estraneo. E dimenticarti di aver mai scritto il libro.

D’ora in poi mi ricorderò dell’anatomia neurale della lettura e dell’editing. Il cervello dà un senso alle parole attraverso due percorsi, che attiva in contesti diversi. La via ventrale è diretta ed efficiente: vediamo un gruppo di lettere, le convertiamo in una parola e ne cogliamo il significato. È quella che percorriamo quasi sempre, soprattutto con i testi più semplici, costituiti di parole ed espressioni che ci sono già note. La via dorsale è più accidentata: ci fermiamo quando non conosciamo una parola, una costruzione sintattica non è chiara, la calligrafia è difficile da decifrare. Rallentiamo sì, ma prestiamo più attenzione.
Fino a poco tempo fa si riteneva che la via dorsale venisse abbandonata una volta appresa la lettura, invece le ricerche dimostrano che continuiamo a usare per tutta la vita entrambe le vie, a seconda del grado di consapevolezza e di attenzione mentre leggiamo.
La lettura di ciò che abbiamo appena scritto è tutta ventrale: la familiarità crea gli automatismi, cela gli errori. Se rileggiamo tempo dopo con la testa dell’estraneo possiamo contare di più sulla via dorsale, che fa saltare all’occhio tutto quello che non va.

L’unico modo per rimanere creativi nel tempo – senza essere sopraffatti da tanta conoscenza – è di sperimentare l’ignoranza, contemplare ciò che non riusciamo pienamente a capire.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.156 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: